Coloro che donano amore

– Guarda che brutto è quello! Francesca fece cenno a Giulia di affacciarsi alla finestra. È lì seduto e ci fissa!

Giulia stiracchiò le gambe sotto la scrivania, in cerca della scarpa. Maledetto dress-code: tacchi e gonna! Mai sopportati, eppure bisognava adeguarsi, se si voleva il lavoro dei sogni Quanti mesi aveva impiegato Giulia per ottenere quel posto? Un anno? Anche di più. Aveva inviato curriculum su curriculum e quando finalmente l’avevano scelta per lo stage, avrebbe indossato qualsiasi cosa, non solo i tacchi e quella gonna troppo seria.

Si ricordava ancora la gioia di sua madre, Lucia, quando era arrivata la risposta. Saltavano e urlavano come bambine, Giulia sventolava la mail di conferma sotto il naso di sua madre. Poi erano andate insieme al centro commerciale per scegliere il primo tailleur serio della vita di Giulia e delle scarpe col tacco. Certo, in guardaroba qualcosa cera, ma erano scarpe da ragazza, quelle del ballo di fine liceo. Questa volta però sua madre aveva insistito: décolleté nere, classiche. E Giulia si specchiava, cercando di capire cosa fosse cambiato in lei.

– Che cè, Giuls? Ti sembra strano? Lucia la guardava sorridendo, mentre andava avanti e indietro nei camerini. È arrivato il momento di sentirsi donna. Non puoi correre sempre in sneakers.

– È una sensazione strana Giulia non sapeva ancora se le piacesse davvero come si sentiva. Però che scomodità, mamma! Sembra una tortura cinese!

– Ti ci abituerai! Aspetta Lucia chiamò la commessa e, dopo averle sussurrato qualcosa, questa portò delle solette miracolose. Con quelle, il dolore si placava un po.

– Chi lha inventate meriterebbe una statua, vero mamma?

– Non so, ma almeno un GRAZIE sì! Lucia rimise la scarpa sullo scaffale e sorrise. Belle e comode. Finalmente.

Giulia sospirò. Sua madre non avrebbe mai comprato niente per sé. I soldi erano sempre contati e quella era la giornata di Giulia: convincerla sarebbe stato inutile. Ormai le conosceva quelle dinamiche! Ma quando Lucia si allontanò alla cassa, Giulia fotografò di nascosto quelle scarpe che tanto erano piaciute alla madre. Presto sarebbe arrivato il compleanno, ed era già deciso come lavrebbe sorpresa. Bisognava solo mettere da parte i soldi.

Strana, davvero, quella cosa chiamata denaro. Quando cera, durava un attimo.

Da che aveva memoria, in casa loro i soldi erano spesso motivo di preoccupazione, raramente di gioia.

– Giuls, siamo stretti. Lucia divideva la busta paga sul tavolo della cucina.

Quasi sempre, voleva dire che la nonna aveva bisogno di farmaci o che la zia Carla aveva di nuovo problemi con il marito e cera da aiutare.

Sua madre metteva da parte il minimo indispensabile, il resto finiva in una piccola pila di banconote spiegazzate davanti a Giulia.

– Allora, facciamo i conti!

Questa arte era diventata sua: così tanto che aveva scelto di studiare economia.

Con sacrificio, ma bastava sempre per il necessario. Per mangiare, vestirsi, e persino per una piccola vacanza: ogni anno Giulia metteva da parte qualcosina in una busta segreta, grattando via spiccioli dalla busta paga di mamma.

– Non sarà Portofino, ma per Santa Marinella basta! Giulia faceva la danza del sole in cucina. Mare, sole, e i famosi supplì!

– Giulia!

– Dai, mamma, sono troppo buoni!

Lucia le cingeva le spalle, sospirando.

– Sei la mia sirenetta, Giulia. Vorrei darti molto di più che solo questa settimana.

– Ma mamma! È una settimana INTERA! E noi due insieme! E il mare! Non è abbastanza?

