Erofeeva: Un viaggio tra le tradizioni e i sapori italiani

Giuliana Vincenzi! Non correre via! Aspetta, volevo parlarti! accanto a una macchina parcheggiata nel cortile della scuola, evidentemente costosa e immacolata, stava una donna altrettanto perfetta, rifinita come una copertina di Vogue. Capelli gonfi e lucidi, unghie laccate, viso lucente da bambola di porcellana, pelliccia corta color ghiaccio, pantaloni attillati e punte degli stivali che sembravano brillare come merletti dargento. A Giulia, che laveva osservata di sfuggita, venne quasi da nascondersi dentro il suo cappotto usurato, la vecchia borsa colma di quaderni e il suo aspetto semplice da professoressa un po sgualcita. Mancavano solo gli occhiali rotondi e il bastone: e Giuliana sarebbe sembrata appena uscita da un romanzo di Svevo.

Si abbracciò la borsa al petto, facendo finta che il cappotto vecchio fosse decorato da quel disegno colorato di fenicotteri sulla shopper.

Con me parli? Ti ascolto fece lei, allontanandosi un poco dalla pozza gialla sotto il lampione e vacillante tra i cerchi di luce nellasfalto che sembravano specchi liquidi.

Sì, te. Con che macchina sei venuta? La donna in pelliccia scrutava il parcheggio, dove si accalcavano due vecchie Fiat Panda. Una la guidava il professore di educazione fisica, laltra viveva lì da sempre. La Mini Cooper della preside era sparita già verso Sesto San Giovanni, dove la signora Agnese Bernardini aveva una villa con giardino e recinto di mattoni. Nessuna altra auto.

Nessuna. Prendo la metro. Che volevi? Scusami, ma ho finito la giornata, devo andare.

Giulia tentava di non darlo a vedere, ma laveva riconosciuta subito, la donna: era Marina Ercolani Non più così snella e leggiadra, come se le gambe si fossero allargate per troppo camminare o per orgoglio; ma la voce, quella, sempre uguale, sempre sprezzante, come se facesse un favore a parlare con noi poveracci…

Oh, Giuli, dai smise di fingere Marina, avvicinandosi. Mi hai riconosciuta e già fai quella faccia. Sono così insopportabile? Su, è passato tanto tempo. Ma eccomi qui da te, come insegnante. Tu fai lettere italiane al mio Stasio, no?

Non lo so. Chi è il tuo? Giulia si infilò i guanti, le dita intorpidite dalla sera umida milanese. Una voglia prepotente di casa la spinse quasi indietro: quella cucina stretta, il tè in una tazza sottile di vetro, il tepore tra i palmi. E vicino a lei il grande gatto Micio, un randagio raccolto al mercato. Micio avrebbe atteso che la padrona finisse il tè, poi avrebbe suonato col suo codone sul pavimento, scalpitante, in attesa di gioco. Sul fornello la pentola con lorzo a cuocere per la mattina, nella stanza accanto la sagoma di Nina, sua figlia, che stava già sognando chissà cosa. Era tardi! Di nuovo Giulia avrebbe fatto tardi a prendere la bambina, e Maria Vassalli, la maestra dasilo, le avrebbe di nuovo fatto la ramanzina. Scusami, davvero, sto correndo: è ora di andare a prendere mia figlia. Vieni giovedì, se vuoi parlare.

Giulia tentò di sfumare nei cancelli, intrecciando i passi tra la folla di ombre, ma Marina non era tipo che molla.

Fermati! Dove corri?! Tacchi che picchiettano sullasfalto, il movimento snodato della pelliccia che si fa avanti, la mano che le afferra bruscamente il braccio. Ma non aver paura, non ti mordo mica! Un sorriso largo di smalto rosso e denti lucenti. Dai, sali. Ti accompagno e parliamo. O preferisci che passi dalla preside? Lo sai che posso farlo.

Giulia lo sapeva. La mamma di Marina era un esempio di forza e furbizia, si infilava ovunque, spingeva la figlia verso salotti, balli esclusivi in Comune, i finali dei concorsi anche se Marina non si distingueva proprio. Era in ogni consiglio studentesco, ogni premio, ogni tv locale, sempre intervistata o immortalata dietro le spalle di qualche cantante famoso di passaggio a Piacenza. Angelina Pinna non disdegnava altro che le cronache giudiziarie: troppo stress, diceva.

