Un vero cavaliere
Antonella picchietta velocemente sulle tasti della macchina da scrivere. Ha imparato questarte quella di battere veloce frequentando un corso serale di dattilografia. La sua insegnante, la signora Marina Venturi, la lodava spesso, dicendo che Antonella era una fortuna per qualsiasi futuro direttore. E Antonella ne andava fiera. Non è poco digitare così tante parole al minuto, e pure senza errori! Anche in italiano andava bene, non prendeva sempre il massimo, come testimonia il diploma lasciato lì accanto, ma era comunque una ragazza molto preparata.
Così diceva sempre nonno Nazario, coi capelli arruffati, la barba grigia, ispida, e gli occhi azzurri come due laghi alpini. Il nonno la veniva a trovare in città, portandole sempre un sacco pieno di mele grosse e zuccherine, grandi come il mio pugno di vecchio diceva lui; portava anche le zucchine, ma Antonella non le amava e finiva per spostarle di lato nel piatto, per poi, di nascosto, darle alla cagnolina Dina. Dina si mangiava tutto. Era stata una randagia, che Antonella aveva raccolto per strada, bagnata, spelacchiata e impaurita, convincendo a gran fatica mamma e papà a tenerla in casa: Solo questa volta, e solo perché è davvero una cagnolina speciale! E così rimase con loro.
Tutta la sua infanzia Antonella l’ha trascorsa circondata da persone curiose. Come la logopedista, la signora Nina Antonioni. Oltre al suo lavoro, Nina adorava raccontarle storie di uomini veri, di galanteria, di cavalleria; diceva che un vero uomo offrirà sempre la mano a una signora, la sommergerà di complimenti e la proteggerà dalle disgrazie.
Ora, disgrazie per Nina erano robe serie, tipo salvare il mondo, mica una pozzanghera schizzata da una macchina, le bollette troppo alte o i sacchetti della spesa troppo pesanti. No, un vero cavaliere non è un aiutante di casa, ma un galantuomo come quelli nei romanzi. Può anche uscire con gli amici e la moglie aspetta a casa, bellissima e felice, la tavola apparecchiata con le candele e la cena fumante, conversando sempre di cose elevate.
Mio marito, Antonella, è proprio così! Un bravo uomo, garbato e con buon gusto sia a tavola che nel vestire, sa persino giocare a pallavolo e nuota bene. E fisicamente… sembra proprio un Apollo! Tutte mi invidiano. E io… io ci provo a essere allaltezza, e Nina nascondeva i piedi nelle sue scarpette rovinate. Le piccole incombenze, le tengo lontane da lui. Che sarà mai portar fuori la spazzatura, pulire, tagliare la legna in giardino? Guida la macchina solo lui, ma anche la Regina dInghilterra guida, quindi sono una vera signora, no? E continuo ad adorare mio marito.
Antonella, tenendo stretta Dina, ascoltava sognante le storie di veri uomini, cavalieri e galantuomini, mentre anche la cagna, ogni tanto, abbaiava per interrompere la magia di Nina.
La maestra si riprendeva dal sogno e si ricordava improvvisamente della lezione da fare ai Pasinotti
E suo padre, era come diceva Nina? Antonella ne era certa. Portava spesso la mamma a teatro, cantava arie doperetta sotto la doccia, era sempre gioioso, un po leggero.
Non vedeva quando il papà, la sera, rimaneva in macchina, si stringeva le tempie tra le mani, quasi volesse esplodere. La testa pulsava, ma le ragazze non dovevano vedere. Meglio proteggerle.
Così, guardando verso la finestra di casa, il papà tirava fuori un sorriso finto e saliva: Caterina, la mamma, capiva dagli occhi rossi che non andava tutto bene, ma non chiedeva mai, preferiva aspettare che, spento il lampadario, a letto lui si confidasse. E Antonella dormiva serena nella sua camera, ignara che il papà aveva già preso mille gocce di calmante senza trovare pace dopo lennesima riunione
Antonella crebbe così, tra persone belle, bambole di porcellana con bordi dorati, mobili antichi, vestiti eleganti; si convinse di quale dovesse essere luomo dei suoi sogni, decise che avrebbe studiato, magari allAccademia di Teatro, e avrebbe sposato un attore o un cantante. Sono tutti così belli, veri cavalieri!
