Allontanarsi dal proprio figlio: una scelta difficile per una madre italiana

Lantico lavamano in ghisa, col beccuccio di rame, pendeva ancora accanto alluscio. Evelina Bianchi si lavava le mani con cura, cercando di togliere la terra da sotto le unghie.

Aveva sempre amato le sue mani, mani di signora di città, curate e musicali.

Ora invece ora le mani erano cambiate.

E anche la schiena le faceva male. Ma pazienza. Limportante era che le patate fossero rincalzate, il lavoro compiuto. Piano piano, una fila al giorno, Evelina aveva finito anche questa fatica.

Stanca, nemmeno si accorse subito di avere ospiti. Suo figlio e la nuora stavano portando borse di spesa nel cortile.

Oh Luca! E tu, Bianca! si fermò sorpresa, il volto illuminato di gioia. Raramente la venivano a trovare.

Luca la abbracciò calorosamente. Evelina, piccolina e sottile ma ancora forte sulle gambe, gli arrivava al petto.

Ormai era diventata quasi una donnina di paese, con il fazzoletto in testa.

Eppure, era cresciuta in città; era una donna cittadina in fondo.

Linfanzia le era scivolata via in una grande famiglia, dove tutto si intrecciava. La vita era annodata, solida come solo le vere famiglie italiane sanno essere.

Vivevano in un appartamento che oggi si chiamerebbe casa di ringhiera, ma allora

In quella casa vivevano anche i nonni, la zia materna coi suoi figli, e perfino gente completamente estranea. Ma erano una famiglia unica.

La nonna e i fratelli grandi la portavano piccola alla scuola di musica dallaltra parte della città, finché non imparò ad andarci da sola. Poi si iscrisse al conservatorio.

E destate destate si trasferivano tutti insieme nella vecchia casa di campagna di famiglia, costruita sulla riva del fiume Lambro. Proprio questa casa.

Evelina adorava quelle estati. Ricordava con dolcezza il silenzio del bosco, le nuotate, i risvegli allalba, la colazione col pane bianco e morbido inzuppato nella marmellata della nonna.

Si rivedeva nei giochi di bimbi e nelle chiacchiere serali degli adulti, che scorrevano tranquille tra i grilli, dopo cena, quando non era ancora ora di dormire e la televisione non cera ma la famiglia sì.

Si diceva fosse stata una parte della vecchia villa padronale: una piccola casa a due ingressi, con due stanze. La villa, però, era bruciata molto tempo fa e questa casetta era rimasta.

Cerano stati anni in cui era quasi abbandonata. La gente se nera andata, e solo il vento, spalancando le porte arrugginite, danzava dentro tra le assi, trasportando la neve.

Al nonno avevano suggerito quel posto ottimo per pescare. Gli era piaciuto e ci portò pure la nonna.

Poco alla volta, la casa era tornata viva: divenne orto, rifugio estivo, punto dincontro per tutti. Fecero anche i documenti. Il tetto si coprì di tegole nuove, le finestre di vero vetro, i pavimenti e il portico di assi fresche.

Ma ogni inverno sembrava rabbuiare. Si lamentava, chiedeva altra cura, e qualcuno diceva che fosse soltanto un peso ormai per i giovani, inutile.

E così fu. Quando i nonni morirono, la casa cadde quasi in rovina. I giovani non la volevano: tutti avevano un appartamento in città, tutti erano partiti per cercare fortuna.

Neppure a Evelina interessava più.

Lavorava come musicista. Era divorziata da poco il marito aveva trovato unaltra, e lei si era concentrata su Luca, il figlio, desiderando solo il meglio per lui.

Fece studiare il figlio, gli trovò una brava ragazza. Ma il figlio portò Bianca, anche lei musicista, a vivere da loro. Allinizio, tutto filava alla perfezione. Evelina lasciò il lavoro per aiutare a crescere i nipotini. Bianca e Luca lavoravano.

Mamma, senza di te non ce la faremmo mai! diceva Bianca, e questo le scaldava il cuore.

Era linizio degli anni Novanta, tempi difficili: stipendi bassi, soldi pochi. Si arrangiavano commerciavano merci andando persino in Svizzera.

Andava tutto abbastanza bene, per quei tempi duri.

Poi scoprì che il figlio e Bianca avevano intestato la casa su tutti tranne che su di lei.

Evelina non si accorse neppure, e quando lo seppe, disse solo: Giusto così! A che mi serve, limportante è sistemare le cose per voi.

Di questo si pentì più tardi. Quando i nipoti crebbero, quando due stanze diventarono strette e, dopo un piccolo litigio con Bianca per una marachella dei bambini, la nuora le disse di andare a trovare sua sorella.

