Tensione nella classe Business. I passeggeri lanciavano sguardi ostili all’anziana non appena prendeva il suo posto. Tuttavia, il capitano dell’aereo le si rivolse comunque verso la fine del volo.

Unatmosfera densa di tensione avvolgeva la cabina di classe business, come una nebbia di velluto che si attorciglia intorno ai soffitti. I passeggeri lanciavano sguardi taglienti alla vecchia signora che, appena si era accomodata, sembrava un albero secolare che si radica in un suolo di meraviglie. Verso la fine del volo, il capitano, con voce di vento dalta quota, la rivolse ancora una volta.

Loredana, la nonnina, si sistemò sul suo sedile con lentusiasmo di una bambina che scoprisse per la prima volta i colori del tramonto. Improvvisamente esplose una discussione

Non voglio sedermi accanto a lei! tuonò un uomo di circa quarantanni, con gli occhi che scrutavano il suo vestito semplice come se fossero lenti dingrandimento, rivolgendosi al personale di volo.

Luomo si chiamava Vincenzo Bianchi, e non celava né il suo disappunto né il suo sguardo critico.

Mi scusi, signore, ma il posto è assegnato a quella passeggera. Non possiamo spostare il biglietto rispose la hostess con la calma di chi guida un treno sul ponte di un sogno, mentre Vincenzo continuava a scrutare Loredana con sguardo di ghiaccio.

Questi posti costano troppo per gente come lei spettegolò con una punta di sarcasmo, girandosi come se cercasse un pubblico invisibile.

Loredana rimase in silenzio, ma dentro di sé sentiva il cuore stringersi. Indossava il suo miglior abito: semplice, ma curato, lunico adatto a un evento di tale importanza.

Alcuni passeggeri si scambiarono sguardi, alcuni annuirono a Vincenzo. Poi, la nonna alzò lentamente la mano, come se volesse afferrare un filo di nuvola, e parlò con voce tremante:

Va bene se cè posto in classe economica, mi sposto. Ho risparmiato tutta la vita per questo volo e non voglio essere un ostacolo.

Loredana aveva ottantacinque anni, e quello era il suo primo viaggio in aereo. Il percorso da Napoli a Roma era diventato per lei un labirinto di corridoi infiniti, di terminal che giravano in spire e di attese che non trovavano mai fine. Un dipendente dellaeroporto la accompagnava, come un guardiano di sogni, per non farla perdere.

A pochi minuti dal decollo, la realtà si fece più cruda:

Mi scusi, signora, ma ha pagato questo biglietto e ha tutto il diritto di stare qui. Non permetta a nessuno di toglierle il posto affermò la hostess, fissando Vincenzo con occhi di ghiaccio, poi aggiunse freddamente: Se non si calma, chiamo la sicurezza.

Vincenzo si chiuse in un silenzio minaccioso, sbuffando.

Laereo si sollevò verso il cielo, le ali sfioravano le nuvole che parevano zucchero filato. Loredana, presa dallemozione, lasciò cadere la borsa; in un attimo di apparente mutismo, Vincenzo la aiutò a raccogliere gli oggetti, senza dire una parola. Quando le restituì la borsa, il suo sguardo si fermò su un medaglione decorato da una pietra rosso scarlatto:

Che bel medaglione commentò. È forse un rubino? Conosco un po di antichità; non è un oggetto economico.

Loredana sorrise dolcemente.

Non so quanto valga è un dono di mio padre a mia madre, poco prima che partisse per la guerra e non tornò più. Mia madre me lo ha lasciato quando compresi dieci anni.

Aprì il coperchio del medaglione e vi trovò due vecchie fotografie: una mostrava una giovane coppia, laltra un ragazzino sorridente al mondo.

Sono i miei genitori sussurrò. E qui cè mio figlio.

Vincenzo, incuriosito, chiedé: Vola verso di lui?