Non la presero però a teatro. Dissertarono che non aveva talento. Antonella ci rimase malissimo. Ma come, se il nonno faceva il tifo alle sue recite di casa e mamma le diceva sempre che era nata attrice? Il papà invece era sempre rimasto in silenzio. Antonella non seppe mai che fu proprio lui a sabotare quella scelta: temeva che sua figlia si umiliasse davanti a estranei. Recitare, diceva alla moglie, è per chi ha sofferto molto; la nostra Antonella non saprà mai fingere dolore vero.
Non fa nulla, decisero lei e mamma, e Antonella si iscrisse a Scienze della Formazione. Le piacevano i bambini, passava pomeriggi in cortile con loro, correva nei giochi e dinverno faceva i pupazzi di neve. Poi tutti andavano a casa sua, si sedevano al tavolone e lei li offriva la crostata fatta da mamma, come una vera signora.
Compilando i documenti e facendo gli esami, rimase posto solo per la frequenza serale, così Antonella trovò subito lavoro come segretaria da un amico del padre, il signor Gennaro Petri.
Zio Gennaro, come lo chiamavano tutti, era di casa, conosceva bene Caterina, la madre di Antonella, la teneva in braccio quando lei era piccola, e la considerava quasi una nipote.
Antonella non lo deluse. Batteva diligente a macchina i suoi discorsi, non chiedeva mai due volte e sbagliava pochissimo, sempre puntualissima al lavoro.
Va bene così, Antonella Ehm Bene, bene Passami la penna Anzi, la matita. Ecco Gennaro faceva correzioni, ogni tanto si rabbuiava, e Antonella temeva fosse colpa sua, ma poi il viso del capo tornava placido e sorrideva.
Così va bene, lasciamo tutto così. Le correzioni falle tu, viene meglio. Ora un tè, Antonella?
Gennaro si alzava con ritmo lento, appoggiandosi pesantemente al tavolo, e andava a versarsi da solo una tazza.
Non sopportava che lo servissero, per lui era segno di obbedienza servile. Antonella, appena sentiva nominare il tè, correva trafelata al tavolino dangolo, scodellando rumorosamente; ma dopo una sua lavata di capo, imparò a non essere troppo solerte.
Così sarebbe andata avanti Antonella, seduta tranquilla in portineria, a piedi nudi sotto la scrivania nellattesa che la chiamassero, studiando la sera, uscendo con le amiche per le vie del centro, andando al mare con la mamma in affitto a Piombino dalla simpatica signora Irina che la riempiva di albicocche fresche.
Ma purtroppo, una sera, al compleanno di zio Gennaro, incontrò suo nipote, Riccardo.
Riccardo era alto, un po magro ma di spalle larghe, elegante; la magrezza gli stava pure bene. Ma soprattutto, era proprio come quei cavalieri di cui parlava la signora Nina.
Antonella, al tavolo, continuava ad aggiustarsi un ricciolo che le cadeva sugli occhi, mentre osservava Riccardo, che faceva il galante con tutte, versando spumante, passava piatti di quello squisito branzino o quel paté morbido, scherzava, proponeva brindisi spiritosi. Le signore lo ammiravano, zio Gennaro scuoteva il capo in finta disapprovazione, ma si vedeva che era fiero. Non tutti i direttori possono vantare un nipote così!
Antonella si sentiva fuori posto, tra signore mature, discorsi da adulti; non ci capiva proprio niente.
Permettete un ballo? Riccardo improvvisamente le si avvicinò da dietro.
Io Sì, certo, accettò Antonella, vedendo il cenno dapprovazione di Gennaro.
Non ballava male, daltronde la mamma le aveva insegnato sin da piccola. Riccardo invece sbagliava passi, le pestava i piedi.
