Un appuntamento imperfetto
Passeggiavamo piano, io e Andrea, lungo via della Libertà, in una sera che pareva uscita da una vecchia cartolina. I lampioni alti, con i loro bracci decorati, gettavano sulla neve macchie di luce color crema e limone; sembrava far caldo, benché fosse un gelido febbraio milanese, e il Natale ormai passato da un pezzo. Un tram sferragliava lento, le scintille rosse crepitavano brevemente là dove i fili toccavano i cavi, e sparivano subito contro loscurità del cielo.
Andrea mi teneva sottobraccio, silenzioso comera quasi sempre. Ma tra noi le parole erano superflue: dopo oltre ventanni insieme, due figli ormai adulti, una casa costruita mattone dopo mattone, bastava uno sguardo per capirci.
Era raro regalarsi una passeggiata così, alluscita dallufficio. Invece, quel giorno, Andrea aveva chiamato lui, proponendo dincontrarci per un appuntamento.
Come? avevo riso io. Un appuntamento? Ma Andrea, non sono pronta, non riesco nemmeno a passare da casa a cambiarmi
Su, Lella! aveva sbuffato lui, con quella voce un po roca che mi faceva sempre sciogliere. Specialmente al telefono la trovavo irresistibile. Non fare storie! Vieni come sei. Alle sei davanti il Duomo.
Avevo annuito, sussurrandogli che lo amavo.
Sì, lo amo ancora. Mica come allinizio, con tutta quella passione e mille promesse sottovoce, ma in modo più pieno e sicuro. Si dice che con il tempo lamore si quieti; invece diventa solo più concreto, come una certezza. Andrea è **mio**, semplicemente.
Sulla piazza, un gruppo di ragazzi in maschera facevano gli artisti di strada, una delle ragazze con le lentiggini dipinte e le trecce raccoglieva monete tra gli spettatori. Andrea, appoggiato a una colonna mentre cercava me nella folla davanti alla metro, dapprima la ignorò, poi pescò una banconota dalla tasca e la porse.
Grazie mille! sorrise lei.
Mi ricorda la nostra Violetta, pensò lui. Tutte queste ragazzine ti prendono in contropiede con la loro freschezza
Andrea adorava nostra figlia; Lorenzo, il maggiore, era quasi geloso del rapporto che avevano. Ma il padre, di far distinzioni, proprio non poteva farne a meno.
Tanto mamma coccola te! scherniva Violetta suo fratello. Lorenzo, vieni che ho fatto la torta, Lorenzo vieni qua, dammi un bacio! e scimmiottava me. Lui faceva le boccacce e se ne andava sbuffando.
Andrea guardò lorologio unaltra volta, proprio mentre io uscivo dalla metro. Mi sistemai il berretto, tirai su i guanti grigi quelli di lana intrecciata che amo tanto.
Ehi! mi salutò Andrea agitando la mano, avanzando a fatica tra la gente nellora di punta.
Buonasera dissi a mezza voce, allungandomi sulle punte a baciarlo sulla guancia fredda. Scusa, in università è stato il caos oggi: domani controllo, e le schede del corso sono sparite. Tutto il corso, puoi crederci? Alla fine si era rovesciato il tè sopra, la segretaria le aveva nascoste per paura di farsi sgridare
Andrea faceva sì con la testa, mugugnando, sbuffando, e borbottando, comera suo solito.
E tu, comè andata? Tutto bene?
Lella, cosa può andarci male? Dai, dammi la borsa.
Io amavo quelle borse capienti, sempre carica di libri e carte degli studenti.
Hai portato anche i mattoni oggi? mugugnò lui. Il lavoro va lasciato allufficio! Quando la smetterai
Non risposi. Mi strinsi più vicina a lui.
Da lì in poi restammo in silenzio, guardando le vetrine addobbate, i pupazzi di neve delle scuole, i corvi che frugavano nei cartocci di carta.
Su una panchina, un pittore vendeva i suoi quadri piccoli, brillanti, quasi tutti paesaggi marini. Mi fermai a guardare una miniatura con la spiaggia, le conchiglie, il tramonto.
Dieci euro. Ma per te, cinque sussurrò il pittore.
