Truffatori

Truffatori

Nadia Petronilla sapeva con certezza che tutto il mondo era pieno di truffatori. Ovunque, ad ogni angolo, cera qualcuno pronto a tenderle un agguato, cercando di venderle qualcosa contro voglia, ingannarla, confonderla, privarla dei suoi euro, lasciarla sul lastrico.

Così le ripeteva sempre Enrico. Ogni sera, da quando si era trasferito in un bilocale in affitto in zona San Siro, chiamava la sua anziana parente e, dopo averle chiesto brevemente come stava e averle imposto di “resistere”, che tanto il tempo poco piacevole e la pressione sarebbero passati presto, la metteva in guardia: non fidarsi di nessuno, proprio di nessuno.

Se ti chiamano, metti subito giù la cornetta, capito? Sùbito! Non dire mai nemmeno sì o no! Registrano la tua voce, fanno mille prestiti a tuo nome, e tu hai una casa, Nadia! Una casa in centro a Milano! Tutti la vogliono!

Ma chi sono, Enrico? Chi sono questi? E perché nessuno li ferma? sussurrava spaventata Nadia Petronilla, stringendosi meglio la sciarpetta attorno al collo e guardando ansiosa verso la porta, per assicurarsi che la serratura fosse davvero ben chiusa.

Nadia Petronilla ne aveva passate tante: dal dopoguerra ai brutti anni della criminalità, aveva visto personaggi sospetti aggirarsi nel suo palazzo, aveva assistito a incendi misteriosi di automobili, sentito liti in cortile, donne piangere disperate…

Nadia credeva che quei tempi fossero finalmente finiti e sperava di potersi godere finalmente un po di serenità. Ma no! La vita paurosa continuava, anzi peggiorava, vivendo sulle spalle dei più indifesi.

Al supermercato, Nadia Petronilla si guardava sempre alle spalle e teneva la borsa ben stretta, pronta ad accorgersi di un eventuale ladro di portafogli, raccoglieva tutti gli scontrini e, a casa, li esaminava con la lente d’ingrandimento, contando gli importi a bassa voce e dimenticando cosa aveva comprato, mentre il cronista al telegiornale, come leggendo nei suoi pensieri, ammoniva che era appena stata scoperta una nuova truffa ai danni degli anziani Nadia sobbalzava, si assicurava della porta dingresso, fissava il telefono come a minacciarlo. Se squilla, non risponde! Con lei certe furbate non attaccano! Truffatori ovunque, ma Nadia non si farà fregare mai!

Le uniche donne di cui si fidava erano le sue vicine: Margherita Serena, ex contabile in pensione, Tonina, la giovane mamma con due bambini, ed Elena Ivana, linsegnante.

Quelle tre donne le davano la consolazione che il mondo non fosse ancora del tutto impazzito, che le persone oneste esistessero ancora.

Margherita Serena la salutava sempre con calore, le chiedeva come stesse, raccontava qualche aneddoto divertente. Nadia le rispondeva con un cenno malinconico:

Ma perché siete così triste, Nadia Petronilla?! Guardate che spettacolo quei passeri che fanno il bagno nella pozzanghera! Che monelli! Proprio dei dispettosi! sorrideva Margherita, guardando quei pennuti tutti arruffati e gonfi dacqua. E avete visto i bucaneve che sono spuntati davanti alla vecchia Salute, la bottega allangolo?

Nadia annuiva, ed era felice che qualcuno ricordasse ancora il vecchio nome della panetteria Salute e che lì un tempo si vendevano delle polpette favolose che lei preparava poi a casa per suo marito, Antonio. Lui magari sapeva che erano comprate, ma faceva finta di niente

Cerano ancora persone che si ricordavano delle feste in piazza, delle bandiere rosse, delle strade piene di allegria, e che credevano che si dovesse vivere sempre onestamente. Nadia per questo rispettava moltissimo Margherita Serena.