No rispose Loredana, abbassando lo sguardo. Lho affidato a un orfanotrofio quando era appena nato. Allora non avevo né marito né lavoro. Non potevo dargli una vita digna. Ho scoperto la sua identità con un test del DNA. Gli ho scritto, ma ha risposto che non vuole più conoscermi. Oggi è il suo compleanno; volevo solo stare vicino a lui, anche solo per un minuto.

Vincenzo rimase sbalordito.

Allora perché volare?

Allora la vecchia donna sorrise debolmente, i suoi occhi scintillavano di amarezza:

Lui è il comandante del volo. È lunico modo per avvicinarmi a lui, anche solo con uno sguardo.

Vincenzo si ritirò, il suo volto era coperto da una coltre di vergogna.

La hostess, dopo aver udito tutto, si ritirò silenziosa verso la cabina di pilotaggio. Dopo qualche minuto, la voce del comandante ruppe il silenzio:

Cari passeggeri, tra poco atterreremo allaeroporto di Fiumicino. Prima però devo rivolgere una parola a una signora speciale a bordo. Mamma per favore, resti con noi dopo latterraggio. Vorrei rivederla.

Loredana rimase immobile, le lacrime le scivolavano lungo le guance come gocce di rugiada su una foglia. Un silenzio ovattato avvolse la cabina, poi qualcuno iniziò a battere le mani, altri sorridevano tra le lacrime.

Quando laereo toccò terra, il comandante infranse le regole: uscì di corsa dalla cabina dei comandi, con gli occhi pieni di lacrime, e si lanciò tra le braccia di Loredana, stringendola così stretta da voler riavvolgere gli anni perduti.

Grazie, mamma, per tutto quello che hai fatto per me sussurrò, avvolgendola in un abbraccio che sembrava fondere il tempo.

Loredana, sopraffatta, singhiozzò:

Non cè nulla da perdonare. Ti ho sempre amato

Vincenzo, in disparte, abbassò la testa. Il suo vergognoso sguardo rivelava che, dietro i vestiti logori e le rughe, si celava una storia di sacrificio e damore incommensurabile.

Non era solo un volo. Era lincontro di due cuori, separati dal tempo, ma capaci di ritrovarsi in un sogno che si svolgeva tra le nuvole.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 × 4 =