Preparavano la valigia insieme, vagliando i vecchi costumi per vedere se uno nuovo fosse necessario. Zia Carla, pacificata per lennesima volta con il marito, di buon umore cuciva per Lucia un nuovo vestitino estivo, per Giulia dei pantaloncini. Poi, era solo mare

Giulia passava mezze giornate con la testa sottacqua e i pomeriggi sdraiata in spiaggia, guardando il piccolo mondo attorno a sé: la nonna che ogni giorno riempiva la nipotina di frutta quasi da farle spuntare le pesche dalle orecchie; i neo-sposi, indifferenti a tutto il resto; la famiglia con tre figli scatenati, soprattutto il padre che urlava mentre la madre si limitava a sorridere Suo padre, invece, Giulia non laveva mai conosciuto. Lucia non ne parlava mai volentieri, e alle domande della figlia rispondeva poco e male. Ma a quattordici anni, una sera di giugno in spiaggia, le aveva raccontato tutto. Della gravidanza arrivata presto, della fuga di quel ragazzo che non voleva responsabilità, del dolore di essere cacciata di casa dai genitori.

– E dove sei andata?

– Dal nonno. Il tuo bisnonno, Giulia. Un uomo difficile, ma mi ha accolta. Dopo che sei nata, era un altro. Peccato che tu labbia conosciuto così poco, ti adorava! Non ha mai amato nessuno, nella sua vita. Ha vissuto con la nonna per dovere, non certo per amore. Si sono sposati perché si doveva, per volere dei genitori, non cera sentimento. Lucia scosse la testa. Ma così è la vita, a volte.

– Ma tu tu hai amato il papà? chiese Giulia, vedendo il volto della madre cambiare, come se la luce se ne andasse a poco a poco. La malinconia usciva da un fondo danima che nessuno poteva raggiungere se non, a volte, una figlia.

– Sì, lho amato. Forse lo amo ancora, in fondo, e per questo fa male. Ma vedi, Giulia sono grata di aver vissuto tutto questo, perché adesso ci sei tu. Tanta gente non conoscerà mai la vera felicità, quella che ti divide la vita in un prima e un dopo. Quando la tua esistenza è respiro e amore tutto insieme. Anche solo per poco ne è valsa la pena. Per te. Di questo, sono soltanto felice.

Abbracciava la figlia, fissando il rosso dellorizzonte.

– Mamma, ma tu non hai mai pensato che fossi troppo giovane e con una figlia?

– No! Mai! Tu sei stata il mio regalo, Giulia. Mi hai dato la forza di andare avanti. Anche se la nonna beh, lei sì, ha pensato che forse fosse meglio abortire. Ma pensava al mio bene, non al tuo. Nel suo mondo, si faceva così. Ma come si fa a pensare che per una madre ci sia davvero il momento giusto? Era quello, punto. E tu dovevi esistere. Ho perdonato mia mamma, tanto ormai Quando eri piccola, una volta ti sei ammalata tanto. Avevi la febbre, nessun farmaco sembrava bastare. La nonna arrivò senza essere chiamata, ci trovò sfatte, pulì tutto, ti fece mangiare, e quando mi svegliai ti teneva in braccio, piangeva. Da allora, tra noi tutto cambiò: ho capito che ti avrebbe amato più di quanto abbia mai amato me. È vero e lo vedi anche tu.

– Sì, mamma. Giulia si strinse a lei. Grazie.

– Di cosa, Giulia?

– Perché ci sono.

– Prego! Lucia le toccava la punta del naso, proprio come quando era piccola. Toc toc! Cè Giulia in casa?

– Presente!

– Arriva un telegramma per te.

– Leggetelo!

– Sei molto amata. STOP. Rispondi?

– Idem. STOP. Mamma

– Che cè?

– Senza amore non si può vivere, vero?

– Mai! Ognuno ha bisogno di qualcosa o qualcuno da amare, e di essere amato. Anche senza bisogno di nulla in cambio. Spesso basta amare, Giulia. È la linfa della vita. Lucia annuì. Senti?

– Forse sì. Sento.