Lo so, Margherita! I bucaneve sono meravigliosi! faceva Nadia alla vicina. Però quanta paura cè a vivere, quanta paura! aggiungeva poi, ruotando di lato la sua testolina riccioluta.

Ma che succede? Margherita Serena si sedeva alla panchina, le sistemava la stola o il colletto. Tremate tutta, signora Nadia!

Mi hanno chiamato di nuovo! quasi piangendo, confessava Nadia. Di nuovo sono rimasti in silenzio al telefono, respiravano Oddio, che respiro spaventoso!

Chi era?

Ma ovvio, i truffatori! Enrico mi aveva avvertita che mi avrebbero chiamata! Sono sola, ha detto che i truffatori puntano proprio a chi è solo. E io con questa casa in centro

Nadia abbassava le spalle e guardava la vicina con aria sofferente. Enrico mi ha detto che mi lasceranno senza nulla se parlo con qualcuno, ma ieri ho risposto: Pronto! Enrico me laveva proibito, ma ormai mi è scappato Era una cosa che diceva sempre Antonio, vi ricordate, Margherita? Pronto! Casa Podini! Mi manca tanto, Margherita così tanto che ho voluto imitare lui Ho mandato tutto a rotoli, capite?

Ma no, che dici! Hai soltanto risposto. E allora? Margherita Serena incrociava le gambe e scuoteva la testa. Chiamano anche a me le tintorie che non frequento più, o quelli del patronato, e compagni di scuola dei figli. Io saluto e chiudo subito. Ma che paura ti fanno?

Ma si può?! sbottava Nadia, sconvolta. Non si può parlare con nessuno! Truffatori dappertutto!

Permetti, eh! Io al patronato ci ho lavorato dieci anni e

Dappertutto! tagliava corto Nadia, stringendo le labbra. Non esistono più persone per bene. E adesso che ho risposto pronto!, verranno a portarmi via tutto.

Cosa ti portano via? Margherita sentiva pena per lei, ma si seccava difendere il patronato.

Ma la casa, che altro?! La mia, che è in centro! E pure la tua, a pensarci! Prima da me, poi toccherà anche a te! esclamava Nadia Petronilla alzando le braccia.

Era davvero terrorizzata, passava le notti in bianco a sentire ogni minimo rumore, sussultando quando percepiva il cigolio dellascensore. I tranquillanti non facevano più effetto. Nadia aspettava

Nessuno verrà e nessuno porterà via nulla, toglitelo dalla testa! Sì, bisogna stare attenti, i tempi sono quelli che sono sentenziava Margherita ma così impazzisci! Si può vivere senza fidarsi proprio di nessuno? Questo Enrico ti ha messo tutte queste idee?

Sì! Enrico è un bravo ragazzo, mi avverte per il mio bene. Persino le medicine ormai sono tutte false! Sì sì! Dappertutto truffatori! urlava Nadia, agitando il suo piccolo pugnetto nellaria. È Enrico che lo dice!

Il tuo Enrico è il primo truffatore, con quella sua moglie! Come si chiama… qualcosa di botanico Ah sì, Gelsomina. Pensi che si siano avvicinati a te per caso? Vogliono la casa. Altri parenti ne hai, no? Mi ricordo della nipote con sua figlia, e poi qualcun altro ancora

Anche Enrico sarebbe un truffatore?! Nadia allargò gli occhi, diventando pallida. No! Il mio ragazzo è buono!

E dovè questo bravo ragazzo, si preoccupa di te, ti porta la spesa, ti cerca una sistemazione estiva? Macché! Tonina ti fa le commissioni, Elena ti trovò lidraulico quella volta Enrico si fa i fatti suoi, aspetta solo la casa.

No non può essere! Dite solo sciocchezze! sussurrava Nadia, con la testa che ronzava e il cuore in gola. Quindi non ci si può fidare nemmeno di lui? chiese poi, sgomenta.

Non so. Bisogna semplicemente essere furbi Margherita le diede una pacca sulla spalla promettendo di vegliare su di lei.

