Amore al limite

Amore sull’orlo

Ludovica si piegò piano verso la sua amica e, con voce fioca come una nota segreta tra i banchi, sussurrò:

Hai sentito cosa dicono di Sveva?

Lo disse talmente piano che sembrava voler nascondere le parole tra le pieghe del maglione, mentre la professoressa appena aveva scaldato la cattedra con la sua presenza e la spiegazione ondeggiava già sulle lavagne come un velo trasparente. La notizia che aveva appena sentito le ronzava in testa come un calabrone e stare zitta, aspettando fino alla fine della lezione, pareva impossibile. Continuava a giocherellare con il bordo della manica, gli occhi scintillanti di una luce febbrile: era divorata dalla voglia di srotolare ciò che aveva udito.

Giuseppina non smise nemmeno di annodare le parole sul quaderno; rispose con un suono corto:

No.

Poi, un po più acida e con voce appena più alta, sempre china sulle pagine:

E stavolta che ha combinato? È ancora entrata a casa di Marco di nascosto e lui ha ceduto chiamando i carabinieri?

Ludovica strappò un risolino che le tremò in gola, ma bastò quellonda per attirare il colpo docchio della professoressa: uno sguardo tagliente attraverso le lenti, come chi sorveglia i sogni degli altri. Ludovica si affrettò a simulare unaria angelica, brandì la penna come uno scudo di diligenza, e riempì il foglio di parole a caso, le lettere galleggiavano e scivolavano come pesci rossi in uno stagno. Ma la pacatezza le si sbriciolò in mano: non appena vide che la docente si distraeva su un altro gruppo di studenti, tornò a piegarsi verso lamica con voce ancor più sottile, una cospirazione che pareva spostare le sedie:

Lhanno portata in clinica. Capisci cosa intendo dire, vero?

Giuseppina sospirò, ma nel suo tono non cerano beffe, solo una stanchezza grigia, come chi ha già camminato troppo su una strada vista mille volte. Scosse il capo lentamente, come se annodasse i pensieri a una vecchia corda, e mormorò:

Era prevedibile.

E tutto quello che sai dire? bisbigliò con indignazione Ludovica, avvicinandosi ancora, lo stupore vibrava nelle sue parole come un tamburo sommerso. Non ti interessa almeno un po?

Davide! tuonò di colpo la professoressa, staccandosi dalla lavagna quasi fosse una figura dipinta che prende vita. Guardò Ludovica sopra gli occhiali con la severità di una nonna ligia: Ti interrogherò su questa parte allorale! Non solo non ascolti, ma confondi anche gli altri!

Scusi, sono tutta orecchi! ribatté subito Ludovica, indossando una maschera di diligenza. Si abbassò sul quaderno e vergò qualche riga, senza sapere cosa stesse scrivendo: parole che scivolavano come pioggia sul vetro.

Ma appena la professoressa si immerse di nuovo nella spiegazione, il viso di Ludovica lievitò sulle penne e tornò verso lamica. Non poteva più tener dentro la storia: laveva captata tra le chiacchiere sussurrate da due nonne sedute sotto il portico, ombre che scivolavano sulla pietra. Il racconto si arrotolava dentro di lei, pronto a esplodere come una fontana.

E Giuseppina, ma guarda un po, era proprio quella che sembrava non volerne sapere. Che strano pensiero possible che davvero non le importasse? Unirritazione silenziosa cominciò a ribollire in Ludovica: perché mai lamica era così fredda, così indifferente?

Appena suonò la campanella un suono strano, come di bicchieri che tintinnano sottacqua Ludovica si illuminò e senza aspettare che gli altri si alzassero, prese a raccontare, la voce tremante di esaltazione:

Allora, ascolta, Sveva

Basta! la interruppe Giuseppina, richiudendo il quaderno con uno scatto che fece saltare laria intorno. La voce aveva qualcosa di tagliente, quasi feroce, e nelle parole si sentiva lirritazione che aveva scavato un nido negli ultimi giorni. Non mi interessa davvero quello che è successo a Sveva. È finita in clinica, e allora? Vuoi il mio parere? Doveva andarci da un bel pezzo! Glielho detto mille volte di farsi aiutare! Almeno ora finalmente qualcuno ci pensa davvero.

Ludovica estrasse un sospiro di disappunto, come una corda che si spezza. Restò ferma un istante, poi si voltò via, il cuore stretto in un pezzetto di rancore. Ma sì, teneva la storia in tasca per chi la avrebbe voluta ascoltare.

