La moglie incinta manda un messaggio al marito — ma lo legge il direttore generale, che arriva e sfonda la porta chiusa del suo appartamento

Giulia si svegliò nel cuore della notte, sentendo il peso insostenibile del suo ventre ormai enorme. Le tre. Lunico rumore era il respiro pesante di suo marito e il ticchettio dello storico orologio nellingresso.

Provò a girarsi sul fianco, ma il vecchio divano gemette tradendo la sua presenza. Lorenzo, che dormiva appiccicato alla parete, si agitò e borbottò spazientito:

Giulia, quante volte ancora? Devo alzarmi tra quattro ore, un po di rispetto.

Lei si immobilizzò, temendo anche solo di inspirare troppo forte. Negli ultimi mesi quella era stata la sua frase preferita. Lorenzo sembrava aver dimenticato che una gravidanza gemellare non fosse un capriccio ma una fatica reale. Era diventato freddo, quasi estraneo. Contava ogni euro, controllava gli scontrini e faceva una smorfia se Giulia gli chiedeva di prendere della frutta.

Hai visto i prezzi? sibilava, studiando il foglio. Mangia le mele nostre, sono di stagione. Le pesche? Roba da viziate. Io sbarco il lunario mentre tu stai a casa.

Giulia scivolò fuori dal letto piano, reggendosi sulla schiena dolente. I piedi erano talmente gonfi che le ciabatte stringevano. Si sedette davanti alla finestra buia, fissando la strada vuota di via Garibaldi. Unansia pesante le premeva il petto: temeva il momento dellincontro coi piccoli, e temeva il ritorno in quella casa satura di malumori.

La mattina dopo, Lorenzo fremeva per andare in ufficio. Buttava i vestiti su una sedia, cercava calzini a caso, sbatteva sportelli.

Hai stirato la camicia? mugugnò, senza guardarla.

È sulla spalliera, Lorè.

È pure saltato un bottone. Vabbè, vado di fretta, oggi cè la riunione dal Direttore Generale. Non chiamarmi, che il capo è severo e sequestra i cellulari.

Se ne andò senza nemmeno salutarla. La porta si chiuse sbattendo e Giulia sentì il colpo del chiavistello di sopra. Quella maledetta serratura che bloccava dall’interno e serviva forza, entrambe le mani, per aprirla.

Nel pomeriggio Giulia decise di riordinare lingresso. Doveva recuperare una scatola di vestitini lasciata dalla nipotina. Trascinò uno sgabello.

Ce la faccio solo dal bordo si incoraggiò piano.

Salì, allungò la mano. Un giramento di testa, un vuoto. Il piede scivolò sulla superficie lucida dello sgabello. Tonfo sordo, poi buio.

Cadde di lato sul tappeto, il fianco urtò qualcosa. Un grido improvviso. Un dolore tagliente la colpì nel basso ventre.

No, no, troppo presto mormorò, tentando invano di rialzarsi.

Unaltra ondata la piegò. Capì che non c’era tempo da perdere. Il telefono era sulla mensola, a distanza di un metro. Giulia strisciò, lasciando una scia umida sul pavimento. Ogni movimento era un colpo nuovo.

Afferò il telefono. Le dita tremavano, gli occhi si riempivano di lampi colorati. Nei contatti, in cima, vedeva i nomi con la A.

“Lorenzo”.

Sotto subito: “Dr. Andrea Venturi (Direttore Generale)”. Aveva salvato quel numero poche settimane prima, per una pratica urgente quando Lorenzo era irraggiungibile.

Giulia premette su Lorenzo. Squilli lunghi, freddi. Poi cadde la linea.

Riprovò.

Il numero chiamato non è al momento disponibile.

Unondata di panico la sommerse. Era sola. E la porta blindata non lavrebbe mai aperta distesa. Lambulanza? Sarebbe rimasta fuori.

Con le forze che restavano, aprì la chat. Doppia immagine davanti agli occhi. Era sicura di scrivere a suo marito:

È ora di andare allospedale, la porta è chiusa! È cominciato tutto, sono caduta, non riesco ad alzarmi. Ti prego, vieni subito!

Premette invia e lasciò cadere il telefono. Lo schermo si spense.

Andrea Venturi, direttore di una grande impresa edilizia di Milano, stava conducendo una riunione. Era un uomo severo, puntuale; incuteva soggezione.

Il suo telefono trillò sul tavolo. Andrea sbirciò il display. Il numero era quello della moglie del suo responsabile acquisti, una ragazza gentile e riservata.

Lesse il messaggio. La sua espressione, solitamente fredda, si spezzò.

La riunione è finita, tuonò alzandosi di scatto.

Dottor Venturi, non abbiamo ancora provò a dire la contabile.

Fuori tutti!

Uscì. Compose subito il numero di Lorenzo. Numero irraggiungibile.

Ma che razza di uomo sibilò tra i denti.

Telefonò al capo della sicurezza:

Trovatemi subito dovè il telefono di Lorenzo. Preparate la macchina. Vengo io.

Dopo pochi minuti arrivò la segnalazione. Lorenzo non era mai stato in cantiere; il GPS lo dava a un agriturismo fuori Milano.

I muscoli delle guance di Venturi si tesevano mentre stringeva i denti.

Guidò il SUV nel traffico, ignorando i semafori. Casa di Lorenzo e Giulia distava quindici minuti. Cinque anni prima, la moglie di Andrea era morta per un attacco di cuore, lasciandolo impotente e solo. Ricordava bene il terrore di non poter aiutare.