Rinfrancata, Nadia si congedò e tornò a casa.

Seduta sul divano, iniziò a riflettere davanti alla foto del marito. Antonio lascoltava sempre e pareva pure annuire.

Quindi anche tu pensi che Enrico e Gelsomina siano gente poco limpida? chiese alla foto. Antonio sembrò aggrottare la fronte. Enrico è complicato, ambizioso, però mi vuole bene

Antonio sorrise sarcastico. Non gli era mai piaciuto Enrico. Quando abitava con Nadia e portava i suoi amici a casa, lei si rifugiava in cucina, fingendo di leggere mentre Enrico ascoltava musica fracassona con i compari e tutto odorava di fumo. Nadia non sera mai lamentata. Enrico era parente, bisognava aiutarlo. Da giovane nessuno aiutò Nadia, e non voleva che ora toccasse a Enrico soffrire.

Se solo Antonio avesse potuto tornare sulla terra una mezzora, avrebbe preso Enrico a pedate fuori dalla casa!

Che brutta cosa essere traditi dai propri cari Nadia annuì amaramente alla foto del marito. Ho capito tutto, Antonio. Ora starò davvero attenta.

Enrico o Edoardo, come si era fatto chiamare la prima volta era un parente alla lontana di Nadia: forse. Mandarlo via sarebbe stato imbarazzante, chiedergli spiegazioni poco dignitoso, come se la memoria lavesse abbandonata. Il ragazzo si era trasferito da lei allepoca delluniversità, si era preso la stanza migliore, relegando Nadia nella cameretta più piccola. Lei allepoca non ci aveva fatto troppo caso, pur di non restare sola.

Ora però Enrico viveva altrove, nellappartamento di unamica che ne aveva approfittato per andare a lavorare allestero, lasciando la casa libera.

Enrico aveva già da due anni messo su famiglia Gelsomina! Gelsomina era sua moglie, alta, magrissima, bionda, con unghie lunghissime, snella come una modella. In realtà si chiamava Giulia, ma Gelsomina suonava musicale e chic, così a Milano aveva rifatto i documenti e preso nuovo nome. Ché importava se i genitori avessero storto il naso, limportante era piacere a sé stesse!

Gelsomina voleva vivere nel lusso. Enrico la vizia, fa di tutto per lei: la chiama “fiorellino, micina, cucciola”. Sognavano il giorno in cui, dopo la morte di Nadia Petronilla, lappartamento vicino alla fermata Conciliazione sarebbe diventato finalmente loro. Ma bisognava accelerare, convincere la vecchia a cedere la casa subito! Che aspettare!?

Il problema era che Nadia Petronilla si ostinava: niente testamento, e nemmeno il passaggio formale della proprietà. Sempre a dire: Mamma mi ha raccomandato di non cedere nulla, che le case vanno custodite!

Ma perché, Enrico? Perché tanta testardaggine? si lamentava Gelsomina. Un giorno o laltro le capiterà qualcosa… E poi? Toccherà a noi cercare carte, litigare con altri eredi… Dai, trovaci una soluzione, ci tieni a me?

Per Gelsomina la casa era fondamentale. Spaziosa, luminosa, affacciata sul corso: avrebbe buttato giù tutte le pareti per creare un open space, comprato tappeti di lusso, poltrone e tavolini di design. E soprattutto, un bar angolo! Come vivere senza?

Lamica di Giulia-Gelsomina aveva proibito feste nel suo bilocale. Niente ospiti: nessuno doveva sporcare il suo parquet, bere vino sul divano scamosciato! Ma gli amici di Gelsomina erano dannati bon vivants, sempre pronti a far casino. Solo una casa propria avrebbe risolto!

Così, un giorno Gelsomina portò a casa la sua compagnia. Pensavano di fermarsi pochi minuti, finirono per piazzarsi per ore, ridere, bere, macchiare ovunque.

Scusaci, Gelsomina! biascicò Oleg, pittore astratto mantenuto dal padre. Abbiamo fatto casino Il tuo Enrico si arrabbierà.