E Marina Stessa tempra, stessa cocciutaggine.

Mah, va bene. Stai proprio bene! Giulia si odia appena finisce la frase, come se stesse leccando gli stivali di Marina.

Grazie. Tu invece, la solita sfiga? Vabbeh, dimmi lindirizzo. Dove ti porto? Fece spallucce Marina, scivolando nellauto e indicando il sedile passeggero. O vuoi stare dietro come una volta?

No, ora sto davanti con te. Bella auto, sembra nuova nuova. Guida da tanto? Giulia sedeva rigida: di auto così, lei e Marco non ne avevano mai avuta una, troppo care, il taxi era fuori budget. Giulia amava le linee degli autobus e delle regionali, e solo fuori dallora di punta.

Dai ventanni, da quando papà mi ha regalato la Uno. Lho ammaccata subito, eh! Ma chi non sbaglia? Siamo vivi per questo, Giuli fece lampeggiare i fari: Mario in portineria la vide e aprì il cancello, la BMW filò via morbida lungo Viale Lombardia. Marina si infilò nel traffico sibilando parolacce gentili, guidava da furiosa, come le piaceva, incuneandosi e stuzzicando gli altri automobilisti. Guida sportiva, la chiamava, per rilassarsi.

Giulia perse tempo con la cintura, tentava di accomodare la borsa tra le ginocchia.

Ma che combini lì? Stretta? Sei lievitata, eh? Mangia solo pane e tristezza? Mensa scolastica, solitudine e compagnia bella…

Ma quale solitudine? sbottò offesa Giulia. E poi non sono ingrassata: è il cappotto, è oversize!

Eh, certo! Quelli servono a nascondere, non vedi? Comunque, vai nei negozi giusti, conosco un ragazzo che fa miracoli con ago e filo, donne le capisce meglio dei chirurghi. Ti faccio vestire io Ma hai parlato tu di solitudine, vero? Marina si voltò, ma subito urlò contro uno scooter che le tagliava la strada.

Giulia si ritrasse stropicciata nel sedile, pensando che la vita a volte gocciola come umidità da una parete.

Quando infine Marina smise di abbaiare, stirò i capelli, passò la mano sui denti e tornò a guidare.

Marina, posso scendere? Da qui a piedi ci arrivo sussurrò Giulia, mentre i quaderni le cadevano di mano.

Attenta! Mi distra fai! Dove ti lascio in mezzo alle corsie?! Sempre tra le nuvole! Così così svolto Sbagliato, ecco che succede a distrarmi! Ma volevo dirti di Stasio e qui, la voce di Marina si fece allegra Lunico vero amore della mia vita, il mio miracolo, il mio pelouche umano. Tutto paffutello mani, piedi, guance. Lo adoro! E lui si chiama Stasio, di padre fa Sforza, Stanislao Sforza. Suona bene, no? Dimmi, suona bene per una prof di italiano?

Suona Quindi Sforza è tuo figlio Ha iniziato qui da poco, vero? E Sforza è quello? La domanda restò monca. Il nome Marco non riusciva a dirlo a voce alta. Dentro sentiva il ronzio di un altro tempo.

…Lultimo anno di liceo, cinque giorni prima della maturità. Gli esami finiti, la felicità nellaria densa. Il padre di Marco gli aveva prestato la macchina: vieni Giulia, andiamo a fare un giro, lascia i libri, ci divertirsi, diceva.

Le ragazze si erano strette tutte dentro la macchina, risate, gomiti fuori dai finestrini. Marina davanti, regina. Marco da anni le correva dietro, e la voce diceva che tra loro era già successo tutto. Marina non confermava né negava, forse paura della madre, o forse niente era successo davvero.

Giuli! Vieni anche tu dai, lasciamo perdere questi libri, andiamo a fare un bagno! Sorrideva Marco, così, che il cuore rallentava, mentre Giulia si sedeva in disparte, ripetendo latino.

