Insieme è più facile!

Insieme è più facile!

Mamma, secondo te sono bella? chiese Mariuccia, girandosi davanti allo specchio con il vestito appena cucito da sua madre, spostando la frangia allindietro per poi spettinarla di nuovo, accigliandosi e facendo buffe smorfie al proprio riflesso. Mammaaa! Sono bella? ripeté più forte, voltandosi verso di lei. Dai mamma, dimmelo, perché non dici niente?

Tu? Eugenia guardò in basso la figlia di sette anni, sistemando in fretta la cintura sul suo nuovo vestito. Sei normale. Levati subito il vestito, altrimenti lo sgualcisci! E poi guarda le mani, tutte sporche dinchiostro.

Mariuccia fece il broncio, si abbracciò da sola e scosse la testa. Sua mamma diceva sempre che lei era “normale”, invece la mamma di Francesca, la compagna di scuola, le diceva sempre che era la più bella e che la voleva tanto bene. A Mariuccia sembrava che la sua mamma non la amasse proprio o forse solo un pochino appena

Sei bellissima, tesoro! rispose allora la nonna di Mariuccia, Claudia Ferrara, seduta sul divano. Era la madre del marito di Eugenia. Lui era morto sei mesi prima, e adesso nonna Claudia aiutava Eugenia a crescere la nipotina, andando da loro, restando il pomeriggio e dando una mano con i compiti, ma aveva deciso di non abitare stabilmente con loro: secondo lei era giusto che Eugenia avesse la sua casa, di cui essere unica padrona. Dai, ascolta la mamma, togliti il vestitino, Mariuccia, lo stiriamo e lo appendiamo sulla sedia: domani lo metterai di nuovo.

Mariuccia guardò la nonna con occhi tristi. La nonna mentiva, pensava: lo diceva solo per non farla rattristare, ma in realtà Mariuccia si vedeva brutta, con un naso sbagliato, la bocca storta, gli occhi strani e una frangia che le cadeva sempre sugli occhi.

Mentre ci pensava su, Eugenia aveva già riposto la macchina da cucire e attendeva che la figlia si cambiasse.

Su! Mariuccia, devo ripeterlo cento volte? incominciò a innervosirsi Eugenia. Ma che ci fai sempre davanti allo specchio?! Sei una scimmia forse? Forza, togliti tutto che vado a preparare la cena. Signora Claudia, non ha visto il metro? Dove sarà andato a finire?

A che ti serve? la suocera guardò in giro, ma del metro nessuna traccia.

Dovevo accorciare le tende questa settimana, misurare la lunghezza… Ma lasciamo perdere Mariù, togliti il vestito e vai a lavarti le mani. Svelta! Ma sei proprio imbranata! sbottò Eugenia, anche se aveva promesso tante volte di non arrabbiarsi così con la figlia, di essere dolce e gentile, come le madri delle altre bambine. Ma non aveva davvero più forza. Oggi era stata proprio una giornata pesante, nervosa. Forse era la luna piena? O semplicemente era stanca da morire

Eugenia lavorava in un piccolo alimentari, dietro al bancone, dalla mattina alla sera.

Mi pesi mezzo chilo di wurstel! Signorina! Ma che sta facendo? Me li prenda più grossi! Roba da matti! aveva urlato quella mattina una signora avvolta in un lungo cappotto rosso e col cappellino abbinato. Eugenia restava sempre perplessa quando persone così eleganti facevano la spesa proprio in quel piccolo negozio di quartiere. Poi la donna in rosso le scrisse anche una lamentela, solo perché aveva messo la spesa nel sacchetto sbagliato. Ma che mi ha dato? Avevo chiesto il sacchetto blu, quello che aveva sempre prima! Lei non distingue nemmeno i colori? Guardate, signori! Questa neppure i colori conosce!

Mi dispiace, sono finiti i sacchetti blu. Sono rimasti solo quelli trasparenti, spiegò per lennesima volta stringendo i denti. Ma la cliente non era soddisfatta.

