L’amore di Vanina

Lamore di Ivano

Ivano Stefanelli non riusciva a decidersi a salire: continuava a camminare nervosamente davanti al portone, si sedeva un attimo sulla panchina, poi si rialzava subito con agitazione. Aveva caldo, il colletto della camicia gli segava il collo, sotto la giacca era un forno, quasi come in piena estate siciliana, e le scarpe gli stringevano tanto che avrebbe voluto urlare, ma stringeva i denti. Non era mica per niente che il giorno prima si era fatto sistemare dal barbiere, poi si era passato due ore a farsi la doccia allo stabilimento balneare, e la sera aveva stirato i pantaloni nel suo minuscolo e spoglio bugigattolo, bagnandoli con lacqua che sfrigolava sotto il ferro. Si era perfino scottato un paio di volte, tanto teneva a che tutto fosse perfetto. Quando, sembrava, aveva finito, eccoti che si scopre un buco proprio sulla cucitura Il filo vecchio non teneva più, si rompeva, e Ivano aveva dovuto cucirlo. Ma infilare il filo nellago era unimpresa con quella luce fioca, da una lampadina senza paralume tanto che era sbottato a mezza voce, poi subito si era rimproverato da solo: «Devo disabituarmi a queste parolacce non si fa davanti a una signora!»

E la mattina, la vicina di casa, Antonia una che aveva sempre da ridire gli aveva detto francamente che puzzava di cane.

Scusa, come sarebbe a dire? Sono andato al bagno ieri, sono pulito! si era indignato Ivano.

Sì, sì, ma si sente tagliò corto Antonia. Avrai preso il posto del cane, in salotto! Ma ti aiuto io. Ho unacqua di colonia che stenderebbe chiunque, copre qualsiasi odore. Aspetta che te la porto!

Antonia, con la sigaretta tra le labbra, senza aspettare il suo consenso, era andata via ed era tornata con un flacone scuro grosso, con sopra una nappa colorata, proprio come un portafortuna arabo.

Dai, ti spruzzo qui sopra, su quella pelata e già si preparava, ma Ivano tutto storto era scivolato via, schermandosi con il coperchio della padella.

No, no! Così rovinate tutto! Lasci, per favore, che non ho mica la pelata!

Antonia tirò su le spalle.
Nessuno apprezza la puzza di cane! Invece l’acqua di colonia piace a tutti. Dai qua la testa!

Ivano si arrese, Antonia la temeva, e poi discutere con una donna non gli piaceva.

Sentì la testa bagnarsi e laria si riempì di un odore pungente, stantio.

Eh insomma commentò Antonia. Si sono rovinati un po, questa colonia è vecchia, ma almeno qualcosa fa. Ne vuoi ancora un po? e mentre si avvicinava di nuovo, Ivano schizzò in bagno e rimase lì a lavarsi a lungo, ma non riusciva a togliere quellodore.

E adesso Che faccio? Proviamo con il sapone alla fragola O quello di Marsiglia! Sì, di sicuro con quello! urlava da dietro la porta, mentre Antonia intanto si accomodava in cucina aspettando che il pesce nella padella si cucinasse, con la giacca di Ivano che intanto rendeva lo schienale della sedia più morbido. La cucina era piccola, ma ci si stava bene. E poi cera sempre quel pensiero: cera lei, il giubbotto maschile accanto, Ivano, tutto storto, ma sempre un uomo Che pace!

Ma la colonia non veniva più via, la giacca ormai puzzava di pesce e i pantaloni erano rimasti stropicciati, ma Ivano ormai correva già deciso verso via del Leone, inciampando, scontrandosi e scusandosi con i passanti, evitando a fatica il camioncino della nettezza urbana. Tutto questo, però, lo faceva sentire impaziente e felice. Oggi sarebbe successo! Oggi Quante volte aveva sognato questo giorno, aveva immaginato discorsi, espressioni.

Sapeva esattamente cosa dire, come posizionarsi

I fiori! Si era dimenticato dei fiori! Peonie solo i boccioli, che il mistero si compia solo dopo, in casa sua. Serve subito un chiosco di fiori!

Sguardo in giro, vide una alimentari, una bottiglieria, una bottega di scarpe Ma i fiori dove sono?

Mi scusi, dove posso trovare dei fiori? domandò a un passante, ma quello neppure lo degnò di uno sguardo. Senta, sa dirmi?

