Martina, dobbiamo partire. Non possiamo restare. Non c’è nulla da fare. Lui è rimasto con noi solo per poco tempo. Non piangere, ti comprerò un altro cane, molto migliore di questo. Promesso! – disse Alessio, guardando il pavimento.

Ricordo ancora quella sera, quando la mia giornata di lavoro si era prolungata fino a notte fonda: il progetto richiedeva lultimo ritocco e il tempo era scivolato via senza che me ne accorgessi. Rientrata a casa, Milano era già avvolta dalloscurità invernale e una leggera neve cadeva silenziosa dal cielo. Esausta dopo una giornata intensa, sistemai in fretta le faccende domestiche e mi avvicinai alla finestra del secondo piano. Rimasi a osservare, in silenzio, i rami degli alberi vicini che si vestivano di soffici cuscini di neve.

Da sempre amavo linverno, soprattutto quelle serate in cui la neve scende lenta e leggera, come piume bianche che fluttuano nellaria. In quei momenti tutto sembrava incantato, come uscito da una fiaba.

dicembre i festeggiamenti di cui sognavo da bambina sono ormai alle porte, viaggi, gioia che bellezza pensai, sorridendo tra i miei pensieri. Il marito, Marco, dormiva già: doveva alzarsi prima di me, il suo lavoro richiedeva una partenza anticipata. Spensi la luce e mi avviai verso il letto, sperando di recuperare un po di forze per il nuovo giorno di tensione che mi aspettava.

Stava per cedere al sonno quando il segnale dellauto mi risvegliò. Lallarme della mia vettura si era attivato. Presi il portachiavi, mi avvicinai alla finestra: tutto sembrava tranquillo, lauto ferma al suo posto, accanto alle macchine dei vicini, nessuno in vista, solo la neve. Disattivai lallarme, rimasi un attimo a fissare la scena, poi tornai a letto. Dopo qualche minuto il segnale si ripeté.

Allarmata, afferrai il telefono, il portachiavi e, sovrapponendo una giacca sopra il pigiama, scesi in giù. Nei pressi dellauto non cera anima viva, ma nella fresca neve fresca si intravedeva una lunga traccia increspata, come se qualcosa fosse stato trascinato, e accanto a essa cerano segni di zampe.

La traccia conduceva proprio sotto lauto. Disattivai di nuovo lallarme. I vicini cominciarono a sbirciare dalle finestre al frastuono. Il cellulare squillò: era Marco, appena svegliatosi, che mi osservava dalla finestra. Che succede? Sto scendendo subito! disse, affrettandosi a vestirsi.

Quando Marco arrivò, gli mostrai le tracce. Si accucciò, accese la torcia del telefono e guardò sotto il cofano. Cè qualcosa lì, sembra una bestia, gli occhi brillano. Il motore è ancora caldo, sembra che si stia riscaldando lì. Ho bisogno di guanti, lo tireremo fuori. mi ordinò, e si ritirò rapidamente.

Ritornò con i guanti e un pezzo di fegato arrostito, cercando di attirare lospite inatteso. Ma lanimale si ritrasse timidamente, senza osare uscire. Io, più avvolta nel mio cappotto, decisi di aiutare. Mi inginocchiai nella neve, stesi una mano con il bocconcino e chiamai dolcemente: Vieni, piccolino buono vieni da me

Un flebile guaito si udì sotto lauto. Era chiaro: lì si nascondeva un cane. Pian piano il piccolo animale si avvicinò, finché non ne vidi lintero aspetto: un cucciolo bagnato, tremante e ricoperto di pelo ispido, quasi una nuvola di rami intrecciati, gli occhi quasi chiusi da ciocche spettinate.

Senza ascoltare le proteste di Marco, lo presi in braccio. Dal suo aspetto capii subito che era un randagio: il pelo era un groviglio di sporco pesante, gli occhi imploranti. Non ci fu dubbio nella mia decisione: lo portai verso lingresso.

Marco cercò di fermarmi: Siamo via tutto il giorno, Cinzia! Non ce la faremo E non dimenticare che siamo partiti per Natale in Trentino! Abbiamo già pagato biglietti, albergo insisteva invano. Io, con voce ferma, risposi: Ho sempre sognato un cane. Non lo lascerò, venga o non venga.

Il cucciolo si rivelò giovane e vivace. Dopo una toelettatura, un bagno e unalimentazione abbondante, divenne un animale domestico curato, con un collare rosso scintillante. Lo chiamai Toto, un nome affettuoso che già mi suonava in bocca.

Il suo comportamento tradiva una vita precedente in una casa: conosceva i comandi seduto, sdraiati, vieni, e persino alzava entrambe le zampe contemporaneamente, saltando come un coniglio.

Giunse il momento del viaggio. Non cera nessuno a cui affidare Toto. Decisi di portarlo con noi: feci i documenti necessari, acquistai tutto il necessario e il piccolo turista era pronto per la grande avventura.

Il treno verso Trento corse veloce. Nel compartimento regnava unaria gioiosa: Marco ed io finalmente partivamo per le vacanze, e Toto era felice solo perché era al nostro fianco.

Dopo una notte sul treno, arrivammo in Trentino, ci sistemammo in una stanza accogliente e, prima di cena, nutrimmo il cane.

Toto era al settimo cielo: tutto era nuovo la città, i profumi, la lingua, i grandi abeti decorati di luci e ornamenti. Un po spaventato, ma allo stesso tempo entusiasta.

