Una giovane donna, Luisa Mancini, era ricoverata in ospedale. Prima le avevano operato di appendicite, poi qualcosa era andato storto: un po di infiammazione, qualche complicazione. Per questo non lavevano ancora dimessa. E poi, dove doveva correre? Era in malattia, ovvio, quindi il lavoro poteva aspettare. Nellostello della fabbrica tessile dove viveva, la sua coinquilina Lucia sarebbe stata felice di restare sola: il suo adorato Pietro poteva farle visita senza problemi, anche fino allalba.
Luisa, invece, non aveva un corteggiatore. Non era bella come la bionda Lucia, era timida e riservata, forse troppo per i suoi ventisei anni. E così la vita non le sorrideva. Lucia si sarebbe presto sposata, e a lei avrebbero accasato unaltra coinquilina. Nella fabbrica cera poco spazio, non costruivano nuovi alloggi, ma servivano lavoratori.
Mentre rifletteva su tutto questo, Luisa guardava il cielo azzurro oltre la finestra e osservava la sua anziana compagna di stanza, Federica Toscani. Quella dormiva perlopiù, ma quando si svegliava, chiacchieravano con calma, raccontandosi le loro vite.
Luisa le aveva parlato di come fosse rimasta sola. I genitori morti, il fratello maggiore che aveva sperperato tutto in alcol, distrutto la casa di famiglia, e ora era in prigione per furto.
«Sono completamente sola, zia Federica», si lamentava con tristezza.
«E un marito non ce lhai?», chiedeva lanziana, studiandola attentamente.
«Non lho mai avuto. Te lho detto, sono sola. Lunica amica che ho si sposerà presto. E tu, hai una famiglia?»
«Eccome!», rispondeva orgogliosa Federica. «Nessun parente, ma i miei ragazzi sono sempre qui. Se serve, sistemano tutto: riparano, imbiancano, aggiustano.»
E così la vicina raccontò una storia che lasciò Luisa perplessa.
Viveva in una casa alla periferia della città. Era la sua, vecchia, ereditata dai genitori. Il marito era morto da tempo, e Dio non aveva dato loro figli. Ma per bontà danimo e perché desiderava disperatamente avere bambini, aveva cominciato ad accogliere i ragazzini del quartiere.
«Facevo frittelle o torte salate con le patate. Li chiamavo e arrivavano di corsa. Si sedevano attorno al tavolo, in cinque o sei, divorando quello che preparavo. I genitori lavoravano tutto il giorno, la fabbrica è vicina. Loro erano sempre soli.»
«E tuo marito? Era daccordo?»
«Be, brontolava, certo. Ma quei ragazzi riempivano la botte dacqua in cortile, sistemavano la legna. Così accettava, visto che non doveva fare i lavori pesanti.»
«E adesso? Quei ragazzini saranno cresciuti, no? Vengono ancora ad aiutarti?»
«Certo che sì!», esclamò Federica. «Vengono con i loro figli. Chi ha i più grandi, li manda da soli. E per me è una gioia. Ho sempre le frittelle pronte. Sono venuti a trovarmi qui in ospedale.»
Luisa ricordò che, infatti, un paio di volte erano arrivati dei visitatori. Ma in quei momenti era troppo assorta nei suoi pensieri per guardarli bene.
«Non mi resta molto, figliola», confessò improvvisamente Federica. «Ma ci sono due ragazzini senza guida, Michele e Sandro. Non proprio senza guida: uno vive con la madre, laltro col padre. Lavorano in fabbrica, a volte fanno due o tre turni di fila. I bambini restano soli.»
«E tu li nutri?», chiese stupita Luisa.
«Non solo. Fanno i compiti qui, e sono così utili! Altrimenti la strada li avrebbe già portati via. Mi preoccupo per loro.»
Due giorni dopo quel discorso, arrivarono i visitatori di Federica. Nella stanza irruppero due bambini di circa dieci anni, Michele e Sandro, seguiti dai genitori: un uomo robusto con una leggera zoppia e una donna con il volto segnato dalla fatica e dalla mancanza di sonno.
Luisa, ormai in piedi, uscì in silenzio per lasciarli stare insieme.
Quando tornò, Federica dormiva già. Sul comodino cerano frutta, un pacchetto di biscotti e una bottiglia di latte fermentato.
Guardando la donna addormentata, Luisa non riusciva a capire da dove avesse trovato la forza, tutti quegli anni, per prendersi cura di bambini che non erano i suoi. Lei avrebbe mai potuto fare lo stesso? Poi ricordò un altro ragazzino, Dario, un vero monello. I suoi genitori bevevano così tanto che a volte dormiva per strada. Federica lo portava a casa sua.
Il padre di Dario era venuto una volta a riprenderlo, urlando che con le sue gentilezze lo stava viziando. «Non avvicinarlo a casa tua!», le aveva ordinato.
«Cosa posso fare?», aveva risposto Federica. «Viene da me, mangia, aiuta in casa. Una volta ha aggiustato una mensola che era caduta. Io non riuscivo nemmeno a piegarmi. Quel giorno non potevo neanche offrirgli da mangiare. Ma lui mi disse che non veniva per il cibo, ma per aiutarmi.»
