La felicità del vecchio palazzo popolareNel cortile, tra i fiori di bouganville e le parole sussurrate dei residenti, un vecchio violino ricomincia a cantare, riportando alla luce i ricordi più cari di tutti.

Aspettando il marito rientrare dal lavoro, Ginevra sedeva al tavolo della cucina, sorseggiando lentamente un tè al timo, come se ogni sorso fosse unonda che scivola via. Un tintinnio di chiave nella serratura la fece fermarsi, sospesa nella soglia, come in un quadro che non vuole finire. Entrò Luca, serio, silenzioso, con gli occhi fissi su un futuro che nessuno aveva ancora scritto.

Ciao fu la prima frase di Ginevra, quasi un canto, di nuovo in ritardo, ho già cenato, ti sto aspettando

Ciao rispose Luca, senza nemmeno togliersi le scarpe. Si diresse verso la stanza, aprì larmadio e tirò fuori una valigia.

Ginevra rimase immobile, come una statua di marmo sotto la luna. Guardava Luca gettare dentro la valigia i suoi primi e ultimi oggetti, in un gesto che sembrava un rito di addio.

Luca, spiegami cosa sta succedendo?

Non capisci? Me ne vado disse con voce tagliente, evitando i suoi occhi.

Dove?

Da unaltra donna

Ah, certamente da una giovane, forse anche tu sei ancora giovane: quaranta anni non sono unetà replicò Ginevra con una punta di ironia, mentre la consapevolezza si affacciava come una nebbia sottile. Non piangerò, lui non vedrà le mie lacrime si ripeteva mentalmente, poi ad alta voce da quanto tempo cè con lei?

Da quasi un anno rispose Luca con calma, e notando lo stupore sul suo volto aggiunse è colpa tua se non ti sei accorta, se non hai intuito nulla, allora ho architettato tutto alla perfezione.

Vai via oppure improvvisamente chiese Ginevra.

Ginevra, non capisci davvero? Ascoltami continuò Luca sto per andare da unaltra, presto avremo un bambino. Con te non è stato possibile, così Katia mi darà un figlio. Ti do un mese per lasciare il mio appartamento. Dove andare, come farlo è un tuo problema. Qui vivremo con Katia e il bambino, finché lei avrà una casa in affitto.

Luca uscì. Le pareti della piccola casa di Milano sembravano stringerla, il silenzio era un tappeto che copriva tutto. Ginevra accese la televisione, sperando che almeno qualcuno parlasse. Avevano vissuto dodici anni insieme; il suo risveglio dopo la rottura durò circa una settimana, ma alla fine riuscì a rimettere insieme i frammenti.

Uneredità dei genitori, morti giovani, le lasciò una casa in un borgo di collina. Ma vivere sola in quel villaggio non le sembrava una scelta:

Non potrò stare lì pensò lontano dalla civiltà, senza comodità, senza lavoro. A trentacinque anni non voglio una vita da contadina. Vendo la casa e con i soldi comprerò una stanza in una comunale o in un dormitorio, e vedrò dove mi porterà il destino.

Così fece. Vendette subito la casa al suo arrivo in borgo. La vicina, Giulia, laspettava già.

Tesoro, che bello vederti! Stavamo per andare in città a cercarti.

Che è successo? chiese Ginevra.

I miei parenti vogliono comprare la tua casa. Sono venuti dal Nord, hanno bisogno di un casolare da ristrutturare, vicino a noi, la sorella con il marito

Dio mio, Giulia, è per questo che sono venuta! Va bene, prendetelo, ma fissiamo il prezzo. Ecco il mio numero

In dieci giorni il denaro era tra le sue mani, una piccola somma, frutto di una casa in rovina. Con quel denaro acquistò una stanza in un dormitorio tipo casa di corte. Cucina in comune, due stanze condivise con altri inquilini, la terza era sua. Si sentiva quasi in una comunale.

I vicini sembravano timidi, persone rispettabili. Ginevra li incrociava raramente, dalla mattina al pomeriggio al lavoro. Fu lì che nacque una storia con il collega Marco. Allapparenza tutto andava bene, almeno così le sembrava.

Poco prima della festa della donna, l8 marzo, Marco le disse:

Ho bisogno di riflettere, non sono sicuro dei miei sentimenti, prendiamoci una pausa.

Prendiamoci e tu sparisci nella foresta! lei, furiosa, lo rimproverò.

Tornata a casa quella sera, con trentasei anni alle spalle, non aveva tempo per pause. Decise di affrontare lo stress con il cibo. Aprì il frigo, trovò un piccolo pezzo di prosciutto, ma non riuscì a trovarlo. Un brivido le attraversò la colonna vertebrale.

Chi ha preso il mio prosciutto? gridò nella cucina.

Ginevra, lho buttato fuori due giorni fa era verde, puzzava, ho pensato che non lo mangeresti più, meglio non rischiare la salute rispose tranquillamente la vicina Vera Ivanova, con un sorriso furbo.

Non è tuo compito decidere cosa mangio! sbottò Ginevra. Non toccare quello che non è tuo.

Il suo scoppio fu enorme: non solo aveva perso Luca, aveva perso una casa, il collega aveva messo in pausa la relazione, e ora Vera si intrometteva nei suoi cibi.

Vera Ivanova, non si arrabbi intervenne Giovanni Ilari, il vicino dellaltra stanza.

Era un uomo di sessantanni, capelli argentati, occhiali, sempre seduto su una vecchia poltrona con giornale o libro. Vera si mostrò turbata, il suo volto tradiva lemozione.

