– Elena, perché stai ancora ai fornelli da due ore? Le polpette, l’insalata, il brodo hai già preparato tutto stamattina. Lui non se ne accorge, tanto.
Mamma Rosa sedeva sullo sgabello vicino al frigo, stringendo una tazza di tè caldo al petto. Amava quel posto: un po discosta ma con la vista sullintera cucina. Settantacinque anni, occhi vispi che non perdevano nulla.
– Mamma, basta, su. Non è un sacrificio. Sto solo cucinando la cena. È normale.
– Normale, ripeté Rosa posando la tazza sul ginocchio. Appunto. Tutte le sere, sempre normale. Tutti i venerdì, sempre normale. Da ventanni.
– Diciassette, mamma.
– Che?
– Sono diciassette, non venti.
– E va bene, diciassette. Hai mai pensato a quante polpette hai impastato per lui? Quante volte hai sparecchiato? E quante camicie hai lavato?
Elena rigirò la polpetta nella padella. Lolio sfrigolò, diffondendo lodore del soffritto di carne e cipolla profumo di infanzia, di casa. La calmava sempre, quellodore.
– Mamma, non ci ho mai pensato. E non voglio pensarci ora. Questa è la mia famiglia, questa è la mia vita. Non mi pesa.
– Non ti pesa ripeté lentamente Rosa, come se assaporasse le parole una ad una. Elena, tu ti sei guardata in faccia, di recente? Bene, davvero? Sei stanca. Hai delle occhiaie che sembrano valigie. Quando è stata lultima volta che ti sei seduta senza fare niente?
– Lo scorso weekend.
– Quando hai rammendato i suoi calzini.
Elena rise, allimprovviso, e sinceramente.
– Mamma, ora esageri.
– Non esagero, osservo. Sono vecchia, posso permettermelo.
Fuori si fece buio. Fine ottobre, alle cinque e mezza già sembrava notte. Elena amava quellappartamento in sere come quelle: la cucina illuminata, il crepitio della padella, la voce della madre che riempiva lo spazio. Rosa stava lì da tre settimane, da quando nel suo appartamento in via dei Tigli avevano rotto le tubature. Lumidità, i muratori, il disordine: la ditta prometteva la fine dei lavori in due settimane, ma erano già passate tre. Per Elena non era un problema; in realtà, la presenza della mamma le faceva piacere. Era abitudine.
Un quadrilocale al quarto piano, palazzina anni Settanta. Non un attico, ma era casa loro. Elena laveva ereditato dalla nonna, nel novantatré, subito dopo la liberalizzazione degli alloggi. Poi una sistemata, un po di mobili nuovi, poi aveva conosciuto Marco, lo aveva sposato, e avevano iniziato la loro vita tranquilla. Marco era venuto a vivere da lei: lui aveva soltanto una stanza in una casa popolare, venduta poi per infilarsi in piccoli affari dai contorni sempre sfumati.
– Marco arriva tra poco? chiese Rosa.
– Doveva tornare alle sei. Sono già le sette meno dieci.
– Nemmeno una telefonata?
Elena non rispose. Marco raramente chiamava se era in ritardo. Riteneva che, in assenza di uno studio proprio, fosse lecito essere sempre impegnato ed era tutto lì.
Stava preparando la tavola quando la porta si aprì sbattendo. Il solito rumore: prima la chiave, poi la porta spalancata, poi i passi. Ma stavolta cera qualcosa di diverso. Più passi. Altri piedi.
– Elena, sei in casa? urlò Marco dal corridoio.
– Sì, in cucina.
– Bene. Ecco, senti…
Entrò. Dietro di lui si fermarono sulla soglia due figure. Una donna intorno ai quarantotto anni, giacca corta, borsetta a tracolla, aria tesa, il volto già segnato dalla stanchezza. E un ragazzo lungo, smilzo, cuffie al collo, lo sguardo basso.
