Come la signora Nina Petrovna ha riparato il tetto di casa sua

Antonietta, vieni qui! Ho una cosa importante da dirti! La voce di Donna Maria, una signora ben curata dai capelli bianchi, seduta sulla panchina davanti al cancello, si fece sentire attraverso il cortile.

Antonietta, alta e sottile, con un cappello bianco che gridava villeggiante da città, sospirò e si sedette accanto a lei, allungando le gambe stanche dopo la camminata.

Cosa cè, Maria?

Dove correvi stamattina?

Sono stata alla stazione. Ho accompagnato mia nipote, la piccola Bianca, che tornava a Pisa.

Maria fece una smorfia dinvidia: Beata te! Tu hai figli, nipoti, pure un pronipote! E io… né un gatto né un figlio! Solo la malinconia

La malinconia ce la chiamiamo noi, Maria. Se non hai nessuno di tuo, trova chi ti sta attorno e ha bisogno daiuto. Così la vita non pesa.

Maria si voltò sospettosa: Ti ha morso la nostra Nina, per caso? Non eri così filosofica, tu! Parli come lei adesso!

E cosa centra Valentina?

E sia, sarà ma a me i tuoi discorsi non piacciono affatto!

Perché mi hai chiamato, allora? Devo tornare a casa! Tra poco si svegliano i bambini, devo preparare la colazione.

Aspetta… è proprio di Valentina che volevo parlarti. Una bella grana!

Antonietta si drizzò sulla panchina: Cosè successo?

Conosceva Valentina da tanti anni. Si erano incontrate la prima volta portando a spasso i bambini per la vecchia strada tra i cipressi, sotto Villa Borghese. I piccoli piangevano a casa, ma lì si calmavano al volo. I discorsi delle mamme, a volte vivaci e accesi, non disturbavano il loro sonno. Tra confidenze e chiacchiere, la loro amicizia era nata, e con essa quella tra i figli.

Con gli anni la vita aveva sparpagliato i figli su e giù per lItalia. Ora si sentivano più che altro su WhatsApp o Facebook, ma si volevano bene come prima.

A loro, invece, il destino aveva riservato la fortuna di restare vicine: le villette a schiera una davanti allaltra nella campagna fiorentina e, poi, un paio danni prima, un nuovo e piccolo appartamento a Firenze, nello stesso condominio di Antonietta, dove Valentina si era trasferita lasciando la grande casa eredita dai genitori, e accompagnando la nipote al matrimonio.

Quasi ogni sera si incontravano in veranda, davanti a una tazza di tè e pane ai fichi con miele dacacia o marmellata fatta in casa, tra chiacchiere dove cera spazio per le battute, le malinconie, i rimbrotti affettuosi: I giovani doggi, dicevano sempre.

Quella settimana però si erano perse di vista: la figlia di Antonietta con i bambini era venuta da Milano, mentre Valentina era impegnata col nipote maggiore appena tornato da Torino.

Che succede a Valentina? chiese Antonietta, pronta a correre dalla sua amica.

Calmati, ti racconto tutto. Tanto senza di te, lì, non si fa niente, sussurrava Maria, contenta della suspense.

Ma che dici?

La tua Valentina ha perso la testa!

Non diciamo sciocchezze, Maria! Antonietta si spazientì.

Ascolta! Tutti al paese ne parlano: da quando è salita sul tetto la scorsa volta, pare si sia proprio svitata! Ora passeggia a braccetto col nuovo vicino di villa, vista da me coi miei occhi! Hai visto? E tu nulla… Vai, vai a vedere che combini, e dille che alla nostra età si deve stare composte! Bisogna dare il buon esempio, non arrampicarsi sui tetti e dimenticare la dignità!

Antonietta scoppiò a ridere: Ogni volta che parlo con te rischio di innervosirmi davvero! Non esagerare!

Ti dico io, dopo il terzo giorno sul tetto è cambiata! Va con quelluomo nuovo, il signor Michele, dappertutto Insomma, attenta!

Antonietta fece un cenno di saluto e si affrettò verso casa di Valentina. Sapeva che lamica non avrebbe aspettato il ritorno dei figli o dei nipoti per riparare un guasto; risolveva tutto da sola in mancanza di uomini, come quando si brucia una lampadina e non hai nessuno a portata di mano!

