Eleonora Bianchi sta davanti al fornello, mescolando una zuppa di legumi, quando il marito Sergio entra in cucina e le lascia sul tavolo un invito.
È il ricordo del cinquantesimo anniversario della scuola, dice Sergio, senza staccare lo sguardo dal cellulare. Sabato.
Eleonora prende linvito. Trentacinque anni dalla fine del liceo. Una cartolina elegante con lettere doro.
Ci andrai? le chiede, asciugandosi le mani sul grembiule.
Certo. Ma devi almeno vestirti bene, non puoi andare in maglione vecchio. Non far vergognare la famiglia.
Le parole la colpiscono. Eleonora si blocca, il mestolo ancora in mano. Sergio si dirige verso la porta, quando i figli Matteo e Davide irrompono nella cucina.
Mamma, cosè questo? prende Matteo la cartolina.
È il raduno dei compagni, risponde Eleonora a bassa voce.
Che bello! E ci andrai in quel tuo pigiama da sempre? ride Davide.
Non prendete in giro la mamma, interviene la suocera Rosa, che entra con laria di chi ha sempre un consiglio pronto. Devi solo curare un po il tuo aspetto. Una tinta, un vestito decente. Devi stare bene.
Eleonora annuisce in silenzio e torna al fornello. Il petto le brucia, ma non mostra segni di debolezza. Dopo ventisei anni di matrimonio ha imparato a nascondere il risentimento in fondo.
Cena pronta, annuncia tra mezzora.
Tutta la famiglia si siede al tavolo. Il minestrone è perfetto, con quel tocco di acidità che piace, carne di manzo tenera e un trito di prezzemolo fresco. Accanto, pane appena sfornato e tortelle di ricotta e spinaci.
Buono, mormora Sergio tra due cucchiai.
Come sempre, aggiunge Rosa. Almeno sai cucinare.
Eleonora ne assume qualche cucchiaiata e si alza per lavare i piatti. Nel riflesso dello specchio sopra il lavandino vede il volto stanco di una donna di quarantotto anni: ciocche grigie, rughe attorno agli occhi, sguardo spento. Quando è diventata così?
Sabato mattina si alza allalba. Prima deve preparare i piatti da portare al raduno, perché ognuno deve contribuire. Decide di fare più cose: una zuppa di pesce alla triestina, una insalata di aringa sotto copertura, focaccine di carne e di cavolo, e per dessert una panna cotta al miele.
Le mani sanno già cosa fare: tagliare, mescolare, infornare, decorare. In cucina trova la sua pace, è lunica dove nessuno la critica.
Accidenti, quanta roba hai preparato, commenta Matteo, scendendo alle undici.
Per il raduno, risponde brevemente la madre.
Hai comprato qualcosa di nuovo per te?
Eleonora guarda lunico vestito nero elegante appeso alla sedia.
Basta, andrà bene.
Alle due del pomeriggio tutto è pronto. Si cambia, si trucca e indossa anche gli orecchini che Sergio le ha regalato per il decimo anniversario di matrimonio.
Stai benina, giudica il marito. Partiamo.
La villa di Silvana Conti è imponente. La vecchia compagna di scuola, sposata con un uomo daffari, accoglie gli ospiti in un palazzo con piscina e campo da tennis.
Eleonora! la abbraccia Silvana. Non sei cambiata per niente! Cosa hai portato?
Un po di cose, Eleonora depone le scatole sul tavolo.
Alcuni hanno fatto fortuna, altri invecchiato, ma tutti si riconoscono ancora. Eleonora osserva da un angolo mentre i compagni raccontano i successi delle loro vite.
Ragazzi, chi ha fatto questa zuppa di pesce? chiede a gran voce Vittorio, ex capoclasse. È un capolavoro!
È Eleonora, indica Silvana.
Leni! si avvicina un uomo basso dagli occhi gentili. Ricordi di me? Paolo Marchetti, seduto al terzo banco.
Paolo! Certo che ti ricordo, esclama felice.