Elena impugnava il canovaccio e rimaneva impietrita.
– Ecco, fece Marco con tono da chi presenta un acquisto li conosci. Questa è Silvia. E questo è Matteo, mio figlio.
Elena conosceva Silvia, ma non bene. Era la prima moglie di Marco, con cui lui aveva divorziato prima di sposare Elena. Matteo aveva quindici anni, forse. Lo aveva visto due volte, venuto a qualche compleanno, sempre silenzioso, gli occhi nel cellulare. Un ragazzo come tanti, con lui non aveva mai avuto problemi.
– Buonasera, disse Elena con voce neutra.
– Salve, rispose Silvia, con quel tono di chi vorrebbe essere altrove.
– Elena, a Silvia si sono rotte le tubature. Lo stesso problema della mamma, più o meno. Casa allagata. Impossibile dormire. Lalbergo costa troppo, lo capisci anche tu. Ho detto che Silvia e Matteo possono stare qui da noi questo fine settimana.
Rosa, che fino a quel momento stava zitta, posò la tazza sul tavolo senza un rumore.
– Il fine settimana, ripeté Elena.
– Sì, venerdì, sabato, domenica. Forse anche lunedì. Vediamo.
– Marco. Abbiamo un quadrilocale. In una stanza ci siamo io e te. Nellaltra, mia madre che è qui da tre settimane perché anche lei ha il cantiere in casa.
– Ricordo. Proprio per questo pensavo Marco si grattava la testa. Ecco, Elena, potresti andare tu da mamma. Credo stiano finendo i lavori. Solo un paio di notti da lei, dai. Silvia e Matteo si sistemano qui.
Calo di silenzio. Si sentiva perfino il tram scivolare sulla via.
– Cosa hai detto? chiese Elena.
– Tu e mamma andate da lei, e
– Ho capito bene. Vuoi che io lasci casa mia con mia madre anziana, per ospitare qui la tua ex moglie?
– Elena, ma dai. È la madre di mio figlio. Matteo è mio figlio. Non li lascerei mai fuori di casa.
– Marco, disse Rosa dallo sgabello. La voce era quieta ma tagliente da fermare tutto. A casa mia non cè acqua calda, ci sono i pavimenti spaccati e i muri scoperchiati. Vivo da mia figlia perché non posso restare lì.
– Capisco, signora Rosa, però
– Tu ci chiedi di tornare in quei lavori per lasciare spazio alla tua vecchia famiglia, continuò la madre. È corretto?
– È solo temporaneo. Silvia non ha altra scelta, almeno voi avete le mura intorno
– Ma non ci sono i pavimenti, Marco! disse Elena. La voce calma, stranamente calma perfino per sé stessa. È umido e pieno di polvere. Mamma ha settantacinque anni. Ha problemi di cuore e lartrite.
– Elena, ora esageri. Solo due giorni. Si può mettere un materasso
– Un materasso a terra per mamma. Settanta cinque anni!
Silvia ebbe una smorfia. Forse era in imbarazzo, forse solo stanca.
– Ascoltate, propose con voce incerta posso intanto vedere le camere?
– Aspetta, disse Elena.
Qualcosa, in quel tono, fermò Silvia sulla porta.
Elena depose il canovaccio. Guardò Marco. Osservava quelluomo da diciassette anni: la stempiatura che si allargava un po ogni anno, il modo di grattarsi la testa quando sapeva di aver torto ma non voleva ammetterlo, il tono a metà tra il senso di colpa e la pretesa come quelli abituati a ottenere sempre tutto.
Diciassette anni. Brodo e calzini. Bollette pagate perché lui si dimenticava. Discussioni coi condomini, idraulici chiamati di corsa. Ferie mai programmate realmente, perché i soldi non bastavano. Tutto chiamato famiglia e tutto dato per scontato.