Tensione nella classe Business. I passeggeri lanciavano sguardi ostili all’anziana non appena prendeva il suo posto. Tuttavia, il capitano dell’aereo le si rivolse comunque verso la fine del volo.
Una volta al mese Nina Sergieva stringeva al petto il sacchetto della spazzatura e si fermò davanti alla bacheca degli avvisi vicino all’ascensore. Su un foglio a quadretti, fissato con le puntine, era scritto a grandi lettere: «Una volta al mese — a un vicino». Sotto — date e cognomi, e nell’angolo la firma: «Sergio, int. 34». Accanto qualcuno aveva già aggiunto con la penna: «Servono 2 persone sabato, aiuto con scatoloni». Nina Sergieva lesse meccanicamente due volte e provò irritazione, come per una voce sconosciuta nel corridoio. Erano dieci anni che abitava in quel palazzo e conosceva la regola: ci si saluta se ci si incrocia alla porta, poi ognuno per sé. A volte un rapido «sa dove trovare l’elettricista?», altre, «mi passa per favore la bolletta». Ma programmi di aiuto, cognomi, puntine… Le ricordava le riunioni di quando lavorava, dove tutti facevano finta di essere “una squadra”, poi ciascuno pensava per sé. Vicino al cassonetto incontrò Valeria del quinto piano, che portava sempre due sacchetti, come se temesse che uno si rompesse. — Ha visto? — Valeria accennò alla bacheca. — Sergio ha avuto l’idea. Dice che così è più semplice. Non va ognuno per conto suo, si fa insieme. — Insieme, — ripeté Nina Sergieva, cercando di mantenere la voce neutra. — E se uno non vuole stare insieme? Valeria alzò le spalle. — Beh… nessuno obbliga. Serve solo che qualcuno ci sia quando occorre. Nina Sergieva uscì nel cortile pensando già a come avrebbe discusso mentalmente con Sergio dell’int. 34. «Quando occorre» — che vuol dire? Chi decide cosa è necessario? E perché deve riguardare tutti? Sabato mattina sentì rumori e voci nell’androne. Attraverso la porta arrivavano «Attenzione, l’angolo!» e «Tieni l’ascensore». Stava in cucina, con lo straccio bagnato tra le mani, incapace di non ascoltare. Immaginava i volti conosciuti solo di sfuggita trasportare scatoloni e un divano, qualcuno che dirige, qualcuno che borbotta. Le dava fastidio che stessero vedendo la vita altrui tra le scatole di cartone, e insieme provava una strana invidia: loro erano stati invitati. Dopo un’ora tutto fu quieto. La sera, tornando dal supermercato, vide una pila di scatole vuote davanti al portone e del nastro adesivo sulla panchina. Sergio, alto e stanco, raccoglieva la spazzatura nel sacco. — Buonasera, — disse, come se fossero vecchi amici. — Vi abbiamo disturbato? — No, — rispose Nina Sergieva. — Solo un po’ di rumore. — Capisco. Abbiamo cercato di finire entro pranzo. Tania del secondo piano trasloca, è sola con il bambino. Beh, sola… — fece un gesto. — Se serve qualcosa, scriva pure in bacheca. Non solo traslochi. Per qualsiasi sciocchezza. La parola «sciocchezza» suonò così naturale che Nina Sergieva non trovò motivo per contraddirlo. Non insisteva, non chiedeva. Disse la sua e continuò a legare il sacco. Nei giorni successivi la bacheca prese vita. Nina Sergieva ci passava davanti e notava sempre nuovi messaggi. «A Pietrovia del 19 — medicine, dopo l’operazione, chi può andare in farmacia». «Da avvitare la mensola al 27, ho il trapano». «Raccolta di 200 euro per il citofono, chi non ha il resto — dopo». Le grafie diversissime: qualcuno ordinato, qualcuno nervoso e pesante. Lei non scrisse nulla. Pensava fosse giusto non immischiarsi. Ma osservava. Una sera rientrando dal lavoro trovò una ragazzina del palazzo accanto che piangeva presso l’ascensore, il viso nel collo della felpa. Valeria le teneva una mano sulla spalla e le parlava piano: — Dai, non piangere. Troviamo qualcosa. Sergio ha detto che ce l’ha lui. — Che succede? — chiese Nina Sergieva, anche se avrebbe potuto tirare dritto. Valeria la guardò come se avesse capito che Nina Sergieva non era una che ride delle disgrazie. — La