Salì le scale fino al terzo piano, bussò con forza chiuso. Dalla porta filtrava la voce flebile di Giulia.

Non perse tempo con i vigili del fuoco. Si scostò, si lanciò contro la porta. Un colpo secco. La serratura resistette, il secondo impatto la sradicò.

Giulia giaceva distesa, rannicchiata.

Giulia!

Lei spalancò gli occhi, confusa.

Dottor Venturi? Dovè Lorenzo?

Ora ci sono io. Forza, resisti.

La sollevò tra le braccia.

Sfrecciò verso la clinica, sorpassando ogni auto. Giulia ansimava dietro.

Resistii, ormai ci siamo, le diceva il direttore, guardando spesso lo specchietto.

Al pronto soccorso una squadra li aspettava con la barella Venturi aveva già avvisato il primario.

È suo marito? chiese linfermiera.

Sono il padre, ringhiò Venturi. Mi raccomando, la vita di lei e dei bimbi è nelle vostre mani.

Rimase fuori, camminando avanti e indietro su quei pavimenti lucidi. Dopo tre ore, un medico si tolse la mascherina.

Può tirare un sospiro. Sono due gemelli, maschi. Cè stato bisogno di intervenire durgenza, ma siamo arrivati in tempo. Peso basso, dovranno rimanere in osservazione. Ma respirano da soli. La madre è debole, ma stabile.

Venturi poggiò la fronte contro il vetro freddo.

Grazie

Prese il telefono e chiamò finalmente Lorenzo. Questa volta questi rispose. Era la voce impastata di qualcuno che aveva bevuto troppo, e si senteva il sottofondo di musica e voci femminili.

Pronto, dottore? Ha chiamato? Sono in cantiere, oh, la linea è pessima

In cantiere, dici? la voce di Venturi era calma e minacciosa. Adesso il cemento lo gettano allagriturismo La Quercia?

Silenzio.

Dottor Venturi, io

Sei licenziato, Lorenzo. Niente referenze. Domani voglio che sparisca ogni traccia tua da Milano. E prega solo che tua moglie trovi la forza di perdonarti. Io, fossi in lei, la vedrei diversamente.

Giulia si riprese solo il giorno dopo. Era in una stanza privata, silenziosa, con una bottiglia d’acqua frizzante e un succo sullarmadietto.

Entrò Venturi, in completo ma senza cravatta, stanco ma deciso.

Come ti senti?

Dottor Venturi Giulia provò ad affiorare, ma la ferita ancora la bruciava forte. Non so come ringraziarla Ho confuso i contatti

Ringrazia il destino di averlo fatto, si sedette. Giulia, dobbiamo parlare seriamente.

Raccontò tutto. Della chiamata, dellagriturismo, del licenziamento. Parlava senza dolcezza.

Ora lui tornerà strisciando. Lappartamento, è suo?

Dei suoi genitori bisbigliò Giulia, soffocando le lacrime. Non ho più dove andare. Solo una zia in Calabria, troppo lontano.

Venturi rifletté, tamburellando le dita.

Ascolta. La mia casa è grande, due piani. Ci passo solo la notte. Cè una dependance per gli ospiti. Vieni a stare lì con i bimbi finché non ti rimetti in sesto. Mi serve una mano in casa, una persona di fiducia. Considerala unopportunità di lavoro.

Non posso con due neonati che aiuto potrei mai darle?

Ce la farai. Metto anche una tata a darti una mano. Non è beneficenza, Giulia. Ma mi sento più tranquillo se cè vita in casa.

Il trasferimento fu sereno. Lorenzo tentò di entrare in clinica, ubriaco, ma la sicurezza glielo impedì. Strillava sotto le finestre, mentre Giulia lo osservava da dietro i vetri gelsi, ormai vuota dentro.

Venturi venne a prenderla di persona. Caricò le valigie, sistemò i seggiolini dei gemelli.

Si va a casa, disse semplicemente.

La vita a casa Venturi riprese a scorrere mansueta. Il grande casale si animò di nuovi profumi, risate, panni stesi e voglia di ricominciare.

Andrea Venturi non era poi così terribile: la sera, tornato dallufficio, prendeva in braccio uno dei bambini, poi laltro, anche se goffamente.

Ecco qui, ometti. State crescendo eh?

I piccoli, Tommaso e Paolo, lo scrutavano con occhi seri.

Di Lorenzo non si seppe più nulla. Capito che Venturi aveva chiuso ogni porta lavorativa a Milano, era andato a vivere con la madre. Mandava qualche spicciolo appena. A Giulia non importava. Si scopriva finalmente protetta.

Due anni passarono.

Giulia apparecchiava in giardino, sotto il gazebo. Una domenica destate. Andrea era vicino al barbecue.

I gemelli correvano sullerba, inseguendo uno scarabeo enorme.

Papà, guarda! Uno scarabeo! gridò Paolo, indicando in aria.

Giulia si immobilizzò. Andrea pure. Era la prima volta che uno dei due lo chiamava papà, non solo per nome.

Venturi mollò la griglia, asciugò le mani, raggiunse Paolo, lo sollevò e lo fece volare.

Scarabeo? Quello, piccolo mio, è un bombo. Amico dei fiori!

Poi si voltò verso Giulia. Lo sguardo, di solito di ferro, ora era caldo.

Giulia, siediti qua.

Lei posò il piatto, sedendosi accanto.

Io non sono un tipo romantico, lo sai. Parole sdolcinate non le so usare. Ma i tuoi bimbi non sono altri. Non siete altri ormai.

Tirò fuori una scatoletta di cartone.