Ora lui stava lì, nella sua cucina, tra le sue pentole e i suoi fiori appesi, e le chiedeva di andarsene. Con la stessa semplicità di chi fa alzare una signora dal tavolo perché altri aspettano posto.
– Marco, disse Elena, ti chiedo di prendere Silvia, Matteo e le tue cose e uscire. Subito.
Lui la fissò interdetto, come se le avesse parlato in greco.
– Cosa?
– Andatevene. Tutti e tre. Trova un hotel, affitta un appartamento, fai quello che vuoi. Ma qui non dormite.
– Elena, sei impazzita? Questo è mio figlio!
– Io non sono contro tuo figlio. Sono contro ciò che hai fatto: sei entrato in casa mia e hai preteso che la lasciassi. Non è la stessa cosa.
– Io non ho preteso, volevo solo…
– No, proprio questa parola hai usato. Vuoi ripeterla? La ascolto di nuovo.
Marco diventò paonazzo, come sempre quando si arrabbiava; prima le orecchie.
– Non iniziare scenate davanti agli altri.
– Questi sono i miei, ribatté Elena. Mia madre e io. I tuoi, un cenno verso Silvia sono lì sulla porta, senza invito.
Silvia, a onor del vero, non aprì bocca. Matteo studiava insistentemente le piastrelle.
– Dunque, disse Marco, indurendo la voce. Anchio vivo qui. Ho la residenza.
– Sei registrato, sì. Ma la casa è mia. E tu lo sai.
– Non lo so affatto. Siamo sposati, beni comuni e…
– Marco, lo interruppe Elena era di mia nonna. Mi è passata in eredità prima del matrimonio, lo sai.
– Gli avvocati chiariranno tutto.
– Perfetto. Che lo facciano. Ora però vi chiedo di uscire.
– Elena!
– Fuori.
Silenzio. Marco la fissava, lei lo fissava. Rosa silenziosa, quasi senza respiro.
Poi Marco si voltò di scatto, borbottando. Silvia e Matteo lo seguirono. Una porta si chiuse. Quella della camera, poi quella dingresso.
Elena restò lì, in piedi. Le polpette erano ormai fredde.
– Ecco, disse Rosa dopo un lungo silenzio. Questo sì che è fare sul serio.
– Mamma, per favore, non dire niente.
– Taccio, taccio.
Elena si sedette sul bordo della sedia. Le mani ghiacciate. Le osservò, spaesata, poi le poggiò sul tavolo.
– Stanotte tornerà. Con la sua chiave.
– E allora?
– Nulla. Te lo dico, solo.
La madre si alzò, mise su il bollitore.
– Elena, hai ancora il numero di quel falegname che ha cambiato la serratura alla signora Bianchi, al terzo piano?
Elena la guardò.
– Mamma
– Cosè? Ce lhai il numero?
– Sì, devessere in rubrica.
– Cercalo. È ancora venerdì sera, magari lavora.
Elena prese il telefono.
Il falegname arrivò poco dopo le nove e mezza. Un uomo di mezza età, silenzioso, con una valigetta. Cambiò la serratura in quaranta minuti, fu pagato e se ne andò. Elena gli diede una mancia, perché non sapeva come ringraziare meglio.
Marco arrivò verso mezzanotte e mezza. La sua chiave non funzionava. Bussò. Poi chiamò. Poi iniziò a telefonare. Elena fissò lo schermo illuminato col suo nome, ma non rispose. Scrisse: La chiave non va. Domani ti mando il contatto dellavvocato. Premette invio, poi silenziò il telefono.
La madre dormiva nellaltra stanza. Elena rimase sveglia nel buio, sapendo che il giorno dopo sarebbe stato difficile. Tante chiamate, tante parole, forse anche urla. Marco era bravo a urlare quando sentiva il controllo sfuggirgli. Lei lo sapeva e non aveva paura. Era strano, quello spazio vuoto dove da sempre cera il solito: Facciamo pace, basta litigi.
Si addormentò verso le due.