Già la sua testa architettava alternative: si voltò e scorse Elisa in fondo, seduta come una gatta che ascolta i segreti dei muri. Elisa, sì, quella delle voci e dei racconti, che sapeva annusare i pettegolezzi come un sommelier. Ludovica si diresse con passo deciso, sistemando nella mente le parole da usare per rendere la storia più colorata, più rumorosa: tanto più forte avrebbe raccontato, tanto più qualcuno si sarebbe avvicinato, trascinato dalla corrente…

Intanto Giuseppina, mentre la piccola folla di ragazze rilanciava la storia come un eco, provava invece una vera compassione per Sveva. Le domande si rincorrevano nella testa: doverano la famiglia, gli amici, quelli che avrebbero potuto accorgersi, tendere una mano? Perché non solo restavano immobili, ma a volte alimentavano la sua ossessione con battute, sorrisetti, sguardi distratti, soffocando ogni chiamata silenziosa daiuto? Nel petto di Giuseppina si stringeva un dolore vivo: le faceva pena davvero, Sveva, intrappolata nella sua stessa illusione come in una ragnatela di sogni confusi…

*****

Tutto era cominciato come uno scherzo. A una festa di matricola, Sveva aveva incrociato Marco, uno che sapeva farsi notare: lineamenti regolari, sorriso limpido, occhi che brillavano come due monetine doro. Era socievole e cordiale, e a tanti piaceva senza neanche provarci.

Ma Marco aveva detto subito chiaro che era impegnato: aveva una relazione seria, quasi un fidanzamento. Non cera spazio per nessunaltra nel suo mondo rotondo.

Proprio questo no aveva acceso Sveva. Invece di lasciar perdere e voltarsi, si era lanciata con una promessa a voce alta, davanti a tutti: Marco avrebbe lasciato la sua fidanzata era solo questione di tempo, e sarebbe stato tutto per lei. Le amiche ridevano, scherzavano, la cosa finì in niente. Ma Sveva non dimenticava. Si era presa in parola e, come un sogno ostinato, decise di andare avanti.

Allinizio era lorgoglio ferito a muoverla: come poteva essere ignorata, lei, così solare, così viva? Ma piano, come succede nei sogni di notte, quella che era una sfida diventò sentimento vero, quasi feroce. Ogni pensiero si aggrovigliava attorno a Marco. Lo cercava nei corridoi delluniversità, inventava motivi per incrociarlo, veniva a sapere dove avrebbe potuto trovarlo. Le altre cose della vita sbiadirono, come colori bagnati dalla pioggia.

Prima pareva quasi dolce: Sveva lasciava bigliettini nel suo armadietto, augurando una buona giornata, passava piccoli regali tramite amici comuni una tavoletta di cioccolato, biscotti fatti in casa, un sorriso largo come un cancello destate nei loro incontri casuali. Marco arrossiva, rideva, allinizio lo trovava persino gradevole, ma il suo cuore era altrove.

Col passare delle settimane, lincanto divenne invasione: Sveva stava seduta sui gradini vicino allaula prima che Marco arrivasse, sbirciava nei gruppi WhatsApp per sapere il suo orario, mandava dieci, quindici messaggi al giorno sulle piattaforme social. Allinizio erano domande gentili: Comè andata la lezione?, Hai visto il risultato dellesame? Poi lunghi flussi: Potremmo uscire insieme, Andiamo a vedere un film! proposte che si arrotolavano come edera.

Marco, da uniniziale imbarazzo, passò a unansia vischiosa, appiccicosa. Sentiva unombra alle spalle ovunque andasse, come se lei potesse uscire da dietro una porta o aspettarlo allangolo. Non voleva far male a nessuno, ma linsistenza lo faceva tremare dentro.

Una mattina, uscendo dal portone di casa sua che pareva di nebbia e suono dacqua , Marco trovò davanti una grande orsa di peluche, le zampe sulle mattonelle e accanto una busta. Il cuore gli scivolò verso i piedi. Dentro la busta, una scritta ordinata:

Lo sai già che mi ami, solo che ancora non lo ammetti. Ti aiuterò io. Sarò sempre qui.

Marco sentì un brivido risalirgli la schiena. Non aveva mai dato il suo indirizzo a nessuno, tantomeno a Sveva. Guardò attorno, le finestre parevano occhi chiusi ma in realtà spiavano. Sudava freddo: questa non era più solo una cotta, era qualcosa di pericoloso. Preso dal panico, si chiuse la porta alle spalle, mentre cercava un modo di dire basta a Sveva senza ferirla o, forse, senza farsi del male da solo.