Ah, davvero? Quindi dovrei andare in giro per Firenze col sacchetto trasparente, a far vedere a tutti che porto i wurstel a casa?! sbottò la signora, lanciando adirata la spesa sul bancone. Ma non li mangio io, questi, è per mio suocero! E voi mi mettete i bastoni tra le ruote! O mi trova il sacchetto, o la denuncio.

Non cera verso di trovarlo. La signora scrisse una pagina intera sul registro dei reclami, raccolse di malavoglia il suo sacchetto, a stento ci infilò i wurstel e se ne andò, offesa.

È fresca questa panna? È la decima volta che glielo chiedo, signora! brontolava un anziano sbattendo il bastone sul vetro del bancone.

Eugenia prese il barattolo di panna e lesse le date. L’aveva ferita quel secco signora, che sapeva di freddezza e poca gentilezza.

Signora! sottolineò ancora il vecchietto. Ma che mi racconta, vede che la data è stata cambiata! Guardate qui tutti, è taroccata la data! Qui sono tutti imbroglioni!

Lanziano si sistemò meglio gli occhiali, scrutò per un po la confezione e poi fece un gesto di stizza.

La compro, ma signora, si dovrebbe vergognare! Tutti bugiardi siete!

Lasciò i soldi a Eugenia quasi lanciandoli, prese la panna e se ne andò. La fila seguiva in silenzio la scena.

Eh, che uomo! Vecchia scuola! Sa come si faceva una volta: controlli seri, niente disordine. E ora, che facciamo? commentò uno in fondo alla fila. I più anziani annuirono, i giovani facevano spallucce.

Mi dia il salame: quello, quello e questaltro. Come, che sto dicendo? Due etti per ogni tipo! Non capisce? Lei non sa stare alla cassa! Ma che mi ha messo? gridava un altro cliente. Guardava Eugenia con odio, lei quasi si metteva a piangere dalla stanchezza.

Fatti da parte, ora ci penso io! intervenne finalmente Nina, la seconda commessa. Ma come si permette?! tuonò. Ecco i suoi salumi, prenda! E i soldi? Mi ha dato troppo poco, signore. Chiamo la polizia se continua a insultare le commesse! Nina, enorme e minacciosa, sovrastò il cliente magro e nervoso. Che vuole, quindici giorni in cella? Io glielo faccio vedere! Chi altro ha la luna storta oggi?! Avanti, forza! Non me ne vado certo in debito!

Nina, come con pugni invisibili, spazzò la coda; poi guardò sotto il bancone, dove Eugenia se ne stava seduta, mordicchiando il grembiule e piangendo.

Ma dai, su! Non piangere, non meritano le tue lacrime! le disse, tendendole la mano, ma Eugenia non la strinse, si voltò via.

Perché ce lhanno tutti con me? Come se fosse colpa mia se non ci sono più sacchetti, o se la panna è così Uffa! Basta che possano sfogarsi! si lamentò lei, piangendo mentre si asciugava la faccia.

Dai, lo sai anche tu che fanno così perché la vita non gli va bene. La gente ha paura del domani, e anche delloggi, forse a casa hanno problemi, chissà Non gli dare peso! le spiegò Nina mentre metteva a posto i prezzi tra le mozzarelle.

Ignorare? E loro mi insultano e io zitta? Anchio sono stanca! Sono sola con una bambina, non reggo in piedi la sera, e Mariuccia con i suoi compiti, i libri Non li sopporto più, Nina, davvero! Rivoglio il mio Stefano! Vorrei che tornasse mio marito! Ma lui non cè più e non tornerà mai. E voi tutti non ve ne importa nulla! Eugenia si tolse il grembiule, uscì dalla porta sul retro del negozio, si rifugiò nel cortiletto umido e abbandonato, fra scatoloni vuoti, tirò fuori una sigaretta e fumò con rabbia.

A casa non poteva fumare: Mariuccia tossiva per il fumo, bisognava nascondersi sul balcone, dove era freddo, e che senso aveva se non poteva rilassarsi nemmeno a casa sua?

