— Se pensi che non faccia nulla per te, prova a vivere senza di me! — la moglie perde la pazienzaE così, nella stanza di casa, il silenzio si trasformò in un’eco di ricordi, mentre lei guardava la porta chiusa con determinazione.

Quella sera il silenzio nella nostra casa sembrava più soffocante del solito. Ginevra mescolava lentamente la minestra, ascoltando il ticchettio monotono dellorologio a pendolo sul muro. Un tempo quel suono mi irritava, quando la dimora era piena di voci dei figli, risate e continuo trambusto. Ora quel ticchettio era lunico interlocutore in quel spazio vuoto, un ricordo di tempi più vivaci.

Le sue mani si posarono per un attimo sul mio braccio. Io, Marco, ero seduto sul divano, incollato al cellulare; la luce dello schermo rifletteva nei miei occhiali, creando scintille strane. Prima trovavo quel gesto rassicurante: lui, il marito, a casa, accanto a me. Oggi, invece, quella scena suscitava solo una radiosa irritazione.

La cena è pronta, annunciò Ginevra, cercando di far uscire la voce come di consueto.

Annuii senza alzare lo sguardo. Lei posò le stoviglie, piatti di porcellana che aveva conservato per occasioni speciali. Ma quali occasioni rimangono? I figli venivano raramente, i nipoti non cerano ancora. Eravamo soltanto noi due, in quella grande dimora dove ogni angolo custodiva ricordi dei giorni migliori.

Versò la minestra, aggiungendo un ciuffo di prezzemolo e di aneto freschi, coltivati sul davanzale del soggiorno appositamente per i suoi piatti preferiti. Accanto al piatto sistemò del pane appena affettato.

Finalmente depose il cellulare e prese il cucchiaio. Il silenzio divenne più denso, in attesa della sua reazione. Il primo cucchiaio. Il secondo. Al terzo lui fece una smorfia.

Di nuovo cattivo, brontolò, spostando il piatto.

Qualcosa si spezzò dentro di lui. Ginevra osservò le proprie mani, arrossate dallacqua calda, la pelle indurita. Aveva trascorso lintera giornata in piedi: stirava le sue camicie, stirava i pantaloni, preparava quellinferno di minestra. Sul fornello bolliva il suo tè preferito, quello che lei prepara con un rituale preciso, altrimenti è insipido.

Il suo sguardo scivolò sulla pila di biancheria stirata, ogni capo piegato alla perfezione, come lui ama. Venticinque anni. Venticinque anni a piegare quelle maledette camicie nel modo giusto, altrimenti si sgualciscono.

Sai una cosa, la sua voce tremò, non per le lacrime ma per la rabbia. Se credi che non faccio nulla per te, prova a vivere senza di me!

Io lo guardai negli occhi per la prima volta in tutta la serata; lo stupore dipinto sul volto, come se non potesse credere che quella donna, così docile, alzasse la voce.

Ginevra si alzò di scatto. La sedia sbatté contro il pavimento, ma a lei non importava. Afferò il cappotto, vecchio, comprato tre anni fa, perché a che serve uno nuovo, se lo puoi indossare ancora e ancora.

Dove vai? Il suo tono tradiva preoccupazione, ma lei non ascoltava più.

La porta dingresso si chiuse alle sue spalle. Laria fresca della sera le colpì il volto e, per la prima volta in anni, Ginevra sentì di poter respirare fino in fondo. Non sapeva dove stesse andando, né cosa avrebbe fatto, ma non provò più paura dellignoto; provò uninebriante sensazione di libertà.

Lappartamento di un quinto piano in un vecchio palazzo di Trastevere la accolse con un silenzio insolito. Non era quel silenzio opprimente che laveva sempre perseguitata, ma qualcosa di leggero, quasi etereo. Qui non cerano orologi che marcavano i minuti della sua vita, né sguardi giudicanti, né il consueto perché?.

Si svegliò presto, abitudine radicata di alzarsi alle sei per preparare colazione, stirare la camicia, raccogliere la borsa Ma oggi tutto era diverso. Giaceva in un letto sconosciuto, osservando i raggi del sole scivolare lentamente sul muro. Nessuno la affrettava, nessuno chiedeva attenzioni, nessuno aspettava il suo servizio.

Posso semplicemente restare a letto, mormorò, sorridendo piano alla propria idea.

Le vecchie abitudini non la lasciavano andare così facilmente. Le mani si allungavano involontariamente per rifare il letto, spolverare, avviare il solito giro di faccende domestiche. Ma lei si fermò:

No. Oggi farò solo ciò che voglio.

