Frammenti
State vendendo? Eh Giulia Michelina si aggiustò la lunga gonna plissettata, scosse la testa mentre si guardava intorno, fece un passo attento per evitare una pozza lungo il viottolo e salì i ripidi gradini del portico. In cima, poggiandosi su uno zerbino intrecciato a mano, ripulì dalle scarpe la terra appiccicata, rabbrividendo appena. Era appena smesso di piovere, dalle fronde bagnate dellorto colava ancora acqua. Il terreno, cosparso di foglie giallo-marroni e accartocciate, sinnalzava in sottili vapori scaldati da un sole che finalmente sembrava voler tornare. Lì, tra le foglie di ribes, la luce giocava, rimbalzando allegra sulle braccia nude della vecchia ciliegia ormai secca. Lacqua raccolta nel barile a lato della casa rifletteva il cielo azzurro, quello speciale di certe ottobrate, sopra cui si spostavano nuvole bianche e soffici come batuffoli di lana.
Lidia, Lidia Andrei, per tutti semplicemente Lidina, per il figlio era ma, per il marito Liduccia una donna dal passo lieve, quasi trasparente, con braccia sottili come rami, gambe esili, la figura minuta e il volto diafano, da bambola di porcellana, con due macchie rosse e fuori posto sulle guance , annuì e sospirò con tristezza. Sì, stava vendendo la casa di campagna, quella che era stata il nido della sua famiglia per generazioni.
Ma come? Una rovina simile, a questo prezzo? storse la bocca Giulia, pronunciando questo con disprezzo. Era sempre stata parsimoniosa, contrattava persino al mercato e controllava tutto due volte, da quando la vita, negli anni Novanta, aveva forgiato il suo carattere: i tempi erano cambiati e lei, giovane e bella, desiderava troppo per la busta paga che non arrivava mai. Così insieme al marito, lancora innamorato Igor, aveva aperto una sartoria a San Donato. Ma dove trovare i tessuti migliori, i bottoni, mantenere lo stile? Si inventavano di tutto, barcamenandosi, facendo qualche scorrettezza; era stato quello il prezzo per conquistare una vita con una casa bella, musiche straniere, liquori rari e tutto quanto facesse sembrare la loro felicità uguale a quella dei grandi. Principi e princìpi avenivano dopo affari prima di tutto! pensava Giulia.
Con gli anni aveva imparato a mettere da parte ogni debolezza: sapeva spingere via chi la ostacolava, sottomettersi ai potenti, e il povero Igor, consapevole di tutto, taceva. Se non ti sta bene, vattene, aveva sentenziato lei. Ma Igor decise che gli andava tutto bene. Visse con Giulia tanti anni, ebbe persino una relazione segreta con una Zita, eppure mai confuse affetti e vantaggi. In Zita cerano tenerezza e passione; con Giulia, denaro e stabilità era la ricetta della sua felicità, pur contraddittoria. Giulia forse sapeva della rivale, forse solo sospettava, ma non aveva mai avuto il coraggio di scacciare il marito.
Intanto la potenziale acquirente osservò la ringhiera, scrollandosi via dalle mani la polvere di muschio.
Almeno avreste potuto sistemare la casa! Igor! Dove sei? gridò Giulia al marito, appoggiato al cofano della vecchia Fiat grigia, che fumava sigaretta al vento della mattina. Vieni qui! Mi tocca sempre fare tutto da sola?
Lui gettò il mozzicone, provò ad aprire il cancello, ma sbagliò direzione di apertura.
Ma non ragioni? Si apre dallaltra parte! ringhiò la moglie, e senza aspettare che si avvicinasse, ordinò di aprire casa per mostrare cosa cera dentro.
Landito foderato in legno era piccolo ma lindo, con una rastrelliera per scarpe, ganci alle pareti e un posto per la legna. Accanto alla porta pendeva uno specchio ovale nella cornice di legno scuro, ormai un po opaco.
Ma dappertutto avete tappeti, stuoie, cenci?! sbottò Giulia, sollevando con la punta del piede un colorato tappetino. Così si crea solo muffa, sotto quei tessuti cè solo polvere! Ma che modo di vivere siamo nel ventunesimo secolo! Vivete ancora come le nonne contadine!
Quelli li facevamo con mia nonna, veri pezzi unici, fatti a mano, vede? ribatté Lidia, indicando con affetto i tappetini.
