Lei stava morendo nella camera da letto, mentre noi ci baciavamo sulla poltrona…

Moriva nella camera da letto, e noi ci baciavamo sulla poltrona…

No, dottore, non la porteremo in hospice. Glielho promesso.

Stavo sulla soglia della camera da letto, il telefono stretto tra le dita al punto che le nocche erano bianche. La voce mi si spezzava sulle ultime parole, diventando roca. Appoggiai la fronte allo stipite, chiusi gli occhi.

Capisco la sua posizione, ma spero capisca anche la mia, dalla cornetta la voce stanca della neurologa, la dottoressa Sacchetti, che seguiva Laura da un anno e otto mesi. Il quadro resta critico. Il secondo ictus ha lasciato ben poche speranze. La situazione la vede anche lei. La qualità della vita…

È mia moglie, linterruppi. Io rispondo per lei. Mi prenderò io cura di lei.

Ma anche lei, signor Bellini…

Riagganciai senza ascoltare il resto. La mano mi tremava. Giulia, intenta a sistemare il cuscino sotto la testa di Laura, si voltò. I suoi capelli scuri raccolti in uno chignon ordinato, la maglietta bianca immacolata nonostante dodici ore di turno.

Sempre la stessa storia? chiese sottovoce.

Loro non vivono qui, risposi, guardando il pavimento. Non vedono… come si sta.

Non finii la frase. Giulia si raddrizzò, prese il termometro dal comodino, lo guardò.

Trentasei e sette. Bene. Pressione questa mattina centoventi ottanta. Il Neurostabil lho dato alle nove, come da prescrizione. A pranzo ha mangiato poca crema, metà bottiglietta di Nutridrink. Meglio di ieri. Piaghe da decubito nessuna, ho messo lAntidesco. Cambio il pannolone due volte oggi.

Ascoltavo questo report quotidiano che riecheggiava in casa nostra da settecentotrenta giorni. Due anni. Ventiquattro mesi. Potrei contarli in ore. Ma forse non ho più nemmeno la forza di volere altro che una sola cosa: che finisca tutto. E subito dopo odiavo me stesso per averlo pensato.

Grazie, biascicai. Ora sto io con lei. Vai pure, è già tardi.

Ho ancora unora come da accordi, ribatté Giulia. E lei oggi ha mangiato qualcosa?

Io… non ricordo.

Scaldo un po di minestra. Resti qui.

Uscì dalla stanza, lasciandomi solo con la donna che avevo amato fino a voler spostare le montagne. Laura era sdraiata supina, il lato destro del viso leggermente cadente, la bocca aperta. Respirava con fatica, rumorosamente. Colpita dalla dose serale di farmaci dormiva pesantemente, immobile. Sul comodino, una foto incorniciata: noi due al mare, lei rideva con i capelli mossi dal vento, le spalle abbronzate, i denti bianchi. Quarantanni compiuti appena un mese prima che cadesse in cucina, rovesciando la tazza di caffè e io nemmeno avevo capito subito che succedesse, pensavo si fosse solo inciampata.

Mi sedetti sulla poltrona accanto al letto. La mia poltrona. Ci dormivo quasi ogni notte per sentire tutto subito, se fosse successo qualcosa. La schiena ormai era sempre dolorante. Avevo quarantadue anni ma allo specchio, la mattina, vedevo un vecchio con il volto scavato e lo sguardo spento.

Giulia rientrò con una ciotola di minestra, appoggiò il tavolino sul bracciolo.

Mangiate. Mi metto io qui.

No, non serve…

Antonio, mangiate.

La sua voce era ferma e tenera. Presi il cucchiaio. La minestra era calda, buona, fatta in casa. Laveva cucinata lei ieri, ricordavo. Giulia era brava a cucinare. E in tante altre cose. Faceva lassistente domiciliare da undici anni, trentacinque portati dignitosamente. Divorziata, senza figli. Una volta lo raccontò in cucina, quando glielo chiesi. Lex marito se nera andato con unaltra: non tollerava i suoi orari, le notti fuori, lodore di ospedale che, a detta sua, lei portava in casa.

Buona, dissi, anche se sentivo poco o nulla.

Siete molto dimagrito, notò Giulia. Almeno dieci chili da quando sono arrivata.

Quando è stato?