Quel dialogo risuonava ancora in lei, dodici anni dopo, come fosse avvenuto ieri.

Smise di cercare la scarpa e, scalza, sui collant, andò verso la finestra.

– Cosa hai visto?

– Ma guarda che roba, che mostriciattolo!

Il gatto era davvero malconcio. Pelo a chiazze, coda storta, un orecchio strappato, il corpo ossuto e ferite ovunque, si muoveva nervoso. Dopo aver osservato i segni sul corpo, Giulia si voltò, prese il badge dal tavolo, il trench dallattaccapanni e uscì di scatto.

Francesca la guardò sgranando gli occhi mentre Giulia avvolgeva il gatto nel cappotto per portarlo via senza farsi notare dalla sicurezza, poi la seguì con la testa scuotendo e commentando a bassa voce:

– Sei pazza? Ma perché ti porti a casa quel rottame?

Giulia tolse la risma di fogli dalla scatola, fece accomodare il gatto e gli portò un bicchiere di plastica con dellacqua.

– Su, bevi. Tra poco andiamo a casa, ti sistemo e ti riempio la pancia.

– Giulia, mi ascolti? Francesca lo fissava schifata. Ma perché proprio questo schifo? Vuoi un gatto? Prendine uno piccolo, bello, morbido. Che ti complichi la vita?

– Fra, a lui manca la cosa più importante. Non lo ama nessuno, capisci? Nessuno mai lo amerà. Un cucciolo, chissà quanti lo vorrebbero. Ma lui? Chi lo vuole?

– Di certo nessuno ma tu perché lo fai?

– Perché si deve!

Giulia ammiccò e, coprendo la scatola col vecchio foulard, decise di lavarsi le mani prima di riprendere a lavorare.

Il pomeriggio trascorse calmo. Il gatto dormiva al caldo, le colleghe completavano il bilancio per consegnarlo la sera.

La tempesta scoppiò quando Francesca, ormai del tutto dimentica del gatto, raccolse le stampe dalla scrivania e salutò il capo che apriva la porta.

– Dottor Matteo Ricci, è tutto pronto!

Un rapido batter di ciglia, una ciocca aggiustata con cura e Francesca, perfetta, sperava di attirare finalmente il suo sguardo. Matteo era loggetto dei sospiri di tutto lufficio. Giovane, affascinante, single Tutte speravano in uno sguardo, Francesca più di tutte. Giulia invece non giocava: Matteo le piaceva tanto, ma non pensava neppure lontanamente che potesse notarla tra tante. Più che timida, con lui si sentiva di troppo. A confronto di Francesca, una modella fatta e finita E lei? Una gnoma, sia pure simpatica.

Così Giulia stava con la testa tra le carte, ignorando il capo.

– Bene, vediamo cosa cè qui.

Matteo scostò la scatola davanti la porta, entrò e in quellistante il caos esplose: il gatto, terrorizzato, scattò fuori, trascinando con sé il foulard rosso, le unghie agganciate nella stoffa. Un salto e si arrampicò sulla spalla di Matteo, poi sullo scaffale. Matteo, in preda al panico, strattonò Francesca e la spinse contro la parete.

– Che diavolo è?!

– È il gatto! Francesca colse loccasione e si strinse alleroe. Mi scusi, dottor Ricci, glielavevo detto a Giulia che portare un animale era una pessima idea! Guardi come fa paura. Vederlo di notte e ti viene uno shock a vita!

Il mostro fissava tutti dallo scaffale, minaccioso. Giulia allora, ricordandosi dei tacchi solo quando sentì il pavimento freddo, si allungò verso il gatto.

– Vieni, piccolo, non aver paura! Nessuno ti farà male!

Il gatto, esitante, sembrava volerle credere. Si avvicinò al bordo.

– Attento! Così ti spezzi una zampa, sei già mezzo rotto! Giulia allungò le braccia.

Una mano tesa, sicura, lo prese per la collottola: era Matteo. Lo porse a Giulia.

– Immagino sia per te ora.

– Sì Giulia strinse il gatto al petto. Mi scusi, dottor Ricci, non succederà mai più.