Le settimane dopo furono dure. Marco provò prima con messaggi e telefonate. Poi tramite amici comuni pochi. Poi tramite sua madre anziana, una signora di Arezzo, che chiamò Elena tremando: Un bravo ragazzo mio figlio, solo le cose sono andate così. Elena rispose con gentilezza che capiva, e salutò.
Poi arrivò la lettera dellavvocato: Marco pretendeva una quota della casa, come se fosse acquistata insieme nonostante tutte le carte. Elena la lesse tre volte. Poi la rimise via. Poi ancora, una quarta. E iniziò quella sensazione di pesantezza nello stomaco di chi capisce: è davvero seria.
Elena lavorava come responsabile amministrativa in una piccola impresa edile. Stipendio buono, ambiente sereno. Gestire i soldi era il suo mestiere, ma con gli avvocati era un altro discorso. E costava.
Lamica Carla propose: Vai al CAF, lì cè la consulenza gratuita. Elena non ci credeva molto, ma ci andò. Doveva fare dei documenti dopo il cambio delle serrature e, già che cera, si informò sul da farsi.
Coda lunga. Novembre, la gente in fila, coi giacconi, le mascherine, le cartelline. Elena prese il suo numeretto, si sedette vicino a un uomo sui cinquantacinque, forse più. Un po ricurvo, con gli occhiali. Lesse qualcosa sul cellulare, poi fissò il display per la chiamata agli sportelli.
Elena tirò fuori la lettera dellavvocato e la rilesse, cercando di capirci qualcosa.
– Scusi, disse piano luomo accanto. Ho intravisto per caso: questioni di proprietà? Divorzio?
Elena rimise via la carta.
– Chiedo scusa, non volevo la prospettiva da questa parte, sa
– Nessun problema, rispose secca.
– Faccio lavvocato. Diritto civile, soprattutto famiglie. Se vuole, la guardo. Così, per cortesia.
Elena lo osservò. Un volto normale, anonimo, occhiali scuri, mani curate.
– No, grazie.
Lui fece spallucce e rimase in silenzio. Passarono alcuni minuti. Poi Elena sbirciò un punto che non capiva e borbottò tra sé.
– I beni acquistati prima del matrimonio non sono automaticamente in comune, disse lui a bassa voce. Se la casa era già sua, non centra col regime patrimoniale.
– Ma lui sostiene che abbiamo investito insieme.
– È la solita strategia. Bisogna provare con ricevute, bonifici, quanto avete speso insieme e quando. Non tanto facile da dimostrare.
Elena lo guardò sul serio.
– Mi chiamo Sergio, si presentò lui.
– Elena.
Restava discreto, mai invadente. Quando fu il suo turno, si avvicinò allo sportello e poi tornò. Spiegò semplicemente:
– Non ho fretta. E sembra che lei abbia bisogno di una spiegazione da qualcuno che sa come muoversi.
– Non mi vedo spaesata.
– No, non spaesata. Come chi ha in mano una macchina complicata senza libretto di istruzioni. È diverso.
Parlarono per una quarantina di minuti, fino a che la chiamarono. Sergio la aiutò a capire cosa cercare nei documenti, cosa contava davvero. Parlava chiaro, senza la solita nebbia degli avvocati.
Alluscita lasciò il suo biglietto. Nome, telefono e una frase semplice: Se le serve, una prima consulenza è gratuita.
– Perché lo fa?
– Mi dà fastidio vedere la gente spaventata da carte incomprensibili. È sleale.
Elena prese il biglietto. Chiamò una settimana dopo.
Sergio venne da lei un sabato per la consulenza, a casa sua. Sembrava strano accogliere un uomo sconosciuto, ma propose lui: I documenti stanno qui, è più pratico. Rosa, ancora ospite, li fece entrare e si ritirò in cucina con aria da padrona di casa.