Un anno e due mesi fa. Dopo quella prima signora che non era il caso vostro.

Quella era stata brusca, indifferente. Laura piangeva, per quanto una metà del viso ormai non rispondesse più. Giulia, invece, era stata la salvezza. Dolcezza, pazienza, professionalità. Parlava a Laura come se potesse rispondere. Le leggeva, metteva un po di musica. Mi diceva che chi soffre spesso sente e capisce tutto, anche senza poter parlare.

A volte pensavo che tutto ciò peggiorasse ancora di più le cose.

Ho finito, dissi, appoggiando la ciotola. Grazie.

Le serve dormire, Giulia tolse la ciotola ma restò. Da quanto non dorme in un letto vero, più di quattro ore di fila?

Non ricordo.

Antonio…

Non ce la faccio, sussurrai. Non posso stendermi in quel letto. Non posso andare in unaltra stanza. E se peggiora? Se…

Ci sono io, mi interruppe Giulia. Ogni giorno per dodici ore. Ha il baby monitor. Di notte, sentirà qualsiasi cosa.

Non posso comunque.

Mi fissò a lungo, poi fece un cenno di assenso e uscì. Mi accasciai nella poltrona, chiusi gli occhi. Il respiro di Laura. Quello era diventato la colonna sonora della mia vita. Inspira, espira. Inspira, espira. Aprii gli occhi. Il suo volto, alla luce della lampada notturna, sembrava in pace. Ora non soffriva. I farmaci facevano effetto. Dormiva quasi sempre. A volte si svegliava, mi guardava con occhi annebbiati, cercava di parlare; uscivano solo suoni sconnessi. Alcuni ormai li sapevo interpretare. Bere somigliava a un be-e. Male si riduceva a un ma-a. Piangeva talvolta, e quelli erano i momenti peggiori.

Dalla cucina arrivò il rumore di piatti. Giulia stava lavando tutto. Sentivo lo scorrere dellacqua. Poi i suoi passi leggeri nel corridoio, il cigolio delle assi. Si fermò davanti alla porta della camera.

Antonio, mi chiamò sottovoce.

Sì?

Posso entrare?

Vieni.

Entrò, si appoggiò con la spalla allo stipite. Alla luce soffusa il suo volto sembrava più dolce, stanco. Anche lei, capii in quel momento, era stanca. Veniva qui ogni giorno, respirava lodore di disinfettante e malattia, vedeva la mia pena, sentiva i pianti sommessi di Laura. Eppure restava calma, puntuale, gentile.

Lei è una brava persona, le dissi di colpo.

Giulia batté le ciglia, sorpresa.

Perché pensa questo?

Perché non se nè andata subito. Perché tratta mia moglie… come fosse molto più di un lavoro.

Non è solo un lavoro, rispose sola, a bassa voce. Nessuna persona dovrebbe esserlo.

Restammo zitti. Laura emise un piccolo lamento, ruotò la testa. Io mi irrigidii, ma non si svegliò.

Ora vado, disse Giulia. Domani alle nove, come sempre?

Sì, come sempre.

Annuì, restando però ferma. Mi guardava e poi domandò:

Lei ha qualcuno? Oltre sua moglie? Amici, parenti, qualcuno con cui parlare?

I miei sono morti da tempo. Mio fratello vive a Torino, ci sentiamo ogni tanto. Gli amici… erano amici. Nessuno chiama più da mesi. Non ne faccio colpa a nessuno. Io non chiamerei uno che non esce mai di casa e parla solo di malattie.

E il lavoro?

Da remoto. Programmatore. Lavoro qui, accanto al letto. Il capo è comprensivo. Mi pagano meno, ma qualcosa.

Ha bisogno di parlare con qualcuno, disse Giulia. Davvero. Di altro. Non solo di referti o farmaci.

Non saprei cosaltro, risposi. Non resta altro.

Resta. Ognuno ha qualcosa. Lei non è solo il marito della malata. Lei è Antonio. Quarantadue anni. Un tempo amava la fantascienza, andava al cinema, ascoltava rock. Ho visto la sua libreria. E quella chitarra in salotto.

Sorrisi amaramente.

Unaltra vita.

Sono solo due anni fa. Non è molto. Lei è ancora vivo, Antonio.

Non sembra, mormorai.