Ginevra è arrabbiata, non è per il prosciutto, ma per tutto quello che le è accaduto spiegò Giovanni, senza alzare gli occhi dal giornale.

E voi cosa sapete? replicò Ginevra, ancora più accesa nessuno vi ha chiesto il vostro parere.

Credetemi, ne so qualcosa.

Allora perché vivi in questa misera comunale? la sua voce non poteva più fermarsi.

Ginevra decise di chiedere scusa. Vera, con un cenno, si ritirò nella sua stanza. Ginevra sbatté la porta e si gettò sul divano, pensando: Ancora un filosofo di cucina che mi dà lezioni di vita.

Unora passò. Guardando il laptop, ricordò di aver comprato quel prosciutto tanto tempo fa, e si chiedé che fine avesse fatto. Unondata di vergogna la colpì.

Lho offeso senza motivo, Vera è una buona persona I miei nervi sono a pezzi, mi trasformo in una polemica, in una isteria. Devono aver pensato così di me. Devo chiedere scusa.

Trovò Vera in cucina.

Scusi, Vera Ivanova, non so perché ho reagito così. È solo che troppe cose mi sono accatastate E hai ragione, Giovanni ha ragione.

Vera sorrise, la abbracciò:

Succede, tesoro, ti capisco. Vieni, siediti, beviamo tè con biscotti e caramelle. Però devi chiedere scusa anche a Giovanni, è stato ingiustamente colpito. Lui è un professore, insegnava alluniversità, aveva una grande casa in centro, un lavoro amato. Ma fece una pausa, poi riprese la moglie si ammalò di un tumore al cervello. I medici non volevano operare, dissero troppo tardi. Andò in Israele, ma servivano milioni di euro. Giovanni prese un prestito enorme, andò con lei, lintervento riuscì, ma la salute non migliorò. Lei sopravvisse poco, poi morì. Giovanni lasciò il lavoro, si prese cura di lei, e dopo la sua scomparsa vendette lappartamento e pagò i debiti. Ecco perché ora vive qui.

Ginevra, ascoltando, quasi sanguò.

Grazie per avermi raccontato tutto sussurrò domani sicuramente chiederò scusa.

Il giorno dopo, dopo il lavoro, bussò timidamente alla porta di Giovanni con un piccolo regalo in mano. Lui aprì.

Buona sera, Giovanni Ilari disse Ginevra, porgendogli il dono per favore, perdonami, per Dio, scusami. Ieri ti ho offeso ingiustamente, avevi ragione.

Giovanni ascoltò senza interrompere, e quando Ginevra finì, disse:

Che sorpresa piacevole. Accetto il regalo e le tue scuse, ma solo se festeggerai con me: è il mio compleanno oggi.

Oh, auguri! Il regalo è proprio in tempo rispose Ginevra, felice come posso aiutarti?

Insieme a Vera prepararono la tavola. Mentre apparecchiavano, Ginevra raccontò a Vera la sua storia: da studentessa ingenua di un istituto, aveva creduto in un uomo sposato, era rimasta incinta, lui laveva portata allospedale, aveva pagato tutto, poi si erano separati. Non era più riuscita a concepire, forse per questo Luca laveva abbandonata.

La tavola era pronta quando suonarono alla porta. Un uomo alto, sui quarantanni, sorridente, entrò.

Buongiorno, sono il figlio di Vera, Ruggero si presentò.

Piacere, Ginevra, benvenuto in casa nostra. Entra pure.

Il pranzo fu animato, tutti brindavano a Giovanni, gli auguravano salute e felicità. Ruggo, ex geologo diventato autista di camion, narrava aneddoti di viaggi, di montagne e di cuori spezzati.

Ginevra, solo il giorno prima, non conosceva questi volti; ora erano come parenti di sangue.

Dopo qualche ora, Giovanni e Vera si ritirarono nelle loro stanze. Ruggo propose:

Facciamo una passeggiata, raccontami di te. Io sono un ospite raro qui, non vivo più nella città, la mia madre è pazza di Giovanni, e io penso lo stesso. Non torno spesso, ma quando lo faccio, mi chiedo se sposarmi.

La città era avvolta dalla neve di un inverno appena arrivato, il silenzio era un tappeto bianco senza vento. Ginevra e Ruggo camminarono per ore, senza sentire il freddo, avvolti da unenergia onirica. Poi si separarono.

Tre giorni dopo Ruggo doveva partire per un lungo viaggio su una strada di acciaio.

Per molto tempo? chiese Ginevra.

No, solo una settimana, poi torno. Mi aspetti?

Certo, ti aspetto con ansia.

Così iniziò la loro storia, che si trasformò in un sentimento intenso. Si sposarono, Ginevra si trasferì da lui, e un anno dopo nacque il piccolo Artemio. Quando Ruggo era via per lunghi viaggi, Ginevra e il bambino tornavano per un po alla comunale.

I giorni di attesa volavano. Vera e Giovanni, con il loro amore per il nipote, lo coccolavano, facendolo ridere. Non cera bisogno di cercare altre bambine per Artemio: avevano già i migliori nonni del mondo.

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La felicità del vecchio palazzo popolareNel cortile, tra i fiori di bouganville e le parole sussurrate dei residenti, un vecchio violino ricomincia a cantare, riportando alla luce i ricordi più cari di tutti.
Un appartamento per nostro figlio, ma con una condizione: devo risposarmi con lui!