LunaLuna, con il cuore colmo di speranza, si avventurò nella vecchia villa abbandonata, pronta a scoprire il segreto che aveva custodito per generazioni.

Nel vagone di un treno notturno, sulla cuccetta laterale inferiore, sedeva una ragazzina appena diciottenne, fissando silenziosa il paesaggio che scivolava fuori dal finestrino. Si chiamava Fabiola, e una settimana prima aveva appena compiuto gli ultimi due anni di maggiore età. Partiva per andare a trovare la nonna Carla, che abitava in un piccolo paese della Campania. Solo ora, dopo aver superato tutti i cambi di treno, il convoglio la porterà, fra tre giorni, direttamente nella città dove vive la nonna, e per la prima volta lungo il viaggio Fabiola avverte un brivido di paura. E se la nonna Carla non ci fosse più? E se non vivesse più in quella casa? Quando era scappata di corsa dallappartamento della madre, non aveva pensato a queste cose.

***

1995. Domani Fabiola compirà sei anni. La bambina desidera disperatamente una bambola elegante, vestita di velluto bianco, con perline scintillanti nei capelli, che ha chiamato Liza. «Troppo cara», le dice la mamma, «e poi fra un anno dovrai andare a scuola, cosa ti serve una bambola così». Fabiola piange sottovoce, mentre papà e mamma litigano in cucina per i soldi, o meglio, per la loro mancanza. Nonna Carla è seduta sul letto, accarezza la testa di Fabiola e sospira pesantemente.

Il giorno dopo, tornando dallasilo, Fabiola trova una grande scatola avvolta in un nastro rosso, consegnata dalla nonna. La bambina scioglie il nastro, solleva il coperchio e il suo cuore salta un battito, poi vibra furiosamente: Liza la osserva con i suoi occhi azzurri e le ciglia lunghe. Quella sera la mamma litiga prima con la nonna e poi con il papà per quella bambola, ma Fabiola è comunque al settimo cielo.

***

Mentre il treno attraversa campagne e colline, Fabiola sorride ai ricordi, come se la gioia infantile di dodici anni, trapassata dal tempo, avvolgesse nuovamente il suo cuore di calore e pace. La paura dellignoto svanisce. Certo, la nonna Carla è viva! Certo, abita nella stessa città, nella stessa via, nello stesso edificio di tre piani e nello stesso appartamento, il cui indirizzo Fabiola ha strappato alla madre con minacce.

***

Fabiola strappa la mano della madre, implorandola di tornare a casa in fretta: «Liza ci aspetta, e la nonna ha promesso che oggi le faremo un vero lettino con materasso, perché ogni bambola ha il suo letto». La madre stringe il braccio di Fabiola con rabbia. Negli ultimi tempi è sempre più irritata, rimprovera continuamente il padre per non riuscire a guadagnare abbastanza. In quei momenti la nonna alza la voce contro di loro, ma si sente comunque la mamma urlare: «I veri uomini trovano il modo di mantenere la famiglia!». Arrivano davanti alla casa. Fabiola scatta fuori e corre verso lingresso. «Nonna, nonna!», batte contro la porta (la maniglia non cede ancora) «sono io! Sono arrivata!» La nonna apre, la stringe. «Andiamo subito a fare il lettino a Liza», la trascina nella stanza.

***«Strano», pensa Fabiola, ancora fissando il finestrino del treno, ma nella sua mente non più foreste e campi, bensì la bambola nella sua cuccetta. Dodici anni prima, la nonna aveva costruito quel lettino usando una scatola di cartone, cuciva un sacchetto di tessuto, lo riempiva di polistirolo e ovatta, e così otteneva un materasso che si adattava perfettamente.

Fabiola sorride di nuovo, poi aggrotta le sopracciglia. «È strano, ricordo ogni dettaglio della bambola, del suo lettino, dei vestiti che la nonna cuciva su mio ordine, ma non ricordo il volto della nonna. È una macchia luminosa senza linee. I capelli scuri, sempre raccolti in una treccia con una molletta marrone, li ho chiari, ma il volto» sospira a gran voce. Sforza la memoria per vedere la nonna, ma al di là dellacconciatura e delle mani esperte non riesce a richiamare altro. Le mani della nonna, così agili col filo e lago, le sono impresse nella mente.