Sì, con nonna si lavorava insieme: tagliavano vecchi abiti e gonne, lei insegnava come intrecciare le strisce, come comporre i motivi. Erano lontani dai prodotti del mercato, ma per Lidia rappresentavano la memoria. Erano il ricordo delle serate passate con le mani ruvide della nonna, la voce di mamma sempre allegra che canticchiava ballando scalza sopra quei tappetini, rincorsa improvvisamente dal padre di Lidia che la prendeva tra le braccia. Quei cenci era anche il ricordo di quando il piccolo Carlo, suo figlio, giocava lì sopra fingendo fossero capitali e mari di un suo mondo immaginario.
Ricordi E ora vendeva tutto, proprio ora, a una donna che di sicuro avrebbe gettato quei tappeti, o forse li avrebbe persino bruciati.
Sono solo cianfrusaglie! Io non pago per queste. Avanti, che altro cè? tagliò corto Giulia, sentendosi forte nella sua rudezza.
Proprio come suo padre, pensò Giulia Michelina osservando la padrona di casa. Anche lui, fragile e magrolino, si aggrappava al tavolo, eppure dava ordini. Sembrava mite, ma era duro dentro. E anche questa Lidia: agnellina fuori, ma dentro strega!
Questa è la stanza più grande, si può usare come salotto, lì cè la cucina, molto luminosa, con vista giardino spiegava Lidia mostrando qua e là.
Ma quale grande!? ridacchiò Giulia. Non mi suoi certo incantare. La vendita si fa con onestà.
Ma non ha visto bene vada a vedere da sola.
So io dove andare! Che altro avete?
Ah, cè uno stanzino per conserve e vecchi oggetti. Dalla cucina si può uscire in giardino. La stufa funziona, riscalda lintera casa. E qui a destra Lidia indicò una porta semiaperta lo studio di mio padre. Abbiamo ancora dentro le sue cose, ma lo svuotiamo prima della vendita.
Lo studio di suo padre, addirittura? finse stupore Giulia.
Entrò. Un grande tavolo in quercia, la superficie ricoperta da panno verde; perché i sapientoni scelgono sempre panni su cui si notano tutte le macchie? Sul tavolo, un portapenne in bronzo, raffigurante cacciatori a riposo. Lungo le pareti, scaffali pieni di libri, enciclopedie, dizionari, raccoglitori e album di foto.
È interessante Suo padre era un professore? chiese Giulia, scrutando i libri.
Sì, insegnava storia alluniversità, spiegò Lidia, accarezzando il tavolo. Il legno lucido era freddo e in quella stanza aleggiava lodore dellartemisia. Il padre ne lasciava rami tra i libri dinverno per tenere lontani i topi, che però sinfilavano dappertutto lo stesso. Ai tempi, quando non andavano in campagna dinverno perché la nonna badava alla casa e la madre era malata, padre lavorava troppo per poter scappare. Lidia e la nonna viaggiavano in treno, poi un tratto a piedi nel bosco. Arrivate al cancello, sarrabattavano per aprirlo. La neve proibiva laccesso, ma a Lidia piaceva tantissimo tutto bianco. La nonna saffrettava ad accendere il fuoco solo dopo aver bevuto il tè assieme, diceva che il calore troppo brusco avrebbe fatto piangere le pareti.
Dopo aver controllato la casa, recitava preghiere e benediva il nido familiare. Lidia ascoltava senza contraddirla, anche se a scuola lavevano convinta che Dio non esistesse. Ma le piaceva sentire il mormorio dolce della nonna, i suoi gesti lenti, il modo in cui aggiustava il fazzoletto sul capo e poi, con un sorriso, diceva: Andiamo Con Dio! e scendeva il portico. Lidia allora lanciava neve contro il melo, la nonna si faceva il segno della croce e rideva di cuore.
E ora suo padre? Ancora insegna? domandò Giulia, tornando gelida.
No, è in pensione da tempo, ha perso quasi tutto luso degli occhi. Sali pure al piano di sopra, ci sono altre tre stanze, piccole ma molto accoglienti, seguì Lidia.
Hai sentito, Igor? Il padrone è diventato cieco. Si vede che Dio punisce, sibilò Giulia verso il marito.
A lui non importava granché, non capiva perché la moglie volesse proprio quella vecchia casa; avrebbero potuto comprarne una più comoda in città.
Per un cane matto, sette miglia non sono mai troppe aveva detto Giulia mentre viaggiavano in auto.
Chi sarebbe il cane matto? chiese Igor.
Non importa. Guida e zitto.
Le scale con le balaustre perfettamente sagomate conducevano al piano superiore. Anche qui i tappeti facevano storcere il naso a Giulia.
Solo la bara sistema il gobbo, sussurrò stizzita. E che buio! Non potevate installare una lampadina?