Arrivata, alzò lo sguardo e rimase di stucco. Valentina era seduta sul tetto, sotto il sole dorato, come una gatta soddisfatta, circondata da bambini di ogni età, suoi e non suoi. Accanto, un uomo sui sessantanni guardava il panorama del Chianti accarezzando la testa di un piccolo cane meticcio.

Vale? chiamò Antonietta, sorridendo.

Toni! Vieni su anche te! È bellissimo da quassù! Si vede tutto… Fino allArno, guarda!

Antonietta esitò, ma ricordando le parole di Maria, si guardò attorno, trovò la scala e salì anche lei. Sedette vicino allamica lasciando che il sole le scaldasse il volto.

Ti mancava? chiese Valentina.

Quanto! Antonietta sorrise di rimando.

Antonietta, ti presento Michele, il nuovo vicino. Ex-comandante di marina, ormai in pensione, non è vero Michele?

Piacere, Antonietta.

Valentina riprese subito il comando: Basta formalità! Oggi programma ricco: Michele ci farà la grigliata e noi, per dolce, torta di mele e crema alla vaniglia! E poi tutti al lago!

Ma io ho i bambini protestò Antonietta.

Portali! Più siamo, meglio è! E non rimproverare la tua Veronica che non tiene la schiena dritta. Oggi solo libertà!

Ehi, nipoti! Qual è il compito di oggi per le nonne?

Il nipote maggiore di Valentina alzò la voce: Libertà ai pappagalli!

Gli adulti scoppiarono a ridere. Così tutti scesero e in pochi minuti si ritrovarono al lago.

Fu una delle giornate più belle che Antonietta ricordasse: a fare il bagno con i nipoti, mangiare carne fumante, cantare canzoni popolari toscane fino al tramonto, immersi nei giochi e negli abbracci. Nessuno badava più se fosse grande o piccolo si era tutti bambini, almeno per un giorno.

Quando la sera calò e i bambini crollarono esausti, Michele portò a casa i suoi, lasciando Antonietta e Valentina sole sulla veranda. Antonietta abbracciò lamica e la guardò negli occhi.

Allora, Vale?

Oh, Toni… Sarà la pazzia della vecchiaia, o forse finalmente la ragione. Chi lo sa. Credo di essermi innamorata! Come una ragazzina, credi? Non mera mai successo prima!

Lo vedo…

Mi giudichi, Toni?

Ma ti pare? Quando mai? Come vi siete conosciuti?

Lui passava sotto casa e mi ha visto sul tetto. Cera stato un temporale e la mattina dopo trovai lacqua in cucina. Nessuno dei miei arriva prima di domani e il nipote è a Bologna dalla fidanzata. Dovevo arrangiarmi. Lui è salito, senza dire una parola, ha preso il martello e in un attimo tutto sistemato. Poi si è presentato. E così…

Poi?

È tornato con i nipoti. Quando li ho visti… sembravano i miei! E poi ho saputo che li cresce da solo.

Da solo?

Purtroppo. I genitori si sono persi una brutta storia. Quando la ex-moglie si è ammalata gravemente, Michele è accorso per prendersi cura dei piccoli. Da allora vivono con lui.

Un uomo così Ne trovi uno in tutta Italia!

Infatti, Toni. I miei due ex mariti non mi hanno mai tolto una pentola di mano per cucinare per me e i miei figli, mai. Michele lha fatto, senza chiedere nulla. Solo per farci felici. E mi ha aggiustato il tetto.

Il tetto? Sì, avevo sentito, ma…

No, no! La mia testa, Toni! Ho capito che il tempo non torna indietro. Serve qualcuno con cui stare in silenzio sul tetto e guardare lontano. E non lasciarlo andare.

Vale, riuscirai? I bambini non sono più piccoli, è vero, ma…

Mi arrangio. Lo sai meglio di tutti. Faccio quello che posso, fino a che ne ho.

Antonietta annuì, con dolcezza: Fortunati loro.

O magari fortunata io.

Passò un anno, poi un altro E Donna Maria, sempre più arcigna, ogni tanto sbirciava tra le fessure del recinto fresco di vernice e scuoteva la testa: Ma che gente! Sempre a ridere e scherzare con quei bambini sempre intorno! Dove trovano lenergia? Non sono molto più giovani di me!

