La gente vide un cavallo sfinito: non aveva la forza nemmeno per rialzarsi
Una coppia di innamorati camminava lentamente tra lerba alta e folta, avanzando piano mano nella mano, ogni tanto scambiandosi quegli sguardi caldi che solo le persone innamorate sanno darsi. Presi dalla leggerezza e dal candore di quel momento, non si resero conto di imbattersi allimprovviso in qualcosa di insolito.
La ragazza si bloccò e diede un urlo di paura, facendo alcuni passi indietro. Il ragazzo istintivamente avanzò, pronto a proteggerla, benché nessun vero pericolo li minacciasse.
Disteso non lontano, tra i ciuffi derba, cera un cavallo.
O meglio, ciò che sembrava essere stato un cavallo: presente davanti a loro cera un essere più simile a uno scheletro ricoperto di pelle che a un animale vivo.
La pelle, sottile e secca come pergamena, aderiva ai fianchi magrissimi e alle costole sporgenti, tanto da sembrare che potessero bucarla da un momento allaltro. Il corpo era pieno di croste secche intorno alle quali ronzavano fastidiose mosche.
Il suo aspetto era talmente straziante che suscitava un senso di repulsione.
Povera bestia! esclamò la ragazza, di nome Giulia.
Allimprovviso, dopo la sua voce squillante, il paesaggio si immobilizzò. Sul piccolo argine calò un silenzio assoluto.
Poi, il corpo dellanimale ebbe un flebile sussulto.
Alla vista di quel movimento entrambi trasalirono e, senza pensarci, lanciarono un grido di terrore che risuonò nellaria.
Scapparono via dalla bestia sofferente, senza mai voltarsi. Solo una volta tornati su una stradina sterrata si fermarono, ansimando, per riprendersi.
Ovviamente nessuno li aveva inseguiti.
Col passare dei secondi, la paura prese a calare e lasciò spazio al pensiero.
È viva sussurrò sconvolta Giulia.
Viva, sì ma sembra già morta, rispose cupamente Alessandro.
Eppure si è mossa!
Forse valeva la pena ricontrollare. E se il movimento fosse stato causato da qualche animale che la stava mangiando dallinterno?
Giulia rabbrividì a quella prospettiva.
Mandò allora il suo cavaliere a vedere; lei preferiva restare sulla strada, non voleva assistere a nulla di macabro.
Alessandro tornò nellerba e presto si assicurò che non vi fosse altra creatura nei dintorni. E soprattutto il cavallo era vivo, seppur sofferente.
Quando si avvicinò, il cavallo girò debolmente il capo e sbuffò piano.
Si vedeva quanto fatica avesse persino a respirare: i fianchi, ridotti a ossa e pelle, si sollevavano e abbassavano a malapena.
Le palpebre si aprivano appena, come se tentasse di vedere le persone che lo avvicinavano, ma una velatura rossastra copriva la pupilla.
Il labbro inferiore pendeva mollemente, lasciando scoperti i denti. Zampe e coda restavano immobili. Solo le orecchie, a tratti, vibravano leggere al vento.
Era uno spettacolo di desolazione e impotenza. Il cavallo pareva aggrapparsi alla vita con le ultime energie, ma la battaglia sembrava persa.
Alessandro guardò attorno, cercando di capire come mai fosse lì. L’erba tutt’intorno non risultava schiacciata, segno che quellessere giaceva lì da settimane.
Tornato da Giulia, le raccontò tutto nei dettagli.
Che importa come sia finita qui? sbottò Giulia La domanda è: che facciamo ora? Non so nemmeno chi tra noi capisca di cavalli!
Alessandro ricordò che nel vicino paese di Borgo Fiorito cerano stalle e cavalli. La gente andava spesso lì per le passeggiate a cavallo.
Riuscirono a contattare i proprietari della scuderia in pochi minuti.
I gestori, un po confusi dalla telefonata agitata dei ragazzi, promisero di arrivare il prima possibile.
Di lì a poco dalla strada si alzò la polvere. Si vedeva una macchina con un rimorchio per cavalli.