Nessun mistero, ecco il pulsante!
Una lampadina si accese illuminando le tre porte e, alla fine del corridoio, unaltra vetrina, gemella di quella dello studio: dentro, statuette di porcellana volpi, lupi, gufi, cani, dame con ombrellino, ballerine, pastorelli e le loro spose, ninfe appena velate, bambini paffuti, marinai, soldati e una donna giapponese col ventaglio.
Accidenti! Igor corse subito lì, naso quasi sul vetro. Ma una collezione così vale molto di più della casa!
Niente da fare. Sono di mio padre. Porteremo via tutto, lascio solo il mobile, scosse la testa Lidia.
Il padre si era appassionato a quelle statuine: le trovava ai mercatini e nei negozi dantiquariato, e mai trattava sul prezzo. Se non bastavano i soldi, si faceva prestare, pur di portare a casa lennesimo pezzo. Lidia adorava accarezzare i cagnolini di porcellana, fissare i dettagli mirabili delle ballerine. La madre e la nonna, invece, vedevano solo uno spreco di Lire, dannose per il bilancio familiare.
Non capite niente! Per voi la vita è terra terra! Qui cè arte, arte vera, e voi ve la perdereste così! si infervorava Andrè.
Allinizio le statuine riempivano lo studio, poi furono trasferite su. Quando Carlo era piccolo, rubò di nascosto un marinaio di porcellana e giocava sotto le coperte guai a farsi scoprire! Quando la mancanza fu notata, scoppiò il parapiglia e Lidia decise quasi di non tornare più in quella casa; ma quella sera stessa il padre fu colpito dal primo ictus.
La notte in ospedale, la lunga attesa, il manifesto sullimportanza delle passeggiate che campeggiava sul muro: sembrava ironico, in quel momento
E quali erano le sue preferite? Ogni collezionista ha i suoi pezzi del cuore. domandò Giulia, le sopracciglia sollevate.
Sì lo sciatore, la ballerina e la nuotatrice, Lidia indicò le statuette.
Ricordava perfettamente il padre che le portava a casa, sfilandole lentamente dal suo valigione in pelle. Da bambina Lidia voleva toccarle, ma il padre era categorico: Mai, sono preziose!
Ma che gusto raccogliere certe assurdità? sbottò Giulia, aprendo lo stipetto, afferrò la nuotatrice col cappellino azzurro e la lasciò cadere a terra. Mentre Lidia e Igor fissavano stupiti i cocci, lei afferrò anche lo sciatore e la ballerina, rompendo pure quelli. Ecco fatto! Questi i più preziosi? Che tu sia maledetto, Andrè! Maledetto!
Ma cosa fai?! gridò Igor. Lidia, scusaci! e si chinò raccogliendo i frammenti.
Lidia li guardava terrorizzata.
Non capisco perché lo chiami zio Andrè? E come fai a comportarti così, come se questa fosse casa tua? Questo è il nostro rifugio, mio, di nonna, del babbo e di mio figlio
Ma ormai non lo è più. Lo vendi, no? Sei stata costretta dal figlio scapestrato Un nido pieno di ricordi: natali con labete vero tagliato da Andrè, addobbato con vetri antichi nella sala, appena sotto le scale sì, li legava al corrimano perché non crollasse! e lui si vestiva da Babbo Natale a portarvi i regali, vero? Lestate in giardino, sotto le cigliegi- oh, sono morte? Meglio, le avrei tagliate comunque.
Lidia si ritrasse, aggrappandosi alle ringhiere.
Ascoltate, parliamo, tentò Igor, spaesato. Non aveva mai sopportato discussioni tra donne: sua madre e sua nonna ne avevano fatte abbastanza da farlo fuggire già col pensiero.
Meglio, Igoletto! O, magari, dovrei bruciarla ora questa casa? Tanto non vale nulla tutta sta roba! Lidia, hai dei fiammiferi?
Ma sei pazza?! Andiamo a casa provò a trattenere la moglie.
No, ora parliamo. Vendi tutto per aiutare il figlio, vero? Allora beviamo un tè.
Giulia scese in cucina, mise subito lacqua a bollire.
Siediti, dovè il servizio da tè? Quella bella tazza sottile, con le roselline la tua, vero? E quella col cavallo sarà di tuo figlio, appassionato di cavalli. Quella blu con fregi doro? Tua nonna? No? Allora tua madre. Ah già, pure lei morta E dove sta la tazza più importante, la padronale?
Seguì lo sguardo di Lidia e lo trovò.