Chiesi silenziosamente ad Andrea col solito sguardo. Lui annuì. Se era serata speciale, che serata fosse. Tanto non mi aveva comprato i fiori.
Avvolsi la miniatura e la infilai nella borsa.
Entriamo? Andrea indicò un piccolo ristorante con il portico illuminato da lucine colorate. Era al piano terra di una vecchia casa di ringhiera. Volevi uscire, no? E ormai è pure ora di cena.
Io scrollai le spalle: a casa non dovevo correre, Lorenzo era ancora in laboratorio, Violetta era in piscina con unamica Nessuna fretta.
Andiamo! risposi. Era davvero una vita che non uscivamo.
Ecco, brava!
Mi prese sottobraccio e mi sorresse su per i gradini scivolosi del ristorante.
Nel vestibolo in penombra ci accolse un ragazzetto impacciato, tutto gentilezze: tolse cappotti, ringraziò per aver scelto il loro ristorante, assicurando che era uno dei migliori di Milano. Aveva mani che tremavano e la voce insicura. Solo due giorni che lavorava lì e già sapeva che chi comandava era quel tipo enorme nellangolo, che si asciugava la fronte col fazzoletto: il proprietario, che decideva tutto del destino degli impiegati.
Alessandro? mormorai incredula, riconoscendo il ragazzo. Che ci fai qui?
Alessandro era mio studente, un vero talento, uno di quelli strani che diventeranno poi grandi scienziati. Era sempre alla ricerca del dettaglio, una mente che sapeva vedere oltre.
Si fece rosso, abbassò lo sguardo, consegnò i numeri del guardaroba.
Avete prenotato? domandò a voce alta. Poi sussurrando: Professoressa Niccolini, non si preoccupi, continuerò a studiare! Mi servono soldi, io e mamma
Annuii e gli strizzai locchio.
Sì, certo. Ho prenotato io, a nome Rossi disse Andrea.
Dal fondo qualcuno tossì. Alessandro fece cadere i menù e li raccolse in fretta.
Siete in due? domandò, trascinandoci a un tavolo accanto al muro, sopra al quale brillava uno scudo con due leoni rampanti che si fronteggiavano in una zuffa silenziosa.
Andrea mi fece accomodare, tirandomi fuori la sedia. Mi sistemai i capelli nuovi (il giorno prima dal parrucchiere avevo tagliato la criniera lunga in un caschetto elegante) mentre notavo che mio marito, leggendo il menù, nemmeno aveva espresso un parere sulla novità.
Andrea gli sussurrai. Che bello esser qui!
Mh? Sì, bello, certo. Quanto ci metteranno a preparare losso buco? O Lella, ma perché non siamo rimasti a casa a farci due ravioli! sbottò lui.
Dai, aspetta. Qui sarà tutto più veloce dissi, chiamando il cameriere e ordinando.
E un bicchiere di vino inserì Andrea, agitandosi, rovesciando la saliera.
Anche per me! sorrisi, osservando mio marito che sembrava essersi accorto di qualcuno.
Il cameriere se ne andò, Andrea iniziò a parlarmi forsennatamente di Violetta, della scuola, del perché Lorenzo tornasse sempre tardi. Diceva che ero troppo permissiva.
Io ascoltavo senza rispondere, coprendo la sua mano con la mia.
Cosa cè che non va? mormorai.
Andrea fece spallucce, ma proprio allora, dietro le mie spalle, una voce stridula irruppe:
Ma guarda che sorpresa! Non pensavo dincontrare qui la crème delluniversità! Lella, quasi non ti riconosco, ti sei ingrassata, vero? Non rispondere, si sa che letà non giova a nessuno.
La donna che si sedette ci mise il suo sigillo sulla serata: abito corto, stivali alti di pelle, trucco marcato e risate argentine. Le dita ornate di anelli e bracciali, tinti capelli rosso fuoco.
Smeralda?! Smeralda Belli? balbettò Andrea, alzandosi di scatto. Ma allora sei proprio tu?
Eh sì, cari miei! Sono io. Non siete cambiati: Andrea sempre con quegli occhi tristi Lella, guarda, io mi curo, sport, alimentazione sana. Ti passo il contatto del mio nutrizionista, anche se con i vostri stipendi da insegnanti, chissà se ve lo potete permettere
Un piacere anche per me, Smeralda risposi pacata, assumendo unespressione glaciale. Sei sola questa sera?