Giulia e Alessandro agitarono le braccia per farsi notare.
Dallauto scesero un uomo e una donna, Claudia e Marco, e furono scossi dallaspetto misero della povera bestia.
Non era pensabile che il cavallo si alzasse da solo per salire sul rimorchio. Lunica speranza era che restasse in vita fino alla clinica veterinaria.
Sollevare il cavallo, anche così emaciato, si rivelò impossibile per soli quattro adulti.
Alessandro corse a chiamare i vicini della sua via, chiedendo aiuto a tutti.
In poco tempo un gruppo di uomini si radunò. Stesero una coperta robusta sotto allanimale, presero ciascuno un lembo, e con estrema cautela sollevarono il corpo tremante.
Il cavallo spalancò gli occhi per la paura, tentando invano un piccolo calcio.
Oramai non aveva neanche la forza per protestare.
Era una scena straziante: lanimale non riusciva nemmeno sollevare la testa da solo.
Alla fine, caricata con delicatezza nel rimorchio, la porta si richiuse su di lei.
Le ruote rotolarono piano sulla strada sterrata, portando la sfortunata creatura verso una possibilità di nuova vita.
Arrivati alla scuderia, vicino al box cerano già alcuni aiutanti e la veterinaria, la dottoressa Elena, che i titolari avevano chiamato durante il tragitto.
Il cavallo fu scaricato altrettanto con cautela.
La veterinaria si mise subito al lavoro: lo esaminò, palpeggiò le articolazioni, raccolse esami necessari.
Nel frattempo giunsero anche i carabinieri.
Raccolsero la denuncia di maltrattamento, ascoltarono le testimonianze della veterinaria, dei nuovi proprietari e di chi aveva aiutato. Avvertirono però: sarebbe stato difficile trovare e punire il vecchio proprietario responsabile dellabbandono.
La dottoressa Elena somministrò alcune punture, curò le croste e attaccò la flebo.
I volontari portarono con mille attenzioni il cavallo nel box libero.
Lanimale era talmente debilitato che la veterinaria dubitava di poterlo salvare, ma provare era doveroso.
La difficoltà principale era che il cavallo quasi non si alimentava, né riusciva a bere.
Si scoprì poi che soffriva di una pesante infezione parassitaria: un acaro aveva scatenato infiammazioni su tutto il corpo. Si formavano bolle che poi si rompevano in croste dure, con un prurito insopportabile. Il cavallo si graffiava su ogni superficie, peggiorando la condizione e smettendo di mangiare, diventando uno scheletro vivente.
E non era finita: la terza palpebra era gonfia e arrossata. La veterinaria sospettava un tumore, risolvibile soltanto con un intervento quando il cavallo fosse stato un po più forte.
Anche i denti erano in condizioni terribili, e rinviare le cure era rischioso.
Così il box si trasformò per settimane in un vero ospedale da campo.
La dottoressa Elena veniva ogni giorno senza saltarne uno. Finalmente la terapia iniziò a dare i suoi frutti: lacaro fu debellato e le croste diminuirono; anche i problemi ai denti vennero risolti, e il cavallo riprese pian piano a nutrirsi da solo.
Nei primi giorni era così debole da avere bisogno di cure artificiali: flebo di vitamine e acqua con il biberon, come per un puledro. Ma, poco a poco, le forze tornarono. Il cavallo mangiava qualche boccone, e gli tenevano la testa fra le braccia, così che faticasse meno.
Inizialmente, sembrava non capire più il mondo. Era talmente esausta da parere priva di volontà di vivere. Rimaneva immobile, quasi aspettasse solo la fine. Eppure la tenacia degli uomini e delle donne attorno a lei non la lasciava soccombere.
I nuovi proprietari accorrevano persino di notte, a correggere la flebo o controllare il respiro. Con il passare dei giorni il cavallo iniziò a riconoscere le voci amiche, cercava con il muso le mani, a volte sussultava alle lamentele della veterinaria durante i controlli.
Aveva quasi perso la vista: si affidava a suoni e a carezze.
Nonostante tutto, la ripresa, lenta, era visibile.