Mio Dio, questa miseria! Eppure tua madre ne aveva regalata una nera e dorata spettacolare ad Andrè Ma lui forse si vergognava a usarla con voi. Questa la butto.
Stava per scagliarla a terra quando Igor la bloccò; il fischio del bollitore segnò la fine di un round, con Lidia in svantaggio.
Lei conosceva mio padre? mormorò la padrona. Igor le porse il tè, ma Lidia non beveva, era paralizzata dalla paura.
Lo conoscevo. Credete fosse un santo? Il perfetto padre, marito, figlio, nonno. Forse tua madre non lo seppe mai, ma non era lunica donna nella sua vita. Poteva essere mia sorella, questa casa sarebbe potuta essere anche mia. Andrè conobbe mia madre a una mostra di queste porcellane. Lei gli parlò di alcune statuine. Poco dopo lui venne a casa nostra coi fiori. Mi portò una bambola tedesca che parlava e chiudeva gli occhi. Anche tu ne avevi una simile, vero? A volte si fermava da noi, e io venivo spedita dalla vicina, zia Gina, che non faceva che insultarmi. Ma per mamma sopportavo. Con lui era felice, la vedevo fiorire. Un giorno ci portò qui, a respirare aria buona Vedevo le tue bambole, mi vietavano di toccarle.
Anchio sentivo che qualcuno era entrato nella mia camera sussurrò Lidia.
Lui ci parlava della famiglia ideale, le feste, lalbero e io sognavo di avere tutto questo, ma finì tutto allimprovviso: Andrè tornò, lasciò dei soldi a mamma e le portò via le statuine, abbastanza per un aborto. Avrei potuto avere un fratello! Ma mamma ha scelto: restava solo una stanza, mica si può vivere con un altro figlio! Da lì iniziò a spegnersi, si rifugiò nelle medicine, pianse notti intere. Fu lui a spegnerla. Maledetto! A diciottanni la seppellii, poi mi iscrissi alluniversità e lui insegnava proprio là, corso di Storia. Non mi riconobbe, io nemmeno tentai vendetta subito. Cambiai ateneo, poi mollai tutto: aprii la sartoria con Igor, e di recente ho scoperto che proprio tuo figlio lavora da me. Carlo, vero?
Sì. Come hai fatto a capirlo? Porta il cognome del padre.
Lho sentito parlare alla festa dellazienda: descriveva la casa, invitava tutti, felice e ingenuo!
Carletto Lidia chiuse gli occhi. Il figlio non aveva filtri, raccontava tutto a tutti.
Una lingua da barista il tuo ragazzo! commentò Giulia senza gioia, lisciandosi i capelli.
Carlo ha avuto problemi coi conti, sono spariti dei soldi Sei stata tu?
No, ha fatto tutto da solo. Ho solo osservato. Quando avete iniziato a vendere per aiutarlo, ho deciso che avrei aiutato a modo mio: ora questa casa sarà mia. Anchio avrò il mio giardino, la mia scala, la mia stanza, i miei picnic. Andrò avanti e tu dovrai darmi tutto. Avrei potuto denunciare tuo figlio per truffa, ma non lo farò. Ti pago la casa, tu dai il denaro a Carlo, e lui lo gira a me. Alla fine, io avrò tutto e lo merito. Tuo padre mi ha tolto mia madre. Tu lhai venerato, sbagliando. Ora che è cieco, se lo merita.
Si alzò, si abbracciò da sola.
Igor, dammi una sigaretta!
Giulia, ma non dovresti fumare
Ho detto dammela! scandì, minacciosa.
Igor frugò nei taschini, impreco.
Forse lho persa, vado in macchina! e uscì, portando con sé uno sbuffo di aria umida.
Non puoi risolvere così, Giulia si alzò Lidia, le andò incontro, le pose una mano sulla spalla. Hai detto cose tremende, ancora non so come sistemarle nella testa. So solo che anche se prendessi tutto la casa, la macchina, il terreno non sarebbe mai la tua vita. Ti tortureresti, continueresti a guardare a quel che non hai avuto. Costruisci la tua, di vita. Ricomincia. Ti prego, Giulia. Perdonaci, perdona almeno per te stessa. Hai figli?
No. Non ne ho voluti. Con Igor siamo più colleghi che coppia.
Le due donne rimasero in silenzio, occhi rivolti fuori.
Non ti sei permessa di essere felice per rispetto a tua madre. Ma tua madre voleva che tu fossi felice davvero. È questo che desiderano i genitori: che i figli vivano meglio di loro. Questa casa, credimi, ormai conta poco.