A dirla tutta, questi balli non li so proprio, spiegò. Facciamo qualcosa di più moderno. Sei mai stata a Parigi, Antonella?
La faceva girare per la sala, lei sorrise, si sentiva finalmente sciolta, meno impacciata. No, Parigi mai, solo in Liguria e in Toscana.
Riccardo sorrise e promise che subito andava a prendere una bibita per lei.
Antonella lo aspettò, lo osservò parlare con le signore, e capì che sì, quello era il cavaliere di cui aveva sempre sognato. Non un uomo qualunque, ma un eroe.
Nina aveva ragione: bello, raffinato, galante, capace di leggere i desideri altrui
Poi mangiarono uva insieme, Riccardo le raccontò delle sue risate a Parigi, della nebbia sul Tamigi Antonella si sentiva sempre più leggera, come se ancora stessero danzando insieme.
Verso le nove Riccardo chiamò un taxi.
Viaggiarono prima in silenzio, poi lui iniziò a chiederle dove studiasse.
Antonella rispose appena, Scienze della Formazione. Non capì se a Riccardo piacesse o meno.
E tu che fai? domandò infine lei.
Io? Ingegneria. Una noia La vostra facoltà è molto più interessante. Da piccolo amavo la scuola, e tu?
Io anche, penso di sì, era normale per me, rispose Antonella.
Parlarono poi di tutto e niente libri preferiti, Riccardo amava la poesia, soprattutto Ungaretti, Antonella la prosa, romanzi di Pirandello, anche se spesso non li capiva fino in fondo. Entrambi sapevano andare sugli sci e sui pattini, entrambi da piccoli avevano cani e mele grandi quanto il pugno del nonno.
Erano giovani, entusiasti, convinti che la loro vita sarebbe stata molto diversa da quella degli adulti: più alta, migliore, senza litigi o silenzi. Loro non avrebbero mai sbagliato come i genitori.
Il tassista li ascoltava e sorrideva. Che bello credere che la felicità sia tutta davanti
Antonella avrebbe continuato a raccontare, ma il taxi era già arrivato. Riccardo la accompagnò al portone, le baciò la mano.
“Grazie”, balbettò Antonella.
“Dai, è stata una bella serata. Buonanotte, Anto!” rispose lui. “Sogni doro.”
Antonella sperava che, come nei racconti della signora Nina, la baciasse sulle labbra ma quando riaprì gli occhi, non cera più: sulla scala solo una rosa, uguale a quella dei vasi al banchetto, probabilmente presa da lì
E allora? Lha presa per me! pensò orgogliosa, chinandosi a raccoglierla.
La mamma la accolse in corridoio, gli occhi pieni di sonno.
Antonella si chiuse la porta dietro, portando in camera la rosa metà appassita.
Alle amiche raccontò poco di Riccardo.
“Comè questo Riccardo?” volevano sapere tutte. Capirono subito che Antonella era innamorata.
“È è un cavaliere, ragazze! Proprio come ho sempre sognato il mio futuro marito!” rispose lei con un filo di voce. Però, ci sapeva fare con la teatralità, papà si sbagliava
“Ehh Ma vi siete baciati almeno?” chiese Giulia, tutta gialla nel suo vestito canarino, ancora mai baciata.
“Sì cioè, no”, Antonella scosse la testa. “Mi ha portato da bere, abbiamo ballato, poi mi ha accompagnata e baciato la mano”.
Giulia sospirò invidiosa. Anche lei avrebbe voluto, almeno una volta nella vita
Le altre tacevano, solo Sveva, la sportiva, disse:
“Bah! Tutta scena! A quelletà li fanno tutti gli innamorati, e intanto vengono accompagnate a casa a decine. Sono figli di papà, pieni di sé, tutto sto parlare di Parigi, Londra, Venezia in testa il vuoto. Se succede qualcosa di serio, spariscono subito. Levati queste storie dalla testa, Antonella. Vieni a giocare in squadra con noi, ti passa tutta questa poesia!”