Sei tu la cuoca? Che bontà! Quei panini Non ho mai assaggiato nulla di più buono.
Grazie, arrossisce Eleonora.
No, sul serio. Vivo da dieci anni a Lubiana, dove la cucina slava è molto amata, ma non ho mai trovato una zuppa così buona. Sei cuoca di professione?
No, solo casalinga.
Solo? scuote la testa Paolo. Hai vero talento.
Per tutta la serata la gente si avvicina a Eleonora, chiede ricette, loda i piatti. Si sente importante, utile, per la prima volta dopo molti anni.
Sergio, intanto, parla del suo garage, lanciando occhiate curiose a Eleonora, chiedendosi da dove venga quella popolarità.
Il lunedì inizia come al solito: colazione, pulizie, bucato. Eleonora stira le camicie dei figli quando squilla il telefono.
Pronto?
Eleonora? Sono Paolo, ci siamo visti sabato.
Ciao, Paolo, risponde sorpresa.
Ascolta, ho una proposta di lavoro. Possiamo incontrarci? Parlare?
Di che cosa?
Di un ristorante di cucina italiana a Zagreb. Cerco un coordinatore, qualcuno con gusto, capace di formare i cuochi e di creare il menù. Buono stipendio, più partecipazione agli utili.
Eleonora si siede, il cuore batte forte.
Paolo, non so cosa dire
Riflettici. Chiamami domani, va bene?
Passa il giorno in una nebbia. Un ristorante a Zagabria? Lei, una casalinga semplice?
A cena tenta di spiegare alla famiglia.
Ragazzi, mi hanno offerto un lavoro
Che lavoro? sbuffa Davide. Non sai fare altro che cucinare.
Proprio per cucinare, a Zagabria, in un ristorante.
Zagabria? replica Sergio. Che scherzo è questo?
Mamma, quanti anni hai? Quarantotto?
E poi, interviene Rosa, chi si occuperà di casa? Dovrai continuare a cucinare?
Forse è solo uno scherzo, alza le spalle Sergio.
Eleonora tace. Forse hanno ragione? Forse è una burla?
Il giorno dopo la discussione ricomincia a colazione. Sergio la osserva critico.
Hai cambiato qualcosa, osserva. Dovresti fare sport.
Papà, non venire al mio ballo di laurea, ok? dice Davide, spalmando il burro sul pane.
Perché? chiede Eleonora, sorpresa.
Perché tutti i genitori sono alla moda, tu sembri fuori tempo.
Davide ha ragione, conferma Matteo. Non ti arrabbiare, è solo per evitare che gli altri parlino di noi.
Rosa annuisce:
È vero, bisogna curarsi. Le donne di oggi devono restare belle fino alla vechiezza.
Eleonora si alza e va in camera. Con le mani tremanti chiama Paolo.
Paolo? Sono Eleonora. Accetto.
Sul serio? la voce è piena di gioia. Ben fatto! Ma ti avviso: il lavoro è duro, tante responsabilità, dovrai lavorare tanto, prendere decisioni. Sei pronta?
Pronta, risponde ferma. Quando cominciamo?
Tra un mese. Sistemiamo i documenti, il visto. Ti aiuto.
Il mese vola. Eleonora prepara i documenti, studia lo sloveno, scrive il menù per il futuro ristorante. La famiglia resta scettica, pensa sia solo una fase passeggera.
Vedrà, tra un paio di mesi capirà che è meglio a casa, dice Sergio agli amici.
Limportante è non perdere denaro, ribatte Rosa.
I figli non prendono sul serio i suoi progetti. Per loro la madre è solo chi cucina, lava e pulisce. Che cosa può fare in un altro paese?
Il giorno della partenza, Eleonora si alza presto, prepara le provviste per una settimana, lascia note per il bucato e le pulizie. Parte da sola in auto, tutti sono occupati.
Ci sentiamo, borbotta Sergio al volo.
Zagabria la accoglie sotto la pioggia e con odori nuovi. Paolo laspetta allaeroporto con un bouquet di fiori e un sorriso largo.