Sergio restò tre ore. Scandagliò i documenti. Il rogito della nonna, la lettera deredità, la privatizzazione del novantatré: tutto trovato tra vecchie carte impolverate.
– Questo è essenziale, disse con cura. Privatizzata a nome di sua nonna nel 93, lasciata a lei per testamento. Leredità è del 98. Il matrimonio?
– 2006.
– Otto anni tra eredità e matrimonio: non può essere proprietà comune.
– Però lui insiste sul fatto che abbiamo rimesso a nuovo tutto insieme.
– Quando?
– 2009, parte con i miei soldi, parte con i suoi.
– Ci sono ricevute?
– Alcune forse sì.
– Cerchiamole. Se la maggior parte è pagata da lei o con soldi suoi precedenti al matrimonio o ricevuti in regalo o eredità, la sua posizione è forte. Contano solo i soldi guadagnati insieme durante il matrimonio. Se uno lavorava poco, meno rileva.
– Lui lavorava, ma spesso sì e no.
Sergio la fissò oltre gli occhiali.
– Dichiarazioni fiscali, buste paga, estratti conto. Bisogna controllare, è noioso ma non difficile.
– Vuole seguirlo lei?
Esitò, poi annuì.
– Sì. Parliamone.
Il compenso fu onesto. Elena contabile di mestiere capì che Sergio prendeva meno del solito. Non chiese perché. Ringraziò e firmò.
Ludienza fu in febbraio. Un giorno grigio, gelido; dal tribunale si vedeva solo il muro del palazzo di fronte. Elena sedeva accanto a Sergio, davanti alla giudice, accanto a Marco e il suo avvocato. Sergio sereno. Lei provava a esserlo, anche se dentro sentiva di stare sullorlo di una corda tesa.
Marco, in quei mesi, era invecchiato. Sembrava vuoto, una sicurezza persa di colpo. La guardava a lungo, forse cercando la vecchia Elena da convincere o confortare.
Ma quella Elena non cera più.
Sergio presentò tutto: leredità, il rogito della nonna, gli estratti che confermavano che la ristrutturazione era stata fatta coi risparmi di Elena. Le buste paga di Marco: discontinue. Quelle di Elena: regolari e in crescita. La presunta cointestazione svaniva.
Lavvocato di Marco tentò discorsi sul contributo morale, la gestione familiare. Il giudice ascoltò impassibile.
La sentenza arrivò subito. Lappartamento proprietà esclusiva di Elena, come bene pre-matrimoniale. Respinta la richiesta di Marco.
Elena uscì dal tribunale. Laria tagliente, il fiato che si condensava. Sergio era accanto a lei.
– Vede? Glielavevo detto.
– Sì, lavevi detto, sorrise lei. E aggiunse: Grazie.
– Di niente. Lavoro facile, con tutti quei documenti in ordine.
– Tengo sempre le carte in perfetto ordine.
– È un gran pregio, dichiarò lui. E, più caloroso: Vogliamo prenderci un caffè? Conosco un bel posto qui vicino.
Presero un caffè insieme. Semplice ma inatteso, come se in mezzo a una vita fatta solo di cose da fare ci fosse spazio per queste piccole normalità. Elena, a lungo, ripensò al senso di familiarità che aveva in quella tazzina: camminare, parlare, ridere cose dimenticate per diciassette lunghi anni.
Il divorzio fu ufficiale in marzo. Si firmò, Marco firmò, il giudice mise il timbro. Fine.
Elena tornò a casa in metropolitana, domandandosi cosa avrebbe dovuto sentire: liberazione, gioia, rimpianto. Invece solo una grande stanchezza, e una curiosità sottile, come se una porta davanti a lei attendesse, e per la prima volta non aveva paura di aprirla.
Quellanno la primavera fu precoce.
Ad aprile fece caldo in anticipo, così Elena spalancò le finestre. Sentì forte la voglia di rinnovare casa, non perché serviva o per impressionare qualcuno. Solo per sé stessa. Voleva piastrelle chiare, tende nuove, un bagno degno di questo nome.
