Anna – Una storia italiana di coraggio e passione

Annalisa

– Carina, ma non è affatto quello che volevo!

Annalisa Venturi si girò davanti allo specchio una volta, poi unaltra, e aggrottò ancora di più la fronte.

– Mio Dio! Davvero nessuno sa più cucire? O forse non sono mai stati capaci?

Natalia morse il labbro, abbassando con cura lorlo del nuovo vestito della sua cliente più capricciosa.

Zitta! Non ti devi lasciare andare!

Se Annalisa se ne andrà scontenta, a fine mese come pagherò laffitto? Tutto ciò che resta nel portagioie oggi servirà per le medicine della nonna. Le nuove cure costano uno sproposito. Ma almeno vedo che funzionano. La nonna fatica a parlare, ma migliora. Dopo il secondo ictus, già così è un miracolo.

Annalisa Venturi si rigirò ancora davanti allo specchio e sospirò.

– E adesso? Dovrò accontentarmi. Non cè più tempo per cucire altro. Dopodomani cè la serata allambasciata, e io sembro la maestra di provincia. Lidea di questo pizzo era sbagliata in partenza! Natalia, perché non mi hai fermata?!

Natalia si sollevò lentamente da terra e lisciò le maniche del vestito di Annalisa.

– Però, secondo me, la lavorazione a mano e questa bellezza saranno apprezzate proprio da chi sa cosè la moda. Ha visto le ultime sfilate? Certe cose si sono viste, magari fatte peggio, ma presenti.

– Dici davvero? chiese Annalisa diffidente. Beh, un certo fascino forse lo ha. Anche solo perché nessuno avrà nulla di simile. Sarò la prima!

Natalia sospirò piano. Sempre così! Prima vuole stupire, poi si lamenta. E per la moda ci capisce davvero, forse anche più di me e meglio di molti stilisti.

Natalia lo sapeva bene. Ormai erano anni che vestiva questa donna complicata.

Grazie nonna.

Annalisa era già cliente della nonna, quando lavorava nellatelier riservato al centro di Milano. Quando erano giovani, piene di vita, Natalia ha visto le foto: Annalisa posava senza timori, gambe lunghissime e un décolleté da mozzare il fiato.

Ora di quella bellezza rimaneva solo il ricordo. E Natalia, quando Annalisa si presentava con le sue pretese, cercava sempre soluzioni nuove, anche perché la nonna raccomandava:

– Natalina, non abbandonarla! Non dirle mai di no! È una donna sfortunata. Fa la dura, però in fondo ha unanima capace di abbracciare il mondo e ancora soffrirgli accanto. Di dolore ne ha vissuto così tanto che difficilmente qualcuno potrebbe anche solo immaginare come sia possibile

– Raccontami, nonna

– Oh, che cè da dire! Annalisa arrivò tempo fa dalla Sicilia, voleva conquistare Milano. Bellissima. Aveva una voce che lasciava di stucco anche i professori del conservatorio. E pensare che non aveva nemmeno fatto la scuola di musica, da dovera lei non cerano soldi per questi lussi. Ma a certi talenti non si rinuncia. Due anni e già sposata. Male, però. La famiglia di lui era gente di alto rango. Una come lei non volevano. Ma il figlio testa dura: la amo, e basta. Si obbligati ad accettarla. Ma lo fecero passare come un gesto di nobile tolleranza.

– E in realtà?

– In realtà, Natalia, la suocera la portava di clinica in clinica per cinque anni. Annalisa allora era solo Anna, veniva da una famiglia molto, molto rigida. Quando scappò di casa, i suoi le chiusero la porta. Ma aveva assorbito quei valori. Sposata, doveva resistere. Non doveva far perdere la faccia alla famiglia. Così sopportava tutto, ascoltava i grandi. Quando la suocera le diceva che non era il momento di avere figli, Anna abbassava gli occhi e si faceva portare in clinica. Piangeva, si sentiva senza voce. Dove andava? Non dalla famiglia. Non lavrebbero mai ripresa. Ancora non capisco dove trovò il coraggio di andarsene da casa. Poi quel coraggio sparì col matrimonio. Secondo me, è la mentalità. Se ti insegnano fin da piccola che devi subire e sacrificarti, come puoi sapere che esiste anche altro?

– E il marito?

– Un bel nulla. Tradiva. Tutto il suo amore finì subito, dopo sei mesi. Poi la sola pressione era quella dei suoi. Il divorzio gli avrebbe rovinato la carriera. Allepoca usava così. Così tiravano avanti.