Sveva diede un pugno al davanzale, e Antonella trasalì, come se lavesse colpita.
Giulia non era daccordo, vivere dovrebbe essere passione, sentimento e libertà. “In bocca al lupo, Anto!”, incrociò le dita.
“Non ascoltarla”, sussurrò Giulia allamica. “Sveva è solo invidiosa. Non si è mai vista un corteggiamento!”
“E che sono, una margherita da corteggiare?” rise Sveva. “Ma il mio dovere è avvisarvi, tocca a voi ascoltarmi. Ora a lezione!”
Quella sera Antonella sognò solo Riccardo che le prendeva la mano e le diceva proprio quelle parole, le più belle. Batteva il cuore, le tremavano le gambe.
“Pasinotti, sta male?”, domandò il professore. “Esca per prendere aria, cè troppo caldo qui dentro.”
Antonella negò con la testa e si immersa negli appunti
Riccardo non si fece vedere dallo zio Gennaro per un po, e Antonella si calmò, ma ogni sera tornando dalluniversità sperava di incontrarlo, magari mentre comprava un gelato; lui non sapeva ancora qualera il suo gusto preferito, ma avrebbe intuito di sicuro!
Un giovedì, mentre Antonella riscriveva il discorso per Gennaro, la collega, signora Anfisa Micheli, parlava sottovoce al telefono:
“Riccardo? Che pretendente? Non ci credo! Sì, interessante, certo ma stava pure in discoteca con la Micheli lancio unocchiata ad Antonella e abbassò ancora la voce con Pasinotti al ballo Che storia! Dai, parliamo dopo”.
“Che succede?”, chiese Antonella allungando il collo.
“Niente! Riccardo si sarebbe fidanzato ma tu lavora, il discorso serve fra unora”.
Subito Antonella sentì gli occhi bruciare, il mento tremava, annuì e si concentrò sul foglio con la calligrafia brusca di Gennaro. Due macchie bagnate fecero gonfiare le lettere: Antonella tamponò veloce con un fazzoletto, ma il mondo in quel momento sembrò crollare. Sveva laveva detto: è solo una storia da ragazze ingenue! E lei ci aveva creduto davvero.
Gennaro sistemò il colletto, sotto la camicia sudava, sulla schiena tante gocce di sudore. Tocca resistere. Il suo discorso è importante, poi tutto sarà finito. Poi torna casa, cena pronta, e domani si va in campagna.
Salì sul palco, si versò acqua dal decanter, osservato da tutti. Gli piaceva anche fare scena: che aspettino un annuncio, che temano il peggio Poi però, infilò gli occhiali, prese le carte: Antonella aveva scritto tutto largo, leggibile, perfetto.
“In riunione Per decisione del Pertanto” cominciò.
Qualcuno dietro sbadigliò, la platea era cotta dal caldo; nessuna sorpresa, se non che
“Pertanto, il piano per marzo è stato e io Riccardo ti amo! Sì, ti amo perché sei come diceva la signora Nina, un cavaliere, ma tu ti sposi e io non reggo E”
Gennaro si perse i fogli, le braccia tremavano, i documenti scivolavano via.
“Allora, che cè con Riccardo, signor Petri?”, sbottò uno, “la Società vuole certezze anche su questo amore per Riccardo! Vada avanti”.
Gennaro lesse ancora, riconobbe i discorsi della Nina sui cavalieri, arrossì, batté un pugno sul tavolo e urlò: “Che roba è questa!”, correndo fuori, rosso paonazzo.
Antonella era rimasta sola in portineria, ordinata su una sedia. Anfisa era già andata via. Fuori dalla finestra ronzava unape, sbatteva sui vetri, cadeva sul pavimento per la rabbia.
Antonella ignorava tutto, piangeva, consumando il fazzoletto e continuando con la manica.
Gennaro piombò dentro, sbattendo la porta; inciampò sul tappeto rosso che nessuno fissava mai.