Le festività volarono rapide e colorate. Lunghe passeggiate per le vie illuminate, cibi prelibati, escursioni e serate tranquille in albergo sembravano una fiaba. Il giorno dopo doveva tornare il ritorno a casa.

Facemmo le valigie e uscimmo per una passeggiata serale: Toto correva spensierato al guinzaglio lungo. Incontrammo due cavalieri della polizia a cavallo di magnifici destrieri ben curati. Improvvisamente uno dei cavalli sbuffò forte, alzando la testa.

Toto, terrorizzato come non mai, scattò in avanti. Il guinzaglio scivolò dalle mie mani, il collare si slacciò e il cane scomparve.

Il suo collare, con lindirizzo, rimase nella mia mano.

Marco ed io per ore vagammo per parchi, strade e cortili alla ricerca del nostro amato amico. È colpa mia! Dovevo tenerlo più vicino, mettergli il guinzaglio Si è spaventato Toto singhiozzavo, sopraffatta dal dolore.

Ritornati in albergo, ci sedemmo in silenzio. Marco sussurrò: Dobbiamo partire. Non abbiamo scelta. È stato con noi poco tempo Ti comprerò un altro cane, uno migliore Lo prometto. Ma io, con gli occhi rossi di lacrime, risposi: Non lo lascerò qui Resterò e troverò Toto. Non mi serve un altro cane! Non capisci!

Guarda la realtà: siamo al limite. Tutto è speso in un terreno fuori città, nei cantieri e nella tua nuova auto. Il nostro treno parte allalba, poi subito il lavoro. E ricorda, tra due giorni scadono i visti. Per favore, ragiona, Cinzia! la voce di Marco si alzò quasi a un grido. Sistemò tutto, chiamerò il direttore, chiederò un permesso e, se serve, un anticipo prenderò una camera singola qui e aspetterò. Forse ritornerà da solo allalbergo! E tu vai da sola. Non lo lascerò, punto! dissi, tirandomi su la giacca, determinata a continuare la ricerca.

Mentre mi avviavo verso la porta, Marco mi seguiva, pesantemente, senza sapere come fermarmi.

Alla reception, una nuova figura mi accolse: una giovane donna russa di nome Ludmila. Notò i miei occhi rossi e, con gentilezza, chiese cosa fosse accaduto.

Marco cercò di spiegare, ma io, spossata dallemozione, non riuscivo a parlare. Ludmila ascoltò attentamente, chiedendo solo le informazioni cruciali.

Dobbiamo contattare i rifugi e i servizi per animali. Qui non ci sono cani randagi disse, afferrando un pesante volume dallangolo e iniziando a telefonare. Io rimasi lì, quasi senza fiato, ascoltando parole finlandesi incomprensibili che uscivano dal telefono. Ludmila era il mio unico appiglio, e nei suoi occhi trovai speranza.

Dopo unulteriore chiamata, la sua voce cambiò. Il dialogo altrui durò più del solito, più animato. Alla fine, posò il ricevitore e dichiarò: Abbiamo trovato un cane molto simile al vostro. È stato portato al rifugio ieri verso le undici di sera. È a settanta chilometri da qui. In treno ci vogliono meno di quattro ore. Dubito che arriverete in tempo avvertì cauta.

Il tempo per riflettere non cera. Presi un taxi, e la decisione fu presa allistante: io andrò al rifugio, Marco al binario con le valigie ad attendere.

Salendo sul taxi, mi incrociai con una preghiera silenziosa. Il veicolo sfrecciò nella notte, senza freddo, senza stanchezza, senza orologi che scandissero lalba.

Allingresso del rifugio pagai dieci euro e seguii laddetto dentro. Mi condussero in una piccola stanza. Una gabbia con la porta socchiusa ospitava un piccolo ciuffo di pelliccia. Dentro, in un angolino, cera Toto.

Il mio cuore batteva così forte da sembrare volesse uscire da petto. Toto!!! esplose dalle mie labbra.

Il cane balzò fuori dalla gabbia, guaì di gioia e si lanciò tra le mie braccia. Si attaccò a me, piagnucolando di felicità e sollievo.

Ciò che accadde dopo fu come un sogno. Compilai moduli, spiegai la storia, mostròi il collare con lindirizzo, senza mai lasciarlo andare via.

Alla porta si avvicinò una donna anziana del posto, con un volto duro, ma poi mi sorrise calorosamente, minacciando il cucciolo con un dito: Non andare via, Toto! disse in un russo stentato.

Dalla porta del rifugio, nel taxi, sul treno e di nuovo in taxi, Toto non si allontanò mai da me, rannicchiato sulle mie braccia, stringendosi al mio corpo. Non ti lascerò mai più solo mai più gli sussurrai, guardando il suo pelo intriso del profumo di detergente del rifugio.

Solo a casa Toto, dopo un po, saltò con cautela sul pavimento e si diresse lentamente verso la cucina, dove bevve acqua come un vero padrone.

Il tempo volò. Costruimmo una casa ampia fuori città, e in quella dimora, fino ai giorni nostri, viviamo sereni e felici: io, Marco e il nostro fedele Toto, che ha finalmente trovato la sua vera casa.

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Martina, dobbiamo partire. Non possiamo restare. Non c’è nulla da fare. Lui è rimasto con noi solo per poco tempo. Non piangere, ti comprerò un altro cane, molto migliore di questo. Promesso! – disse Alessio, guardando il pavimento.
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