Contattò alcune ditte. Ne scelse una seria, controllò due volte il preventivo istinto da contabile, quello non manca mai. I lavori iniziarono il primo maggio, che le fece sorridere: la Festa del Lavoro.
Rosa, nel frattempo, era tornata in via dei Tigli. Le tubature sistemate, una mano di vernice e aria nuova. Si congedò da Elena come chi parte da un soggiorno al mare. Prima di andar via, presero insieme il tè e la madre disse:
– Elena, ora non sono più in pensiero per te. Prima lo ero, adesso no.
– Perché?
– Perché ti rivedo come sei davvero.
Elena non chiese a chi assomigliasse prima.
La ristrutturazione durò due mesi. Elena ci visse in mezzo, come fanno le donne che sanno vedere, sotto al caos, il senso delle cose. Cucinava sulla piastra elettrica, controllava ogni passaggio. Scelse le piastrelle da sola, con gusto. Parlava col caposquadra decisa ma educata.
Sergio ogni tanto passava. Non più per lavoro, ora. Portava pasticcini, dava unocchiata. Parlava poco, ma insieme il discorso nasceva da solo. Leggeva molto, e la coinvolgeva. Elena ritrovò il piacere dei libri: leggeva di sera, raccontava cosa pensava. A volte discutevano, senza mai litigare. Il piacere di una conversazione senza scontro, senza competizione.
Un tardo maggio passeggiavano lungArno. Laria tiepida, odore dacqua e di foglie nuove. Sergio raccontava di un romanzo, Elena ascoltava e rifletteva che da quanto tempo non si concedeva di camminare così, fianco a fianco con qualcuno, senza uno scopo preciso.
– A cosa pensi? chiese lui.
– Che non camminavo senza meta da tanto.
– Come, senza meta?
– Sì. Non in funzione della lista della spesa, non perché dovevo arrivare da qualche parte. Solo camminare e basta.
– Non è affatto una cosa semplice, sai? Camminare senza scopo.
– Lo so.
Si sedettero su una panchina, a lungo, senza parlare. Anche il silenzio aveva un senso.
A giugno i lavori finirono. Per tre giorni Elena sistemò la casa pezzo per pezzo, a modo suo. Le tende nuove, chiare. Le mensole in corridoio. Il bagno con le piastrelle bianche e il bordo grigio che aveva scelto dopo mille dubbi. La cucina aveva un mosaico verde scuro che temeva esagerato, invece risaltava benissimo.
Scattò foto e le mandò a mamma. Arrivò subito la risposta: Elena, che meraviglia. Faccio presto a venirti a trovare. Poi telefonò, domandando tutto, stanza per stanza.
A luglio, una notizia positiva: la responsabile amministrativa lasciava il posto. Lo sapevano già da mesi, ma ora era ufficiale. Il direttore la chiamò in ufficio e le propose il ruolo. Non le accennò: lo propose apertamente. Ci pensi, un giorno. Lei ci pensò e accettò.
Stipendio diverso. Più responsabilità. Ma Elena era pronta. Lo era sempre stata, solo non lo sapeva davvero.
Lestate scivolò via lieve. Agosto caldo, gite fuori città da amici di Sergio: sedute in veranda senza far nulla. Elena capì che si può stare fermi senza colpa. Che si può semplicemente aspettare che il vento muova le fronde di un melo senza sentirsi in dovere di far qualcosa.
Con Sergio non correvano. Lui era divorziato da otto anni, non ne faceva mistero ma parlava del passato con dolcezza. Elena ci teneva: niente fretta. Voleva che tutto fosse lento, saldo.
Quando tornò settembre, la sua vita era diversa. Non migliore in tutto la vita non è mai solo meglio ma più piena, più presente. Come se laria fosse tornata dove prima mancava.