Il figlio? Luca aveva sempre lasciato il comando a Bianca.

Fu allora che Evelina si rese conto di non avere più alcuna protezione, di essere in età avanzata senza più una casa né risparmi.

Sempre più spesso le tornava in mente la sua infanzia: la grande famiglia, i piccoli disagi che allora sembravano niente, il calore della casa che vinceva ogni mancanza.

Sua sorella, la sola rimasta, viveva pure lei sola coi figli, ed era quasi cieca, bisognosa di assistenza.

Evelina andò a trovarla a Pavia, rimase lì per un po, e al ritorno capì che ormai la sua presenza in casa era solo un impiccio: le sue cose stipate in due mensole, il letto spostato vicino alla finestra per far posto alla nuova scrivania dei nipoti.

Il letto sembrava gridare che la sua assenza sarebbe stata comoda a tutti.

Bianca la salutava a malapena.

Era chiaro: speravano non tornasse più. Il figlio se ne lavava le mani, i nipoti ancora piccoli, e lei incapace di farsi rispettare.

Fu allora che Evelina andò a cercare i vecchi documenti e le chiavi della casa in campagna. Solo una casetta abbandonata ma qualcosa la spingeva.

Erano passati tanti anni, probabilmente non restava che qualche muro.

Era già autunno, quasi ottobre. Evelina raccolse le sue poche cose e annunciò che il giorno dopo sarebbe andata in campagna, a quella casa dimenticata.

Il figlio rimase stupito:

Ma non ci sarà più nulla, ormai.

Allora tornerò.

Non posso accompagnarti, devo lavorare.

Ce la farò da sola.

Va bene, e a Evelina parve quasi che fosse sollevato di non dover più fare da mediatore tra moglie e madre.

Nonna, ci lasci? scherzò il nipote.

Rischiando di dormire in strada, quella mattina prese il treno regionale.

Piccola, vestita troppo pesante per la giornata ancora tiepida, per portare meno borse con sé, si asciugò di nascosto una lacrima.

Dove stava andando, davvero?

Il borgo era ancora lì, oltre il torrente, ma senza conoscenti. E suonare a porte sconosciute, per chiedere ospitalità, le sembrava troppo.

La casa apparve allimprovviso, quasi un fungo tra la vegetazione incolta. Recintata da un vecchio palo ormai sepolto tra le sterpaglie, e quasi sommersa dai pruni e dallortica, solo il tetto spuntava.

Ma almeno il tetto era intatto.

Evelina ci arrivò stremata dal viaggio, con la valigia pesante.

Si accasciò sugli scalini rotti e pianse. Sembrava che la casa le rispondesse, con i suoi scricchiolii e lamenti del ferro vecchio.

Però

Si alzò, tirò un sospiro, raggiunse il vecchio lavamano nascosto tra le ortiche, premette la leva e lacqua fredda prese a sgorgare. Come se la casa laspettasse da tempo.

Evelina si soffiò il naso, trovò nel capanno una vecchia accetta e andò a fare legna.

Il fuoco cominciò a crepitare nella stufa, la scopa rovinata riprese a spazzare le assi. E la casa, quasi incredula della sua fortuna, ricominciò pian piano a rivivere.

Le dava una mano: le offriva un vecchio giaccone del nonno per scaldarsi, stivaletti di gomma giganti per andare al fiume, una scorta di kerosene, e persino vecchi giochi dinfanzia trovati chissà come in soffitta.

Il tempo sembrava prendesse pietà anche lui. Arrivò una lunga estate settembrina, le foglie gialle brillavano di sole, e le sere portavano nuova serenità.

Anche se il materasso del letto alto con i pomoli di ferro e il vecchio divano erano completamente umidi, Evelina riusciva a dormire beata vicino alla stufa, su un mucchio di sedie coperte da vecchi teli.

I cuscini si asciugarono subito, ma il materasso dovette passare più notti fuori, al sole.

La sera, sulla tela cerata, una lampada a petrolio proiettava ombre gigantesche sulle pareti. Negli angoli era buio, ma non aveva paura: dalle foto sulle pareti i suoi cari la guardavano ancora.

Ricordava quando avevano acceso un fuoco in giardino, Aveva la stessa vecchia giacca, lo stesso sorriso, la stessa felicità.

Il primo inverno fu duro. Le fessure che Evelina aveva tappato col mastice non bastavano a trattenere il calore. Lelettricità, allestita in fretta, saltava alla prima nevicata.

Rimase spesso senza luce, finché Sergio, lelettricista del paese, non trovava tempo per riparare.