Ma nessuno avrebbe saputo spiegarle che, se il tetto non perde e le fondamenta sono solide, la casa dura per sempre. E chi vi abita sarà sempre al caldo e al sicuro, se chi comanda quella casa ha cuore grande abbastanza per tutti.

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Come la signora Nina Petrovna ha riparato il tetto di casa sua
Le figlie ingrata Irene, sudata e curva sull’orto, sentiva il sudore che le scivolava fastidiosamente lungo la schiena, incollando la maglietta alla pelle. Lidia, la sua sorella gemella, sbuffava e si lamentava accanto a lei, lottando per infilare una ciocca ribelle sotto il cappellino. Stavano strappando le odiate erbacce tra le fragole. — Irene, ma perché stiamo facendo tutto questo? — si lamentò Lidia, appoggiando il rastrello e asciugandosi la fronte col dorso della mano. — Siamo pure tutte e due allergiche alle fragole! Che se ne vadano pure al diavolo… — “Perché bisogna aiutare i genitori”, — imitò Irene la voce della mamma, Anna Maria, con una precisione tale che Lidia non poté trattenere un sorriso — “Perché loro sono ‘anziani’ e noi ‘figlie ingrata’”. In casa loro spesso si ripeteva la canzone delle figlie ingrata. Bastava che si rifiutassero di lavorare nell’orto: subito, ingrata! Anche se avevano passato tutta l’infanzia tra pomodori e patate. Risate arrivarono dall’altra parte della recinzione. Erano gli amici di sempre — Sergio, Dario e Silvia. Erano arrivati in bici, tintinnando i campanelli e con bottiglie di bibita fresca in mano. — Ehi ragazze, dove siete? Venite al fiume in bici! L’acqua è come il latte caldo! Abbiamo già preso tutto al supermercato. Boris sta facendo la grigliata! Venite? — Andatevene senza di noi! — gridò Lidia. — I genitori non ci lasciano! — aggiunse Irene. — Fate voi… — rispose Silvia. Lidia fu assalita dall’invidia. — Dio mio, quanto vorrei essere con loro… — sussurrò, mentre gli occhi le si velavano di nostalgia. Il fiume, la carne alla griglia, la fresca sera di luglio… Aprì gli occhi. Ma davanti a lei c’era ancora l’orto. — Passerà anche la voglia! — tagliò corto Irene, con tono duro ma anche ironico. — Qui il lavoro non finisce mai! E ti sei dimenticata cosa dice la mamma? Finché non è tutto pulito, niente fiume! E se piove poi è la fine: le erbacce ricrescono peggio di prima. Tocca ricominciare da capo! — Già… e le fragole sono solo il male minore… Lidia guardava sconsolata le distese di patate, le file tristi di cavoli più simili a rovi che a futuro raccolto, e la serra di cetrioli dove, con un po’ di sfortuna, poteva anche svenire dal caldo. — Più che orto, questa è una piantagione — mormorò Lidia trattenendo le lacrime. — Lavori, lavori… e non finisce mai! E appena finisci, ricominci daccapo… Irene fece una smorfia più vicina allo sconforto che alla gioia. In effetti, Lidia aveva ragione. Quello non era un semplice orto: era un impero agricolo grande almeno mezzo ettaro, forse di più. I genitori, Anna Maria e Massimo, coltivavano di tutto: dalle patate ai cavoli fino alle varietà più strane di pomodori e cetrioli, i cui nomi Irene e Lidia non ricordavano nemmeno, pur passandoci tutta l’estate. Una parte andava in tavola, ma la maggior parte si vendeva al mercato locale, per guadagnare qualche soldo extra. E per vendere, bisognava lavorare dalla mattina alla sera — con qualunque tempo e qualunque umore — mentre amici e compagni giravano liberi in bici. Anche le figlie, da sempre, lavoravano con i genitori. Irene e Lidia si erano lasciate alle spalle infanzia e adolescenza tra quelle dannate zolle, vedendo le amiche della città andare al cinema, in discoteca o in campeggio. Per loro, solo sogni… *** Avevano ormai superato i quarant’anni. Entrambe vivevano ormai in città, con famiglie, lavoro, qualche hobby, e — quello che da bambine non avevano mai avuto — il diritto al