– Ma si è separata?

– Alla fine, sì, con fatica. Si ricompose da sola, pezzo dopo pezzo. Veniva da me, si accoccolava nella vecchia poltrona da sartoria in un angolo, quasi a sparire. Pensava, piangeva. Poi si alzava davanti allo specchio, e via! Tornava bellissima. Aveva un fisico da modella. Bastava metterle addosso un sacco di patate e faceva comunque effetto. Ordinava un abito nuovo, una minigonna – allora si chiamava gonna invisibile. Allinizio solo chi se lo poteva permettere osava. Dopo la moda arrivava per tutte. Lei, però, era tra le prime.

– E dopo?

– Niente di allegro, piccola mia. Sposata altre due volte. Un figlio, per miracolo.

– Perché miracolo?

– Dopo quello che aveva subito, nessuno si aspettava che avesse figli. Invece destino. Però, se ci pensi, forse era meglio di no.

– Nonna!

– Sono cattiva, lo so. Ma certi uomini non dovrebbero avere figli. Non Annalisa, parlo del suo terzo marito, il padre del figlio.

– Perché?

– Perché era una persona cattiva sul serio. Sembrava gentile, parlavi e ti incantava. In verità sadico. Con Anna si comportava da vero mostro. Mai ha raccontato tutto, non voleva far vedere le sue sofferenze. Per due anni ordinava solo tailleur non per moda, ma per coprire i segni. Aveva la pelle che bastava toccarla e si vedeva subito. Ma non diceva nulla. Chissà perché, noi donne basta una scintilla di affetto e sopportiamo tutto. Ma perché? A chi serve?

– E come ha fatto a portare avanti la gravidanza?

– Un mistero. Anzi, Anna lo ha lasciato a circa quattro mesi. Si nascose. Lui era molto in alto e con molte conoscenze. Se voleva, lavrebbe trovata anche in capo al mondo. Ma tra loro, qualcosa successe: lui la lasciò andare. E lei, felice! Raggiante. Il figlio nacque e sembrava un angelo, tutto sua madre. Del padre, nemmeno unombra. Una fortuna. Però laspetto non conta tutto. Quello che il padre aveva dentro, il figlio se lè portato appresso comunque, anche se dopo.

– Che vuoi dire?

– Crescendo, il figlio trovò il padre. E per Anna iniziò un altro inferno. Diceva: «Un altro giro di giostra!»

– Dante?

– Proprio così. Anna leggeva tanto. Tardi arrivata allo studio, ma con passione. E quando perse la voce, diventò una storica dellarte stimata. E anche con un altro talento: riconoscere il valore degli antichi oggetti. Era una vera esperta. Non sbagliava mai. Anche ora, tutti si fidano di lei.

– Ma economicamente adesso non se la passa male, vero nonna?

– Ora sì, che è sola. Finché il figlio stava con lei, avevo paura. Lui era suo padre in miniatura. Prima timido, poi ha provato, e basta. Anna lo amava come fosse lunica ragione di vita. Sopportava tutto. Era pur sempre suo figlio. Lui invece faceva cose assurde. Non posso dire tutto. Ma solo per capirci: Anna aveva una cagnolina, una Bolognese bianca, un regalo di compleanno. Due anni che viveva con loro. Un giorno il ragazzo lanciò la poveretta dalla finestra del sesto piano, solo perché abbaiava contro di lui. E Anna non lo ha mandato via.

– Perché nonna?

– Perché lui non voleva andare dal padre, nemmeno se minacciato. Lì non poteva fare quello che voleva. Aveva una sorellastra, tutta stravizi, una cocca protetta. Un giorno ha provato a farle del male, ma suo padre lo metteva al muro. Forse lì il ragazzo si è spezzato, chi lo sa? Lui si sentiva il figlio indesiderato, voleva solo quello che la sorella aveva sempre avuto, senza sforzi.

– In fondo, Anna non voleva tenerlo lontano dal padre, vero?

– Non lo ha mai ostacolato, però lo temeva. Conosceva il tipo.

– Che brutta storia

– Poi inizia il peggio. Da grande, il figlio ha cercato di annientare chiunque ritenesse la causa dei suoi problemi. Non voleva far nulla nella vita, solo la bella vita come il padre, e senza faticare. Però il padre, per quanto fosse un porco, era un lavoratore senza pari. Tutto quello che aveva, lui lo aveva guadagnato, magari con mezzucci, ma chi aveva soldi puliti una volta? Sul lavoro era stimato, faceva vivere bene molta gente. Ma il figlio non aveva mai valutato nulla, vedeva solo i soldi.