Al dito mignolo sinistro della nonna cera sempre un sottile anello doro, quello di nozze, che allora non attirava lattenzione della bambina. Invece lanellino con rubino al medio destro le affascinava. Ricorda la nonna dire: «Quando sarai grande, ti darò questo anello, perché ti piace così tanto, e sarà tuo». La bambina desiderava crescere in fretta, chiedendo sempre di provare lanello. La nonna lo mostrava, lo toglieva dal dito e lo porgeva, ma era sempre troppo grande per le sue piccole dita.

«Ragazzina, devo andare a dormire», rompe il ricordo la voce di una donna seduta di fronte. Fabiola sobbalza, si arrampica freneticamente su uno scaffale superiore.

***La porta dingresso dellappartamento è spalancata, unorda di sconosciuti è entrata. Sono lì per il padre, disteso nella grande stanza con gli occhi chiusi. Mamma, nonna e Fabiola piangono perché il padre è morto. Non comprende bene le cause, ma sente il dolore condiviso. Dopo il funerale, madre e nonna parlano a malapena. Fabiola non sa perché il padre sia morto, ma nel suo cuore da bambina è convinta che la colpa sia della madre.

Due enormi valigie occupano il corridoio. Fabiola e la madre partono. La nonna piange. Fabiola promette di tornare spesso, perché non vuole allontanarsi. Quando escono, la nonna esulta: «Fabiola, la bambola è rimasta!». Corre nella stanza, prende un grosso sacco dove, nella sua cuccetta di cartone, giace Liza coperta da una copertina, sopra un altro sacchetto pieno di vestiti.

«Ti rubo la bambola, eh?», sbotta la madre. «Io la porto io stessa», urla disperata Fabiola. «Porti il sacco della spesa», ribatte la madre, strapazzando le mani di Fabiola e passando un sacco con salumi e focaccine. Fabiola piange a dirotto.

«Non piangere, nipotina, ti spedirò Liza per posta», la consola la nonna, le lacrime che le rigano le guance. «Mandami lindirizzo, Fabiola, ti mando la bambola» La porta si chiude. «Mandami lindirizzo, Fabiola», sente Fabiola il pianto della nonna e grida: «Arriverò presto, nonna, lo prometto!»

***Fabiola si sveglia, si asciuga il viso ancora bagnato di lacrime. Il treno ronza sotto il ritmo regolare delle ruote. «Nonna», sussurra, «sto già arrivando». Ora capisce che la nonna Carla non le ha inviato la bambola perché era cattiva o avara, come la madre le aveva detto da piccola, ma perché non sapeva dove spedirla. La madre non aveva mai comunicato il nuovo indirizzo alla nonna; la bambola era stata regalata dalla suocera. Da bambina, Fabiola chiedeva ogni giorno alla madre e alla zia Galia se la bambola fosse arrivata. Quando non arrivava, si offese, pensando che la nonna lavesse «ingannata» e «trascurata».

Fabiola scende con cautela dallo scaffale e si avvicina al vestibolo. Accende una sigaretta. Oscillando al ritmo dei binari, ripensa agli undici anni trascorsi. Il peso nel petto è immenso. Da piccola, la zia Galia non le era mai piaciuta, per quanto sorridente e affettuosa; qualcosa le sembrava sempre falsato. Galia rimproverava spesso la madre, che Fabiola amava. «Odio!», sussurra Fabiola tra i denti, tirando fuori una sigaretta nuova.

Zia Galia trafficava di contrabbando di grappa, che portava di notte in cucina, sfuggendo alle campagne anti-alcol. Non la beveva, se non un bicchierino per lappetito. Insegnava alla madre a gestire la vita, a trovare pretendenti, e la madre, col tempo, finì per ubriacarsi sempre più, forse per colpa indiretta della morte del marito. Quando Fabiola passò alla quinta elementare, Galia ebbe un ictus e morì. La madre impazzì definitivamente, affondando in serate di alcol, feste fino allalba, gruppi di uomini rumorosi. Fabiola fu rimossa e la madre la fece iscrivere a un collegio.

Rimembrarvi quel periodo era impossibile. La vita in collegio non aveva nulla di buono; i rari weekend con la madre portavano solo altra amarezza. Fabiola divenne ribelle, indifferente a tutto. Dopo il collegio tornò dalla madre, ormai divenuta unalcolista.