nonna ha la pressione alta, sono finite le pillole e la farmacia è chiusa. Sergio porta le sue, almeno fino a domani. Nina Sergieva annuì e una volta a casa non riuscì a togliersi il cappotto per un po’. Pensava a quanto fosse semplice per Valeria dire «troviamo». Non «chiamino il 118», né «non è affare nostro», proprio «troviamo». E che Sergio desse anche le proprie pillole senza chiedere la restituzione. Qualche giorno dopo scoppiò una piccola polemica. Qualcuno aggiunse sotto all’avviso del citofono: «Sempre a chiedere soldi. Chi lo vuole, lo mette da solo». La firma illeggibile, senza cognome. Due donne litigavano all’ascensore. — È quella del terzo, conosco la scrittura, — sibilò una. — Cosa ne sai? — ribatté l’altra. — La gente ha la pensione, sempre questi 200 euro… Nina Sergieva passò oltre, sentendo crescere la solita sensazione: ecco il gruppo. Inizieranno a calcolare chi deve cosa, chi “non dà”, chi “si approfitta”. Avrebbe voluto che finisse tutto e la bacheca tornasse agli avvisi per l’idraulico. Ma la sera vide Sergio alla bacheca. Con calma rimosse il foglio con la postilla, lo piegò e lo mise in tasca. Affisse uno nuovo, pulito, e scrisse: «Citofono. Chi può — contribuisce. Chi non può — non contribuisce. L’importante è che funzioni. Sergio». Fine. Nina Sergieva si accorse di rispettarlo per quel “fine”. Senza prediche, senza minacce. Solo il confine. Intanto la sua vita iniziava a cigolare come la porta del pianerottolo mai oliata. Prima una sciocchezza: il tubo del rubinetto che perdeva. Metteva il catino, stringeva il dado, puliva. Poi in ufficio niente premio, la capa che non l’ha neanche guardata negli occhi: «Ora è così. Pazienti». Nina Sergieva era paziente. Sapeva esserlo. Inizio mese, la schiena a pezzi. Non da chiamare il 118, ma tanto che al mattino restava seduta sul letto, finché il dolore non passava. Comprò la pomata, scaldava la zona con la sciarpa, non disse nulla a nessuno. Lamentarsi portava alle chiacchiere, e le chiacchiere alla compassione. La sera rientrando con la spesa sentì uno strano rumore, come uno sfregamento: la porta d’ingresso, la serratura inceppata. Forzò il tasto, il chiavistello cedette con un crac. Un senso di disagio immediato. Tolse le scarpe, appoggiò il sacchetto, prese il cacciavite dal cassetto e provò ad aprire la serratura. Le mani tremavano dalla stanchezza, la schiena tirava. Intorno silenzio, che diventava improvvisamente pesante. Il giorno dopo la porta si bloccò del tutto. Rientrò tardi, con borsa e cartella, non riusciva ad aprire. Restò sul pianerottolo, la fronte contro il metallo freddo, cercando di non farsi prendere dal panico. Pensava: “Fabbro. Chiavi. Soldi. Notte”. Chiamò l’assistenza, dissero di aspettare due ore. Due ore sulle scale erano umilianti, più per il senso di impotenza che per i vicini. Si sedette, guardando le mani aride e screpolate dai detersivi. Le mani abituate a farcela sempre. L’ascensore si aprì, uscì Sergio. La vide subito. — Nina Sergieva? — domandò, come per accertarsi. Lei alzò lo sguardo arrossendo. — La serratura, — disse. — Sto aspettando il tecnico. — Tanto? — Hanno detto due ore. Sergio guardò la porta, poi la sua borsa. — Ho la valigetta. Posso provare, mentre aspettiamo. Se non funziona, almeno vediamo com’è messa. Non le dispiace? “Non le dispiace” era importante. Non disse “lasci fare”, né “che ci fa seduta qui”. Chiese. Nina Sergieva avrebbe voluto dire “grazie, non serve”. Era la via più semplice e sicura. Ma la schiena bruciava, il telefono quasi scarico e l’idea di due ore lì era insopportabile. — Provi, — disse, stupita dalla fermezza della voce. Sergio tornò con una cassetta degli attrezzi. La mise a terra, stese una pagina di giornale: per non sporcare. Ordine, rispetto. — Non sono fabbro, — precisò. — Ma di serrature me ne intendo. Tolta la placca, gli ingranaggi sistemati nella scatoletta. Nina Sergieva seduta, borsa in mano, si sentiva