Sono passati due anni che viviamo come una famiglia. Facciamolo ufficiale. Adotto i gemelli, do il mio cognome a loro. Così nessuno avrà mai nulla da dire. Che ne pensi?

Giulia lo guardò e lacrime le rigavano il volto. Non di stanchezza come la prima volta quelle erano di sollievo. Lappoggio che aveva tanto cercato ora era saldo e sicuro.

Sì, Andrea, sorrise tra le lacrime.

Allora basta coi Dottore, sono stufo!

La sera, seduti in veranda dopo aver messo a letto i bimbi, lasciarono intiepidire il tè. Da qualche parte, in unaltra città, il vecchio Lorenzo probabilmente si lamentava mischiando vino scadente e rimpianti. Là, invece, in quella casa ormai viva, due nasi buffi dormivano tranquilli: avevano trovato il loro padre.

A volte, sbagliare una cifra o una persona tra i contatti ti può cambiare la vita. Limportante è non sbagliare essere umano.

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La moglie incinta manda un messaggio al marito — ma lo legge il direttore generale, che arriva e sfonda la porta chiusa del suo appartamento
Senza Diritto di Rifiuto — Torno a casa entro mezzanotte, te lo giuro — disse lui, stringendo la cintura e guardando la moglie. — Massimo le nove, le dieci… Giro un paio d’ore — e basta. La moglie sistemò in silenzio i tovaglioli sulla tavola, spinse la ciotola dell’insalata. Il figlio stava al cellulare, un auricolare in un orecchio, con l’altro ascoltava distrattamente. — Questo lo hai detto anche l’anno scorso — gli ricordò lei. — E pure quello prima. — Quest’anno le tariffe sono alle stelle — provò a scherzare lui. — Peccato non approfittarne. Dobbiamo pensare al mutuo. — E alla festa chi ci pensa? — domandò lei sottovoce. Il figlio alzò lo sguardo. — Papà, dai davvero. Quest’anno almeno sono qui, non dalla nonna o in colonia. Possiamo evitare le storie tipo “torno subito”? Lui fece una smorfia. A quarantacinque anni sapeva bene riconoscere la delusione negli occhi di chi ama. E sapeva anche quanto ci volesse poi a farsi perdonare, girovagando in casa per una settimana. — Non sto fuori tutta la notte — disse più dolcemente. — La tariffa alta dura fino alle dieci. Dopo cala. Alle undici sono sicuro a casa. Guardiamo il discorso del presidente, stappiamo lo spumante, festa come tutti. — Tu non sei come tutti — rise amara la moglie. — Sei come l’app dei taxi. Voleva ribattere, ma tacque. Andò nell’ingresso, infilò il piumino. Allo specchio: volto stanco, barba trascurata, occhiaie. Un tassista con rating 4,93 e una sensazione costante di non essere mai abbastanza. — Prendi il berretto — disse la moglie dalla stanza. — E non caricare ubriachi. Non voglio sentirne ancora di clienti che ti vomitano in auto. — Ho messo il filtro — bofonchiò lui. Il figlio si piazzò sulla porta, appoggiandosi allo stipite. — Papà, facciamo così. Se vedi che non arrivi per mezzanotte, scrivimi prima. Evitiamo i “tra poco arrivo”, ok? Lui annuì. Il figlio fece il pugno, lui ricambiò. — Ce la faccio — ripeté testardo. Fuori si sentivano già le prime petardi. Gente trafficava con buste, le luci dell’albero lampeggiavano dalle finestre. Salì sulla sua vecchia Skoda, accese il motore. Sul display: “31 dicembre. Domanda altissima. Coefficiente fino a 2,8”. Sospirò e aprì la corsa. Subito, primo ordine. — Andiamo… — disse tra sé. Primo ordine con coefficiente 2,5, arrivo in tre minuti. Fece retromarcia, si infilò nel traffico, trovò il verde. La cliente scrisse in chat: “Per favore, faccia presto. È urgente”. Nessuna emoji. Davanti al vecchio condominio, lo stavano aspettando. Un uomo col giubbotto slacciato correva sulla neve, guardandosi intorno. Accanto, una donna appoggiata alla ringhiera, mano sul ventre: incinta e visibilmente. Frenò di colpo, scese dalla macchina. — Siete voi che avete chiamato? — Sì, sì — l’uomo spalancò il portellone posteriore. — All’ospedale, come scritto nell’ordine. Può andare veloce? Ha le doglie. La donna si sedette cauta, fece una smorfia. — Non farti prendere dal panico — borbottò lei al marito. — Non è ancora… ai… Lui saltò al volante, guardò il navigatore. Ospedale all’altro capo del quartiere, venti minuti se non fosse la notte di Capodanno. Il navigatore ne segnava trentacinque. — Allacciatevi — disse. — Faccio il possibile. L’uomo si mise davanti, lo sguardo fisso sullo specchietto puntato sulla moglie. — Terzo figlio — disse come scusandosi. — Pensavamo fosse come le altre volte. Invece… — Va tutto bene — rassicurò il tassista, anche se dentro era teso. — Ora prendo il viale e voliamo. Sul viale, nessuno volava. Auto ovunque, farfugliavano fuochi in lontananza. Si infilò tra un vecchio autobus e un SUV nero, saltò su una corsia preferenziale. Il flash della telecamera scattò. — Questa è multa — mormorò lui. — Pago io — gli fece eco l’uomo. — L’importante