Benvenuta nella nuova vita, le dice, stringendola.
I mesi successivi scorrono veloci. Eleonora si occupa di assumere personale, di definire il menù. Scopre di saper gestire, pianificare, prendere decisioni, oltre a cucinare.
I primi clienti arrivano dopo tre mesi. Il locale è pieno, la gente fa la fila. Minestrone, zuppa di pesce, ravioli, tiramisù spariscono in un attimo.
Hai le mani doro, dice Paolo. E la testa lucida. Abbiamo creato qualcosa di speciale.
Eleonora guarda i volti soddisfatti, sente i complimenti e capisce di aver trovato se stessa. A quarantotto anni ricomincia a vivere.
Dopo sei mesi, Sergio chiama.
Eleonora, come va? Quando torni a casa?
Tutto bene, lavoro.
Quando torni? Non ce la facciamo più.
Assumete una colf.
Quanto paghereste?
Come quelli che ho pagato per ventisei anni.
Cosa intendi?
Niente di speciale. Sono stata una collaboratrice gratuita per la famiglia finché non ho deciso di partire per un lavoro vero.
Il silenzio cala nella chiamata.
Elena, possiamo parlare senza rancori? insinua Sergio.
Non porto rancore, vivo. È la prima volta che vivo per me.
I figli non riescono a capire come una madre possa improvvisamente diventare indipendente, di successo, utile a se stessa.
Mamma, smettila di fare la manager, dice Matteo. Senza di te la casa cade.
Imparate a farvi da soli, risponde Eleonora. Avete già venticinque anni.
Sergio non oppone resistenza al divorzio; è solo una formalità per riconoscere ciò che è già successo.
Un anno dopo, il ristorante Milano è tra i più amati di Zagabria. Eleonora riceve offerte da investitori per aprire una catena, è invitata a programmi televisivi di cucina, i critici gastronomici la elogiano.
Una donna italiana che ha conquistato Zagabria, legge sul giornale locale.
Paolo le propone di sposarsi nel giorno dellanniversario del ristorante. Eleonora ci pensa a lungo prima di dire sì. Non è per mancanza di fiducia, è perché vuole rimanere libera.
Non cuinerò per te tutti i giorni né laverò le tue camicie, le dice.
Il giorno successivo, il ristorante festeggia di nuovo e Sergio arriva con i figli. Vedono la donna sicura in completo business, ricevere applausi da celebrità locali, e rimangono senza parole.
Mamma, sei cambiata, balbetta Davide.
Sei diventata bella, aggiunge Matteo.
Sono me stessa, afferma Eleonora.
Sergio passa la serata in silenzio, lanciando sguardi stupiti a una ex moglie che ora è una leader. Quando gli ospiti se ne vanno, si avvicina a lei.
Scusami, Eleonora. Non ti ho capito
Cosa?
Che sei una persona, con talenti, sogni, bisogni. Ti consideravo solo parte della casa.
Eleonora annuisce. Non cè rabbia, solo tristezza per gli anni sprecati.
Possiamo ricominciare? prova lui.
No, Sergio. Ho una vita diversa ora.
Oggi Eleonora ha cinquantanni. Gestisce una catena di ristoranti, conduce un programma culinario in televisione, ha pubblicato un bestseller di ricette. È sposata con un uomo che la rispetta per quello che è, non per quello che fa in casa.
Ogni tanto i figli la chiamano, raccontano di essere cresciuti, di essere orgogliosi di lei, di volerla visitare. Lei li ascolta, ma non si sente più in colpa per vivere per sé stessa.
A volte è nella cucina del suo ristorante di punta, osserva i cuochi che preparano i suoi piatti, e pensa: «E se non avessi accettato? E se fossi rimasta in pigiama?»
Scaccia subito il pensiero. La vita non offre secondi chance a tutti. Lei è stata fortunata e le ha colte.
A quarantotto anni ricominciare è spaventoso, ma è lunico modo per scoprire davvero chi sei.