strana: la sua vita improvvisamente diventata spazio comune, e forse non era male. — Qui la cilindrata è consumata, — disse Sergio. — Si può ungere intanto, ma meglio cambiare. Ha una chiave di riserva? — No, — rispose lei. — Non ci ho pensato… Sergio annuì, senza commentare. Dopo dieci minuti la porta cedette. Non subito, ma cedette. Nina entrò, accese la luce, sentì la tensione svanire. Si voltò. — Grazie, — disse. E aggiunse, per non chiudere la conversazione: — Solo… non vorrei che tutto il palazzo lo sapesse. Sergio alzò lo sguardo. — Capisco. Non lo dico a nessuno. Ma la serratura va cambiata. Se vuole, domani le passo il contatto di un bravo tecnico. Sa lavorare, niente chiacchiere. Nina annuì. Le importava che non avesse suggerito “facciamo tutti insieme”. Aveva offerto qualcosa di concreto, discreto. Quando lui uscì, chiuse la porta con la spranga e rimase lì, ascoltando il frigorifero. Sentiva insieme voglia di piangere e di sorridere: l’aiuto non la faceva sentire compatita. Era come uno strumento, dato perché hai le mani occupate. Il giorno dopo chiamò il tecnico consigliato. Venuto di sera, smontò la serratura, mostrò il pezzo logorato, ne mise uno nuovo. Due chiavi, una nel portachiavi in alto, segnata “di riserva”. Un piccolo riconoscimento: a volte non si riesce da soli. Settimana dopo, nuovo avviso in bacheca: «Sabato aiuto a Pietrovia del 19 con spesa e farmaci, dopo l’ospedale fa fatica. Servono 2 persone alle 11». Nina lesse e capì di potercela fare. Sabato uscì in anticipo. Nella borsa due pacchi di biscotti e un tè. Non per elemosina, ma come pretesto per entrare senza mani vuote. Sul pianerottolo la aspettava già Sergio. — Anche lei? — chiese, non sorpreso, ma per conferma. — Sì, — disse Nina. — Però faccio le cose leggere. E basta discorsi sulla salute, ok? Sentì quanto era chiaro: non una giustificazione, né una richiesta “se possibile”, una condizione. — Intesi, — rispose Sergio. Salirono da Pietrovia. Aprì un uomo anziano in maglione, volto pallido. Provò a sorridere. — Ecco la commissione, — disse. — Niente commissione, — tagliò Nina, porgendogli la borsa. — Le abbiamo portato la spesa. C’è anche tè e biscotti. Pietrovia prese il pacco con tutte e due le mani, come temendo di farlo cadere. — Grazie. Avrei fatto da solo… solo le gambe… — Lasci perdere il “avrei”, — lo interruppe Sergio con gentilezza. — Dica solo dove mettere tutto. Andarono in cucina. Nina sistemò i pacchi sul tavolo, scorse la lista di farmaci e la scatola vuota delle pillole. Non chiese niente. Soltanto: — Vuole che butti la spazzatura? — Se non le dispiace, — disse Pietrovia, imbarazzato. Lei prese il sacchetto, lo chiuse e portò fuori. Rientrando, si accorse che la schiena quasi non faceva più male. Non per il dolore, ma per una sensazione interna più leggera. All’uscita Pietrovia tentò di offrire soldi a Sergio. — No, — disse Sergio. — Allora almeno… — Pietrovia guardò Nina. — Passi quando serve. Non mordo. Nina annuì. — Se serve, veniamo. E niente eroismi. Scriva in bacheca se le occorre qualcosa. Mentre lo diceva, sentiva crescere in petto la certezza di poter parlare come Sergio. Non dall’alto, né dal basso: affiancati. La sera si fermò alla bacheca. Vicino c’erano una scatoletta di puntine e un bloc-notes. Escrisse con calma: «Int. 46. Nina Sergieva. Se serve: posso andare in farmacia o ritirare un pacco dopo le 19 nei feriali. Niente pesi». Fissò il foglio e rimise la penna in borsa. A casa mise il bollitore su, prese la chiave di riserva e la inserì in una busta, scrivendo sopra il numero di Sergio e mettendola nel cassetto all’ingresso. Non come segno di dipendenza, ma come assicurazione concessa a sé stessa. Quando nel corridoio si sentì chiudere una porta e passi, Nina Sergieva non trasalì. Spense il fornello, versò il tè e pensò che “una volta al mese” non significa folla. Vuol dire che si può non reggere tutto da soli, se accanto c’è qualcuno.