tempo libero. Ma ogni anno, appena si avvicinava luglio, i genitori iniziavano la stessa solfa: — Ragazze, venite ad aiutarci! Siamo vecchi, non ce la facciamo da soli! L’orto è una giungla! Senza di voi non ce la facciamo! Irene e Lidia adattavano le ferie ai bisogni dei genitori e lasciavano lavoro, vacanze e programmi per trascorrere il mese di luglio in “esilio forzato”. Solo che le ferie, ovviamente, non durano tutto l’anno. E sia Irene che Lidia avevano ormai le loro famiglie. I loro mariti volevano riposarsi pure loro. E i figli erano stufi del paesino, preferivano il mare. Senza contare che a loro, a stento, reggevano solo a sentire la parola “orto”. Eppure, anche se a malincuore, non potevano mai dire di no ai propri genitori. Così, anche quell’anno, le due sorelle, con mariti e figli, partirono per casa dei genitori e si insediarono lì tutto luglio. Il primo giorno, grande tavolata e sauna “per rilassarsi dopo il viaggio”. Ma già dal secondo giorno, alle sette di mattina, la madre le svegliava: “Se avete riposato bene, potete cominciare a lavorare!”. In quel mese si stancarono tutti così tanto che alla fine non avevano più neanche la forza di arrabbiarsi. Mentre era piegata sull’insalata, Irene sentì le imprecazioni del marito, Gennaro, che, sotto il melo, cercava di raccogliere uva spina nascosta tra i rami. — Gennà, che stai a fare là sotto? — gridò, cercando di superare il fruscio del vento tra le foglie. — Lascia stare quell’uva spina che ancora non è matura. Piuttosto raccogli le mele, altrimenti marciscono! Poi con quelle facciamo la marmellata… In realtà, Irene non ci credeva nemmeno più. Peggio che strappare le erbacce sotto il sole c’era solo invasare chili di marmellata in cucina, tra pentoloni e fornelli accesi. Meglio che se le mangino i vermi, ste mele. — Irene, io non ce la faccio più! — piagnucolò Gennaro uscendo da sotto il melo. — La mia schiena dice che è ora di divorziare! Piuttosto pago gli alimenti vita natural durante, ma non passo un’altra vacanza in questo inferno! Scusami, ti amo da morire, ma mi sa che qui ci lasciamo… — e crollò teatrale sul sentiero. — Non esagerare, Gennaro! — borbottò Irene. — Neanch’io sono contenta, ma che dobbiamo fare? Sono i nostri genitori! Come pensi che farebbero da soli? — Lasciali perdere — sbuffò Gennaro — e che ce li scampi il santo… — Ah, certo! Gennaro, c’è pure da sistemare il tetto della legnaia, eh. — Arrivo, arrivo… Il marito di Lidia, Eugenio, era molto più tranquillo, ma si comportava come un lord inglese che aspetta il tè. Comodamente sdraiato sulla sedia a sdraio sotto il pero, sorseggiava kvas fresco portato dalla figlia e osservava la moglie soffrire. Colto, raffinato e sensibile alla bellezza, ma del lavoro manuale non ne voleva sapere. In realtà, di lavoro non ne voleva sapere in genere. — Eugenio, almeno dai una falciata all’erba! — protestò Lidia allontanando le zanzare. — Ma dai, amore, sembro forse un contadino? — fece spallucce Eugenio, con un sorriso furbo negli occhi. — Io sono un uomo di città. Le mie mani sono fatte per ispirare voi donne alle fatiche! Spiritoso… Lidia alzò gli occhi al cielo. Eugenio era maestro nel delegare, ma di sudare, mai. Ogni tanto faceva finta di darsi da fare, ma lavorare, mai. Alla fine delle “ferie”, ormai coi nervi a pezzi, Irene e Lidia tentarono un confronto decisivo, capendo che non se ne poteva più. — Ma insomma, perché tutto questo? — iniziò Irene, sedendo i genitori al tavolo della cucina, dove si radunava sempre la famiglia. — Quanti pomodori, cetrioli o patate vi servono davvero? Non siete più giovani! È faticoso. Tanto non li mangiate tutti, e mica siete obbligati a vendere. Possiamo aiutarvi anche solo con i soldi: comprate quello che volete, andate in vacanza! Basta con sto orto! — Sì, mamma, — aggiunse Lidia speranzosa. — Non