Era come se fosse invisibile.

«Ivano, tu ti dai tanto da fare, ma alla fine non ottieni niente!» così diceva sempre, con aria di superiorità, la vicina Antonia, quando in mensa gli porgeva quellenorme piatto di minestrone e poi, se provava a prendere il cucchiaio, lei gli versava sopra la panna acida che affondava pigra nella minestra. Solo allora, Ivano poteva finalmente mangiare, ringraziando, lodando, e scuotendo la testa. Aveva imparato: sempre lodare chi ti cucina qualcosa, e chiedere il bis, se ne hai il coraggio; da Antonia però non osava. Non voleva sembrare un pezzente! Preparava poi la frittata con il salame in camera sua e tanto bastava. Però il minestrone di Antonia era proprio speciale!

Ma dove trovare i fiori? Ah, eccoli! Dallaltra parte della strada.

Aspettò che passassero le auto, attraversò e volò nel chiosco.

Che desidera? Peonie? Ma certo che ce lho! Guardi qui! fece la fioraia sorridendo.

Avete i boccioli? Quelli che sembrano palline, che non si vede ancora il colore, e poi sbocciano di notte e borbottava Ivano, evitando lo sguardo della ragazza. Si vergognava ancora dopo tanti anni, come quando da piccolo accompagnava la mamma dalle amiche, nei weekend.

La madre di Ivano era sempre sola, scontenta degli uomini e quindi chiacchierava con altre donne come lei ogni fine settimana, tra lamenti e risatine a spese dei maschi, mentre lui in un angolo aspettava di poter tornare a casa. Non poteva restare da solo, la mamma temeva che combinasse un guaio. Allora lui sedeva zitto su uno sgabello e le donne lo osservavano come una curiosità. Ogni tanto gli chiedevano: va bene quel vestito? Cerano tante belle ragazze a teatro con la scuola?, pensa che zia Marta sia bella?

Ivano non sapeva che dire, bofonchiava, e poi la mamma lo sgridava: doveva rispondere bene, altrimenti…

E in quei pomeriggi noiosi, la sua unica consolazione era un pensiero segreto: Caterina. Una cosa solo per lui, tutta sua.

Caterina abitava con i suoi in un grande appartamento su via del Leone, avevano pure il balcone col ficus e le poltroncine, il salone con la credenza col servito per le occasioni, perfino il bagno era bello. E lo studio del papà di Caterina! Tutti quei libri con la copertina dorata, con le dediche e le cartoline infilate tra le pagine, li guardava incantato, ma sapeva di non essere allaltezza, le sue mani goffe non dovevano nemmeno sfiorarli

Sua madre non aveva stima della letteratura, la considerava una perdita di tempo e denaro. Ivano si perdeva in biblioteca a leggere e imparare a memoria, ma a casa tutto svaniva, cera solo liti e rabbia. Forse la mamma lavrebbe mandato via un giorno, e lui temeva questo più di tutto.

Poi, però, tornava nellappartamento di Caterina, tra statuette e quadri, guardava mentre lei saltellava per togliersi le ballerine. Studiavano nella stessa scuola, lei era arrivata da poco, bellissima, un po snob, ma giustificata vista la sua bellezza. E lui le portava lo zaino fino a casa: “Papà va sempre in giro col suo assistente che gli porta documenti e lombrello; tu porti il mio zaino. Ti piaccio, vero?

Ivano annuiva.

Allassistente davano uno stipendio, Ivano aveva solo il privilegio di restare fermo nell’atrio mentre Caterina si cambiava. La cuoca, Giulia, mal tollerava estranei a tavola ma gli allungava di nascosto caramelle o biscotti.

Va bene così, Ivano, puoi andare sorrideva Caterina uscendo dalla stanza. Lui era felice! Era utile, qualcuno sorrideva per lui, non era sgradito.

Non voleva di più, nemmeno chiedeva i libri che tanto amava, per non sembrare invadente.

Insieme finirono le superiori, Ivano ebbe il coraggio di aiutarla durante un esame, e sognava di confessarsi a lei alla festa di fine anno. Sapeva che era troppo, che tra lui e lei cera un abisso, ma tentò: ruppe il salvadanaio, comprò le peonie che Caterina adorava, ma nei camerini scoprì che qualcuno si era seduto sui fiori, distruggendoli. Poi venne un ragazzo in divisa da marinaio, le mise le mani addosso e ballarono insieme ridendo.