Sai Evelina, servirebbero pali nuovi. I fili sugli alberi non reggono.

Li faremo, quando potrò mettere da parte qualche soldo, in primavera.

Evelina tornò un paio di volte a Milano, la sua città, per prendere ancora qualcosina.

Ma una volta, prendendo la vecchia padella di ghisa che aveva scelto apposta per il camino sentì Bianca dire:

Porti via quella? Pazienza, toccherà comprarne unaltra. Con quella ci faccio le frittelle ai ragazzi Prendi pure quello che vuoi. Tanto, a noi nulla serve!

Evelina non ci tornò più.

Il figlio promise che sarebbe passato, ma arrivò solo in primavera.

Evelina risparmiava. Trasferì la pensione allufficio postale di paese, si agitava su piccole pratiche, metteva via quello che poteva. Ma dovette comprare la legna, chiamare lo spazzacamino e spesso riparare il tetto: lacqua si infiltrava col disgelo.

Si sentiva felice, come da bambina, quando comprava un nuovo bidone per lacqua, un catino, secchi comodi, o una pala.

Andò una volta al bagno della frazione vicina, ma decise che poteva arrangiarsi a casa: scaldava lacqua, facendo attenzione a non raffreddarsi. Non era abituata in quellantica casa il calore andava risparmiato.

Le mancavano le comodità della città, la vita frenetica, lappartamento familiare e i nipoti. A volte, piangeva la sera, guardando la neve che cadeva. Ricordava i vecchi Capodanni di famiglia.

Qualche volta il dolore era tale da pensare di lasciarsi andare. Tanta fatica, per cosa? Forse era ora di dir basta?

Nelle giornate più nere, Evelina si sdraiava sul letto, lasciando fredda la stufa.

Allora la casa pareva protestare, cigolando e sibilando.

Che vuoi, vecchia amica? Va bene, accendo il fuoco

Intirizzita, si stringeva vicino alla stufa, riscaldando le sue mani belle mani di pianista.

Pensava di tornare a casa per le feste, ma rendeva conto che affrontare la strada innevata, scivolosa, era troppo pericoloso. Così, si limitava a fare la spesa in paese, il meno possibile.

Si ammalò una volta, dinverno. Una nuova conoscente la aiutò mandava il nipote con medicine e provviste. Lui portava anche acqua dal fiume.

Passavano i giorni. Evelina si adattava, aspettando la primavera. Sarebbe stato ora di sistemare finalmente la casa. Si fece amici i nuovi vicini e raccolse piantine per lorto.

Sempre cera da mettere a posto i documenti per lufficialità della proprietà. Una seccatura, ma doverosa.

La neve non si era ancora sciolta, e già era fuori, colpendo con laccetta i rami secchi, torturando le dita affusolate e abituate al pianoforte fino alle vesciche.

E la casa si apriva, le sorrideva un po malinconica, come fanno le nonne ai nipotini che giocano.

Una mattina di primavera, arrivò improvvisamente il figlio. Il campo era ormai tutto coltivato. In cortile becchettavano le galline, una gatta sonnecchiava al sole.

Luca guardò attorno.

Il vecchio lavamano brillava come nuovo. Ma per il resto tutto era così umile: il casolare che cedeva da un lato, lo steccato cadente, il cortile pieno di buche

Ma la mamma pareva ringiovanita. O era il sole? O forse laria buona e il lavoro che le facevano bene.

Rimase soddisfatto. Mangiare di nuovo in famiglia, aiutare madre, darsi da fare. Lo gratificava sentirsi ancora figlio premuroso.

Non era poi così male qui. Non ricordava da quanto non si sedeva sotto il portico, a godersi la pace e ascoltare gli uccelli solitari della sera.

Pensava che doveva portare anche sua moglie, come desiderava la madre.

Così destate portarono Bianca. Ma rimasero poco; per Bianca era troppo difficile stare senza comodità, anche se ora era più gentile con la suocera.

Evelina si era ormai ambientata: non desiderava più la vita di città, aveva trovato amiche tra le donne del paese, curava casa e orto, raccoglieva funghi e frutti di bosco, preparava conserve per la famiglia del figlio.

La vita scorreva, anche se Evelina invecchiava.

Il primo inverno era stato il più duro, lo ricordava spesso con malinconia.

Otto anni dopo, arrivò in quei luoghi una nuova ondata di villeggianti amanti della quiete: le case in campagna spuntavano ovunque.

Il borgo stava cambiando. Sotto il fiume avevano costruito una casa vacanze, più vicino ancora una darsena. Anche da Evelina cominciarono ad arrivare compratori di ruderi, offrendo perfino un appartamento in città in cambio.