Giulia si avvicinò, si accovacciò davanti alla poltrona. Il suo viso vicino al mio. Mi guardava dritto negli occhi, e mi sentii a disagio da quanto era viva, calda, presente.

Sta andando in fiamme, disse. Lho già visto in tante famiglie. Chi cura spesso si consuma prima del malato. Si chiama burnout, lo sa? È al limite.

Lo so annuii. Ma cosa posso fare? Abbandonarla? Portarla tra estranei?

Può permettersi di essere umano. Almeno ogni tanto.

Non so, sospirai, sentivo le lacrime. Ho dimenticato come si fa.

Giulia mi toccò la mano, che giaceva sul bracciolo. Le sue dita calde, vive. Sobbalzai a quel tocco. Quando era stata lultima volta che sentivo calore di una persona, non in guanti sanitari, non per lavoro?

Andrà tutto bene, sussurrò.

No, replicai. Non andrà bene niente. Non guarirà. Starà così uno, due, cinque anni, finché non arriverà il terzo ictus o una polmonite. E io sarò qui a guardare mentre muore. Odiandomi perché lo aspetto.

Le parole uscirono da sole, come pus da una ferita. Dicevo ciò che pensavo ogni giorno, ogni notte, nel dormiveglia di quella poltrona. Aspettavo che finisse. E mi odiavo per questo. Al punto da desiderare sparire, morire.

È umano disse Giulia sottovoce. Pensarlo non la rende cattivo.

Invece sì, insistetti. Ho giurato vicinanza nella salute e nella malattia. Ma sogno che lei muoia.

Sogna che non soffra più, mi corregge. È diverso.

Guardai le nostre mani. La sua era ancora sulla mia. Avrei dovuto staccarmi. Ringraziare e lasciarla andare. Restare solo, come ogni notte. Ma non mi staccai. Voltai la mano, la strinsi. Forte. Come naufrago a un gommone.

Giulia, sussurrai.

Shhh, la sua voce soffice. Sono qui. Non è solo.

Si alzò, ma non lasciò la presa. Tirò dolcemente. Mi alzai anchio, barcollando. Lei mi abbracciò, mi posò la testa sulla spalla. Rimasi rigido, senza sapere cosa fare. Da quanto qualcuno mi abbracciava solo per me? Non per compassione, non per dovere, ma solo per confortarmi?

E lì cedetti. Mi nascosi il volto sul suo collo e piansi muto, singhiozzando, vergognandomi delle mie lacrime e incapace di fermarmi. Lei mi carezzava la schiena, bisbigliava parole rassicuranti, e io mi aggrappavo come a unancora, senza più forze.

Non so quanto tempo passò. Un minuto? Dieci? Sollevai la testa, volevo scusarmi, ma lei mi posò il dito sulle labbra.

Non serve, disse.

Eravamo vicinissimi. Sentivo il profumo della sua pelle, una crema ai fiori mescolata al detersivo e allodore dantibiotico. Dietro di noi, il respiro regolare di Laura. Inspira, espira. Avrei dovuto allontanarmi. Ringraziarla e accompagnarla alla porta. Invece rimasi lì a guardarla. La sua bocca. I suoi occhi pieni di compassione, e qualcosaltro che non volevo nominare. Sfiorò la mia guancia con il pollice, a cancellare una lacrima.

Antonio, sussurrò.

Non risposi. Dentro, tutto era un nodo di paura, vergogna e un disperato bisogno di contatto umano. Si avvicinò e mi baciò. Leggermente, come se avesse paura. Rimasi immobile. Ogni fibra di me urlava che era sbagliato, un tradimento, con mia moglie malata a due metri.

Ma non la respinsi. Le restituii il bacio, maldestramente, come se non ricordassi più come si fa. Mi strinse più forte, perdetti la cognizione. Mi persi in quellabbraccio, nel calore di un corpo vivo, in quella sensazione di non essere solo.

Ci sedemmo sulla poltrona. Lei sulle mie ginocchia. Labbracciavo, la baciavo, le accarezzavo i capelli, e ogni gesto bruciava dentro, tra vergogna e bisogno feroce di andare avanti. Odiavo me stesso. Odiavo ogni secondo. Ma non riuscivo a fermarmi.

Le sue mani slacciavano i bottoni della mia camicia, le mie scorrevano sotto la sua maglietta. Dietro di noi il respiro pesante di Laura, che dormiva. Non vedeva. Ma io vedevo. Io sapevo.