“Ma che razza di cavalieri?! Ma che galanterie hai scritto!? Vuoi farmi ridere da tutti gli accademici? Hanno viaggiato da Palermo per sentire il discorso, e tu ci metti una lettera damore?!”
Restarono in silenzio un minuto, fissandosi.
Antonella aveva occhi spalancati, sembrava una bambina; si alzò di scatto, corse fuori.
Sotto la pioggia improvvisa, balzò nelle pozzanghere, senza badare a nessuno.
Nel metrò si calmò, si voltò al vetro a nascondere le lacrime.
Comè potuto succedere tutto ciò? Che vergogna! Gennaro ha letto la sua dichiarazione davanti a una folla! Domani rideranno tutti. Dovrà licenziarsi
A casa, qualche volta, parlava da sola, come da bambina con la febbre; allora, secondo nonno Nazario, diventava artista. Ma neppure come dattilografa era riuscita
Tutto per colpa della signora Nina! Troppa cavalleria in testa, illusioni Che scemenze! Alla fine Riccardo si sposa, e di Antonella non si ricorda nemmeno!
Lindomani non andò al lavoro, si finse malata. Niente università, solo cioccolatini sul divano. Mamma le portava nuove varietà, lei sgranocchiava, avvolgendo la stanza nel fruscio delle carte.
“Antonella, per favore, vai a prendere il pane ti fa bene uscire Vuoi parlarmene?”
Antonella scuoteva la testa.
Andando in panetteria, fissava assorta la vetrina. Che pane compravano, in famiglia? Non lo ricordava. Il Pane Toscano? No, meglio un filone bianco. Ma tanto, a cosa serve il pane se il cuore è nei guai?
Al ritorno, si scontrò con qualcuno alto, di spalle larghe.
Alzò lo sguardo.
“Riccardo, sei tu”, sussurrò, arrossendo fino agli orecchi.
Quando era imbarazzata, si coloravano subito. Il papà lo trovava buffissimo, la mamma si inteneriva, lei invece voleva sprofondare.
“Scusa, vado”, tentò di scappare.
Riccardo la fermò con dolcezza.
“Anto, ho letto ho letto la dichiarazione per lo zio Gennaro. Un colpo! Devi scrivere romanzi.”
Aveva letto? E ride pure? Si prende gioco di lei. Fuggire! Deve liberarsi e scappare!
Solo ora notò che Riccardo aveva addosso una tuta da operaio, tutta macchiata di pittura e polvere.
“Perché sei vestito così?”
“Eh! Abbiamo tirocinio in cantiere. Bello sporco eh? Ma tanto, i cavalieri dovrebbero essere pulitissimi, no?” fece locchiolino, già camminavano e Antonella ondeggiava il sacchetto con il pane.
“Se vieni dal campo di battaglia, puoi anche essere con le armature rotte e bende”, ridacchiò Antonella. “E allora la dame ti asciuga il viso con il suo fazzoletto profumato”.
“Allora, forza!” e Riccardo si chinò, ilare. “Vuoi che mi sdrai pure? Le gambe mi fanno un male”
Stava per accomodarsi sulla panchina, ma Antonella lo trascinò via.
“Mi dispiace per tuo zio. Mi licenzierò, mi rideranno dietro per mesi! Per tutti sono la barzelletta!” sbuffò.
“A me invece è piaciuta molto. Hai un vero talento. Vieni a casa mia: solo la nonna oggi, i miei sono in campagna. Mi cambio, pranziamo e vediamo che fare.” annuì.
Non si capiva perché Riccardo chiamasse la nonna Duccia quando si chiamava Olga, ma era così.
Dal corridoio si sentiva: Nonna Duccia, siamo arrivatiiiii!.
Appena vide Antonella, la nonna sorrise pensando già alla torta per le nozze.
“Io non so nemmeno cucinare un sugo!”, Antonella confessò allimprovviso.