Ma Evelina rifiutava. No.

Questa era la sua casa. La casa che le aveva salvato la vita, che la guardava ancora dai muri pieni di vecchie fotografie. Si poteva forse vendere tutto questo?

Mai.

Aveva anche il cellulare i nipoti le avevano insegnato ad usarlo.

Oggi, ancora una volta, i figli arrivarono a sorpresa, senza avvisare; Evelina aveva appena finito di rincalzare le patate.

Stanca, allinizio nemmeno si rese conto della visita. Luca e Bianca scaricavano provviste.

Oh Luca, Bianca! di nuovo un sorriso raro e luminoso. Che bellissima sorpresa.

Abbiamo pensato di venire prima questanno, mamma spiegò Bianca . E quanto ci piace qui! Il bosco, laria pulita, lacqua limpida del fiume!

E i ragazzi?

A loro ormai non interessa più. Vanno al mare con gli amici.

Rimasero qualche giorno. Bianca, insolitamente gentile, aiutava in tutto, lasciando che la suocera riposasse.

Evelina era contenta.

Ma come fai senza acqua? Dai, facciamo scavare il pozzo! propose Bianca.

È troppo costoso per me, rispose Evelina, che ci aveva pensato ma sapeva di non poterselo permettere.

Ma ci pensiamo noi! rispose Bianca Dai, lasciaci fare.

I lavori iniziarono: scavarono il pozzo, installarono la pompa. Evelina era grata.

Ma questi cambi di atteggiamento

La troppa gentilezza, la curiosità di Bianca per i nuovi villeggianti, la voglia improvvisa di sistemare tutto, insospettirono Evelina.

Infine, il figlio parlò:

Senti, mamma, ne abbiamo parlato. I ragazzi crescono, sono studenti ormai, Vittorio parla di sposarsi, e noi noi stiamo invecchiando. Anche io sono in pensione ormai. Se noi ci trasferissimo piano piano anche qui, che ne pensi? Non da te, eh: costruiremmo una casa nuova, attorno alla tua. Poi, un giorno, butteremmo giù questa, fece un gesto vago verso la casa. Una grande casa moderna, con tutti i comfort: gas, riscaldamento Abbiamo già il progetto in mente, deve solo avere il tuo ok, i documenti tuoi.

Bianca girava felice nella cucina, versava il tè, offriva dolci.

E a te lasceremo un ingresso tutto tuo, non manca niente. E poi, sai un po’ di compagnia serve anche a te.

Tutto chiaro ormai.

Una volta anche in città, erano partiti con le migliori intenzioni, e come era finita?

I figli aspettavano risposta. Evelina sospirò. E le sembrò che anche le mura della sua casa respirassero con lei.

Ci penserò…

Ancora promesse, progetti, idee. Bianca parlava senza sosta di lavori, progetti, nuovi mobili, illuminazione, prezzi

La sera, Evelina andò al fiume, la sua amica che gorgogliava sempre allegra. Guardò la casa e le parve che la osservasse con gli occhi rossi delle finestre, come la nonna: pieni di affetto e saggezza.

Ne avevano viste tante insieme, avversità e felicità Ed era grazie a quel silenzioso confronto che era ancora viva.

Pensava a quanto è breve la vita umana, se una sola casa può aver visto tante generazioni.

La casa e lei si volevano bene un amore fatto di piccole cure, di dolci attenzioni, di pazienza. Bastava questo per tenere acceso il fioco lume della vita. Ma bastava ancora Bastava per piantare le patate, per custodire i ricordi Ancora potevano farcela.

Tornò dal fiume:

Sai, Luca, no per ora. Ancora posso badare a me stessa. Vi ringrazio di cuore, figli miei. Ma la mia casa non la lascio abbattere. Non arrabbiatevi con la vecchia mamma

Sentì i figli bisbigliare nel cortile, con tono un po seccato.

Evelina si addormentò abbracciando il suo vecchio cuscino.

Dormi anche tu, casa mia. Vivremo ancora un po insieme.

Si svegliò allalba col rumore della partenza dei figli. Non la svegliarono, non la salutarono. Lei rimase a letto, finché lauto non si allontanò.

Ecco allora è così. Bisogna alzarsi, è già ora di annaffiare. Ma grazie almeno per il pozzo.

Nella vita, ogni stagione ha il suo frutto, e a volte ci vuole coraggio per restare fedeli a ciò che ci ha dato radici. Meglio la pace di una piccola casa che grande ricambio ma poca anima. Nulla può sostituire il calore di ciò che si costruisce con amore: chi ha realmente una casa, non ha mai paura di restare solo.

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