Giulia balbettai, tentando di fermare lei e me.

Shhh, sussurrò. Sono qui. Non sei solo.

Quelle parole, semplici, umane, mi spezzarono. Non mi opposi più. Lasciai che succedesse. Sulla poltrona, vicino al letto della mia sposa, tra il buio e il respiro costante. Feci ciò che non avrei mai dovuto. Tradivo la donna a cui dovevo tutto. E non potevo fermarmi.

Dopo, restammo abbracciati sulla poltrona, stretti luno allaltra. Giulia respirava piano, la testa sul mio petto. Guardai il soffitto, senza battere ciglio. Dentro ero vuoto. Non dolore, non vergogna solo vuoto. Come se tutto fosse stato bruciato. Neppure più rabbia contro me stesso, solo quella ferita aperta.

Laura respirava. Inspira, espira. Non si mosse. Sembrava in pace. Non sapeva. Non saprà mai. Io me lo porterò dentro finché campo, ma lei non saprà.

Ed era quello che faceva più male.

Devo andare, mormorò Giulia, alzandosi.

Non risposi. Si rivestì in silenzio, sistemò i capelli, mi guardò a lungo, troppo, in quello sguardo non cera rimorso, ma solo dolcezza. Comprensione. Faceva ancora più male.

A domani, disse.

A domani, ripetei come un eco.

La porta si chiuse senza rumore. Sentii i suoi passi nel corridoio, il clic della serratura dellingresso. Restai solo. Con la moglie che respirava nel suo letto, ignara di quello che aveva fatto suo marito a pochi metri.

Mi alzai, barcollando. Le gambe estranee, pesanti. Arrivai in bagno, caddi in ginocchio davanti al water, e vomitai. A lungo, dolorosamente. Poi rimasi seduto sul pavimento freddo, la schiena contro il muro, perso nel vuoto.

Non riuscivo a rientrare in camera. Non riuscivo a guardare Laura. O sedere su quella poltrona. Trascorsi la notte in bagno, appisolandomi allalba in una posizione impossibile, finché alle sette il cellulare vibrò. Era ora dei farmaci per Laura.

Mi alzai, mi sciacquai il viso con lacqua gelida, guardai il mio riflesso. Faccia grigia, occhi arrossati, barba ispida. Sembravo non dormire da una settimana. Di fatto era così: non riposavo da due anni.

Nella camera: silenzio. Laura era sveglia, lo sguardo fisso in alto. Quando mi vide, mosse la mano sinistra, quella ancora mobile. Mi sedetti sul letto.

Buongiorno, dissi, e la voce era di un altro.

A-a, rispose Laura, provando a sorridere.

Versai dellacqua, presi le compresse di Neurostabil, laiutai a sedersi reggendola. Era leggerissima, quasi inconsistente. In due anni aveva perso venti chili. Le davo una pillola alla volta, la facevo bere. Deglutiva faticosamente. Poi la adagiai tra i cuscini, le tirai sopra la coperta.

Ora preparo la colazione, dissi. Aspetta.

Annui, come poteva. Chiuse gli occhi. Uscii, chiusi la porta, appoggiai la fronte al muro del corridoio. Respiravo piano, cercando di calmare il tremore. Non ci riuscivo.

Alle nove tornò Giulia. Sentii il campanello, aprii senza guardarla. Entrò, tolse la giacca, lappese.

Buongiorno, disse.

Buongiorno, risposi senza guardarla.

Andammo in cucina. Mise su lacqua per il tè, tirò fuori il suo borsone con la schiscetta. Come sempre. Come se nulla fosse successo. Io sedevo al tavolo, le mani strette, incapace di dire alcunché.

Antonio, mormorò.

Alzai gli occhi. Mi fissava serena, senza giudizio, senza richieste. Solo così.

Devo parlarti, disse.

Non posso, dissi io. Non adesso.

Va bene. Allora ascolta. Ieri… non è stato un errore. Non per me. Non me ne pento. Tu non dovevi restare solo. Lho visto. E io ero lì.

Tu non capisci, sussurrai. Ho tradito mia moglie. Malata, indifesa. È qui, due camere più in là, e non può nemmeno muoversi senza di me. Io…

Sei umano, replicò Giulia. Un uomo, afflitto, stanco che ha superato il limite. Non è una scusa. Ma è una spiegazione.