Stò davanti allo specchio del bagno, osservando il proprio riflesso. Quando era lultima volta che si era guardata davvero? Non di sfuggita, non di fretta, ma veramente? Le rughe intorno agli occhi si erano approfondite, i capelli erano più brizzolati. Ma gli occhi gli occhi sembravano rinati.

Fuorigiù laria era fresca. Una mattina dottobre profumava di foglie cadute e di caffè proveniente dalla caffetteria allangolo. Prima la attraversava centinaia di volte, di corsa per la spesa. Spesa inutile, diceva sempre Marco. E lei, a quellepoca, gli rispondeva che il caffè di casa era migliore.

Il campanello della porta suonò. Dentro aleggiava il profumo di dolci appena sfornati e di cannella. Ginevra si fermò incerta sulluscio, sentendosi unospite indesiderata in quel luogo accogliente.

Buongiorno! sorrise la giovane barista. Cosa desidera?

Io Ginevra balbettò. Dopo tutti quegli anni a preparare il caffè per gli altri, non aveva mai pensato a quello che le piaceva a lei. Cosa consiglia?

Le propongo un latte macchiato al caramello con un pizzico di cannella. E i nostri cornetti alle mandorle, appena sfornati.

Prima avrebbe scosso la testa: troppo caro, troppo calorico, cosa dirà il marito. Oggi, però, era unaltra giornata.

Sì, per favore. E anche il cornetto.

Si sedette vicino alla finestra, osservando i passanti. Al tavolo accanto un gruppo di giovani donne rideva di cuore. Ginevra si chiese: Quando è stata lultima volta che ho riso così, senza forzature?

Il primo sorso di caffè le avvolse il palato di dolcezza caramellata. Chiuse gli occhi, godendosi il momento. Dio, la vita può essere così deliziosa?

Il cellulare nella borsa restava muto. Probabilmente, per la prima volta in venticinque anni, Marco si era svegliato senza una colazione pronta, senza una camicia stirata, senza un pranzo confezionato. Cosa stava facendo adesso? Arrabbiato? Confuso? O forse nemmeno notava la sua assenza, immerso nel suo telefono?

Un altro caffè? chiese la barista, passando di lì.

Ginevra guardò lorologio, abitudine incollata alla pelle. Prima in quellora doveva già essere tornata a fare la spesa e a preparare il pranzo. Ma oggi

Sì, per favore. E un altro cornetto, per favore.

Il cellulare squillò mentre Ginevra sistemava le poche cose nel suo armadio. Sul display comparve Andrea il figlio maggiore. La mano trema. Per la prima volta nella vita non sente il desiderio di rispondere al figlio.

Pronto? la sua voce suonò più bassa del solito.

Mamma, che fai? Papà ha detto che sei partita. Che scuola è questa?, la voce di Andrea era carica di irritazione, proprio come quella di suo padre.

Ginevra si sedette sul bordo del letto. Come spiegare a un figlio adulto qualcosa che ancora non comprendeva del tutto? Come raccontare gli anni di disperazione silenziosa, il senso di inutilità, il modo in cui la sua identità si era sciolta in uninfinita cura per gli altri?

Andrea, io

Basta, mamma! Sei unadulta. Papà ha criticato la minestra, come sempre. Trovi giusto lamentarti!

Le parole di Andrea erano una beffa infantile. Un nodo di risentimento si formò nella gola di Ginevra. Anche il suo bambino, quello che aveva tenuto tra le braccia, non vedeva in lei una persona con desideri e sentimenti.

Non è per la minestra, sussurrò.

Allora per cosa? Che è successo di brutto? Papà non trova spazio, ieri ha cucinato da solo! Immagina!

Immaginò Marco goffamente intento a tagliare le verdure, a lottare con la cucina. Un tempo quella scena lavrebbe spinta a tornare subito, a riprendere il controllo. Ora

Vedi?, rise Ginevra, sorpresa dalla propria audacia, scopri che può farcela da solo.

Mamma! Stai distruggendo la famiglia! Che diranno gli altri? Ti vergogni? sbottò Andrea.

Le persone, le persone riecheggiò nella sua testa. Per tutta la vita aveva vissuto al timore del giudizio di sconosciuti: dei vicini, dei parenti. Ora anche suo figlio attaccava gli stessi punti deboli.

Si avvicinò alla finestra. Un piccione beccheggiava sul davanzale, pulendosi le piume, libero, senza dover nulla a nessuno.

Ti sei mai chiesta comero tutti questi anni? Hai mai chiesto cosa voglio? il suo tono si fece più fermo. Per una volta.

E allora? incalzò Andrea.