– Sì, hai infranto il regolamento. Matteo annuì. Passa nel mio ufficio tra qualche minuto. Intanto sistema quella bestia.

– Dottor Ricci, lei è stato grandioso! Davvero, ci ha salvate! Guardi come tremo dalla paura. Francesca mostrava le mani come a esibire una manicure perfetta. Ormai nessuno difende più le donne, davvero!

Cera ironia negli occhi di Matteo, tanto che Giulia sgranò gli occhi sorpresa, ma lui si ricompose subito:

– Ti aspetto.

Giulia riportò il gatto nella scatola e la spinse sotto la scrivania, cercando di evitare altri guai. Poi, raccolto il coraggio, si infilò i tacchi e si presentò davanti allufficio del capo.

– Mi scusi, dottor Ricci

– Hai già scelto il nome? Matteo la osservava, divertito.

– No.

– Prendi questo!

Un biglietto da visita cadde sulla scrivania.

– Cosè?

– La clinica veterinaria di un mio amico. È il mio veterinario di fiducia, ottimi medici. Ti servirà.

– Grazie

– Posso chiederti una cosa?

– Certo.

– Non raccontare a nessuno quello che è successo qui dentro. Meglio evitare pubblicità.

– Non dirò niente, lo giuro.

– Con Francesca parlo io. Puoi andare. E buona fortuna. Mi sa che hai adottato una vera peste. Mai avuto un gatto?

– No.

– Ti aspetta una bella avventura. Per qualsiasi cosa, chiedi pure. Sono un gattofilo esperto!

– Grazie, davvero!

– Per ora non cè di che. Matteo improvvisamente scoppiò a ridere. Giuro, mai stato così spaventato da una scatola. Ho solo cercato di spostarla e invece ZAC! Aveva ragione Francesca, ora balbetterò tutta la vita.

– Ma no! Giulia rise. Lei è un eroe! Dimenticato?

– Già Una domanda: perché girovaghi sempre scalza per lufficio?

Giulia si rabbuiò.

– Odio i tacchi. Preferirei le sneakers. Chi ha inventato il dress-code, bisognerebbe mandarlo in giro su trampoli almeno per una settimana!

– Drastico. Matteo rise. Farò un pensiero sulle regole, ma senza esagerare, niente sneakers. Puoi andare.

Giulia annuì e uscì, chiudendosi silenziosa la porta alle spalle.

Lucia, vedendo rientrare la figlia col mostro, alzò le mani e decise che il nuovo arrivato andava sistemato.

Il gatto si lasciò lavare, addirittura medicare lorecchio. Poi si acciambellò su una vecchia felpa di Giulia nella cesta di vimini.

– Giulia, che ne facciamo di sto sbandato?

– Gli vogliamo bene, mamma. Lasciamolo restare.

– Daccordo, però preferirei che mi portassi a casa qualcuno daltro magari un fidanzato!

– Mamma!

– Non faccio la nonna, io? Mi sento pronta!

– Ok, ci penserò

Tre anni dopo, Lucia avrebbe avuto tra le braccia il primo nipotino.

Avrebbe camminato per la casa cullando in braccio il piccolo Matteo, guardando sua figlia addormentata sul divano, stanca ma felice.

Il gatto, ormai irriconoscibile rispetto allessere spelacchiato di quellinverno, si sarebbe sistemato accanto e guardava curioso la Grande Padrona.

– Ehi, hai visto? Un altro della famiglia si è aggiunto. Lucia si sarebbe seduta a mostrarlo al gatto. Anche tu hai una parte, lo sai? Se non avessi spaventato il suo papà quella volta forse non sarebbe nato questo miracolo. Quindi grazie, amico caro. E, sussurrando, avrebbe coperto le gambe di Giulia con un plaid. Lasciamola riposare. Primo figlio, marito in trasferta bisogna darsi una mano.

Il gatto, felice e grato, avrebbe fatto le fusa piano piano.

La felicità ama il silenzio, meglio non spaventarla. Più che mai, lasciamola stare.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 × four =