Federica tacque un attimo, poi aggiunse: «I ragazzi sono molto più sensibili di certi adulti. Non sono avidi, non sono duri. Sono solo soli, abbandonati a se stessi tutto il giorno.»
Luisa si preparava alla dimissione, ma la sua vicina non si alzava più. E continuava a preoccuparsi per quei bambini. Poi arrivò un altro visitatore: un uomo giovane, attraente, elegante, con una cartella di pelle. Luisa stava per uscire, ma Federica la fermò.
«Ecco, Luisa, questo è il mio Valerio, lho visto crescere. Fate conoscenza.»
Luisa si presentò e uscì. Sì, un bel ragazzo, Valerio. E lei, pallida, dimagrita dopo la malattia. Non era mai stata una bellezza, e adesso poi: gambe come stecchi, capelli spettinati, il camice grigio dellospedale che le ballava addosso come su un appendiabiti.
Valerio rimase a lungo con Federica. Quando Luisa tornò e si mise a letto con un libro, lo vide che ogni tanto la guardava. Arrossì. Prima di andarsene, Valerio abbracciò Federica, poi si fermò accanto al letto di Luisa.
«Piacere di conoscerla», disse. «Si riprenda presto, tornerò a trovarla.»
Se ne andò prima che lei potesse rispondere. Tornò il giorno dopo. Le lasciò un succo sul comodino. Federica dormiva, sotto leffetto delle medicine. Se ne andò asciugandosi una lacrima, chiedendo di salutarla e di consegnarle i dolci che aveva portato.
Federica si svegliò alla sera, rifiutò la cena. Luisa le sedeva accanto, tenendole la mano.
«Ascoltami bene, figliola», le disse con voce flebile. «Valerio è un notaio. La prima volta che è venuto, ho firmato latto di donazione della casa a te. Ho preso il tuo passaporto dal comodino, scusami. Vivrai nella mia casa, non è un palazzo, ma almeno non sarà un ostello. Ti chiedo solo una cosa: non abbandonare quei bambini.»
Luisa non credeva alle sue orecchie. Rimase come paralizzata.
«Perché non parli, Luisa? Ne sono rimasti solo tre: Michele, Sandro e Dario. Hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro, che la strada non li porti via come ha fatto con tuo fratello. Me lhai raccontato tu. Me lo prometti?»
Luisa scoppiò in lacrime.
«Non li abbandonerò, zia Federica. Mi prenderò cura di loro. Ma tu, cerca di resistere ancora.»
Ma Federica si era già addormentata, un sorriso tranquillo sul volto segnato dalla malattia.
Fu Valerio a portare via Luisa dallospedale. La dimisero due giorni dopo che aveva salutato per sempre quella donna buona e meravigliosa, piangendo per un giorno intero dopo la sua morte. Lui laspettava allingresso, affranto. Anche lei era triste, nonostante la dimissione tanto attesa.
Insieme a tutti i conoscenti di Federica, la seppellirono.
Poi venne il momento di formalizzare il passaggio di proprietà. Valerio la aiutò. E presto Luisa si trasferì in quella casa, che le era stata donata come un miracolo.
Ma nessuno dei bambini veniva a trovarla. Valerio, invece, passava di tanto in tanto. E lei gli chiese di presentarle quei ragazzini. Una sera, li portò tutti insieme.
Da allora, diventarono ospiti fissi. Ma come avrebbe potuto mantenere la promessa se Luisa lavorava tutto il giorno?
Tuttavia, passavano spesso le serate insieme. Soprattutto quelle autunnali, quando fuori era umido e grigio. Portava loro le crespelle dalla mensa dellazienda, a volte ripiene di ricotta, altre di carne.
Mangiavano con gusto, guardavano la tv, giocavano a Monopoli, poi correvano a casa, felici e agitati. Vivevano tutti lì vicino.
A volte passava Valerio, che aveva aiutato Luisa con la rateizzazione delle tasse sulla casa. Non erano troppo alte. E la sua gratitudine per quellaiuto si trasformò, senza che se ne accorgesse, in sentimenti più teneri.
Ma lui, per ora, non li ricambiava. Restava un amico, un aiutante. Invece, il padre di Dario si presentò da lei e, stranamente, non le urlò come aveva fatto con Federica anni prima. Al contrario, la ringraziò per essersi occupata di suo figlio.
«Solo, non viziarlo troppo», disse severo, ma senza cattiveria.
***
Era questa la sua vita ora. Una casa tutta sua, e persone nuove intorno. Lucia si era sposata con Pietro, erano venuti a trovarla. Con loro cera anche un amico di Pietro, ma Luisa non aveva mostrato alcun interesse per quelluomo sconosciuto. Il suo cuore era già occupato. Anche se non ricambiato, la speranza di essere felice non moriva.
E poi, ricordava Federica, e ogni angolo di quella casa calda le parlava di lei.
Quanto avrebbe voluto assomigliarle, anche solo un po! Per questo conservava il ricordo luminoso di quella donna buona e così semplice.
Perché non le aveva lasciato solo una casa, ma anche uneredità di gentilezza, che ora anche lei voleva condividere con chi ne aveva bisogno.