Ci si infilavano negli argini del Po, la macchina correva sulle strade di campagna, impolverando laria e i ricordi. A Giulia venne la nausea, chiese di fermare, saltò fuori barcollante, corse in un campo e pianse lacrime antiche: di vergogna, di essere strana, diversa, storta e senza coraggio, di non riuscire a spogliarsi come le altre, né a tirare baci a Marco come Marina.

Una bottiglia dacqua le venne tesa di lato. Marco.

Grazie, sussurrò lei.

Davanti sula sedia davanti, si sente meno, tentò di rassicurarla lui.

Era occupata, si scusò lei, lavandosi le mani.

Dai, Giulia! Non vuoi la velocità? E chi non ama un po correre, siamo italiani! Che ti prende?

Ma la risata delle compagne li riportava indietro.

Al ballo di fine anno, il suo segreto amore Marco la invitò a ballare una sola volta, in segno di gratitudine. Sei una buona amica, Giulia. E la baciò sulla guancia, in modo tenero e distante, come si fa con la parentela.

Tre giorni a piangere in silenzio, poi la madre la spedì dalla zia a Voghera, a zappare lorto e a studiare ancora

Marco, sì. Proprio lui. Era destino che mi sposasse. Dai, Giulia, eri così ingenua! Non vedevi niente, e noi due invece Insomma, una storia segreta, ecco.

Eh certo, mormorò Giulia.

Non hai capito un bel niente. E va bene così. Ma ascolta: perché massacri il mio Stasio? Prima un sei, poi un cinque Dai, non esagerare. Deve andare alla Cattolica, capito? Gli spianerò la strada. Io, luniversità lho fatta solo per sbattere quel pezzo di carta in faccia ai miei genitori. Non ho mai fatto economia, la odio. Intanto pettinavo unghie, facevo cera e tagli in casa. Poi, ora, ho un mio salone in Via Filo, ti do il biglietto se vuoi, vieni e vedrai come ti rimettono al mondo.

No, grazie, Marina. Non voglio. E Stasio scrive litaliano in modo orribile. Come faccio a dargli un otto se fa errori ovunque?

Un sospirone. Che strani certi destini. Giulia aveva sudato sui libri, aveva studiato lettere a Torino, sognava giornalismo o editoria, era finita insegnante di scuola media, troppo lenta e poco pungente per altro. Aveva talento, cultura ma pochi euro in tasca. Gli anni Novanta avevano fatto fuori tanti sogni. Ristrutturazione la chiamavano, come se la città venisse smontata e rimontata a caso.

E Marina invece viveva in un film: macchina straniera, Chanel n°5, un marito potente, lavoro appagante, belle gambe.

Giulia sistemò i capelli, cercò nel cappotto il burro-cacao, ci passò sopra le labbra screpolate una piccola difesa.

Ascolta, Giulia, ti avverto: a mio figlio ci tengo, sai? E se mi metti i bastoni tra le ruote, qui non lavorerai più. Lui va da voi solo per avere le convenzioni con luniversità. Mi serve che prenda tutti dieci. Non mettere i granelli nel motore, Giulia. Non ti conviene. Posso andare dalla preside: quella con me è un agnello, ti butta fuori subito. E per te, è la pagnotta, questa scuola. Vivi da sola? Figli? Siamo arrivati. Scendi pure. Non sono un taxi.

Marina sembrava furiosa, si voltò via con stizza.

Giulia si guardò attorno, aprì la portiera sotto la pioggerella incerta.

Non dimenticare i quaderni, prof! Allora ci siamo capite, sì? Vivi sempre lì? Eh vedremo.

Sferragliando sullasfalto, la BMW schizzò via lasciandole addosso uno spruzzo di acqua sporca.

Giulia affrettò i passi verso lasilo. Al primo piano, nella finestra luminosa come quella di un televisore retrò, la sagoma di Nina. Lanno dopo sarebbe andata alle elementari, e Giulia ancora non sapeva se portarla alla scuola sotto casa o dove insegnava lei. E il tempo scorreva.

Ma insomma, professoressa! Sempre in ritardo! Mi fa restare qui a aspettare! Nina, su, su, che è tardi! la accolse stizzita la maestra Maria Vassalli.