Una spiegazione non migliora niente.

No, ammise. Ma non fa di te un mostro.

Scossi la testa, mi alzai, mi appartai vicino alla finestra. Fuori, il cortile di Milano come ogni altro: alberi, panchine, ragazzini in tuta che giocano a pallone. La vita andava avanti. Io rimanevo qui, prigioniero di una stanza divenuta corsia dospedale.

Non ce la faccio più sussurrai. Non riesco a guardarla, a sapere cosa ho fatto. Non posso.

E allora, cosa vuoi? domandò Giulia.

Non lo so, confessai. Non so nulla.

Si avvicinò da dietro, mi toccò una spalla. Sobbalzai ma non fuggii.

Verrò come sempre, disse. Mi prenderò cura di Laura. Ti aiuterò. Quello che è successo… se vuoi dimenticare, dimentico. Se vuoi che vada via, sparirò. Se vuoi che resti, resterò. Non come badante. Come persona che tiene a te.

Tacevo. Avrei voluto cacciarla. E tenerla. Avrei voluto riscrivere tutto, tornare al tempo in cui Laura era in salute e io non ero ancora un traditore. Ma era impossibile.

Devo andare da lei, dissi infine. Va nutrita.

Giulia annuì, tolse la mano. Uscii dalla cucina senza voltarmi. In camera Laura era col viso verso la porta. Al mio arrivo fece un accenno di sorriso, tentò di sollevare la mano sinistra. Mi sedetti vicino, la presi tra le mie. Era fredda, debole.

Ti amo, tentò di articolare. Ti amo. Voleva dirmelo.

Chiusi gli occhi. Dentro, qualcosa si spezzò di nuovo. Le portai la mano alle labbra, baciai le nocche.

Anchio. Ti amo anchio, sussurrai.

E quello era vero. Terribilmente vero. Amavo quella donna, così spezzata. Come era stata, come era. Tutta. E insieme lavevo tradita. Le avevo mentito, proprio accanto. Con unaltra donna che ora stava preparando il caffè come ogni giorno, come se mai fosse successo nulla.

Come si fa a vivere così? A starle accanto, nutrirla, cambiarle i pannoloni, darle i farmaci, soffiare una bugia ogni notte, quando dentro arde il ricordo di ciò che non dovrebbe esserci stato?

Giulia portò la bottiglietta di Nutridrink con la cannuccia. La lasciò sul comodino, uscì. Nutrii Laura lentamente, paziente, pulendole la bocca. Lei beveva male, si strozzava. Mi fermavo, aspettavo, le accarezzavo i capelli. Sottili ormai, un tempo orgoglio della sua bellezza.

Tutto bene, ripetevo. Con calma. Non abbiamo fretta.

Mi guardava, e nei suoi occhi cera così tanta fiducia che non riuscivo a sostenerne il peso. Distoglievo lo sguardo: fuori dalla finestra, sulla foto del comodino, sulle pareti, ovunque pur di evitare quegli occhi che mi vedevano ancora per quello che ero stato.

Il giorno passava trascinato. Giulia lavorava come sempre: pressione, temperatura, piccoli massaggi, cambiava posizione a Laura, cambiava le lenzuola. Io davanti al pc in salotto, senza capire il codice che scorreva. Chiusi tutto, mi affacciai alla finestra. I bambini là sotto ridevano, giocavano. La vita, quella vera, fuori dalla nostra casa.

A pranzo eravamo in cucina in tre, come una volta. Giulia aveva preparato uno sformato e servito il tè. Noi mangiavamo in silenzio. Sentivo sempre il mio sguardo tornare su di lei. Le sue mani, la bocca che il giorno prima aveva baciato la mia, i suoi occhi senza ombra di rancore.

Oggi verrà linfermiera della Asl, annunciò. Per la flebo. Alle tre.

Va bene, annuii.

E ha chiamato lassistente sociale. Chiedeva se servisse altro aiuto. Ho detto che va bene così.

Grazie.

Solo il battito dell’orologio e la tv accesa in unaltra casa. Giulia si alzò, iniziò a riordinare la cucina. La osservavo: gesti familiari, domestici. Due anni era stata parte della nostra vita, di questo inferno. Ora era qualcosa in più.