Dopo un po il cavallo riuscì a rigirarsi sul fianco e anche ad alzare leggermente il ventre; teneva la testa alta per qualche ora.
La paura, però, restava: non riusciva ancora a reggersi in piedi, e ciò la terrorizzava. Provava a piegare le zampe, ma ricadeva ogni volta, come fossero diventati arti di qualcun altro.
La veterinaria allargava le braccia: troppo tempo era stata priva di forze, i muscoli non funzionavano più, non si poteva pretendere che si rialzasse e camminasse di colpo.
Ci volevano esercizi specifici, e il peso restava considerevole.
Dopo diverse settimane, le costole erano meno visibili, segno di successo delle cure, ma questo paradossalmente rendeva più difficile aiutarla a sollevarsi: ora ci volevano almeno otto persone.
I proprietari inventarono un sistema con una coperta robusta e delle cinture, per tenerla in piedi nel box. Ma per allenarsi allaperto servivano braccia forti.
La vicenda del povero animale commosse molti in paese: ogni sera arrivavano amici e conoscenti a dare una mano.
Allinizio bisognava sistemare manualmente le zampe del cavallo. Poi, con lallenamento quotidiano, la bestia iniziò pian piano a muovere gli arti da sola.
I suoi movimenti erano impacciati, lenti, ma già era un successo.
Stancava rapidamente sia lei che i suoi aiutanti, ma nessuno si arrese.
Mesi di esercizi costanti diedero infine il risultato: il cavallo tornò a stare saldo sulle gambe, e a spostarsi dentro e fuori dal box.
Non fu mai forzata. Il padrone, Marco, la conduceva sotto il sole solo per poche decine di passi, poi di nuovo a riposare dentro. Ma ormai il desiderio di riscoprire il prato era fortissimo. Il cavallo annusava laria fresca con piacere, e guardava le distese erbose con malinconia.
Finalmente la veterinaria giudicò che fosse abbastanza forte per loperazione allocchio.
Ormai il tumore copriva buona parte della vista, per cui quella prova non fu vissuta dallanimale come una condanna.
Fu trasportata alla clinica, operata e privata del tessuto malato.
Dopo qualche giorno di dolore agli occhi, il cavallo pareva meravigliarsi della ritrovata capacità di vedere forme precise, riconoscendo finalmente i suoi protagonisti e il proprio box.
Al trattamento si aggiunsero gocce oculari, somministrate con pazienza e senza proteste.
Il cavallo si rivelò docile e persino intelligente. I nuovi proprietari, con il passare dei mesi, si affezionarono sempre più.
Quando fu pronta, iniziarono a lasciarla nel recinto ampio insieme agli altri due cavalli.
La nuova arrivata, che chiamarono Stella, si integrò subito, riuscendo persino a calmare lo spirito ribelle di un giovane stallone, e pascolava serena insieme alla madre di questultimo.
Erano ormai passati molti mesi da quel giorno in cui Giulia e Alessandro lavevano trovata abbandonata allaperto, ridotta a un mucchietto dossa.
Ora il suo mantello era lucido e pieno di salute. Soltanto alcune cicatrici e i movimenti prudenti ricordavano anni di sofferenza.
Nessuno aveva fretta di montarla. Ma un giorno Stella stessa iniziò a mostrare segni di impazienza: scalpitava e nitriva appena vedeva una sella.
Così, in un pomeriggio radioso, Marco decise che era il momento.
Le mise la bardatura e la fece uscire, Stella nitrì felice.
Il suo peso era ancora impegnativo, ma lei non si lamentò.
Percorsero insieme il campo per qualche minuto, sotto il sole.
In quellistante il cavallo si sentì la creatura più fortunata e amata del mondo.
Nonostante il dolore e la paura patiti, aveva trovato persone disposte a donare una seconda occasione.
E Stella ora sapeva che, qualsiasi cosa fosse successa, non sarebbe più stata sola.
La vita, a volte, mette alla prova, ma con amore, costanza e solidarietà si può rinascere: non solo un cavallo, ma anche il cuore delle persone che decidono di non voltarsi dallaltra parte.






