**UN REGALO DI FORTUNA**
“Oh, che disastro!” Valentina guardò lorologio e accelerò il passo, anche se già correva quasi. “Se arrivo in ritardo, mi aspetta un bel guaio…”
La giornata di novembre era gelida e umida, tuttaltro che invitante per una passeggiata. Fango, cielo grigio e una pioggerella fastidiosa, né pioggia né neve. Per di più, la notte aveva gelato, e ora Valentina, col naso infilato in una sciarpa, continuava a scivolare sulle pozzanghere ricoperte da una patina di ghiaccio. Vicino alla fermata, cadde rovinosamente e, senza trattenersi, imprecò ad alta voce.
“Wow! Mia madre dice sempre che non si bestemmia in pubblico!”
Un ragazzino di circa dieci anni la guardava con aria divertita.
“Ha bisogno di aiuto?”
Valentina scosse la testa. Che aiuto poteva esserci ormai? Il suo elegante cappotto chiaro, comprato senza pensare alla praticità, era ormai un cencio sporco. La pozzanghera non era profonda, ma bastò per farle capire che i piani per la giornata erano saltati. Marco sarebbe stato furioso…
“Allora non ha più fretta?”
Il ragazzino sembrava non avere intenzione di lasciarla in pace. Valentina si rialzò, cercando di scrollarsi di dosso il fango, sentendo il freddo penetrarle attraverso i pantaloni fradici, e gli lanciò unocchiata irritata.
“Non si arrabbi! Non volevo offenderla. È solo che… ecco! Prenda, va bene? Io devo andare a scuola, e lui morirà di freddo qui fuori. Non posso tenerlo, abbiamo già un cane. Ho già saltato la prima ora, e se salto anche le altre, mia madre non mi perdonerà.”
Un minuscolo gattino tremava quando il ragazzo lo tirò fuori dalla giacca.
“Un gatto portafortuna…” Valentina tese la mano senza pensarci e accarezzò il micetto.
“Cosa?” Il ragazzino la fissò, sorpreso.
“Portafortuna. Vedi il suo mantello? Ha tutti i colori mischiati. Dicono che questi gatti portino felicità, fortuna e soldi in casa.”
“Allora è perfetto per lei! Prenda, per favore!”
Valentina scosse di nuovo la testa.
“Non posso! Non avrò tempo per occuparmene.”
Ma il ragazzo non la ascoltò. Le infilò il gattino tra le braccia, fece un cenno con la mano e saltò sullautobus appena arrivato.
“Porterà fortuna! Sicuro!” Le sue parole si persero nel rumore della strada, e Valentina si ritrovò in mezzo alla strada, bagnata, sporca e con un gattino tra le braccia. Era in ritardo ovunque, e ora non cera più fretta.
“Eccoci…” Valentina sorrise, ricordando le parole del ragazzino sulle bestemmie in pubblico. “La giornata smette di essere noiosa… Che devo fare con te ora, piccola fortuna mia?”
Strinse il gattino e accarezzò quel corpicino tremante.
“Non ho mai avuto gatti. Come ci si comporta con voi? Cosa mangi?”
Il gattino miagolò pietosamente, e Valentina sospirò. Che fare? Non poteva certo abbandonarlo in mezzo alla strada. Si sentì improvvisamente dispiaciuta per lui e per sé stessa. Anche lei era così: sola, senza radici, e ormai senza nessuno da quando era mancata sua madre.
Il telefono nel taschino squillò, e Valentina infilò il gattino sotto la giacca.
“Così stai più al caldo, vero?”
Guardò lo schermo e fece una smorfia. Marco stava chiamando.
“Dove sei?” La voce era gelida, e Valentina si irrigidì, pronta a giustificarsi.
“Sono vicino a casa, alla fermata. Sono caduta.”
“Cosa hai fatto?”
“Ho scivolato e sono caduta.”
“Capito. Non riesci neanche a stare in piedi? Quanto devo aspettarti ancora?”
Valentina sospirò, calcolando il tempo necessario per rimettersi in ordine.
“Ho fatto una domanda! Quanto ci metti? Mia madre sarà furiosa se arriviamo in ritardo.”
“Io…” Valentina stava per rispondere quando un piccolo naso rosa sbucò da sotto la giacca, e il gattino starnutì. Lei trasalì, quasi facendo cadere il telefono. “Marco, non credo che riusciremo a vedere tua madre oggi. Sono tutta bagnata e sporca, e…”
“Ma ti senti? Capisci cosa stai dicendo? O per te è tutto un gioco?” Marco esplose, come al solito, e Valentina allontanò il telefono dallorecchio. “Abbiamo organizzato questa visita da settimane! Mia madre ha preparato tutto per te. Ti sto portando a conoscerla, e tu…?”
“Ma labbiamo già incontrata. E sa che ci sposeremo.”
“E pensi che questo sia sufficiente?” La voce di Marco vibrava di rabbia.
Valentina tacque, guardando negli occhi il gattino, che la fissava con uno sguardo stranamente intenso.
“Mi stai ascoltando? Perché non parli?” Il monologo di Marco si interruppe, e Valentina capì che si stava calmando. Era sempre così: prima lesplosione, poi la calma. Allinizio non capiva come gestirlo. Marco era il primo ragazzo con cui aveva avuto una relazione seria, e il suo modo di parlare le era sembrato incomprensibile. Ma non aveva termini di paragone. Non sapeva come ci si dovesse comportare con un uomo.
Valentina era cresciuta in un ambiente tranquillo. La madre, la nonna, il nonnonessuno aveva mai alzato la voce con lei. Di suo padre non ricordava nulla. Era morto quando era ancora piccola. Sua madre aveva deciso che la sua vita sentimentale era finita con la scomparsa delluomo amato e si era dedicata alla figlia, alla cura dei genitori anziani e al lavoro. Valentina, come sua madre, era arrivata tardi. Se sua madre, Elena, era nata quando i suoi genitori avevano quasi quarantanni, Valentina era venuta al mondo quando Elena ne aveva quarantatré.
“Perché così tardi, mamma?”
“Perché ero stupida. Volevo fare carriera. Mi piaceva troppo quello che facevo. Sai, un chirurgo è peggio di un operaio. Sempre pronto, come un boy scout. E se non vuoi rimanere indietro, la pratica devessere continua. E io non mi sono mai fermata. Avrei dovuto farlo prima, Valentina. Molto prima. E forse avrei dovuto avere più di un figlio. Quando non ci sarò più, con chi resterai?”
Valentina le tappava la bocca con una mano, non volendo sentirla parlare. Nemmeno pensarci. Sapeva che la paura di sua madre di non vederla crescere era così forte, quasi come se sapesse già cosa sarebbe successo. Ogni volta che Valentina superava una tappa importanteil passaggio dalle elementari alle medie, la fine della terza media, poi del liceo, luniversitàsua madre tirava un sospiro di sollievo.
“Bene!”
Valentina non aveva saputo nulla dei suoi problemi di salute fino allultimo. Elena aveva tenuto tutto nascosto, per non preoccuparla. Solo quando era ormai chiaro che non cera più nulla da fare, aveva chiamato Valentina e le aveva detto:
“Piccola, ho fatto tutto quello che potevo per te. Ora tocca a te.” Elena aveva sospirato e abbracciato Valentina, che piangeva disperata. “Non piangere. Piangeremo insieme più tardi. Ora ascoltami bene, è importante. Qui, in questa cartella, ci sono tutti i documenti. Dellappartamento e della macchina. Ora sei una ragazza molto ambita. Quindi, sce