Unaltra volta la trovò davanti alla palestra dove lui si allenava dopo le lezioni, abbigliata con una tuta da ginnastica aderente, i capelli raccolti in una coda lucida, il viso leggermente truccato come per un appuntamento da sogno. Gli occhi di lei brillavano di uneccitazione che pareva follia, il sorriso troppo largo, come cucito forzatamente.

Marco la vide, esitò, poi tirò dritto esausto. Ancora prima che potesse aprir bocca, Sveva già lo inondava:

Ho deciso di iniziare ad allenarmi anchio! Così possiamo farlo insieme: corse, palestra, caffè dopo. Sarà bellissimo, Marco, ce la vedo già la nostra squadra!

Parlava veloce, le mani si muovevano come campanelli invisibili. Quellentusiasmo faceva paura, una corrente che si stava portando via tutto.

Marco trattenne il fiato, decise per una volta di essere netto:

Sveva, io sono seguito da un allenatore. Tu non reggeresti il mio ritmo e non mi va che qualcuno mi distragga. Preferirei stare da solo.

Allora ti aspetto fuori! fece lei, deridendo ogni logica, gli occhi fiammeggianti di una certezza muta. Dopo magari possiamo berci qualcosa, parlare di noi

Marco sentiva crescere il panico dentro. Scalciava per fuggire, ma le parole gli si spezzavano nei denti. Questa volta parlò duro quasi gli tremò la voce:

No, basta, Sveva. Nessun caffè, nessun dopo, nessun noi. Ti supplico, lasciami in pace. Questa storia mi ha stancato veramente.

Sveva gli sfoderò un sorriso calmo che lo fece rabbrividire: era come se non avesse ascoltato nulla. Occhi sognanti, voce di nuvola leggera:

Vedrai, ti passerà la paura. Io so aspettare. Saremo la coppia migliore, Marco, appena riuscirai a guardarmi davvero!

Marco si staccò in fretta, quasi correndo via come se qualcosa lo inseguiva sotto la pelle. Doveva trovare un modo per fermarla, farle capire che quello non era amore, era ossessione.

Parlò tutto dun fiato con la sua ragazza, Asia. Raccontò di biglietti, messaggi, regali strani lasciati alla porta e sveglie continue di notte. Asia, seria, promise che avrebbe parlato lei con Sveva.

Il giorno dopo Asia si sedette davanti a Sveva alla mensa, la fissò negli occhi e le spiegò dolcemente: chiedeva di lasciar stare Marco, che era fidanzato e felice, che il loro matrimonio era già deciso. Sveva rise, un riso spezzato e freddo:

Tu non capisci rispose con un brivido nella voce che pareva follia. Lui ancora non sa di amarmi, ma lo capirà. Io lo aiuto ad aprire gli occhi.

Da lì, la tempesta peggiorò. Sveva chiamava di notte, mandava messaggi minacciosi ad Asia, lasciava tracce sulla serratura dellappartamento di Marco. Lui cambiò numero, ma, come nei sogni dove i corridoi si allungano allinfinito, lei trovava sempre nuovi canali per ricominciare.

Un giorno Marco ricevette sul telefono la foto della sua auto parcheggiata sotto casa, con un biglietto digitale: So sempre dove sei. Sono sempre vicina. Le mani gli tremarono, il telefono cadde a terra come immerso nellacqua. Gocce fredde di sudore gli bagnavano la fronte: era diventato preda, cacciato da un mostro invisibile.

Quella sera, tornando verso casa, tradito dalla nebbia dei lampioni, Marco scorse una figura: Sveva appoggiata al cancello, lo sguardo fisso sulle sue finestre, come se sorvegliasse la notte intera. Pareva attenderlo da ore, il cappotto sgualcito e i capelli scompigliati dal vento.

Marco tentò di superarla, ma lei gli sbarrò la strada, afferrandolo per un braccio, la presa decisa, da padrona:

Ti prego, ascoltami. So che sei spaventato, ma sono qui per aiutarti ad accettare quello che provi. Siamo fatti per stare insieme. Lo vedrai.

Lasciami sussurrò Marco, con la voce che si sgretolava tra i denti. Non avvicinarti mai più. Se non smetti, chiamo i carabinieri.