è arrivare. La donna strinse la maniglia, un nuovo dolore. — Quanto manca? — chiese. Guardò il navigatore. Venti minuti. — Un quarto d’ora, venti minuti — disse lui. — Vado al massimo. Fece davvero il massimo. Si infilava dove poteva, bestemmiava tra sé chi restava fermo, braccava i pochi semafori verdi. Dentro rimbombava una domanda: “Se succede qualcosa in macchina, di chi è la colpa? Mia? Del marito? Dell’app?” Al semaforo gli arrivò un messaggio della moglie: “Abbiamo preparato tutto. Quando arrivi?” Non rispose. Troppo da gestire: la strada, le doglie dietro, il marito ansante. — Respirate, come vi hanno insegnato, — suggerì, senza staccare gli occhi dalla strada. — Inspira… espira… — Anche lei ha partorito? — chiese la donna tra i denti. — Ho portato mia moglie in ospedale tre volte — rispose. — Ormai quasi sono ostetrico. Il marito rise nervoso. — E siete arrivati in tempo? — Due sì, una no — confessò. — Ma è andata bene. Gli tornò alla mente quella notte: la moglie sul sedile posteriore, la paura, le urla. Allora ancora lavorava in fabbrica, l’auto era aziendale, non fecero in tempo, il figlio nacque al pronto soccorso. Arrivarono all’ospedale dopo diciassette minuti. Si lanciò sotto la sbarra, il vigilante uscì infastidito, ma vedendo la donna li fece passare. — Siamo arrivati — disse. Il marito balzò fuori, aprì la porta. La donna si piegò su se stessa ma si alzò. — In bocca al lupo — augurò lui. — E buon anno. — Grazie — sospirò lei. — Auguri a lei. Il marito gli infilò dei soldi nella mano, sopra a quanto dovuto tramite app. Lui tentò di rifiutare, le dita invece si chiusero. — Per la multa — disse l’uomo. — E… grazie per non averci lasciati a piedi. Annunciò un cenno di assenso, seguendo i due fin verso l’ingresso. Un messaggio dall’app: “Ottima corsa! Il cliente ti ha lasciato una mancia”. Subito dopo: “Domanda altissima nella tua zona. Non spegnere l’app per non perdere guadagni”. Guardò l’orologio. Le nove e quaranta. Tre ore a mezzanotte. Scrisse alla moglie: “Continuo, massimo fino alle dieci. Primo ordine all’ospedale, non potevo rifiutare.” Mise lo smile, poi lo cancellò. Inviò senza. Risposta dopo un minuto: “Capisco. Ma ricordati di noi.” Sospirò, premendo “Libero”. Quasi subito arrivò un altro ordine. Adolescente, ritiro al centro commerciale vicino alla metro. Coefficiente 2,8, cinque minuti per arrivare. — Almeno non è una partoriente, — bofonchiò. Fuori dal centro la folla con buste, c’era chi stappava lo spumante direttamente. Sulla panchina davanti all’ingresso, un ragazzino esile con un giubbino leggero, senza cappello. In mano il cellulare, accanto uno zainetto sportivo. — Sei tu? — domandò abbassando il finestrino. — Sì — il ragazzo si avvicinò. — Può aspettare un minuto? Sto chiamando mamma, non risponde. Guardò il timer d’attesa, la folla, il ragazzo. — Sali — disse. — Mentre andiamo, magari risponde. Il ragazzino si sedette dietro, allacciò la cintura, il cellulare stretto. La destinazione era un condominio nel quartiere accanto, niente di particolare. Ma nei commenti all’ordine c’era scritto: “Minorenne viaggia solo. Chiamare la madre all’arrivo”. Fece una smorfia. Quegli ordini non gli piacevano. Fanno paura: se succede qualcosa, poi chi ne paga le conseguenze? — Quanti anni hai? — chiese uscendo dal parcheggio. — Quattordici, quasi quindici — rispose il ragazzino. — Perché sei solo? — Mamma è al lavoro. Doveva tornare, ma hanno prolungato il turno. Sono andato da solo, lei mi ha ordinato il taxi. Oggi… — esita. — Insomma, è una specie di festa. Il cellulare squillò. Guardò lo schermo. — È lei — disse, rispondendo. — Sì, sono salito in macchina. Sì, sto andando. Sì… ora il conducente parla con lei. Gli passò il telefono. — Pronto. — Buonasera — voce femminile, rapida, sottofondo di schiamazzi. — È lei il tassista? È salito? Tutto ok? — Sì, è salito, stiamo andando. Arriviamo tra venti minuti, se non ci sono ingorghi. — Per favore, lo accompagni fino al portone, niente scarico rapido. Ho lasciato le chiavi dalla vicina, sa tutto. Solo che… — la voce tremava. — Ho il turno, non faccio in tempo, gli avevo promesso… — Arriva sano e salvo, non si preoccupi — disse. — Anche io sono papà. Si sorprese a ripeterlo ogni volta, come se potesse bastare. — Grazie, davvero. E… auguri, — aggiunse lei. Restituì il telefono al ragazzo. — Tua mamma lavora dove? — Alla Conad — sospirò il ragazzo. — Hanno il turno fino alle dieci. Ha detto che poi viene se riesce a prendere l’autobus. — Che festa è oggi? — Ehm… — si agitò. — Quest’anno niente insufficienze. E… aveva promesso che festeggiavamo insieme, senza dover andare dalla zia. Ma la capa ha detto che, se non lavorava, la cancellava dai turni. Ecco. Annuì. La storia era familiare, solo che al posto della “capa” lui aveva “l’app” e “il coefficiente”. In auto, silenzio. Fuori scivolavano tra cortili con alberi, luci accese, poco traffico, qualche fuoco qua e là. Incrocio, altro messaggio dalla moglie: “Stiamo tagliando l’insalata. Sashka dice che se non arrivi ti banna pure dall’app.” Sorrise, rispose: “Digli che ho rating superiore al suo registro.” Poi cancellò “registro” e scrisse: “Sto facendo il possibile. Per ora tutto nei piani.” — Hai famiglia a casa? — chiese il ragazzo. — Moglie e figlio. Più o meno coetaneo tuo. — E lavori pure stanotte? — stupito. — Già. La gente si sposta, i clienti ci sono. — Mamma dice la stessa cosa — quasi sussurrò il ragazzo. — Ma poi dorme tutto il giorno e io sto solo col gatto. Non seppe che rispondere. Per un attimo ebbe la tentazione di cambiare destinazione e portare il ragazzino direttamente dalla madre, alla Conad. Ma sarebbe stato troppo. Arrivarono nel cortile senza storie. Palazzi anonimi, molti portoni. Il ragazzo indicò sicuro. — Qui — disse. — Può aspettare che arrivo alla porta? Non si sa mai… — Certo. Il ragazzo scese, zainetto in spalla. Il portone era chiuso col citofono, compose il numero dell’appartamento. Dopo un minuto uscì una donna in vestaglia, telefono in mano, forse la vicina. Qualche parola, lei fece un cenno al tassista. Lui rispose con un cenno, premendo “Fine corsa”. App: “Ottima corsa. Non spegnere per guadagnare di più”. Ore nove e cinquanta. Mancano poco più di due ore a mezzanotte. Il telefono vibrò. Chiamava la moglie. — Allora? — chiese appena rispose. — Tutto bene? — Tutto. Sto arrivando. Ancora un ordine breve e arrivo. Ormai sono in zona. — Ci credi davvero? — domandò lei. Taceva. — Non ti sto sgridando — proseguì lei. — Vorrei solo capire. Abbiamo preparato tutto, Sashka sta combattendo con le lucine. Fa finta di niente, ma lo vedo. — Ce la faccio, — ripeté. — Davvero. — Va bene. Ma se capisci che non fai in tempo, dimmelo. Non sparire. Annuì, pur sapendo che non poteva vederlo. Dentro, l’ansia aumentava. Sapeva come andava: “ancora una corsa breve”, “ancora un attimo”, e poi ti ritrovi alle undici e quarantacinque fermo sul raccordo con una comitiva di ubriachi che canta “Dimmi quando tu verrai”. Aprì la app. “Senza diritto di rifiuto” lampeggiava in rosso. Ordini prioritari: ospedali, bambini, servizi sociali. Non sempre meglio pagati, ma se attivi quella funzione, devi prenderli per forza. L’aveva attivata l’anno prima, quando si era illuso di poter fare qualcosa di utile. Finiva sempre che per una settimana si sentiva svuotato. Nuovo ordine: “Senza diritto di rifiuto”. Arrivo in sette minuti. Indirizzo: farmacia presso l’ospedale. Nota: “Signore anziano. Da prelevare in farmacia e accompagnare a casa. Urgente”. — E andiamo, — sospirò lui. Sapeva che se ora chiudeva la corsa, l’ordine sarebbe toccato a un altro. Altro magari più lontano. O che nemmeno lo prendeva. E lì fuori, intanto, un nonno col medicinale, freddo, Capodanno, farmacie chiuse. Ricordò suo padre, quella notte in cui anche lui aveva la febbre e aspettava il figlio di ritorno dal lavoro con le medicine. Anche allora era arrivato tardi. Suo padre scherzava: “Mi sono salvato per ripicca”. — D’accordo — disse a voce alta. — Un nonno non è un ingorgo in tangenziale. Accettò la corsa. La farmacia era vicino all’ospedale dove da bambino passava le ore in fila. All’ingresso, un anziano basso, cappotto logoro, borsa a tracolla. In mano il sacchetto della farmacia, guardava l’orologio. — È lei? — chiese accostando. — Sì — annuì l’uomo, sistemò piano la gamba davanti. — Posso stare davanti? Ho male alla gamba. — Certo. Si allacci. Navigatore: casa poco distante, venticinque minuti. Orologio: dieci e venti. — Ci riusciamo, — borbottò. — Scusi? — chiese l’anziano. — Dicevo che il traffico è regolare. Arriviamo presto. — Non ho fretta — sospirò lui. — Basta arrivare a casa. Accennò un mezzo sorriso. — Ci arriviamo, sicuro. Partirono. L’anziano taceva, poi improvvisamente parlò: — Pensavo che almeno oggi filasse tutto liscio. E invece pressione alta, cuore impazzito. Mia figlia si agitava, voleva chiamare l’ambulanza. Le ho detto: ma quale ambulanza? Stanotte hanno altro da fare. Vado in farmacia da solo. Ci sono andato, ma il ritorno non ce la facevo più. Allora ha chiamato lei questo servizio. — Sua figlia vive con lei? — chiese lui, più che altro per parlare. — Sì. Il marito è morto, i figli sono via. Siamo noi due. Ora è a casa, in ansia. Soffre di… come si chiama… ansietà. Teme sempre che mi succeda qualcosa. Annuì, comprensione. Anche la sua di moglie aveva sempre paura: incidente, cliente ubriaco, altro. — Lei perché lavora stanotte? — domandò l’anziano all’improvviso. — La famiglia non si arrabbia? — Eccome — ammise lui. — Ma il mutuo non si paga da solo. — Tutti col mutuo — sospirò il