Un giorno, a fine settembre, incrociò Marco per caso.
Stava rientrando col sacchetto della spesa, due buste. Il profumo di foglie bagnate nellaria, il vento fresco di ottobre. Pensava di chiamare Sergio per confermare la serata al cinema di mercoledì.
Marco era fermo allingresso della farmacia. Solo, la giacca stropicciata, il cellulare in mano. Alzò gli occhi e incrociò lo sguardo di lei.
Il primo momento fu strano. Elena scorse un lampo di confusione sul volto di Marco.
– Elena.
– Marco. Ciao.
– Ciao. Tu stai bene.
Ed era vero. Elena stava bene. Non perché voleva apparire migliore, ma perché finalmente dormiva, mangiava, respirava senza il filo di ansia costante.
– Sì, grazie.
– Dove vai?
– A casa.
Esitazione. Marco si avvicinò, sembrava cercare ancora qualcosa in lei.
– Come va tutto?
– Bene.
– Al lavoro?
– Tutto bene, sì.
Voleva ancora aggiungere qualcosa. Lo si vedeva da come la guardava, come se cercasse la vecchia Elena, quella pronta a cedere di un passo, offrirsi sempre, mediare.
– Senti, Elena. Pensavo, magari un giorno ci vediamo, parliamo con calma
– Di cosa?
– Di noi, della vita. Diciassette anni non si cancellano.
Elena aveva due buste in mano. In una cera lo yogurt che si regalava ogni tanto, gusto mirtilli e miele. Nellaltra pane, formaggio, e un piccolo cactus lo aveva visto al supermercato e laveva comprato dimpulso.
Guardava Marco, questuomo stanco, il cellulare nelle mani, davanti a una farmacia cercava in lei la complicità che un tempo Elena avrebbe dato senza riserve.
– Non abbiamo niente da dirci, Marco.
– Dai, non è vero
– È la verità. Tutto è risolto. Tu hai la tua vita, io la mia. Va bene così.
– Va bene così ripeté lui.
– Sì.
Ancora uno sguardo. Poi Marco fece spallucce.
– Va bene.
– Ciao, Marco.
Elena riprese a camminare. Sentiva lo scricchiolio delle foglie sotto i piedi, le buste che tiravano le mani. Non si voltò.
Dietro alle spalle si lasciava diciassette anni di cene, camicie, scuse chiamate famiglia. Un venerdì sera che aveva cambiato tutto.
Non cera un bilancio, nessun resoconto dentro, solo una donna che tornava a casa in una bellissima giornata dautunno, con la voglia di chiamare Sergio e un cactus, che pizzicava appena, dentro la busta.
Prese il telefono e scrisse: Sei libero mercoledì?
Rispose subito: Sì, dove vuoi andare?
In centro. Al cinema danno il film francese che dicevi.
Perfetto. Alle sette?
Alle sette.
Rimise il telefono in borsa e camminò ancora, un isolato dopo laltro. Il vento raccolse le foglie e le fece volteggiare, arancioni, brune, dorate. Una si attaccò al braccio della giacca. Elena non la tolse, la portò fino a casa.
Al quarto piano, fuori dalla sua porta, posò le buste, prese il nuovo mazzo di chiavi quello con il tondino giallo, fatto in quella notte di ottobre e lo infilò nella serratura.
Dentro, casa profumava di fresco e di legno. In cucina, sul davanzale, cerano le piantine che si era concessa quando nessuno più poteva dirle perché riempi il balcone di erbacce?. Verdi, piene di vita, un po impolverate. Mise il cactus accanto a loro: ci stava bene.
Il bollitore sul fuoco, la finestra appena aperta per lasciar entrare la strada. Laria fresca, il profumo di foglie, la città là fuori tutto suo.
E così, mentre aspettava lacqua che bolliva, fuori il cortile brulicava, ottobre avanzava, e quella finalmente era la sua vita.





