Per scacciare lo spirito del gatto, libera il tuo appartamentoMentre apri la finestra per far entrare la luce del tramonto, il mormorio silenzioso del felino evanisce, lasciando l’appartamento avvolto in una pace rinata.

Che il gatto non porti sventura, o liberi subito lappartamento! urlava la padrona.

La stanza che la giovane Ginevra aveva affittato era piccola, ma luminosa. I mobili erano vecchi, ma robusti. La proprietaria, Valentina Bianchi, le aveva subito messo in guardia:

Sono una persona severa. Amo lordine, la pulizia, il silenzio. Se qualcosa non va, dillo subito, non tenere il pensiero dentro.

Ginevra annuì. Desiderava solo trascorrere una notte tranquilla, senza litigi di vicini né urla di ubriaconi. Dopo gli scomodi appartamenti in periferia, dove i rumori non cessavano mai, quello le sembrava un vero paradiso.

Si sistemò e cominciò a convivere. Valentina non era cattiva, solo riservata, quasi taciturna. Nei suoi occhi sembrava brillare unantica delusione verso il mondo, verso le persone, verso la vita stessa.

Ginevra faceva il possibile per non disturbare. Preparava la colazione presto, quando la padrona dormiva ancora. Camminava senza fare rumore, accendeva il televisore a malapena. Viveva come un topo.

E poi arrivò Luna.

Il gatto venne da solo, meglio dire si insinuò. Grigio, esile, con occhi verdi intelligenti, sedeva davanti al portone del palazzo, miagolava supplichevole, guardando come se volesse dire: «Prendimi, ti prego».

Ginevra non poté più trattenerla. Lo portò su, lo nutrì, gli diede acqua, lo avvolse in un vecchio asciugamano sistemato in una scatola. Il felino si arrotolò, fece le fusa, e per la prima volta in mesi Ginevra sentì qualcosa di caldo sciogliersi dentro di sé.

Luna. La mia piccola amica.

Nascondere il gatto sembrava facile. Valentina entrava raramente nella stanza di Ginevra. Luna, a sua volta, era una piccola silenziosa: non graffiava, non correva per gli angoli, si limitava a fare le fusa e a sonnecchiare sul davanzale.

Una sera, però, la voce di Valentina ruppe il silenzio:

Ginevra! un tono gelido che fece rabbrividire Ginevra. Si affacciò al corridoio. Valentina Bianchi stava alla porta, il volto segnato da una smorfia. Nelle mani un ciuffo di pelo grigio.

Che cosè questo?! Chi è lì dentro?! sbottò.

Signora, io

Un gatto?! gridò la padrona come se fosse un serpente o un topo. Il viso si fece rosso, le mani tremarono.

Non sopporto più i loro peli, la sporcizia, lodore! urlò. Se non vogliamo che il gatto ci porti sfortuna, liberate subito lappartamento!

Valentina sbatté la porta. Ginevra cadde sul divano, le mani tremanti. Luna si avvicinò, si strofinò alle gambe e miagolò pittorescamente.

Che facciamo ora, piccola? sussurrò Ginevra, le lacrime scivolavano sul viso. Dove andremo?

Rinunciare non era possibile; non aveva più forze.

Decise, allora, di rimanere finché non fosse stata cacciata con la forza. Il gatto, invece, lavrebbe nascosta meglio.

I giorni successivi divennero una sorta di gioco di spionaggio esasperante. Ginevra nascondeva Luna nellarmadio ogni volta che sentiva i passi della padrona. La nutriva solo al mattino presto o alla sera tardi, quando Valentina correva al mercato. Il tiragraffi lo sistemava nellangolo più nascosto, dietro una valigia logora.

Il gatto pareva capire. Non miagolava. Restava silenzioso sul davanzale, osservando fuori con quegli occhi verdi tristi. A volte Ginevra pensava che persino il suo respiro fosse più lieve, per non tradirla.

Sei una furbina, mormorava Ginevra accarezzandone il dorso grigio. Tieni duro, tutto si sistemerà.

Ma nulla si sistemava.

Valentina gironzolava per lappartamento con unespressione di tradimento, annusava gli angoli, controllava ogni stanza. Un giorno si fermò davanti alla porta della stanza di Ginevra e rimase lì a lungo, in ascolto.

Ginevra rimase immobile, stringendo Luna al petto. Il cuore batteva così forte da sembrare pronto a saltare fuori.

Signora, per favore, non ascoltate! pensò.

La padrona rimase un minuto e poi se ne andò, ma latmosfera si era irrigidita.

A cena Valentina mangiò in silenzio, la zuppa senza sollevare lo sguardo. Poi, improvvisamente, scoppiò:

Pensate di essere ingenue!?

Ginevra sputò il tè.

Capisco bene, non lavete cacciata, lavete nascosta. Credete che non lo senta?

Valentina Bianchi!

Basta! la padrona si alzò di scatto. Non mentitemi più. Ho già avvertito, ma se siete così astuta, allora farete attenzione a non far rumore, né a perdere un pelo. E, quando arriverà mio nipote, assicuratevi che non rimanga alcun residuo di spirito!

E se ne andò, lasciando Ginevra sbigottita.

Il nipote? Il giorno dopo Valentina parlò del suo nipote, Luca, con voce secca, ma Ginevra intravide una sfumatura di eccitazione.

Luca arriva per le vacanze, ha dodici anni. I genitori sono sempre occupati, così lo mando da me. Sarà qui venerdì.

Che bella notizia! cercò di incoraggiare Ginevra. Non sente la mancanza?

Valentina sbuffò.

Sì, ma lui è ormai un estraneo. Sempre incollato al cellulare, non mi parla più davvero. Viene, resta una settimana, poi se ne va. E così ogni anno.