Lui tornò a casa senza aspettare lalba né cantare con gli altri. A che pro? Aveva ragione sua madre: lui era un incapace, un vero fallito.

Da Giulia, la cuoca, seppe che Caterina si era sposata proprio con quel marinaio e si era trasferita a Genova.

E tu, caro mio, adesso che fai? chiese la cuoca.

Non lo so. Non importa. Addio! gridò il ragazzo andando via.

Non era sparito, si era iscritto a ingegneria edile, aveva finito bene gli studi, lavorava secondo i propri meriti, viveva da solo nellappartamento lasciatogli dal padre. Non si era mai sposato e nemmeno mai davvero innamorato, sempre con il timore che nessuna avesse bisogno di lui. Attendeva. Cosa? Caterina.

E dopo venticinque anni

Ivano! Vanni! Non mi riconosci? lo chiamò Giulia, ormai anziana ma sempre con le buste della spesa.

Lei? Buonasera rispose distratto, poi sorrise riconoscendo il volto familiare.

Caterina è tornata! Non la riconosceresti: ingrassata, divorziata dal suo marinaio, vive di nuovo da noi. Vieni a trovarci, Vanni! È così triste, magari riesci tu a farla sorridere disse Giulia con un tono dolce. Vieni, Vanni?

Ma chi è più Vanni? Un uomo solo, povero e insignificante, come gli aveva sempre detto la madre

Ma sarà il destino, Vanni! Dai, vieni sussurrò Giulia. E poi lei ti ha chiesto, sì sì

Ha chiesto di lui? Quindi si ricorda? Forse è il destino?

Va bene, verrò annuì deciso Ivano. E grazie!

La vecchia sorrise felice. Li vedeva entrambi ancora ragazzini, imbarazzati tra le stanze di casa Strano come ladolescenza degli altri sembri durare più a lungo della propria.

Ivano quella sera vagava per la città, sconvolto dal pensiero di Caterina. Cosa poteva offrirle? Nulla.

Pazienza. Accetterà quello che sono.

E allora di nuovo, il barbiere, la doccia, il completo con la toppa, Antonia con lacqua di colonia, il sapone alla fragola, le peonie avvolte nella carta, e lo sguardo fisso alle finestre di Caterina.

Dopo qualche attimo nel cortile, si aggiustò il colletto, spalancò il portone ed entrò.

Tutto sembrava riaffiorare. Lì Caterina una volta era inciampata: Ivano aveva soffiato sulla ferita al ginocchio, così bianca, sotto le calze rotte Lì sulla rampa, avevano mangiato ciliegie davanti allingresso; lui ne aveva portato un sacchetto tutto per lei, ma diluviava e con le mani fredde aveva offerto una grossa ciliegia che lei prese dalle sue dita solo con le labbra, provocandolo, scherzando, assaporando il suo amore, poi arrossendo.

Caterina aveva anche nascosto il diario nella grossa fioriera per sfuggire alla ramanzina del padre per un brutto voto. Quando al mattino lo recuperò, trovò una nota corretta da Ivano, così bene che nessuno se ne era accorto.

Sistemato il giacchino, si fece coraggio e suonò il campanello.

Aprì Giulia, raggiante:
Che sorpresa, Vanni! Guarda chi cè, Caterina!

Dalla stanza, ecco Caterina, che davvero era cambiata: più in carne, come la madre alla sua età. Confrontando i ricordi, sembrava quasi unaltra, eppure era sempre lei.

Chi è? Scusi ma poi, riconoscendolo, strabuzzò gli occhi. Vanni? Sei tu?

Ivano si confuse, balbettò qualcosa, poi con coraggio le porse le peonie.

Grazie Ti ricordi? Sai ancora quali fiori amo Ti ricordi tutto, vero? mormorò lei.

Dalla sala la madre di Caterina, Tamara, spalancò le braccia, sorridente. Un tempo gli rivolgeva a malapena la parola, ora invece tutto era diverso: la vita aveva cambiato molte cose e Ivano aveva finalmente conquistato il suo posto.