Mi scusi, scusi balbettò Giulia, conscia che se fosse stata Marina, avrebbe urlato contro la maestra e sarebbe uscita vincente, senza un briciolo di vergogna. Ma così non fanno gli esseri umani veri. O forse solo quelli troppo infelici.

Nina si vestì svelta, zainetto in spalla, la mano nella mano alla mamma. Mamma che la sera si conduce con lentezza sicura tra pozzanghere e semafori.

A casa, mentre Giulia riscaldava la cena, Nina tentava di pulire il cappotto della mamma coi fazzoletti, ma il fango rimaneva lì.

Mamma, non si leva piagnucolò Nina. Strofino ma niente

Dai, topina, vieni a mangiare. Lo laveremo, verrà pulito, non è mai esistita una macchia che non superiamo!

Se la vita fosse lavabile come un cappotto, se si potesse stirare e smacchiare tutta nuova! Ah, magari: da buttare via e ricominciare, pensò Giulia, versando il tè.

Il gatto Micio, come aveva sognato, osservava le due dalla mattonella vicino ai fornelli. Senza sbattere la coda; era stanco anche lui.

Mamma, ma papà quando torna? domandò Nina, offrendole metà del biscotto.

Tra due settimane. Manca poco! sorrise Giulia.

Fabio era spesso fuori per lavoro, ma amava il suo mestiere e riportava a Nina statuette di marmo, animali strani scolpiti: unintera mensola.

E con Stasio, cosa faccio? si arrovellò Giulia, correggendo i compiti. Nessuna soluzione. Basta, dormire! Domani di nuovo a scuola, il primo turno

Quella settimana Giulia osservò con attenzione Sforza: lo interrogava, lo stimolava.

Stasio, vieni un attimo, chiamò la prof.

Oh, prof Vincenzi, ancora io? Mi da mazzate? giocava il ragazzo, gonfiando le labbra, buffo e tenero.

Non era male, in fondo. Solo molle, abituato a essere risolto dagli altri, soprattutto dalla madre. Che pretendere?

Dai, Stasio, ma davvero vuoi studiare solo per tua madre? E tu, che sogni hai?

Io? Boh. Vorrei fare il meccanico. Aprire unofficina mia, guidare i lavori.

Beh, per comandare bisogna pure saper scrivere e leggere bene! Hai sempre fatto così fatica con litaliano?

Sì, sempre. Alla madre avevano proposto una diagnosi per ottenere voti dufficio, ma lei aveva rifiutato indignata.

Con gli insegnanti compiacenti pagava con manicure e regali. E Stasio andava avanti.

Devi svegliarti, ragazzo! Ti va di provare a cambiare? lo incalzò Giulia.

Lui borbottò che ci pensava.

Bene. Domani ti aspetto sesta ora, facciamo un tentativo. Ok?

Ok, professoressa borbottò Stasio, ingoiando un tramezzino.

E venne davvero, e fece bene. Da solo, con Giulia, si accese: ricordava le regole, sapeva scrivere.

Boh, sti diagnosi, chissà la testa ce lha, se solo ci provasse di più, pensava Giulia zuccherando il caffè in bus, disegnando un sole sul vetro appannato.

Marina però era passata dalla preside, protestando per le ore in più imposte al povero Stasio.

Lo carico ancora troppo poco! ribatté Giulia con una fermezza mai sentita. Ragazzo trascurato, va aiutato! Vedrà che cambierà!

La preside strinse le labbra: Marina chiede sempre troppo, pensava. Ma chi è, in fondo, una sciampista di provincia?

Giulia, non esagerare. La madre non ti sopporta, attenta. Se non vuole fare recupero, mandalo a casa. Rilassati. confidò la preside.

Cambierà! annuì ostinata Giulia.

Bruciava lingiustizia: Marina sparlava alle spalle, ma la madre aveva ragione i cattivi sono solo feriti dal mondo, e fanno del male perché ne hanno ricevuto.

Venerdì, cena con Nina e notte serena. Stava spegnendo la luce della cameretta, quando il campanello trillò due volte.

Mamma! Chi è? Non aprire! Nina sussurrava.

Non ti preoccupare. Guardo dallo spioncino, non temere. Giulia ci guardò dentro, intravedendo una figura scomposta.

Chi è?! Chiamo i carabinieri! gridò Giulia.