– E poi?

– Una volta chiese al padre di andare a caccia insieme. Convince anche la sorellastra e la matrigna a venire. Fingeva di voler vivere una bella esperienza familiare. Poi spara alla ragazzina. Tutto organizzato per sembrare un incidente, ma il padre capì subito. La sorella non ebbe danni gravi ma il figlio fu arrestato e per tanto tempo. Anna non poteva aiutarlo in nessun modo. Le rimaneva ununica strada: umiliarsi davanti allex marito. Si inginocchiò davanti a lui. Lui lo aveva sempre voluto, ma non ci era mai arrivato.

– Come lo sai?

– Ce lo ha detto lei. È venuta qui in atelier dopo la sentenza, si è messa davanti allo specchio, ci ha sputato sopra e ha detto: «Li odio tutti!». Sembrava matta. Siamo rimaste malissimo. Poi labbiamo trovata accasciata in bagno, abbiamo chiamato un medico, ci ha fatto spaventare. Poi si è tirata su. E ha raccontato tutto.

– Poi?

– Cè stato il processo. Otto anni di carcere. Lex marito le lanciò i documenti in faccia: «Non farti più vedere». Anna non ci sperava nemmeno. Tornata a casa, si è rinchiusa in bagno e ha pensato di farla finita. Poi si è ripresa, ha chiamato unamica, lhanno soccorsa. Dopo si è fatta ricoverare di sua spontanea volontà.

– Che brividi

– Dopo è uscita che era unaltra. Ha cambiato nome. Per il figlio ha aperto un conto, ha pagato avvocati e pacchi. Ma non è mai voluta più entrare in contatto con lui. Poi si è sentita colpevole per questo.

– Perché?

– Non è mai uscito di prigione. Non era capace di cavarsela come la madre. Litigava sempre, pensava di avere solo diritti. E di gente così, in carcere, ne fanno polvere.

– Nonna, ma è possibile tutto ciò?

– La vita, cara, scrive romanzi più crudeli di qualunque scrittore.

– E Annalisa come ci ha passato?

– A fatica, quasi non ce lha fatta. Ma qualcosa lassù ha avuto pietà. Le ha concesso una seconda occasione.

– Come?

– Non è più stata capace di vivere nella stessa casa dove è cresciuto il figlio. Troppi ricordi. Persino il quartiere era infestato dalla memoria. La casa era della nonna del primo marito, glielhanno lasciata come segno di riconoscenza: «Per tutto quello che hai sopportato, almeno questo». Anna lo ha capito solo anni dopo.

– Che gesto davvero una donna perbene.

– Esatto. Anna sentiva la sofferenza di quella vecchia e solo allora ha capito cosa significa essere madre.

– E poi che ha fatto?

– Si è lasciata indietro la vecchia casa, che ha venduto bene: zona centrale, grande, con la metropolitana a due passi. Ha comprato un trilocale più piccolo in una zona tranquilla, ha fatto i lavori, il resto lo ha messo da parte. Ma i soldi sono volati via subito.

– Come mai? Viveva sola.

– Non proprio. Poche settimane dopo un incendio rovina parte del nuovo palazzo. Due piani bruciati. Solo un ferito grave, abitava dove tutto è iniziato. Sua madre era in villeggiatura; lui, alcolizzato, invitò unamica, bevvero, si addormentarono. Solo la ragazza riuscì a scappare.

– E Anna? È rimasta coinvolta?

– No, lei viveva due portoni più in là. Tutti però sono dovuti scendere in strada in pigiama. E lì Anna ha conosciuto Alessandra e i suoi bambini.

– Nonna, Alessandra quella che mi hai presentato per i vestiti nuovi?

– Proprio lei. Pensavi fosse una sua parente, vero? Ma no, Alessandra è solo unanima parallela. Allora aveva una bimba piccola e un figlio di cinque anni. Suo marito, vigile del fuoco, sci alpinista, è morto durante un intervento assurdo: doveva calarsi da una terrazza, per raggiungere un bambino chiuso su un balcone. Ma dal balcone sopra, uno squilibrato tagliò le corde. Non cera assicurazione, è stato un attimo. I medici hanno fatto il possibile, ma nada. Troppo alto, asfalto sotto.