nonno. — Pensavo che in pensione sarei stato nell’orto a scavare patate. Invece… Si interruppe, alzò la mano. Il telefono vibrò di nuovo. Il figlio, stavolta. — Papà — disse subito il ragazzo — dove sei? — Sto accompagnando un nonno con le medicine, — spiegò. — Poi subito a casa. — Quanto subito? — voce calma ma tesa. — Mezz’ora per lui, mezz’ora per tornare. Promesso che ce la faccio. — Ne sei proprio sicuro? Guardò il navigatore. Una coda era segnalata dritto davanti a loro, rossa come una pallina di Natale. — Eh… — esitò. — Mi impegno. — Dicci la verità — disse il figlio. — Sarai di nuovo in macchina quando scocca mezzanotte? — Non vorrei… — sospirò. — Ho capito — tagliò corto il figlio. — Dico alla mamma che sei occupato. Noi intanto apriamo lo spumante analcolico. Verso anche per te. — Sash… Solo segnale di linea. Sentì il dolore dentro diventare fisico. Avrebbe voluto girare la macchina, lasciare il nonno alla metro e correre a casa. Ma guardò l’anziano a fianco, che teneva il sacchetto da farmacia come fosse un salvagente. — Va tutto bene? — gli chiese il nonno, notandolo teso. — Sì, — mentì. — Mi aspettano a casa. — Essere aspettati è bello — fece il nonno. — A me la moglie è mancata la notte di Capodanno. Avevamo tutto pronto, insalata, spumante. È andata in cucina e… Si interruppe. — Scusi, non voglio rattristare. Ma… se qualcuno vi aspetta a casa, è già tanto. Anche se arrivate tardi. Non seppe cosa aggiungere. Andavano piano, la fila quasi ferma. Lontano qualcuno sparava fuochi artificiali in mezzo alla strada, bloccando tutto. Guardò le persone intente a filmare, sentiva il tempo scorrere. Aprì il secondo navigatore, cercò un percorso tra i cortili. Forse si riusciva a tagliare, ma era tutto ingombro da neve e auto in doppia fila, rischio di insabbiarsi. — Proviamo dai cortili — consigliò all’improvviso il nonno. — A sinistra, da qui conosco io. — Ma non ci sarà neve? — dubitò. — Vedrà, ci riusciamo. Da giovane guidavo l’autobus, conosco ogni scorciatoia. Sospirò, sterzò a sinistra. Il nonno aveva ragione: cortili intasati, ma passaggi si trovavano. Zigzag tra le auto, slittarono sul ghiaccio, ma ne uscirono. Navigatore felice: dieci minuti risparmiati. — Vede? — gioì il nonno. — I vecchi percorsi servono ancora. — Grazie — disse sincero. Arrivarono sotto casa alle undici meno cinque. Il nonno frugò a lungo, cercando i soldi. — Lasci stare… servono le medicine. — Non la pago per le medicine, — rispose determinato il nonno. — Ma perché non mi ha lasciato qui sotto. Prenda. Prese. Scese ad accompagnarlo su per i gradini. Una donna di quarantacinque anni aprì la porta al piano terra, in t-shirt casalinga. — Papà! — esclamò. — Credevo ti fossi sentito male. — Tutto a posto — borbottò il vecchio. — Era un bravo autista. La donna gli rivolse uno sguardo. — Grazie davvero. E… tanti auguri. Lui annuì e tornò in fretta in auto. Erano le undici e tre. Casa in linea retta, venti minuti. Se trovava solo semafori verdi sarebbe arrivato. Se no… Salì, motore acceso. L’app felice: “Sei in zona di domanda altissima. Non uscire dalla corsa!” Tasto “Termina turno” grigio. “Libero” verde. “Senza diritto di rifiuto” ancora lampeggiante in rosso. Si avvicinò al pulsante per uscire. In quel momento, nuovo ordine. Di nuovo “senza diritto di rifiuto”. Arrivo tre minuti, indirizzo a due isolati. Nota: “Bambina smarrita. Da portare alla stazione di polizia”. Restò congelato. In testa, la voce del figlio: “Dicci la verità”. Quella della moglie: “Abbiamo preparato tutto”. Quella del nonno: “Se qualcuno vi aspetta, è già molto, anche se arrivate tardi”. Sapeva che se adesso accettava, mezzanotte sarebbe rimasta un miraggio. Anche solo portare la bambina alla stazione erano almeno quaranta minuti con trafila annessa. Se rifiutava, la corsa andava ad altri. Magari sarebbero arrivati dopo. Magari la bambina avrebbe aspettato ancora. Forse tutto a posto. Forse no. Sentiva le mani sudate. A quarantacinque anni, pensava di saper decidere. Eppure era lì, fermo tra due tasti. Tre secondi. Due. Uno. L’app accettò per lui: modalità automatica “senza diritto di rifiuto”. — Ma vaff… — sibilò. Poteva annullare ancora: avrebbe perso rating, priorità. E, soprattutto, qualcosa dentro non lo permetteva. Ormai aveva visto una partoriente, un ragazzo solo e un vecchio con la medicina. — Andiamo, — disse. — C’è ancora qualcuno da salvare. La bambina aveva otto anni, stava seduta su una panchina col peluche abbracciato. Accanto, una donna col cappello col pon pon, al telefono. — È venuto per lei? — chiese vedendolo arrivare. — Sì. Cosa è successo? — Aspettavamo ospiti, lei è uscita col cane. Si è persa. L’hanno trovata, mi hanno chiamato. I genitori sono già in stazione con un amico. Posso venire anch’io? Gliel’hanno chiesto, così non