La sera, con Laura sedata dai farmaci, Giulia si preparò per uscire. Laccompagnai allingresso. Si mise la giacca, afferrò la borsa, mi guardò.

Antonio, iniziò.

La fermai, evitando il suo sguardo. La voce mi uscì dura:

Ieri… non cè stato niente. Non devi niente. Ho capito.

Rimase in silenzio. Mi costrinsi a guardarla. Per la prima volta quel giorno, nei suoi occhi vidi dolore.

Daccordo, sussurrò. Come vuoi tu.

Torna domani, aggiunsi, inconsciamente. Per favore.

Tornerò, promise.

La porta si chiuse. Rimasi seduto a lungo nellingresso, appoggiato al muro.

Fuori era buio. In casa solo il respiro regolare di Laura. Inspira, espira. Non entravo in camera. Non potevo accomodarmi su quella poltrona. Rimasi a terra, spalle al muro.

Forse passò unora. Il giorno calava. In casa nessun rumore, solo la notte e i ricordi. Pensavo che la vita che conoscevo era finita due anni fa, quando Laura cadde con la tazza. E quella di ora, era finita ieri sera. Ora non sapevo che vita fosse la mia, né chi ero.

Da camera da letto un lamento. Laura. Forse aveva un incubo. Mi alzai, andai da lei. Nella fioca luce della lampada, Laura mi guardava. Provò a muovere la mano.

A-a, chiamò.

Le sedetti accanto al letto.

Sono qui, dissi. Va tutto bene. Sono qui.

Mi guardava con tanta fiducia che quasi urlai dentro. Avrei voluto buttarmi a terra e chiedere perdono, confessare tutto. Ma non dissi nulla. Le presi la mano, la strinsi. Rimasi lì finché si riaddormentò. Poi mi raggomitolai nella poltrona, tirai il plaid, chiusi gli occhi.

Non dormivo. Rimanevo sveglio nel buio. Ascoltavo il respiro di Laura. Inspira, espira. Quello rimarrà fino alla fine. Che arrivi tra un mese, un anno, o cinque per me forse anche prima. Magari non reggerò. Mi consumerò del tutto, e allora non ci sarà nessuno a restare qui, a tenerle la mano, a sussurrarle che andrà tutto bene.

Ripensai a Giulia. Alle sue parole: lasciarsi essere umani. A quanto fu facile e terribile esserlo, ieri. Che domani sarebbe tornata alle nove, e io non sapevo come guardarla, parlarle, convivere con quello che avevamo fatto.

Non sapevo risposte. Non sapevo ciò che sarebbe successo. Solo una cosa: domani mi sarei svegliato su quella poltrona, avrei dato a Laura i farmaci, lavrei nutrita, sarei andato avanti a far finta di lavorare. Giulia sarebbe arrivata alle nove. Avremmo parlato di pressione, pannoloni, farmaci. Ci saremmo sorrisi debolmente, come chi condivide troppo. E la vita avrebbe continuato questa non vita, questo incubo senza fine.

E sapevo, nel punto più buio dellanima, che ieri si sarebbe ripetuto. Forse non oggi, forse non domani. Ma succederà. Perché sono debole. Perché non posso essere solo. Perché sono umano, e sotto il peso che non ci appartiene, gli umani si spezzano.

Laura respirava. Inspira, espira. Chiusi gli occhi, cercando il sonno. Non veniva. Solo ricordi, domande senza risposta.

Come vivere ora?

Come guardarla negli occhi?

Come perdonare me stesso per ciò che non può essere perdonato?

Non lo so. Domani mi alzerò e andrò avanti. Perché non ho altra scelta. Perché ho dato una promessa. Perché sono suo marito, e quella è lunica cosa che mi rimane.

Tutto il resto rimanga qui, in questa notte, sulla poltrona, in questo silenzio in cui sento solo il respiro di una donna che amo ancora, nonostante tutto.

Inspira.

Espira.

Inspira.

Mi chiamo Antonio Bellini e ho capito, alla fine di questa notte, che lamore e il dolore possono essere la stessa cosa. Essere umani non vuol dire solo soffrire, ma lasciarsi aiutare anche solo un istante quando tutto sembra perduto. Non smetterò di lottare, anche se a volte vorrei soltanto scappare. Ciò che resta, forse, è solo continuare.

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