Non rovinare latmosfera, Oleg! Enrico è dolce, ma troppo preciso Però lo amo tanto! si fece molle Giulia, lasciando cadere la spallina del vestito. Oleg le baciò subito la spalla, lei ridacchiò lanciando la testa allindietro. Se Oleg avesse avuto un po più di coraggio, lei glielavrebbe data, come nelle soap che vendevano alledicola. Ma Oleg temeva Enrico e non si azzardò

Enrico arrivò tardi quella sera e capì subito, guardando in su dal cortile, che la casa era viva: finestre spalancate, musica alta, cicche di sigaretta nel prato.

Avanzò tra le signore del palazzo che chiacchieravano in cortile.

Buonasera, Enrico Massimo! lo salutarono. Oggi è compleanno di tua moglie? Cè gran chiasso!

Enrico fece una smorfia, si infilò nellascensore.

Giulia! Anzi, Gelsomina! Che cos’è questa baraonda? Odore di fumo ovunque, il tavolo pieno di cartacce! Giulia, nemmeno è casa nostra!

Non sono Giulia, ma Gelsomina! si impuntò la moglie, per poi sciogliersi subito. Ma dai, Enri, non arrabbiarti! Stiamo soltanto chiacchierando! Dove altro dovrei portarli? Alla Cascina Granda? In provincia? Te lho detto mille volte, abbiamo bisogno di casa nostra, e tu ce lhai! Dai, fai qualcosa per averla! Ragazzi, vogliamo giocare a mima? Quanto mi piace!

La compagnia rise, si lanciarono nei giochi. Gelsomina strinse il marito, baciandolo sulle labbra tese. Uffa, sei troppo serio, Enri! Dai, bevi qualcosa con noi!

Dal cortile i vicini sentivano bevi! bevi! e scuotevano la testa. Forse è il caso di chiamare i carabinieri, sussurrò una. Ma lasciamo stare, meglio stare fuori dai guai!

Enrico bevve, si lasciò andare. Daltronde era stanco anche lui, ci voleva! Dopotutto i ragazzi erano simpatici e Gelsomina quella sera era davvero irresistibile…

Quando, a notte fonda, finirono le follie e la casa si vuotò, Enrico promise a Gelsomina che sarebbe andato di persona dalla zia Nadia la settimana seguente per farle firmare il lascito.

Ormai basta aspettare! Sono parente, lei è anziana Dovrei far scattare la successione! Dopo tutto, mi sono preso cura di lei per quasi cinque anni, le ho tenuto compagnia Ho diritto!

Certo che hai diritto, Enrico! Sei tu lunico, lo sei! brontolava Gelsomina, accarezzandogli la testa prima di addormentarsi.

Enrico si voltò dallaltra parte.

Ma che nome, Gelsomina! Però, che importa? Almeno tutti la invidiano per quelle gambe.

Prima della missione, Enrico decise comunque di avvertire la zia per telefono, affinché lo aspettasse in casa.

Il notaio, il vecchio Filippo Abramini, sempre tutto nero e compito, sedeva taciturno dietro nellauto. Gelsomina era davanti, che si sistemava la piega davanti allo specchietto.

Andiamo, dai! sbuffava lei. Mi annoio!

Aspetta! Zia Nadia non risponde. Se poi siamo già lì e lei non cè ci tocca aspettare sul pianerottolo! sbraitava Enrico, provando e riprovando il numero.

Dai, andiamo, la chiamiamo strada facendo! Giulia-Gelsomina sorrise al notaio.

Vabè, tanto ho le chiavi: se serve entriamo lo stesso.

Partirono, rimasero imbottigliati in viale Papiniano. Una comitiva di ciclisti rallentava il traffico, tutti suonavano o urlavano.

Ecco la vita! strillò Giulia, urlando fuori dal finestrino per incitare i ciclisti.

Macché vita, è il delirio! bofonchiò il notaio. Ricordo che la mia tariffa parte dal momento in cui ho detto sì alla vostra follia.