aspettiamo la volante. Le va bene? Avrebbe voluto dire di no. Dire che aveva una famiglia, che le ore correvano e che aveva già fatto il suo. Ma la bambina lo guardava con occhi spauriti, rossi di pianto. — Vieni? — le chiese. Lei annuì, stringendo il peluche. — Salgo anch’io, — disse la donna. — Io l’ho trovata. I genitori stanno aspettando in questura. Annuì. Meglio così. Partirono, la bimba dietro, la donna accanto. Erano le undici e dieci. La stazione era a dieci minuti, senza imprevisti. Ma la città intanto era diventata una festa caotica, saluti, fuochi e auto dappertutto. — Come ti chiami? — chiese lui guidando. — Vika — sussurrò la bambina. — Tranquilla, ora andiamo dalla mamma e dal papà. Ti stanno aspettando. — Non avevo paura — disse lei, cocciuta. — Solo non sapevo dove andare. La donna dietro sospirò. — Nel nostro cortile stanno facendo lavori, tutto sbarrato. Si è persa in mezzo alle recinzioni. L’ho vista che girava, le ho chiesto, per fortuna aveva l’indirizzo scritto in tasca. Lui annuì. Sua madre gli scriveva l’indirizzo in tasca da piccolo quando usciva da solo. All’epoca sembrava ridicolo. Ora no. Telefonò la moglie. Rispose guidando, occhi sempre sulla strada. — Stai tornando? — chiese lei, saltando i convenevoli. — Sto portando una bambina in questura. Si era persa. Nel silenzio del telefono. — Certo — disse infine. — Chi altri, se non tu. — Non posso lasciarla sola, — rispose con voce rotta. — Ci sono i genitori… — Capisco — lo interruppe lei. — Davvero lo capisco. Solo che… Sentì rumore di fuochi, il figlio che rideva. — Stanno già sparando salve — disse lei. — Noi… cominciamo senza di te. Vai a salvare il mondo. — Proverò ad arrivare per mezzanotte — disse, senza crederci. — Non prometterlo, — rispose piano. — Non promettere ciò che non puoi. Avrebbe voluto ribattere, ma la linea cadde. Sentì dentro una molla rompersi. Non con rumore, ma come se qualcosa cedesse per sempre. — Le dispiace se la trattengo? — chiese la donna dietro. — Già, — confessò. — Ma non per lei. Lei non disse altro. Arrivarono in quindici minuti. Vika, silenziosa, di tanto in tanto soffiava il naso. Davanti alla stazione c’erano già i genitori, la madre si gettò fuori chiamando: “Vikusia!”. La piccola corse abbracciandola. Il padre venne dietro, spaesato. — Grazie di cuore — disse alla donna che l’aveva trovata e poi al tassista. — Se non foste stati voi… — È tutto merito suo — intervenne lei, indicando il conducente. La mamma lo guardò: occhi pieni di lacrime. — Grazie. Buon anno. — Anche a voi — rispose lui. Guardò l’orologio. Le undici e ventotto. Casa a un quarto d’ora, solo se fosse stato tutto verde e senza coda. Accese il navigatore. Ventidue minuti. — Ma certo, — borbottò. L’app bip: “Sei nella zona di domanda estrema. Rimani online per guadagnare tre volte di più!” Premette “Termina turno”. Avviso: “Sicuro di voler uscire? Sei in zona domanda alta”. Confermò. — Troppo tardi — disse a voce alta. — Però almeno basta. La strada di casa fu come un sogno. Auto che strombazzavano, gente ovunque, fuochi uscivano da ogni dove. Ad ogni incrocio compagnie festanti, bottiglie, qualcuno che provava a fermarlo, altri che urlavano. Guardava l’orologio. Undici e trentacinque. Quaranta. Quarantacinque. Bloccato dietro un autobus che lasciava passare pedoni, nuovo semaforo, nuova coda. Alla radio le voci sempre più solenni, auguri dappertutto. — Certo — borbottò. — Ditelo a me. Alle undici e cinquanta finalmente imboccò la sua via. Nel cortile già dardi e botti, bambini che gridavano. Accostò di fretta, lasciando la macchina a caso. Corse su per le scale, il fiato corto anche se era solo il terzo piano. La porta era socchiusa. Dentro, la voce del presidente aveva già iniziato il discorso. Entrò. In soggiorno le luci dell’albero, sulla tavola insalate, insalata russa, arance. La moglie sedeva stanca, gomiti appoggiati, il figlio alla finestra col bicchiere di limonata. Si girarono entrambi. — Allora — provò a sorridere. — Ve l’avevo detto che ce la facevo. Il figlio guardò l’orologio: meno tre a mezzanotte. — Quasi — commentò. La moglie si alzò, prese un bicchiere vuoto, versò lo spumante. — Su — disse. — Ci restano due minuti per fingere di essere una famiglia normale. Si avvicinò, prese il bicchiere. Le mani ancora tremavano. Alla TV il presidente dichiarava che le prove ci hanno reso più forti, che la famiglia e l’aiuto sono ciò che conta. — Simbolico — sussurrò la moglie. — Sei arrabbiata? — chiese lui. — Sono stanca — rispose lei. — Non è proprio la stessa cosa. Il figlio si avvicinò, fece tintinnare il bicchiere. — Dai papà — disse. — Almeno stavolta non eri in macchina. Sorrise. — Progresso. Brindarono. Lo spumante era caldo, ma ormai non contava. Dopo il primo giro, la TV divenne solo sottofondo. Restarono