Così le toccava fumare in quel cortile puzzolente di cipolle marce gettate con limmondizia, e aveva sempre freddo ormai, sempre. Al mattino, portando Mariuccia assonnata a scuola, durante il lavoro, la sera tornando a casa, la notte: le dita delle mani e dei piedi non si scaldavano mai, nemmeno con i calzettoni di lana. È lo stress, signora, sono spasmi vascolari. Dovrebbe andare al mare o fare fisioterapia, magari un massaggio! le avevano detto in ambulatorio, dandole delle ricette.

Le buttò via. Anche a Stefano avevano prescritto mille cure, farmaci, visite, attese, e alla fine era morto lo stesso. Che si curino da soli sti dottori! E lei andrà avanti lo stesso, in qualche modo.

Eugenia! Torna dentro, che ora ho la pausa! chiamò Nina affacciandosi in cortile: riconobbe la maglia rossa dell’amica dietro alle casse accatastate. Su, muoviti!

Un attimo! rispose lei, aspirando lultimo tiro, poi buttò la sigaretta in una pozzanghera e tornò in negozio.

Fumata? domandò Nina, già seduta a mangiare la zuppa nel retrobottega. I nervi Ma non ti devi arrabbiare troppo con i clienti, lo sai. Anzi, mia madre mi diceva che la gente diventa cattiva solo perché qualcuno in passato li ha fatti soffrire. È come la tosse, puoi trattenerti un po, ma poi alla fine scoppia

E la mia mamma mi diceva di non rubare. E da dove hai preso quel salame? fece Eugenia, indicando le fetine di mortadella sul foglio di carta.

Lho comprato, te lo giuro! Nina si fece il segno della croce. Dai, prendine un po anche tu, forza, finché non arriva nessuno. E un pezzo di pane, che ti stai sciupando a vista docchio!

Lascia stare. Grazie, Nina, Eugenia prese una fetta con lunghia e la assaporò piano, mentre Nina le versava un po di succo di frutta nel bicchiere. Poi entrarono nuovi clienti, e Eugenia, rimesso il grembiule, si rimise al bancone.

Chiussero il negozio verso le nove. Eugenia si avviò verso casa. La suocera già aveva preso Mariuccia a scuola e adesso sicuramente stavano facendo i compiti.

Andava piano. Avrebbe potuto prendere lautobus, ma preferì camminare. Non aveva voglia di tornare. A casa il peso della tristezza era più forte. Forse, pensò, doveva trasferirsi con la figlia? Ma che fatica, vendere casa, trovarne un’altra e comunque tutto da sola! Oppure tornare dai suoi a Pistoia? No, sarebbe peggio: la sua mamma si sarebbe lamentata ogni giorno che Mariuccia era una povera orfanella e che lei era una vedova, con la solita retorica da romanzo antico. Per carità!

Guardò le finestre illuminate delle case: tutti a tavola nella stanza con la luce accesa, ad aspettare. E cera ancora il vestito da finire

Dopodomani Mariuccia avrebbe avuto lo spettacolino a scuola, la cosiddetta festa dellalfabeto.

E perché non si può andare vestite normali? Ma chi lha inventata questa usanza?! pensò, con un broncio, Eugenia.

Tempo fa amava cucire, si faceva quasi tutto da sola, ma ora ogni cosa le sembrava faticosa e inutile. Avrebbe solo voluto rannicchiarsi sul divano, chiudere gli occhi e dormire. Anzi, non dormire, intorpidire proprio, come una rana di inverno. Il cuore batte appena, tutto rallenta, il cervello annebbiato. È allora che si sente un poco meglio.

Ma Claudia Ferrara la interrompeva sempre, diceva che era ora di dare cena a Mariuccia, o la stessa bambina la raggiungeva con qualche quaderno da far controllare o qualcosa da mostrare.

Non ce la faceva più Nina diceva che Eugenia era depressa. Ma questa definizione medica, pronunciata così, non rendeva le cose più facili. E non sarebbe mai guarita: Stefano non sarebbe mai tornato.