Io? Ma io qui sono di casa! Tutto mio, ristorante compreso, grazie a mio marito. Mi piace, ogni tanto, osservare i clienti. Andrea, sempre il solito: ma quelli come te, si sa, invecchiano peggio. Beh, ordiniamo! batté le mani e chiamò il cameriere per un brindisi.
Smeralda aveva sempre avuto la tendenza ad attaccarsi ai maschi fin dal liceo, quando arrivò a Milano, figlia di colonnello trasferito in città. Nei corridoi si sentiva una regina; tutti i maschi le cadevano ai piedi tranne, guarda caso, Andrea. Lei non laveva mai sopportato.
Guarda che se voglio qualcosa, me la prendo, mi sibilò una volta al ballo di fine anno.
Non sapevo bene difendermi allora, ma Andrea rimase con me, mentre Smeralda, così si diceva, era partita per il sud della Francia.
No, sono almeno ventanni bofonchiò Andrea.
Il cameriere portò grappe, antipasti e rimediò a un invito perentorio di Smeralda, che lo scacciò stizzita.
Ragazzi, allora, come vi va la vita? Figli?
Sì. Due: Lorenzo e Violetta. Due veri talenti intervenni io. Smeralda, volevamo stare un po soli stasera
Mi ricordo quando eri incinta! Una cosa che non perdona nessuno, la gravidanza! Ma non dirmi nulla, che noia. Figurati, io non sono tipo da bambini Andrea, chissà perché hai scelto un posto così. A casa non si mangia mai come qui! e ci servì i bicchieri. Su, un brindisi! Finalmente mi diverto.
Smeralda, tra unoliva ascolana e una battuta velenosa, prese a raccontare ad Andrea un vecchio episodio, insistendo su una vacanza dove pare avesse mangiato dei cannoncini con lui ad Alassio. Andrea scuoteva la testa, muto, io lo fissavo senza capire.
Non ci siamo mai stati insieme ad Alassio replicò lui secco.
Ma va, hai solo dimenticato! Sai quanto puoi essere sbadato?
Quella conversazione mi stonava addosso come un vestito che non mi sta più; guardavo le mie mani nervose e pensavo che volevo solo tornare a casa.
Violetta però chiamò subito dopo.
Papà, dove siete? In trattoria? Pure io voglio venire! Dai, aspettatemi cinque minuti che finisco in piscina! Se non mangio almeno una pizza questa sera, crepo!
Andrea abbassò la voce: Le diciamo di venire? O andiamo via?
Aspettiamola risposi, rimettendo la sciarpa sulla sedia. Non lasciamo morire di fame nostra figlia
Ecco, questa era la serata romantica borbottò lui, buttando la forchetta. E io che ci avevo pure tenuto
Dai, non ci pensare lo rassicurai. Arriva Violetta e ci salverà la serata.
A me faceva solo piacere che avesse pensato a tutto, Andrea. Non era romantico, mai stato di quelli che raccontano poesie, ma ogni sua attenzione la custodivo come un piccolo gioiello. Ricordavo i nostri viaggi, i fiori a sorpresa; lui, più di tutti, era luomo di casa, il rifugio sicuro. Sapevo che mi era stato accanto nei momenti brutti e belli, dalla malattia di mia madre alle nostre vacanze in montagna.
Come si va avanti ora, dopo una simile rivelazione? E se Andrea avesse avuto altre storie come quella con Smeralda, magari a ogni viaggio di lavoro?
Mi perdonerai mai? mi domandò dopo, appena ebbe il coraggio.
Non so di cosa parli risposi a spalle dritte. Conta solo chi resta fino alla fine, Andrea. E tu sei qui.
Lui annuì, prese la mia borsa sulle spalle e mi baciò come solo nei veri appuntamenti si fa.
Grazie, Lella. Grazie per stare insieme, per i nostri figli, per tutto. Non esistono donne come te
Sorrisi. Non serve essere perfette per sentirsi una dea.
E il passato… il passato rimase laggiù, a Alassio, lavato via mille volte dalla pioggia tra i sassi del lungomare. Non cera più.