Enrico tamburellava nervoso sul volante. Finalmente si sbloccò la coda e, tra una bestemmia e laltra, riuscì a parcheggiare e tornò a telefonare a Nadia.

Ancora niente.

Qualcosa non va! sussurò, correndo al portone con moglie e notaio alle calcagna.

Landrone era buio, angusto, ma poco male, questa era la porta della felicità. Gelsomina aveva già chiamato per informarsi degli incartamenti per mettere Nadia in una residenza protetta.

Ascensore scomodo, eh? osservò Filippo Abramini guardando la cabina stretta. Sarà dura portare su i mobili nuovi.

Oh, ma no! rise Gelsomina. I nostri vicini portarono su una vasca idromassaggio col braccio della gru! Enrico, una jacuzzi la mettiamo anche noi?

Il marito non rispose, prese il mazzo di chiavi, provò ad aprire.

Dai, apri! Sono curiosa! Gelsomina saltellava.

Ci provo non va! Sembra che abbiano cambiato serratura Cosa succede?! Enrico guardò perplesso il notaio.

Zia Nadia! Sono Enrico! Apri!

Bussava e urlava.

Provi a chiamarla sul cellulare! suggerì Filippo Abramini, consultando lorologio.

Non ha il cellulare! Non insista! ringhiò Enrico.

Ma per carità! sospirò il notaio, allargando le mani.

Chi è? Se non ve ne andate chiamo i carabinieri! gridò dallinterno una vocina stridula.

Ma zia Nadia, sono io, Enrico! Perché non vanno più le chiavi? Dai, apri! si inginocchiò Enrico, parlando attraverso la serratura.

Ho cambiato tutto, rispose Nadia calma, sforzandosi di non tremare. La verità è che appena aveva sentito dei rumori aveva afferrato la foto di Antonio, stringendola come difesa. In TV hanno detto che bisogna fare così! E le vicine Margherita, Elena, Tonina erano tutte daccordo.

Nadia Petronilla! Ma io sono tuo Enrico! Apri, sono qui per una cosa importante! perse il controllo Enrico, graffiando la porta.

Per cosa? Nadia si sporse allo spioncino. Enrico non si vedeva, era in ginocchio però riconobbe bene il notaio tutto in nero e Gelsomina che faceva la sofisticata con le unghie finte. Quanti ne aveva visti, negli anni Novanta, così!

Stringendo la foto, Nadia decise che era tempo di smettere di aver paura.

No. Non apro. Siete truffatori. Tutti truffatori! pigolò. Tu stesso dicevi di non aprire a nessuno, ora mi porti uno sconosciuto! Non ci casco!

Ma dai! Zia, ragiona! Come sarei io un truffatore?! Enrico avrebbe continuato, ma Gelsomina lo strattonò.

Così la impaurisci, fallo gentile! Dille che hai portato la spesa, su! sussurrò la moglie.

Ho portato la spesa! ripeté Enrico.

Non ci credo. Non ci si può più fidare di nessuno, caro mio! Solo di Margherita, Elena e Tonina. Sono loro che mi hanno comprato il cellulare, ne ho uno da poco! Così posso chiamare anche zia Olga! Ti ricordi la zia Olga, Enrico?

Disse Nadia in pigiama, ormai sciolta nelle chiacchiere.

Che importa?! Apri, dobbiamo firmare dei documenti! si infuriava Enrico. Basta finta!

Non firmerò mai niente, caro mio. Me lo hai proibito tu stesso.

Lho proibito agli sconosciuti, ma io sono di famiglia!

Sì, e quello con te? Quello sì che è truffatore! Truffatore! cantilenò Nadia, sentendosi improvvisamente forte, diritta come ventanni fa.

È solo il notaio! Filippo Abramini! Gelsomina, trattienilo almeno tu! sibilò Enrico, mentre il notaio abbozzava sorrisi ironici indietreggiando, deciso ad andarsene per il suo aperitivo in Brera.