Il futuro di Fabiola sembrava oscuro, ma due settimane fa sognò la nonna Carla. Nel sogno la nonna, con voce triste, le diceva: «Fabiola, guarda quanti vestiti ho cucito per Liza. Perché non vieni a giocare?» «Sono qui, nonna», risponde la ragazza, felice. Giocarono a mamma e figlia, Fabiola mise a letto la bambola, la nonna ricamò un nuovo vestito. Quella mattina Fabiola si svegliò con un nodo alla gola, una strana tristezza, ma anche una gioia silenziosa, come se un ricordo luminoso fosse tornato a brillare.

La nonna appariva ogni notte nei suoi sogni; al quinto giorno la psiche di Fabiola cedette: si alzò al mattino e pianse a dirotto, come un fiume in piena. «Se ti appare la mamma, vuol dire che pensa a te, ti sente la mancanza e tornerà a prenderti», le avevano detto le ragazze del collegio. Allora Fabiola decise di andare da nonna, perché voleva credere che la nonna la stesse aspettando e amava.

Con la voce rotta dalla rabbia, Fabiola strappò dalla madre ubriaca lindirizzo di nonna, scoprendo anche il motivo per cui erano fuggite. «Sono colpa mia, ho spinto tuo padre nella banda» confessò la madre, tra lacrime di vino. «Odio!!!», urlò Fabiola.

E così, sul treno che correva per migliaia di chilometri, Fabiola temeva ancora: temeva che la nonna non fosse più viva. Cercava di non pensare, ma più si avvicinava allultima fermata, più il terrore le stringeva il cuore.

***

Il treno si arrestò per lultima volta. Fabiola scese su un binario sconosciuto. Un taxi sarebbe stato più semplice, ma i pochi euro che aveva raccolto con mille stratagemmi erano quasi finiti. Chiedendo indicazioni, salì su un autobus che lavrebbe portata nella via giusta. Arrivò davanti a una casa che non ricordava, un edificio estraneo. Salì al terzo piano, il cuore battente, la bocca secca, davanti a una porta in legno scuro con maniglia metallica. Premette il pulsante del campanello con mano tremante. Silenzio. Un altro silenzio. Nessun suono.

«Certo, la nonna forse non vive più qui, forse neanche più esiste», pensò, con la voglia di piangere che le attanagliava la gola. Senza pensarci, afferrò la maniglia e la porta si spalancò. Entrò nella hall: «Cè qualcuno?», chiamò con voce rotta. «Mara?», si sentì rispondere da una stanza lontana. Fabiola si avvicinò al suono.

Sul letto cera una piccola anziana, indurita dal tempo, accanto a una sedia con medicine, un piatto e una tazza. «Chi siete? Una nuova sorellina?», chiese lanziana, fissando Fabiola.

Fabiola rimase senza parole. Il volto della nonna non era più quello dei suoi ricordi, ma limmagine della bambina era viva. Lanziana si agitò, il viso si fece rosso, le mani si aggrapparono al letto, le lacrime scivolarono: «Fabiola sei venuta». «Nonna!», cadde in ginocchio, afferrò le mani rugose, le avvolse al volto e piangeva a dirotto. «Mi sono ammalata un po, non pensavo di rivederti ti ho sempre aspettata, Fabiola guarda quanti vestiti ho cucito per Liza sei già grande e non giocherai più con le bambole»

Fabiola girò lo sguardo verso la parete opposta. Riconobbe subito il suo piccolo letto dinfanzia, coperto da una coperta familiare, dove la bambola Liza la osservava con i suoi occhi di vetro azzurro. «Sarò, sarò», singhiozzava.

***

Dieci anni dopo, Fabiola è diplomata come pasticcera, lavora in una piccola panetteria artigianale. È sposata e ha una bambina di tre anni, Caterina, in onore della nonna. La nonna è guarita, si sente meglio e adora giocare a mamma e figlia con la piccola, vestendo e mettendo a letto Liza, che ormai ha più vestiti di quanti ne possa indossare. Non la madre, che ha scomparso nei ricordi di quegli undici anni di dolore, Fabiola non la evoca più, cancellata per sempre dalla sua memoria.

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LunaLuna, con il cuore colmo di speranza, si avventurò nella vecchia villa abbandonata, pronta a scoprire il segreto che aveva custodito per generazioni.
Un anno intero a dare soldi ai figli per pagare un mutuo! Non darò più neanche un euro in più!