Sveva si ritrasse come punta da uno spillo, sul volto una maschera di rabbia spezzata per un attimo parve capire, poi le si riaccese negli occhi una febbre furiosa:

Non riuscirai mai a scappare da me sibilò lei. Tu sei mio. Solo che non lo sai ancora.

Marco si sfilò di scatto e salì di corsa le scale, barricandosi dietro tutte le serrature dItalia. Restò schiena contro il muro, tremando come in un sogno freddo. Tutto stava diventando irreale, terrificante un incubo da cui non sapeva come svegliarsi.

Allora, disperato, cercò la madre di Sveva nelle pieghe del quartiere lei lavorava come receptionist in un centro estetico poco distante dalluniversità. Marco la attese, spiegò la situazione, cercando le parole come sassolini in un bosco di nebbia:

Sua figlia mi perseguita. Da mesi. Messaggi, incontri ovunque, minacce. Vi prego, aiutatela: ha bisogno di qualcosa che io non posso darle.

Ma la madre rise, come se stesse parlando delle nuvole che passano su Firenze quando soffia lo scirocco:

Ma dai, che esagerazioni! È solo una cotta. Passerà, sono tutte emozioni, una ragazzata, non è nulla.

Quella risposta lasciò Marco vuoto e gelido. Uscì dal salone come se avesse varcato la soglia fra il giorno e la notte, il cuore infilzato da un dubbio: nessuno la vedeva davvero, nessuno la stava salvando.

Pochi giorni dopo, Marco scomparve: aveva chiesto la sospensione dagli esami, Asia lo aveva portato dai suoi in Friuli, lontano come se il vento potesse cancellare ogni traccia.

Sveva allora si piazzò sotto la sua vecchia casa; per ore chiamava, la voce si gonfiava e infine si spezzava, dalle suppliche si passava agli insulti, alle frasi di amore folle e poi di odio. I condomini prima la guardavano, poi cercarono di calmarla, nessun risultato. Alla fine chiamarono i carabinieri.

Gli agenti trovarono Sveva in uno stato pietoso: occhi spiritati, capelli incollati alla fronte, mani che tremavano, parole confuse come note di una musica antica. La portarono in una clinica psichiatrica. Un luogo che non aveva nomi, fuori dal tempo.

Marco lo seppe solo dopo, da Asia. Fu un sospiro di sollievo, ma anche una lama silenziosa di pietà: Sveva non era cattiva, aveva solo perso la rotta nel suo sogno smarrito.

****

Eppure, dove stavano gli altri? La madre, la sorella maggiore, il padre, la zia? Chi mai vegliava sul confine tra sogno e incubo mentre tutto si spezzava silenziosamente? Giuseppina continuava a chiederselo ogni volta che i compagni rilanciavano la storia, ora con scherno, ora con falsa compassione, ora come un vecchio proverbio tirato a forza.

Non è mai davvero importato a nessuno disse Giuseppina, la voce roca come la pioggia sui vetri dinverno. Stava alla finestra del corridoio, stringendo il bordo del cardigan, e per un attimo le si inumidirono gli occhi di rabbia e impotenza. Avete solo saputo parlare, ridere e scherzare. Ma forse bastava chiederle una volta: come stai davvero? Ti serve qualcuno? Avete solo alimentato il fuoco vai e conquista, non mollare mai, come se fosse un film.

Accanto a lei Elisa, la regina delle chiacchiere, per una volta, era silenziosa:

Giuro, non pensavo fosse così grave mormorò abbassando lo sguardo. Credevo passasse. Una cotta e via…

Appunto! ribatté Giuseppina, amara Tutti così: passerà. E invece Sveva affondava sempre più, prigioniera delle sue illusioni, convinta che Marco fosse la sua unica aria. Aveva bisogno di ascolto, non di battute; di mani, non di risate.

Povera, povera Sveva… Lamore laveva portata fino al bordo, e nessuno laveva fermata. Nella memoria di Giuseppina, Sveva era ancora la ragazza allegra delle prime feste, le battute in dialetto, la gioia di vivere. Poi tutto era cambiato. Così piano che nessuno se nera accorto.

Comera stato possibile che nessuno tendesse la mano nel momento più buio? Perché chi la circondava era sordo e cieco alle grida silenziose? Giuseppina chiuse gli occhi, poi sorrise di una promessa bassa; forse non è troppo tardi, forse qualcosa si può ancora salvare, anche dalle rovine. Quando Sveva sarebbe tornata, avrebbe cercato di starle vicina, anche solo ascoltarla; a volte, dopotutto, è questo che vale di più.

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