Mariuccia! Attenta! Ecco, hai strappato tutto! gridò Eugenia, vedendo la cucitura del vestito aprirsi. Imbranata! Ora te lo cuci da sola! Prendi ago e filo, e datti da fare.

Mariuccia guardava impaurita il vestito sul divano, il suo riflesso nello specchio: la ragazzina dello specchio aveva la faccia pallida, impaurita, davvero brutta.

Non so cucire Mamma sussurrò Mariuccia. Mamma dolce! Scusa! È stato per sbaglio, si è impigliato con la molletta, non è colpa mia! Mamma!

Si aggrappava alle mani di Eugenia, la guardava negli occhi, le porgeva il vestitino strappato, ma Eugenia lo ributtò sul divano.

Basta, sono stanca di tutto! Tutti mi chiedete cose, fate richieste, domande! Ma io sono esausta, capito? Sono sola a lavorare mentre voi state sulle mie spalle e ancora vi lamentate! Mariuccia, vai subito in camera a prendere il diario! Se cè anche un solo sette, niente festa, hai capito? Parli di bellezza, ma guarda come sei sporca dinchiostro! Una distratta, e hai pure rotto i collant?! Guarda sulla sedia, strappati! Hai saltato sui banchi come una scimmia, vero?! Basta, domani non vai da nessuna parte. Rimani qui, punita!

Eugenia, dai, basta! intervenne timida Claudia Ferrara, spaesata. Non te la prendere così! I collant li rattoppo io, cara, non si vedrà nulla. Sarà rimasta impigliata da qualche parte a scuola, capita! Dai, dammi ago e filo la suocera allungò le mani verso la cassettina dei fili, ma Eugenia glielo negò.

Deve cucirlo da sola! Sciagurata! Mamma, sono bella? la sbeffeggiò. Prima impara a tenere in ordine le tue cose, poi pensa alla bellezza. Diario subito!

Eugenia batté col pugno sul tavolo, tremarono le tazze vicine. Dovevano prendere il tè con la torta ai lamponi, la preferita di Mariuccia, e poi nonna Claudia sarebbe andata via adesso però, niente tè

Mariuccia scoppiò in un pianto dirotto, le spalle scosse dai singhiozzi, stringeva il vestito strappato al petto.

Dammi qua! Eugenia glielo strappò dalle mani, completando lo strappo. Ecco, vedi! Tutto da buttare! Basta! Non ne posso più, non ce la faccio più! E non mi importa nulla di niente e nessuno!

Anche Eugenia ora piangeva, spinse Mariuccia in corridoio e si sedette al tavolo con un gemito. Aveva un dolore forte al petto, vedeva lampi neri davanti agli occhi, le era venuta una sete secca, voglia di urlare, fumare e piangere ancora, perché tutto fa schifo e non vedeva via duscita.

Dai, Eugenia, così non va le si sedette accanto la suocera, accarezzandole la spalla. Le lacrime non aiutano. Hai ferito Mariuccia Perché? Stava aspettando con ansia questa festa, si era preparata, e tu lhai punita. Per cosa? È solo una bambina

Una bambina? Va già a scuola, deve imparare ad essere precisa e a tenere bene le sue cose! Ma sono io che dovrei comprarle vestiti nuovi ogni settimana? Vada lei, allora, a lavorare: stia al negozio dove la insultano, dove nulla va mai bene! E devi stare zitta, perché altrimenti rischi il posto. Eh? Che ne pensa? Provi, signora Claudia, un giorno sì e uno no? Daccordo?

Eugenia rise amara. Certo che risponde male, che è brusca, sgarbata, che “si permette” Ma tanto ormai basta!

E di cosa basta, nemmeno lei saprebbe dire. Era solo stufa di tutto e dentro sentiva il bisogno di urlare e piangere.