dovete spaccarvi la schiena! Vi aiutiamo noi. Se non volete i soldi, vi trovate qualcuno per aiutarvi in campagna. Non costa più della salute vostra e del nostro tempo! — Ma che scemenze state dicendo? — sbuffò la mamma. — Come sarebbe a dire: niente orto? — chiese papà. — Soldi? Aiutanti? L’orto non è solo il raccolto: è anche un lavoro, un passatempo. Che facciamo tutto il giorno, col culo sul divano? — Beh… — balbettò Irene — Si può andare a teatro, al cinema… — Ma va là! — tagliò corto Anna Maria — Noi siamo abituati a lavorare! E non pensavamo che vi pesasse così tanto aiutare i genitori. — E poi — aggiunse Massimo — che vita è vivere con i soldi degli altri? Dover sperare che ce li mandiate ogni mese? No, ognuno si mantiene da sé! Questo dialogo si era già ripetuto. L’anno prima. E anche tre anni prima. — Ma papà, è faticoso! — protestò Lidia, proprio non capendo quell’ostinazione. — Sta male solo chi non fa niente! — tranciò Massimo. — Noi, invece, siamo ancora forti! — Ma… — Volete solo liberarvi di noi coi soldi! — gridò Anna Maria. — Vi siete stufate di lavorare. Non pensavamo che aiutare i genitori vi pesasse così tanto. Senza orto, nemmeno verreste più qui! Fine della discussione. *** Passò un anno. L’estate si avvicinava, promettente come sempre. Gennaro annunciò a Irene un viaggio in Italia, quello dei suoi sogni. Lidia, appena divorziata dal suo scansafatiche Eugenio (che neanche la dignità di cercarsi un lavoro aveva trovato), aveva solo voglia di pace e silenzio. Voleva solo stare a casa con la figlia, senza impegni, senza obblighi. Le sorelle si incontrarono davanti a una tazza di tè, tra pettegolezzi e progetti per l’estate. Discutendo, presero una decisione difficile e andarono a comunicarla ai genitori. Di solito, durante la settimana non passavano dai genitori, solo nei weekend. Ed è andata di lusso che vivessero abbastanza lontano, altrimenti avrebbero passato tutte le ferie e i weekend nell’orto. Così, qualche visita ogni tanto e basta. Irene e Lidia non sapevano da dove cominciare. Ma la mamma iniziò subito, con uno sguardo sospettoso: — Che succede? Cosa vi state inventando questa volta? — Niente, mamma, tranquilla, — anticipò Lidia. — Solo che quest’anno non riusciamo a venire a luglio. E neanche in agosto. — E questo che vuol dire? — protestò la madre. — Che storia è questa? Non avete proprio vergogna? E subito giù con le spiegazioni di rito. — Gennaro ha le ferie pure lui, andiamo in Italia come sogniamo da una vita! Tutto prenotato, biglietti pagati… Non andiamo in vacanza da anni… Anche Gennaro è stanco. Ovviamente, questo non commosse nessuno. Papà fece una smorfia. — In Italia, eh! — ripeté la mamma ironica. — E noi cosa facciamo qua? L’orto si sistema da solo? Ci tocca arrangiarci da soli? — Mamma, ti abbiamo già detto che vi possiamo aiutare con i soldi! — insistette Lidia. — Potete assumere qualcuno che vi aiuti. Qui c’è sempre chi cerca un lavoretto estivo, il vicino viene volentieri a tirar su le vostre patate! — Gli operai non sono la stessa cosa! — tagliò corto Massimo — Non ci si può fidare: tutto fatto in fretta e male. Voi invece siete di famiglia! Mettete l’anima… — Papà, ma che anima vuoi metterci a diserbare patate? — non ce la fece più Irene. — Il lavoro nobilita. — Nobilita niente! Solo mal di schiena e mani tutte piagate! — sbottò Lidia. — Non siamo mica contadini a giornata! E a lavoro lavoriamo già tanto, almeno nelle ferie vogliamo riposarci. Basta! — Riposerete in pensione! — decretò la mamma. — Finché avete energie, dovete aiutare i genitori. — Non diciamo che non vi vogliamo aiutare, ma qui si sta esagerando… Già. Ormai, nessuno ricordava più cosa fosse una vera vacanza. — Si esagera, eh! — ripeté Anna Maria. — E chi vi ha cresciute? Chi ha rinunciato a dormire la notte per darvi da mangiare? Chi ha