Ecco, hai visto, Vanni, cosa è capitato a Caterina sussurrò Tamara mentre si mettevano a tavola. Il marito lha lasciata per unaltra. Uno scandalo! E non lhanno neanche licenziato, figurati! E Caterina è tornata qui a soffrire Hai visto come si è sciupata? Vanni, ma non mangi nulla? Tieni, assaggia questo, oggi lo fa la Giulia con il tacchino, perfetto per lo stomaco di Cate… borbottava la madre mentre Caterina tentava di interromperla con imbarazzo.

Mamma, dai, basta! la richiamò la figlia. Ivano, raccontaci di te, come sta tua madre?

Non si era mai interessata di lui o della sua famiglia, e ora chiedeva

Ivano alzò le spalle.

Mia madre si arrangia, anche se ha problemi di salute. Io lavoro in edilizia, architetto. Ho tanto da fare. Vivo da solo, mi basta poco.

Tamara, un po contrariata, subito tornò a sorridere.

Ledilizia va bene, vero Cate? Milano cresce, diventa bellissima! Non sembra anche a te? E pensare che ieri eravate bambini cinguettava. Sapevo che saresti diventato un bravuomo, Vanni. Giulia, porta pure il secondo! Vanni, versa il vino. Ah, che bella lanatra! Giulia ha degli agganci, sapessi che furbizia! rise Tamara. Cate, dai, servi un po anche a Ivano. Insalata, cetriolini! Mangiate, mangiate e continuava a rievocare i tempi passati.

Ivano pensò di protestare, non si era mai seduto a tavola da loro fino a quel giorno, ma Caterina posò una mano gentile sulle sue dita ossute, scuotendo la testa: meglio lasciare che la madre si perda nei suoi ricordi.

Lui lasciò fare. Si sentiva quasi allegro, con il viso in fiamme e le mani sudate, con la voglia di togliersi la giacca, slacciarsi il colletto e magari intonare O sole mio». Ma non lo fece: alle cene restava sempre in disparte, convinto di non valere niente. Solo il lavoro lo faceva dimenticare tutto, lì era stimato, ascoltato. Sul lavoro le risate delle amiche della madre non lo disturbavano più.

Anche lì da Caterina si sentiva accolto, non tollerato ma onorato come ospite. Era una bella sensazione.

Cate, vieni, portiamo il tè. Oh, Vanni, il tè col samovar, è unaltra cosa borbottava Tamara tirando la figlia per mano.

Nella sala rimasero Ivano e Giulia. Per un po tacquero, poi Ivano si alzò.

Vado ad aiutare, il samovar è pesante! disse, fingendo di voler dare una mano.

Dalla cucina sentì le voci allegre della madre e della figlia:
Che fortuna, Cate, che Giulia ti abbia portato qui questo tuo Vanni!

Ma dai, mamma

Eh! Un figlio ha bisogno di un padre, tu di un marito; almeno così non resti sola! Ha persino una stanza in più, si può affittare e far qualche soldino Ma no! Meglio: fai venire la mamma di Ivano nella stanza, tu ti tieni Ivano e lappartamento lo affittiamo.

Ma mamma, lui è un plebeo! protestava, lamentandosi, Caterina che Ivano ora si accorgeva era anche incinta.

E quando ti sei messa col marinaio non pensavi che avresti trovato un marito plebeo? Allora basta lamenti. Ivano è milanese, colto, architetto, che vuoi di più? Non è un Apollo, ma non importa Puoi dirlo a tuo padre che sei sistemata. Prendi pure le caramelle, vai in salotto! Dai, Cate! la incalzava Tamara.

Caterina prese la ciotola piena di cioccolatini, ma nel corridoio vide Ivano che già armeggiava con la porta.

Ivano, dove vai? È successo qualcosa? chiese lei confusa.

No, cioè Sì. Scusami. Devo andare. Non voglio più che mi trattiate da scemo, Cate. Così facevano mia madre, le sue amiche anche tu e tua madre. Ho lottato per anni per essere rispettato, ora lo sono, al lavoro mi chiamano per nome, anche la disegnatrice che lavora con me, Elena, mi guarda con occhi diversi, anche se Antonia dice che nessuna mi vorrà mai, ora servo a te? Solo per tappare i buchi? Non ci sto. Ti ho voluto bene, davvero! E forse potrei, ancora, ma risolvili tu, i tuoi problemi, Caterina. Io me ne vado.

Caterina abbassò lo sguardo, quasi spaventata.

Grazie per i fiori.