– Che tragedia assurda

– Proprio così. Alessandra è rimasta sola con due bimbi. Poi anche il fuoco La casa distrutta, non restava nulla. Anna lha trovata sul marciapiede: la piccola urlava, il bimbo piangeva. Anna si è avvicinata, a chiedere se serviva qualcosa, e si è commossa. Alessandra, giovane, capelli castani tirati in una treccia lunga come usava una volta. Anna diceva che sembrava rivedere sua madre. Aveva la stessa apertura al mondo, la stessa grazia pulita, non sporcata dal dolore. Eppure, ne aveva vissuto abbastanza anche lei.

– Anna li ha aiutati?

– Sì. Alessandra e i piccoli hanno vissuto con lei fino al termine dei lavori in casa. Ha pagato tutto Anna, senza discutere. Mostrava solo i modelli di piastrelle e carta da parati.

– Non sapevo che esistessero ancora persone così.

– Neanchio, finché non è nata tua mamma.

– Cioè?

– Chi mi aiutava con i medici, gli interventi al cuore, la riabilitazione? Anna! Non faceva domande, solo chiedeva il referto e la lista di medicine e terapie. Ancora non so quanti euro abbia speso per salvarvi la vita, a me e a tua madre. E pure quando sei arrivata tu, stesso copione. Problemi con la gravidanza? Anna spuntava fuori, trovava uno specialista e risolveva tutto.

– Non sapevo nulla, nonna!

– Mai chiesto. E Anna ci teneva, niente ringraziamenti. Lei lo considerava il suo modo di espiare.

– Ma espiare per cosa? Ha già sofferto abbastanza!

– La coscienza è una cosa strana, può farci a pezzi anche senza motivo. Chi si prende sulle spalle troppi pesi, a volte non sa che non tutto si può portare. Anna invece li portava tutti, e alla fine una ricompensa lha avuta, che non viene dalla famiglia, ma dagli estranei. Però, prova a dire a lei o ad Alessandra che sono estranee, e ti rideranno in faccia. Oggi Anna ha una figlia, e i figli di Alessandra hanno una nonna. Così gira la vita, a volte.

Mentre sistemavo lorlo come piaceva ad Annalisa, non mi sono accorta che sulla mia scrivania era comparsa una grossa busta.

– No, Natalia, avevo torto! Questo taglio mi dona proprio! Farò un figurone allambasciata. Perché mi guardi così? Sono fatta così, allimprovviso. E anche un po terribile! È il mio unico vizio, a questa età qualche piccolo capriccio. Mi perdoni, tesoro?

Annuii, lisciai bene la stoffa.

– Così va bene?

– Proprio quello che volevo. Ora vado a salutare tua nonna e ti lascio lavorare. Il medico cè stato?

– Sì, ha detto che va meglio!

– Non poteva essere altrimenti. È giovane, ma già un luminare. E tua nonna ha tempra! Spero che tu le somigli, Natalia. Un grande esempio! Ah, quasi dimenticavo: presto porto qui la mia Alessandra. Sta per discutere la tesi! Con due lauree potrà cambiare vita, serve un guardaroba nuovo. Insomma, hai lavoro assicurato!

– E te ne sono tanto grata!

– Non dire sciocchezze. Sii grata solo a te stessa. Il talento di creare abiti non è da tutti! Cucire sanno in molte, creare davvero pochissime. Tu puoi! Proprio come tua nonna. Per questo ti scelgo sempre. Ma ora basta parlare, devo scappare!

Solo dopo che Annalisa se nera andata, mi accorsi della busta. La aprii e sgranai gli occhi.

– Nonna! Ma qui ci sono troppi soldi, devo restituirli!

– Non farlo, si offendebbe! A volte bisogna permettere agli altri di essere generosi, Natalia. Lei ne ha bisogno tanto quanto te.

– Sa che abbiamo dei problemi, vero?

– Certo. Per questo aiuta. È sempre stata così. Piuttosto pensa a qualcosa per far felice Alessandra. Questo sarà il ringraziamento migliore per Annalisa. Che vuoi farci, è fatta così vive per gli altri.

– Ma è giusto, nonna?

– Chi può dirlo? Io no. Una cosa la so: persone così non ne esistono quasi più. Sono come pietre preziose. Chi le trova, spesso non sa nemmeno che tesoro ha tra le mani. Poi la vita le plasma, e tutti restano incantati a guardare le sue mille luci. Ma la luce, ricorda, è sempre riflesso di qualcosa, serve una scintilla dallesterno. Annalisa questo lha capito. Non si è mai voltata dallaltra parte, continua a cercare quel riflesso negli altri, e lo dona anche lei come può. Secondo te, ci riesce?

– Io una pietra così luminosa non lho mai trovata, e nemmeno una lampadina migliore.

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