Gelsomina lo seguì di corsa. Non sarebbe rimasta lì a prendersi insulti, per giunta invano. Enrico si ritrovò solo davanti alla porta chiusa.

Quando vide che i due se ne andavano, Nadia si sentì al sicuro e spalancò la porta.

Su, entra, ho preparato il pranzo disse con ospitalità. I tuoi amici truffatori sono andati via? E tu, caro, fai attenzione alle persone!

Parlava dalla cucina, frugando tra pentole e mestoli.

Enrico si accomodò freddamente allo sgabello.

Mi porti Antonio qui? È ancora in corridoio chiese Nadia. Non sta bene lì, da solo al buio.

Enrico prese la foto, la posò sul tavolo.

Antonio, dallo sguardo severo, sembrava sorvegliare la situazione.

Mangia, Enrico, mangia questo bel minestrone. Volevo proprio chiamarti! disse Nadia come se nulla fosse.

Perché? si irrigidì il nipote.

Volevo dirtelo: zia Olga sua figlia Giuseppina, la ricordi? Sta per avere il terzo bambino, bravissima ragazza! Lei mi veniva a trovare in ospedale quando sono stata poco bene. Tu non potevi, e lei veniva con il brodo. Ti ricordi?

Non mi ricordo. Quando sei stata male? Quando quei dottori truffatori ti hanno quasi rovinata? arrossì Enrico. Lui in realtà non aveva voluto chiamare lambulanza, diceva sempre che erano tutte truffe, e fu Tonina a prendesi cura di lei e chiamare i parenti.

No, era quando tu quasi mi facevi morire, Enrico, lo corresse tra il serio e il faceto la signora.

Enrico tossì, quasi strozzandosi.

Ecco, alla fine, ho lasciato la casa a Giuseppina. È una brava donna, buona. Presto si trasferisce qui. Finalmente avrò compagnia.

Come?! Ma e io? Zia, non è giusto! Ti hanno ingannata! Te lavevo detto che erano tutti truffatori!

Lo so, caro. Lo so. Ma cè tanto di buono nei cuori delle persone, più di quanto si creda. Oh, scusa, mi stanno chiamando! Giuseppina? Tesoro, come va il trasloco? Che bello, sei già arrivata Vieni in galleria? Ehm, devo vedere cosa mettermi Ma che gioia!

Nadia Petronilla rideva e parlava allegra. Non aveva più paura, sapeva che intorno a sé cerano buone persone pronte a tendere la mano. E anche lei avrebbe aiutato volentieri chi aveva bisogno, ora!

Enrico spinse via il piatto, si pulì la bocca, osservando malinconico la spaziosa cucina con le tende color crema. Una gran bella cucina. Ma ormai era di Giuseppina…

Truffatori! sussurrò Enrico, stringendo i pugni. Tutti truffatori qui attorno.

E se ne andò, quasi convinto che qualcuno lavesse buttato fuori. O forse era davvero stato Antonio, per una volta, ad aver mandato via lintruso?

Gelsomina era seduta in cortile sulla panchina e fumava. Il marito si sedette accanto e cominciò anche lui a fumare.

Enrico, mi ha appena chiamato la proprietaria dellappartamento, quella tua amica Tonina. Dice che dobbiamo andarcene mormorò Gelsomina-Giulia. I vicini si sono lamentati dei rumori e

Enrico fece un respiro profondo e chiuse gli occhi. Ecco, quando la sfortuna arriva, ne arriva sempre una valanga…

Doveva ricordarsi se aveva ancora qualche anziano parente in città. Doveva assolutamente ricordarselo e andare a trovarlo.

Gelsomina si strinse a lui, sospirando. Che città cattiva, questa! Troppa fatica. Tutti egoisti, tutti avidi. Truffatori! Proprio così dice Enrico, solo truffatori e furbi! Che schifo. Ma qualcosa si inventerà Enrico è sveglio, furbo, un gran dritto!

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