Va bene, hai ragione, basta davvero, Claudia aggiustò le maniche del cardigan e prese la borsetta dal davanzale. Io me ne vado, Eugenia. Non aspettarmi più. Se vuoi, porterò io Mariuccia a casa mia dopo scuola, se vi stiamo così antipatiche. E dei soldi da te non li ho mai voluti, non mi mancano: la pensione ce lho e vivo onestamente. Non ti azzardare mai più a rinfacciarmelo. E ricordati, Eugenia, che è facile allontanare un figlio, ferirlo, punirlo, privarlo di qualcosa. Ma poi ti respingerà anche lui. Restituisce tutto la vita, Eugenia, con gli interessi. I bambini assorbono ogni cosa. Oggi le rispondi male invece di una carezza, domani la richiami di nuovo, domani ancora la sgridi. Non è mai abbastanza brava, rovina sempre i vestiti, andrà sempre male a scuola Vediamo, un giorno crescerà, cosa sarà di lei? Potrà anche imparare a odiarti o volersene andare. E perché restare qui, se non è amata? Nessun affetto, nessuna dolcezza niente?

Ma io balbettò Eugenia, ma stavolta fu Claudia a picchiare col pugno sul tavolo, zittendola.

La rinfacci col pane? E la tua coscienza non ti dice niente? Quello che per te è cura sono i doveri minimi di una madre. Da mangiare, vestiti, i compiti questo succede anche in orfanotrofio. Una madre serve per amare, e la cura diventa preziosa solo se passa attraverso lamore. Per Mariuccia serve sapere che è la più bella, la più brava, la più cara questo devi dirle ora!

Facile a dirsi per lei, signora Claudia!

Sì, certo, io ho avuto vita facile, sorrise Claudia amara. Tu sì che sei la martire, tuo marito è morto lasciandoti con una figlia, e a me invece non me ne importa: dico, pensa un po, io ho dovuto seppellire mio figlio. Cresciuto con amore, e alla fine strappato dal petto, via, sottoterra, nel freddo. E una parte del mio cuore resta laggiù, Eugenia. Qui sono rimasta, ma non me la faccio con voi. Eppure faccio fatica anche io a venirci, ci penso sempre che Stefano non entrerà mai più. E tu lo sai bene quel che significa mai. Ma anche Mariuccia potrebbe non cercarti mai più: questo fa ancora più paura. Io me ne vado adesso. Ma ricordati: chi semina vento raccoglierà tempesta. Si può dividere il dolore tra tutti, così pesa meno, oppure, come fai tu, continuare a coltivarlo e dare colpa agli altri. Ma così si resta da soli. Se tratti tutti a morsi, tutti prima o poi se ne vanno.

Ma che ne sa lei! Io sono quella che ha sofferto davvero! Mi hanno portato via mio marito! Io non so più come vivere, cosa vivere, perché! Non so

Impara. Io ci sto provando, fallo anche tu. Insieme è più facile. Ma decidi tu, Eugenia

Claudia si mise il cappotto, cambiò le scarpe.

Mariuccia le corse incontro, labbracciò forte.

Nonna, posso venire a casa tua? Ti supplico, portami via! Ho paura di restare con la mamma sussurrava disperata.

No, Mariuccia, devi restare qui. La nonna le sciolse dolcemente le mani, le accarezzò la guancia. Vedrai che passerà, la mamma si calmerà presto, vi riappacificherete. Non lasciarla da sola, hai sentito? Adesso ha tanto male dentro, devi volerle bene e perdonarla. Vieni qua che ti abbraccio, sei la bambina più brava e buona di tutte. Sei la nostra Mariuccia, del papà e della mamma, vero?

Mariuccia annuì. Cercava di non piangere, ma non ci riusciva. La nonna quasi spariva fra le lacrime, poi la porta sbatté e scese il silenzio pesante in casa, soffocante come una coperta di lana sulla faccia.

Dopo un po, stando in camera, Mariuccia andò in bagno, si lavò le mani dallinchiostro e si rinfrescò. Aveva gli occhi rossi e gonfi, le labbra ancora tremolanti per i singhiozzi.