Giuli! Non fare sciocchezze! Sono io Frignava, raschiava i tacchi.

Giulia aprì.

Sulla soglia, Marina. La pelliccia ormai arruffata, le ciglia col trucco sciolto, come la tragica Pierrot della Commedia dellArte, il viso piegato.

Scusami posso sedermi da te? chiese Marina-Pierrot tra le lacrime. Marco di nuovo le mani addosso. Anche mia madre mi manda via, dice di tornare a casa. Mi rompe le costole per la macchina, ho urtato mentre parcheggiavo

Giulia la fissò attonita per un attimo, poi la tirò dentro senza domande.

Hai rotto la macchina? Dai, entra, togliti la pelliccia. Vuoi un tè? Fame?

Improvvisamente Giulia si mise a sistemare le cose sparse, ma si fermò: che importava? La casa era umile, e lei, Giulia Vincenzi, professoressa maldestra, era questa. Chi entra, accetti.

Sì un po di tè Marina singhiozzava. Ma come fate a vivere strette così? lanciò uno sguardo. Scusa, la lingua scappa E lei è tua figlia?

Nina, disse la bimba.

Marina, la risposta della donna. Mai imparato a usare i titoli.

Marco ultimamente è impazzito, in azienda ha perso quasi tutto, debiti ovunque. Prima già era violento, ora peggio. Ho paura, Giuli! Stavo per crollare del tutto, poi ti ho vista, col tuo cappotto, la tua borsa E mi sono sentita peggio, come se avessi buttato la vita in uno scarico. Mi sono sempre creduta chissà chi, mi vantavo di Marco e lui mi ha ripagata così. Marina si guardò intorno; Nina era già a letto. Diciamo che il destino ti ha preservata. Marco mi ha dato il primo ceffone e mi sono stupita, mia madre diceva: Succede, non tenerci il broncio. E poi non sono più riuscita a scappare. È nato Stasio e

Ma hai il salone! Un introito personale! sbottò Giulia.

Eh allora non era niente, Marco pagava laffitto. Ora basta. Vado.

Ma dove vai? Tuo figlio? Giulia la trattenne con una stretta, la fece sedere.

Da un amico. Gli ho detto di non tornare. Che faccio, Giuli? e Marina riprese a piangere.

Divorzia. Marco è un vigliacco: se trova resistenza, si ferma. Ti ricordi Sergio Varani? Lavora in prefettura. Domani lo chiamo, ti spiega cosa fare.

Sergio? Quello che ci camminava sui corridoi a testa giù? Certo che me lo ricordo sospirò Marina sognante.

Non illuderti, lui è al secondo matrimonio! Ma aiuta sempre. Domani chiamiamo. Ora dormi, va a letto

Marina quella notte sentiva ogni scricchiolio dietro la porta, ma Marco non la cercò. Dormiva beato nel letto grande, già pensando a come vendere la casa per i debiti, lasciando a Marina solo il salone, Stasio e due costole rotte. Alla Cattolica non ci andarono più, Stasio sognava il suo garage.

Marina regalò a Giulia un cappotto nuovo, elegante, quasi regale.

Ma dai! È troppo protestò Giulia.

Ma Marina rise amaro: era Giulia a essere preziosa, non quellabito. Laveva sempre aiutata, anche da adulta, anche tradita, sempre e comunque. Che cretina, quella Giulia, che donna buona!

Giuli, perdonami per tutto. Marina sospirò.

Per cosa? Per Marco? Dovrei ringraziarti! Mi hai salvata da una tragedia, rise Giulia. Vuoi un tè, ora?

Da allora, Marina passava spesso da Giulia, aiutava con Nina, si era adattata, come Micio, il gatto, che strusciava volentieri sulle gambe della nuova amica. Due solitudini che si erano incontrate. Giulia era gelosa del micio, voleva reclamarlo tutto per sé, ma poi passava. Tutti hanno bisogno di essere amati. Così anche Marina, se non altro dal micio, almeno. Non era un peccato.

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Erofeeva: Un viaggio tra le tradizioni e i sapori italiani
L’uomo dei miei sogni ha lasciato sua moglie per me, ma non avrei mai immaginato come sarebbe andata a finire.