Ho vissuto per venticinque anni per voi. Ho cucinato, lavato, stirato, sacrificato tutto. E voi non mi avete mai visto. Ero solo un arredo, sempre al posto mio, sempre al servizio.

Il silenzio calò sulla linea. Poi Andrea, più dolce, rispose:

Mamma, lo vuoi davvero. Tu dicevi sempre che la famiglia è tutto

Sì, la famiglia è tutto, concordò. Ma anchio faccio parte di quella famiglia. Sono una persona. Non posso più essere solo una domestica.

Ma papà

Non tornerò, disse con decisione. Non ora. Forse mai. Devo imparare a vivere per me stessa.

Dopo la chiamata rimase a fissare fuori dalla finestra. Nella vetrina del negozio di fronte si rifletteva unimmagine di donna: schiena dritta, spalle larghe, occhi pieni di una nuova luce. Determinazione? Dignità? Libertà?

Il cellulare squillò di nuovo, stavolta era il fratello più giovane. Ginevra silenziò la suoneria e, per la prima volta, pensò: Loro crescono, ce la faranno.

Un colpo alla porta la fece sobbalzare. Il cuore le balzò in gola. Aprì lo spioncino: era Marco, con lo sguardo nervoso, come quando, giovani, veniva a casa sua per presentarsi ai miei genitori.

Non lo aprì subito. Prima un respiro profondo, poi un altro, poi la decisione.

Ciao, gracchiò, porgendo un mazzo di rose stropicciate, comprate probabilmente da una bancarella vicina alla metropolitana, fiori sempre un po appassiti.

Buongiorno, rispose, lasciandosi entrare.

Il piccolo ingresso divenne subito angusto. Marco barcollava, ignaro di dove collocare il suo corpo massiccio. Lodore familiare di sigarette e di patate fritte lo avvolgeva.

Andiamo in cucina, dissi. Parliamo.

In cucina Marco si sedette su uno sgabello, che cigolò sotto il suo peso. Fece una smorfia, osservando il piccolo spazio del monolocale.

E qui è dove vivi ora? chiese, mescolando pietà e superiorità. Tira su, Ginevra. Torniamo a casa. Non è che ti sei impazzita

Non mi sono impazzita, replicai, fissando il riflesso del suo volto nello specchio scuro della finestra.

Allora cosa è? continuò irritato. Che concerto è questo? I bambini chiamano, chiedono cosa è successo. Davanti ai vicini è imbarazzante.

Imbarazzante?, ribottai. E non ti è mai vergognato di trattarmi come una serva per venticinque anni?

Cosa?, rimase perplesso. Di cosa stai parlando?

Di essere stanca di essere un vuoto, la voce tremò, ma la tenni ferma. Quando è stata lultima volta che mi hai chiesto come sto? Cosa sento? Cosa voglio?

Cosa vuoi? domandò, alzando le mani. Hai una casa, un marito, i figli ormai grandi

Non ho niente, Marco. Nemmeno me stessa.

Lui mi guardò senza capire, poi sospirò pesantemente e tirò fuori le sigarette.

Qui non si fuma, gli dissi.

Dio, che cosa ti è successa?, sfondò il pacchetto. Eri una buona moglie, ora?

Ora sono viva, gli risposi, avvicinandomi al tavolo e sedendomi di fronte. Sai, laltra sera per la prima volta in anni sono andata al bar da sola. Ho ordinato un caffè con una torta. Ho assaporato il silenzio. Mi è piaciuto.

Per colpa di un caffè distruggi la famiglia?, sbatté la mano sul tavolo. Vuoi un espresso? Una macchinetta? Vuoi dolci, li facciamo ogni giorno!

Non capisci

È che non capisci!, alzò la voce. Ti sei stancata dei grassi? Altri sarebbero contenti: il marito non beve, non esce, i soldi rimangono in casa

Io non sono gli altri, sussurrai. Io sono me. E non voglio più essere quella che ero.

Rimase sospeso a metà frase, silenzioso. Lo guardò a lungo, come se fosse la prima volta che mi vedeva davvero.

Parli sul serio?, chiese infine. Con un ultimo sguardo al tramonto che filtrava dalla finestra, Ginevra chiuse la porta alle spalle di Marco e si avviò verso la sua nuova vita, certa di aver finalmente trovato la libertà che cercava.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eighteen + six =

— Se pensi che non faccia nulla per te, prova a vivere senza di me! — la moglie perde la pazienzaE così, nella stanza di casa, il silenzio si trasformò in un’eco di ricordi, mentre lei guardava la porta chiusa con determinazione.
Adriano Valle varcò la soglia del maestoso ingresso aspettandosi la perfezione.