Andò in cucina e mise su il bollitore. La mamma adorava il tè alla menta. Dovera la menta? Ah, sì, le foglie avvolte a rotolino. Che profumo Sa di estate e di papà Era lui che le raccoglieva per la mamma, le faceva seccare sul tetto del garage

Mariuccia, quasi calma, ricominciò a piangere. Le cadde il barattolo, la menta si sparse per terra.

Corse Eugenia, pensando che si fosse bruciata, iniziò a soffiarle sulle mani.

Dove fa male, amore? Sei scottata? Dai, dimmi, dove fa male? sembrava davvero impaurita, le carezzava schiena e capelli troppo spettinati.

Qui, mamma qui fa male Mariuccia indicò il petto. Papà raccoglieva la menta, ti ricordi? E se muori anche tu, mamma? Come farò senza di voi?

Adesso piangevano insieme, il dolore si divideva in due, diventava più leggero, come lacrime salate che scendevano sul pavimento. Fuori dalla finestra brillavano le stelle. Magari una era proprio Stefano

Quando finalmente Mariuccia si addormentò, Eugenia riprese il vestito strappato. Sì, aveva fatto proprio un disastro Ma forse si poteva ancora rimediare? Forse non era troppo tardi

Signora Claudia, non dormite? sussurrò Eugenia al telefono. Perdonatemi. Ho detto cose terribili, non lo pensavo davvero Io

Dallaltro lato silenzio, solo un fruscio leggero, poi la voce di Claudia.

Sì, capisco tutto, Eugenia. È dura, ma dobbiamo andare avanti E per cosa, se non per Mariuccia e per noi stesse? La nostra vita non è ancora finita e non spetta a noi decidere quando lo sarà. Prendi ogni giorno un pochino di forza, a piccole dosi. E diventa più facile. Ora non piangere più, se no piango anchio! Buonanotte, cara! E per la festa a scuola, ci va Mariuccia?

Ci va. Aggiusto io tutto adesso. Aggiusto

Claudia annuì. Tutti avevano qualcosa da ricucire, da riparare, pensieri e cuore. Ma quello domani. Ora bisognava dormire. Stefano ogni tanto va a trovare la madre nei sogni, le parla. Si preoccupa per Eugenia, ma Claudia gli dice sempre che la sua Egina è forte, e che andrà tutto bene. Il figlio la guarda e si scioglie nella luce rosa dellalba. Un altro giorno, solo per il gusto di vivereLa notte si fece più lieve in casa, come se un peso caldo avvolgesse le coperte e le stanze. Eugenia, nel silenzio, ricuciva piano la stoffa lacerata, punto dopo punto, come se avvicinare i lembi del vestito potesse sanare anche il dolore fra lei e Mariuccia. Ogni nodo era una promessa silenziosa: domani sarà meglio, domani proverò ancora.

La porta della cameretta cigolò: Mariuccia, in punta di piedi, la raggiunse in cucina, stringendo tra le mani il suo peluche più consumato. Rimase sulla soglia, esitante. Eugenia sollevò lo sguardo, poi, senza parlare, fece cenno alla figlia di sedersi accanto a lei. Le posò il vestitino sulle ginocchia, la abbracciò stretta. Restarono così, abbracciate, sotto la lampada che faceva brillare i fili colorati e il cuore di entrambe. Nessuna fretta, nessuna punizione. Solo tempo. Solo amore che cercava spazio, dopo tanto dolore.

Mariuccia appoggiò la testa sulla spalla della mamma. Mamma, domani riesci a venire alla festa? Anche se sono un po pasticciona?

Eugenia le accarezzò i capelli: Certo che vengo. Sei la mia Mariuccia. Sei la più bella che cè.

Le guance della bambina arrossirono, ma questa volta non fu vergogna, era la fioritura tenera della felicità che si affaccia per la prima volta dopo un inverno lunghissimo. La felicità minuscola, fatta di sguardi che si cercano e si trovano.

Fuori, nella notte, il vento smise di battere sui vetri. Sul tavolo, fra i rocchetti e la tazza di tè, una fogliolina di menta si era posata come un segno di pace.

Insieme, era già più facile.

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Insieme è più facile!
Il Veleno dell’Invidia