Giulia si voltò. Forse davvero poteva farcela. Sua madre le avrebbe detto: Prova, figlia mia, viviamo anche per noi due.
Il cellulare di Lidia squillò forte sulla tavola.
Ma! urlava Carlo al telefono. Ma! Hai firmato? Non firmare! Ricorda quella donna È successo che un uomo dalla Sicilia ha chiamato, dicendo che ha ricevuto dei soldi da me, ma ha restituito tutto! Non devo nulla! Dille a quella signora di andarsene!
Il suo tono squillante, vigoroso. Giulia ascoltava, roteando gli occhi.
Non alzare la voce, caro. Lei è qui. Ora ci arrangiamo. Ti voglio bene, Carletto!
Riappese. Lidia guardò lospite.
Penso che andrò, decise Giulia, e se ne uscì di fretta. Se tutto si è sistemato, è inutile parlare ancora.
Mi lasci il tuo numero? chiese Lidia.
Perché no?
Lo scrisse su un pezzo di giornale, poi si perse tra le foglie del giardino.
Poco dopo, il motore della Fiat brontolava, le ruote slittavano nel fango, e poi solo silenzio.
Così. Non i cocci di porcellana, ma la vita di Lidia si era frantumata in mille pezzi: i ricordi limpidi, lorgoglio per il padre, la fiducia nellamore dei suoi, tutto gettato in una voragine. E ora non sapeva da che parte ricominciare.
Dal giardino, il gatto di Lidia, Tiburtino, rientrò con semi e foglie appiccicati. Le si avvicinò, strofinandosi sulle gambe, miagolando piano. I gatti sentono la tristezza, la condividono e la portano via.
Coraggio, amico, vieni a farti asciugare. Tu almeno non mi tradirai mai, eh? Tiburtino, piccolo mio Lidia lo prese in braccio, lo asciugò con delicatezza e rimase seduta pensosa, a fissare il giardino oltre la finestra.
Giulia, la madre, la bambola tedesca, le statuette, il tradimento del padre: tutto girava nella testa, si mischiava in sogni ansiosi. Nella notte, svegliatasi di soprassalto, Lidia non riuscì più a dormire. Sentiva nella stanza accanto la finestra sbattere per il vento, Tiburtino giocava con le frange del tappetino.
Indossò la vestaglia, scese nello studio di papà, si accomodò sulla poltrona.
Come affrontare ora suo padre? Far finta di niente o raccontargli tutto? Andrè ormai dimenticava anche il passato; forse non avrebbe neppure ricordato?
Quello studio un tempo così caldo ora pareva freddo, impersonale. Lidia si spostò in cucina, si fece un tè.
No! Non si fa così, si disse con decisione, battendo la tazza sul tavolo. Fuori albeggiava, gocce cadevano dalle grondaie, disegnavano cerchi regolari nella botte dacqua, e su di essi galleggiava una foglia di acero, rossa e dorata.
Appena fu abbastanza tardi, Lidia telefonò a Giulia, che non rispose.
“Vieni, impariamo a conoscerci dal vivo”, lesse Giulia il messaggio, accoccolata vicino al marito addormentato, sospirò
Lidia, è un errore. Non so essere vicina a qualcuno, mi fa paura iniziò Giulia subito al cancello, senza salutare. Oggi sembrava unaltra: in tuta comoda, i capelli raccolti, niente rossetto, la voce sommessa, il volto spaesato.
Lidia le sorrise e la invitò dentro, curiosa di conoscerla di più. Quella Giulia fragile era diversa. Forse, sì, avrebbe potuto essere amica.
Ma sei qui Non è mai tardi. Possiamo riuscirci, vivere bene, disse Lidia iniziando a preparare la tavola. E dovè il tuo Igor? Chiamalo, mangiamo insieme!
È lì fuori, aspetta la rissa, rispose Giulia ridendo di se stessa. Igor, porta il cocomero!
Il povero Igor arrivò carico danguria, rischiando di cadere, sorretto dalle mani delle donne.
Ma allora compriamo la casa? bisbigliò confuso, rivolto a Lidia.
No.
Meno male! Che di zappe e orti non ne posso più! Giulia, grazie!
Un sorriso sorpreso comparve sulle labbra di Giulia: il marito la ringraziava ed era piacevole.
Grazie anche a te
Lidia, le mani in grembo, si domandava dove avrebbero dormito il prossimo capodanno: qui, certo, ma le camere non bastavano più Eppure Giulia meritava un vero Natale in campagna, con lalbero e i regali sotto. Ma di quello si sarebbe preoccupata più avanti, la felicità si costruisce poco per volta.