“Che vuoi che sia! I cavalieri sono di buona forchetta, ma nessuno nasce imparato. Tu Riccardo, invece? Non sai nemmeno murare un mattone!” lo stuzzicò la nonna Olga. Bevi, che si raffredda. I cavalieri oggi sono gente pratica, autonoma, rispettosa, e soprattutto, non fumano. O almeno, mio marito fumava ma lo sopportavo: era fatto tutto di qualità, quindi una pecca si perdona. Deve solo saper amare. Tutto qui.
Antonella annuì e immaginò Riccardo su un cavallino di legno…
Non era una vera signora, non sapeva perché al ristorante mettono così tante posate, non conosceva i trucchi per i capelli delle riviste, si asciugava spesso le mani con la gonna, stirava male camicie e pantaloni. Allinizio la minestra sapeva di acqua, le patate si bruciavano. Ma Riccardo, come un marito vero, pazientava, in silenzio.
Lui conservò il discorso amoroso ai colleghi di Palermo. Se non fosse stato per quella gaffe, non avrebbe mai creduto di sposarla.
Non pensava nemmeno al matrimonio; aveva solo risposto ai suoi per farli tacere. E invece, si trovò davanti alla dichiarazione di Antonella davanti a mondo intero.
Così non ci fu scelta. Prima terminarono gli studi entrambi, poi celebrarono il matrimonio.
Fecero insieme la ristrutturazione di casa, Antonella rovesciò la colla su Riccardo, che stringeva i denti senza arrabbiarsi.
Preparando il loro primo aspic, Riccardo esagerò col pepe, ma lei, gentile signora, taceva, mangiava pane e mascherava le lacrime.
Nessuno ormai faceva più il finto galantuomo a comando, né la signora di porcellana. I cavalieri si erano fatti più popolari, le dame potevano sollevare le maniche e sporcarsi, senza pensare all’eleganza. Niente nottate brave, troppo da vivere insieme
Correvano a piedi nudi nella casa di campagna, si rotolavano nella neve, scivolavano giù per le discese, urlando. Raccontavano le disgrazie davanti a una tazza di tè con marmellata.
Ad Antonella si aprì un nuovo mondo, vero, autentico.
“Mamma”, chiese a Caterina, “perché noi non abbiamo mai vissuto come gli altri? Solo a recitare, sorridere”
Beh, sospirava Caterina, siamo cresciuti in anni pieni di problemi e difficoltà, sempre a parlarne in cucina. Era pesante. Volevamo per te uninfanzia lieve. Ti vogliamo tanto bene.
Cresciuta di colpo fu, quando il papà si ammalò. Ambulanza, odore di disinfettante, papà pallido. Antonella non sognò più cavalieri. Solo che guarisse il suo buffo papà.
Si riprese. Non era più vivace come prima, ma aspettava già i nipoti. Anche nonno Nazario, ormai fragile ma battagliero. Nessuna mela, ora andavano loro da lui, facevano la marmellata, mettevano in barattolo. In inverno Antonella cuoceva le crostate secondo la ricetta della nonna Duccia, offriva ai vicini.
Qualche anno dopo, Antonella incontrò la signora Nina per strada.
“Allora, hai trovato il tuo cavaliere in armatura dargento?”
“Sì, zia Nina. Gli ho scritto lettere, mi ha chiesto la mano in ginocchio”, raccontò Antonella.
“Costruttore però”, aggiunse.
“Costruttore? Ma doveva essere un uomo di classe!”, protestò Nina.
“Lo è, solo non porta larmatura” rise Antonella.
“Che tempi! Forse è meglio così. Mio marito è tutto il giorno sul divano e io a servirlo; un tempo era così brillante” sospirò Nina. “Forse glielho fatto credere io Buon proseguimento, Antonella!”
Meglio così, pensò Antonella: Riccardo non è un cavaliere splendente, ma un ragazzo normale. Con lui posso essere me stessa, senza recitare. Nessun ideale fantastico: vivere come siamo, capirsi davvero. Molto meglio delle favole.
E Antonella proseguì per le sue semplici, felici faccende.