Una tristezza profonda trapelò dalla sua voce.

Ma è suo nonno! replicò Ginevra. Lo vuole!

Lo vuole, ribatté la padrona con un ghigno. Probabilmente solo per la rete WiFi. E perché il vostro gatto non sia più qui. Capito?

Ginevra annuì, ma già pensava: dove nasconderò Luna per una settimana intera?

Il venerdì arrivò in fretta. Luca era un adolescente alto, con le cuffie attorno al collo e unespressione cupa. Salutò con un cenno, si chiuse nella sua stanza.

Valentina cercava di farlo sedere a tavola, ma lui rimaneva incollato al telefono.

Luca, mangia qualcosa! implorò la nonna.

Non voglio, rispose.

Le polpette le ho preparate apposta per te.

Luca sbuffò. Ginevra, nella sua piccola camera, ascoltava tutto attraverso il sottile muro; il suo cuore si stringeva per la nonna sola.

Luna, sul davanzale, osservava il buio fuori dalla finestra.

«Resisti, piccola. Un po di più», pensava Ginevra.

Il giorno dopo accadde limprevisto. Ginevra uscì per andare al bagno, lasciando la porta socchiusa. Luna, forse per curiosità o per bisogno di allungarsi, si infilò nella fessura e scappò nel corridoio.

Quando Ginevra tornò, il gatto era sparito. Il panico le salì alle vene, il sudore freddo le bagnò la schiena.

Luna! gridò, correndo per il corridoio, finché non si fermò davanti al divano dove Luca sedeva.

Il ragazzo accarezzava Luna, che faceva le fusa a un volume tale da sembrare un piccolo motore. Luca alzò lo sguardo, sorpreso.

Di chi è questo gatto? chiese.

È mio, balbettò Ginevra, rosso in volto. Scusa, Luca, è stato un incidente.

Posso coccolarlo ancora un po? la voce di Luca era improvvisamente infantile. Che tenero è!

Certo.

Ginevra non sapeva che fare. Da un lato, Valentina sarebbe rientrata a casa per una scenata; dallaltro, Luca guardava Luna con occhi pieni di gioia.

Allora, dalla cucina, Valentina comparve. Vide la scena, si fermò, immobile.

Ginevra si preparò al peggio.

Luca, sussurrò Valentina, stai giocando con il gatto?

Sì, nonna! Guardi come fa le fusa! Posso dargli da mangiare?

La padrona rimase in silenzio, poi annuì lentamente.

Va bene.

Da quel momento la dinamica cambiò. Luca non lasciò più il telefono sul divano; giocava con Luna, le dava da mangiare, le disegnava ritratti a matita. Il telefono finì per terra, dimenticato. Raccontava a Valentina le sue avventure a scuola, i sogni di avere un giorno un gatto tutto suo.

Una sera Valentina si avvicinò a Ginevra.

Lasciala restare, sussurrò. La tua Luna. Con lei la casa ha almeno un po di allegria.

Una lacrima scivolò sul volto della padrona.

Passarono tre mesi. Luca chiamava ogni sera, non i genitori, ma la nonna. Chiedeva di Luna, voleva vederla in videochiamata. Valentina lottava con la tecnologia, incapace di inquadrare il felino.

Che macchinario inutile! sbraitava. Luca, la vedi?

La vedo, nonna! Ciao, Luna!

Il gatto, sentendo la voce familiare, si avvicinava allo schermo, miagolava.

Nonna, sarò di nuovo qui per le vacanze di primavera, vero? chiedeva Luca.

Certo, tesoro. Ti aspettiamo noi e Luna.

E così attendevano. Valentina aveva già acquistato un giocattolo per Luna: una bacchetta con piume. Luca avrebbe potuto comprarlo da solo, aveva scherzato.

Ginevra non si nascondeva più negli angoli. Preparava la colazione, beveva un caffè con Valentina, raccontava della sua vita, del marito scomparso, delle difficoltà.

Sa, Valentina, se non fosse per Luna, non so come avrei fatto. confessò.

Valentina annuì, comprensiva.

Gli animali percepiscono quando stiamo male e vengono a consolarci, senza bisogno di parole.

Diventarono quasi amiche, due donne sole unite da un piccolo gatto grigio.

Quando arrivò la primavera, Luca tornò con uno zaino pieno di regali: cibo per Luna, un nuovo collare con campanellino, una cuccia soffice.

Nonna, ho comprato tutto con i miei risparmi! dichiarò orgoglioso.

Bravo, tesoro. rise Valentina.

Luca trascorse la settimana giocando con Luna, disegnando, passeggiando nel cortile. Prima di partire, chiese:

Nonna, posso tornare questestate? Restare più a lungo?

Certo, vieni quando vuoi.

Valentina lo abbracciò, realizzando che la felicità non era più nel silenzio e nellordine, ma nei piccoli momenti di risate e nellabbraccio di un giovane.

Tutto grazie a una umile gattina grigia.

La vita ci insegna che, a volte, la più grande forza nasce dal semplice gesto di aprire il cuore a chi è diverso da noi, perché lamore e la compassione riescono a trasformare la solitudine in una comunità di speranza.

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Per scacciare lo spirito del gatto, libera il tuo appartamentoMentre apri la finestra per far entrare la luce del tramonto, il mormorio silenzioso del felino evanisce, lasciando l’appartamento avvolto in una pace rinata.
Quando Emma calca l’ombrosa via di petali di rose bianche, un silenzio avvolge il luogo. Anche la musica che suonava delicatamente in sottofondo svanisce. Tutti gli sguardi si rivolgono verso di lei.