Solo lui sapeva quali fiori le piacessero, il gusto del suo gelato preferito, il colore del cielo quando tramonta, che lei contava sempre i secondi tra un lampo e un tuono e non mangiava le caramelle mou. Nemmeno la madre la conosceva così. Avrebbe potuto essere un ottimo marito, bastava solo ricevere rispetto.

Ivano uscì, si tolse la giacca, slacciò il colletto della camicia e fu investito dallaria fresca della sera. Finalmente libero.

Via! Via da quella casa e da quella vita passata! Tornare da Antonia con il suo minestrone e i lamenti che ormai gli erano cari, tornare ai suoi libri, ai disegni. Nella casa popolare almeno lo trattavano da persona, non da avanzo su cui speculare.

Stava già correndo verso piazza del Duomo e percorreva corso Venezia, quando sentì chiamare piano il suo nome.

Ing. Stefanelli! Ivano! Mi scusi

Si voltò. Era Elena, la disegnatrice, con un sacco gigante da portare.

Elena Naldi? Che ci fa qui? chiese brusco.

Veramente mia zia abita vicino, le ho portato delle mele dalla campagna, volevo regalarne un po anche a lei, non ce la faccio a portarle tutte rispose lei abbassando lo sguardo.

Le mele le tenga lei! Con quella fame che ha Dia qua il sacco, mi dica dove portarlo! tagliò corto Ivano.

Elena, timida, gli indicò la strada

Più tardi bevvero insieme il tè, mangiando mele e una fetta di torta fatta in casa, lei raccontava del fratello militare, della mamma trasferita a Parma, di quando da bambina era scappata di casa per andare a trovare il fratello ma lavevano riportata indietro dalla stazione, del cagnolino randagio che aveva salvato e curato

Ivano ascoltava, dimenticando la camicia, la puzza della giacca, e anche Caterina.

Elena, che fiori ti piacciono? Ma pensaci bene! chiese serio.

A me? Da bambina papà mi portava sempre le margherite per il mio compleanno. Sono quelle che amo

Caterina avanzava rabbiosa tra il fango di marzo, spingendo la carrozzina e lanciando occhiate scure. Dalle auto in coda giungeva la musica di una carovana nuziale; non vide bene lo sposo, ma sembrava Ivano, accanto a una stecchina in bianco.

Il bambino si svegliò e iniziò a strillare. Caterina sbottò con parole da vero marinaio, rimuginando la sua divertente giovinezza a Genova e sospirando di nuovo.

Tutta colpa di mia madre! È stata lei a spaventare Ivano, ora si arrangi! pensava.

Dopo unora era sulla porta con una valigia.

E il piccolo Paolo? Come farà senza di te? piangeva Tamara.

Fai tu, arrangiati. Crescerà. Io vado a cercare di fare pace con mio marito. Se mi perdona, bene, se no lo porto in tribunale. Ridicolo! Con lui mai incinta, adesso guarda qua È solo colpa sua! E poi, mamma, chi sarebbe il noi?

Beh Massimo, quello del supermercato mi sembra che ci capiamo, lui pensa alle provviste Tamara si sistemò i capelli, arrossendo.

A Caterina mancò il fiato, ma poi soffiò:

Tanto meglio. Così Paolo avrà un nonno premuroso. Sappi però che ha spesso le allergie. Adesso ho il treno. Ciao, mamma!

E uscì sbattendo la porta. Paolo piangeva tra le braccia della nonna e Tamara lo cullava invano.

Massimo, il direttore del supermercato, poi non venne più. Tamara lo disprezzò e lo maledisse.

Caterina la chiamò un paio di mesi dopo, per chiedere soldi.

E tu, come stai, tesoro? Torna a casa implorava Tamara.

Forse torno, forse no. Bacia Paolo per me, e metti la mia foto sul muro, così non si dimentica comè fatta la mamma rise Caterina, riagganciando.

Ivano, invece, era vicino a Elena che dormiva, sorridendo. Lì, lui, lo sfortunato Ivano, loro, avrebbero avuto un figlio! Magari un maschio, ma anche una figlia andrà bene! Limportante è che sia san*, e che Elena sia serena.

Delicatamente la coprì con la coperta e spense la lampada.

Ecco comè lamore di Ivano: semplice, vero e pieno di calore. E, alla fine, chi sa aspettare con pazienza e dignità, trova la felicità là dove davvero lo rispettano e lo amano per ciò che è.

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