investito tutto su di voi? Per poi sentire che dieci giorni al mare con la pancia all’aria valgono più dei vostri genitori! — Basta ricatti emotivi! — sospirò Irene. — Siamo grate, mam, ma qui bisogna trovare una via di mezzo… Si alzarono i toni. Le figlie hanno abbandonato i genitori. Le figlie non pensano più a mamma e papà. Le figlie sono diventate delle sfaticate. — E vabbè! — gridò Irene. — Fate pure quello che volete! Potete pure lasciare la casa alla vicina, potete smettere di parlarci. Ma noi quest’anno non veniamo! — Ah sì?! — strillò la mamma. — Allora arrangiatevi! Non lo perdonerò mai! — Fai pure! Fai quello che vuoi! *** Irene e Gennaro volarono finalmente in Italia. Quelle due settimane furono le più belle degli ultimi anni! Solo loro due, il mare, il caldo… e i bambini. Ma i figli, entusiasti di un’estate diversa, si comportarono benissimo. Lidia si concesse il suo “centro benessere” domestico: divano, serie tv, libri, uscite con le amiche, massaggi — nessuna preoccupazione. Quando ormai la vacanza era agli sgoccioli, con Irene e Gennaro appena rientrati e Lidia che tornava alla solita routine, arrivò quella telefonata che cambiò tutto. Era papà. — Lidia, vieni subito. La mamma sta male. È in ospedale. Chiama Irene! Le mancò un battito. Nel giro di un’ora corsero in auto all’ospedale più vicino al paese. Cercarono subito il padre. — Che è successo? — Come sta la mamma? — È la testa? — Un ictus? — È cosciente? — Avete parlato con lei? — Possiamo vederla? Si sovrapposero domande. — Il cuore, — spiegò Massimo. — Dalle sei del mattino alle tre del pomeriggio nell’orto sotto il sole… Ed è crollata. Per fortuna, la situazione non era grave. La madre era cosciente, in reparto normale, si muoveva pure bene. Era pallida, la pressione era probabilmente alle stelle, ma niente di veramente serio. Alle figlie rivolse solo una rapida occhiata. — Ah, siete voi, — disse la mamma. — Siete venute a dare un’ultima occhiata alla mamma morente? — Ma che dici, mamma! — la zittì Irene. — Non è nulla. Dicono che fra un paio di giorni ti dimettono. Ti rimetti presto. — Mah, ragazze, — sospirò Anna Maria. — Ormai sono vecchia. Non reggo più. Peccato che nessuno sia venuto ad aiutarmi… Lidia serrò appena i denti. — Mamma, chi te l’ha fatto fare? Ti abbiamo proposto aiuto! Ti avevamo detto che potevi prendere qualcuno ad aiutare: c’è chi cerca lavoretti estivi qui. Perché no? — Aiuto! — ripeté Anna Maria con disprezzo. — Non ho bisogno del vostro aiuto! Mi arrangio da sola! Se nessuno viene… Sono abituata a lavorare. — E infatti! — sibilò Irene senza trattenersi. — Irene! — la rimproverò Lidia. — Che ho detto di male? — protestò Irene. — Ragazze, non litigate per me. Non ne vale la pena, — disse la mamma con voce melodrammatica. Le figlie tacquero: per ora era inutile discuterne. — Mam, paghiamo tutto noi, — disse Lidia. — Medicine, cure. Tu pensa solo a rimetterti. — E prendiamo anche qualche aiutante, — aggiunse Irene. Anna Maria tacque. Dopo pochi giorni fu già in netto miglioramento, e in una settimana i medici le diedero il via libera per tornare a casa. La salute tornava, ma i medici avevano tassativamente proibito sforzi. Irene e Lidia speravano che, almeno stavolta, i genitori si calmassero. Ma quando andarono a fare visita, trovano una scena deprimente. Le due signore che avevano assunto non si vedevano, e Anna Maria — ignorando i divieti — stava già di nuovo a zappare tra i pomodori. — Ma’, cosa fai? Non puoi! — Non riesco a star ferma! Quelle signore fanno tutto di corsa e non combinano niente. Bisogna far da sé! E i vostri soldi li ho risparmiati, li useremo per qualcosa di utile. E se ci tenete davvero, venite voi a darci una mano. Forza, c’è un altro filare che aspetta. Discutere con la mamma era inutile. Avrebbe sempre fatto di testa sua. Le figlie ingrata.