seduti nella stanza, mangiavano più in silenzio che altro. Lei di tanto in tanto chiedeva dei piani per le vacanze, risposte monosillabiche. Nell’aria aleggiava il non detto. Ad un punto il figlio si alzò. — Vieni — disse al padre. — Dove? — In camera. Fammi vedere le tue “avventure” di oggi. Rimase perplesso. — Che avventure? — Hai pure la dash cam, no? Voglio vedere come hai salvato il mondo. La moglie sorrise ironica ma non disse nulla. Andarono nel piccolo studio, una stanzetta con pc. Inserì la chiavetta delle registrazioni. Il figlio si sedette vicino. — Non c’è niente di che — avvisò. — Solo lavoro. — Certo — replicò il figlio. — Una partoriente, un nonno, una bimba persa. Giornata classica da tassista. Lui si sentì un po’ in colpa. Scorsero i video. Sullo schermo la donna col pancione, il marito ansioso. Il figlio sorrise. — Hai bestemmiato in camera. — Non era per loro, giuro. Era per il traffico. — Al traffico non importa. Poi il ragazzino con lo zaino. Il figlio rimase a lungo in silenzio. — Era lui? — chiese. — Chi? — Quello solo che andava a casa. — Sì. — Sembra me alle medie, — commentò il figlio. — Solo che io avevo lo zaino dei supereroi. Sorrise. — Anche tu tornavi da solo, — ricordò. — Quella volta che non sono riuscito a venirti a prendere al dopo scuola. Il figlio fece una smorfia. — Me lo ricordo: mamma chiamava ogni minuto. Pensavo esplodesse il telefono. — Me lo ricordo anch’io. Ancora oggi. Passarono al video col nonno e la farmacia. Il figlio guardava attento. — Assomiglia proprio al nonno — disse a bassa voce. — Ho pensato lo stesso. — Quando lo hai aiutato col portone, avevi una faccia… — Come se fossi vecchio anch’io, — tentò di scherzare il padre. — No, — serio il figlio. — Come se avessi paura che gli succedesse qualcosa. Lui non rispose. Davvero sembrava teso. — E allora? — chiese il figlio. — Ti è dispiaciuto averli aiutati? Ci pensò. La domanda era più difficile di quanto sembrasse. — Mi è dispiaciuto non poter essere in due posti insieme — rispose. — Non trovare un modo per non lasciarvi soli qui. Ma se avessi premuto “rifiuta”… Non me lo sarei perdonato. — E se fosse successo qualcosa a me mentre li portavi? — chiese il figlio. Un brivido. — Non è successo. — Ma poteva. Tacevano entrambi. — Non ci so fare — ammise. — Non so scegliere senza dispiacere qualcuno. Ho sempre paura che se rifiuto uno sconosciuto divento cattivo. Se rifiuto voi, idem. — Cattivo? — ripeté il figlio. — Più o meno. Il figlio sospirò. — Papà, non sei un supereroe. Rilassati. La frase lo sorprese. — Un complimento o una critica? — Un dato di fatto — rispose il figlio. — Sei normale, non puoi salvare tutti. Però… — esitò. — Però sono contento che non hai lasciato sola quella bimba. Né il ragazzo, né il nonno. Solo che… avresti potuto almeno dirci che non arrivavi. Così non stavamo ad aspettare come scemi. Annunciò. Faceva male ma era sincero. — Ho paura di dirvi che non ce la faccio — confessò. — Come se ammetterlo mi rendesse un padre peggiore. Più facile crederci e provare a convincervi. — E poi non farcela — aggiunse il figlio. — E poi non farcela — ripeté lui. Il figlio si mosse sulla sedia. — Facciamo così, — propose. — La prossima volta, se vedi che non arrivi, mandaci un messaggio, chiama, dì: “Non torno per mezzanotte”. Io mi arrabbio, mamma pure, ma almeno è chiaro. Ok? Lo guardò. Il ragazzo era tranquillo, senza enfasi, quasi banale. — D’accordo — disse. — Ci provo. — È già qualcosa — fece il figlio. Dal salotto la moglie: “Che fate, vedete un film? Venite che il dolce si raffredda.” Il figlio si alzò. — Dai, supereroe — disse. — C’è ancora lo spettacolo dei fuochi. Spense il PC, rimase un attimo a fissare lo schermo nero. Nella testa tutte le facce di oggi: la donna col pancione, il ragazzo con lo zaino, il vecchio, Vika col peluche. E poi altre due: la moglie e il figlio, sotto le campane. Capì che l’equilibrio perfetto non c’è. Qualcuno aspetterà sempre. Qualcuno sarà sempre deluso. Si porterà sempre dentro il non essere stato all’altezza. Ma, forse, smetterà almeno di mentire a sé stesso di poter arrivare ovunque. Rientrò in soggiorno. La moglie già versava il tè, la torta era pronta. Lo guardò stanca, senza più amarezza. — Allora, tassista — disse. — Quest’anno il minimo l’hai fatto. Almeno sei arrivato quando suonavano le campane. — L’anno prossimo ci provo prima — rispose lui. — Non promettere — lo ammonì lei. — Ci provo — si corresse. Il figlio rise. — Progresso — disse. Fuori esplose un botto potente. I vetri tremarono. Si avvicinarono tutti e tre alla finestra, a guardare i fuochi colorare i tetti. Lui li sentiva vicini, ascoltava i respiri. Il telefono, in cucina, lampeggiò con una nuova notifica dell’app, ma non si mosse a guardare. Almeno per una notte, il turno era finito.