L’ho raccolto un martedì sera tornando dal lavoro, vicino a un cassonetto—bagnato fradicio, magro, t…

Lho raccolto un martedì sera, tornando dal lavoro. Era sdraiato vicino ai cassonetti dellimmondizia di Via Garibaldi, zuppo, magro, tremante. E semplicemente non riuscivo a lasciarlo lì. Mi sono chinata, gli ho parlato piano, e lui ha scodinzolato, quasi implorandomi una possibilità. Lho sollevato, portato nel mio piccolo appartamento in zona San Lorenzo, e asciugato con una vecchia tovaglia. Mai avrei immaginato che tutto ciò avrebbe scatenato un vero temporale.

Già il giorno dopo sono cominciate le chiacchiere. La signora De Luca, la vicina di sotto, mi fa:
«Spero che questo cane non sia aggressivo.»
Poi la signora Rossi, affacciata alla finestra: «Ormai la gente prende in casa qualunque cosa.»

Ma il peggio è stato quando il portinaio, il signor Bianchi, ha bussato alla mia porta per avvisarmi che qualcuno si era lamentato: Ci sono preoccupazioni perché il cane rovina lestetica del palazzo. Mi è scappata una risata amara. Estetica? Ma quello era un essere vivente, mica un soprammobile.

Poco dopo, passando davanti alledicola, ho sentito un vicino sussurrare: «Non è un caso se il quartiere sta andando a rotoli.»
Altri due si sono lamentati perché il cane aveva abbaiato quando una Vespa ci era passata troppo vicina. E ogni volta che uscivo a camminare con lui, sentivo il rumore sordo delle finestre che si chiudevano, come se stessi portando in giro la peste.

Un giorno, durante la passeggiata nel parco vicino a Piazza Bologna, una donna mi si avvicina e mi dice che il cane «porterà pulci in condominio» e che sarebbe meglio riportarlo «là da dove viene». Le ho chiesto cosa intendesse con là da dove viene e lei ha allargato le spalle, come se la vita di un cane fosse solo un fastidio da eliminare.

Poi sono comparse le lettere anonime sul mio zerbino:
«Questo cane non è adatto a qui.»
«Pensa agli altri.»
«È una zona tranquilla.»
Cera pure chi insinuava che sto trasformando il palazzo in un canile.

Eppure, lui non disturbava nessuno. Mangia, dorme, mi guarda con quegli occhi pieni di riconoscenza che nessuno nota. Lho portato dal veterinario in via Nomentana, lho lavato, sfamato. Ogni giorno diventava più bello, più sicuro, più sereno. Ma le persone hanno continuato a trattarmi da strega del quartiere.

Cè stato anche chi ha sussurrato che scombino la quiete della zona. Curioso però: quando lo stesso vicino ha visto mia figlia, Giulia, giocare felice con il cane, si è subito corretto: «Ah, allora va bene»
E lì ho capito: il problema non era il cane. Il problema erano quelli che, quando qualcosa non rientra nella loro idea di perfezione, pensano subito a distruggerlo. Ipocrisia pura, senza nemmeno nasconderla.

Ora il cane vive ancora con noi. Si chiama Tito. Si è ripreso, ha messo su peso, negli occhi ha una nuova luce, e ora dorme sereno. I vicini non dicono più nulla, ma continuano a guardarci di traverso.

Eppure rimango ferma: preferisco mille volte sorbirmi i loro sguardi storti, piuttosto che lasciare una creatura innocente morire per strada.

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L’ho raccolto un martedì sera tornando dal lavoro, vicino a un cassonetto—bagnato fradicio, magro, t…
Avevamo grandi speranze che mamma andasse in pensione, si trasferisse in campagna e ci lasciasse a me e a mio marito il suo appartamento con tre camere!