Ho lasciato mio marito per ritrovare la pace

Andata via dal marito verso il silenzio

Martina stava accanto ai fornelli, mescolando la minestra che sobbolliva piano, quando alle sue spalle si fece sentire una voce familiare.

Hai già messo troppo sale. Lo sento già dal profumo. Perché metti sempre tutto questo sale, spiegami.

Non lho ancora salata, Signora Valentina.

Allora la salerai troppo. Tu sali sempre troppo. Andrea, poverino, è dimagrito negli ultimi anni e ancora ti stupisci.

Martina non si voltò. Fissava nel tegame, osservando silenziosa i cerchi di cipolla che giravano lenti. Uno. Due. Tre. Da tempo ormai aveva inventato questo conteggio. Laveva scoperto nel primo anno lì: pensava laiutasse. Poi aveva capito che non serviva a nulla, ma la mano faceva lo stesso quel gesto, come se lassenza di abitudine la facesse scomparire. Qualcosa doveva pur fare con le mani, con i pensieri, mentre la voce di Valentina parlava a due passi.

Oggi è passata Laura, mentre tu lavoravi, continuava la suocera, sedendosi sullo sgabello vicino alla finestra. Al marito cucina ogni giorno la minestra fresca. Ogni giorno, capisci?

Capisco.

No, non capisci. Tu non sai cosa vuol dire avere cura di un uomo. Andrea mio è delicato, non si lamenta mai. Ma io lo vedo.

Martina tolse il coperchio, assaggiò il brodo. Non era salato. Non lo era mai.

Così iniziavano quasi tutte le sue sere. Un appartamento a tre stanze, terzo piano di una palazzina in periferia, in un quartiere silenzioso. Dieci anni che viveva lì, dalla fine del matrimonio. Lei aveva ventotto anni, allora. Pensava che sarebbe stato per poco. Andrea le aveva promesso: ci sistemeremo, tra un paio danni ce ne andiamo, la casa la compriamo noi. Gli anni però erano diventati dieci, i risparmi sempre svaniti per la macchina, per il bagno, per altro ancora. E Martina aveva smesso di contarli: si erano sciolti in una massa unica, densa e appiccicosa.

Ora ne aveva trentotto. Il figlio Michele aveva dieci anni, la figlia Sofia sette. Cresciuti lì, in quellappartamento dove la nonna occupava la stanza più grande e la voce di Valentina era la prima e lultima ad accompagnarli ogni giorno.

Mamma, hai mangiato? Michele irruppe in cucina finendo al volo un panino. Posso andare da Dario? Vuole che provi il nuovo gioco.

Dopo cena, rispose Martina.

Lascialo andare, si intromise subito Valentina. Perché tenerlo qui? Dario è un bravo ragazzo, una famiglia per bene.

Martina non disse nulla. Michele la fissò, indeciso, poi lei annuì con la testa. Non perché fosse daccordo, solo perché non voleva che suo figlio assistesse allennesima discussione.

Torna per la cena, raccomandò mentre usciva. Tra mezzora.

Valentina scosse la testa, con laria di chi tutto già sa di questo mondo.

Sei troppo severa, lo soffochi. I figli vanno lasciati vivere.

Martina tornò a mescolare la minestra. Uno. Due. Tre.

Lavorava come coordinatrice al centro civico. Impiego modesto, stipendio basso, ma le piaceva. Le piacevano i ragazzi, le piaceva organizzare i corsi, le piaceva avere uno spazio tutto suo. Otto ore al giorno in cui smetteva di essere solo la nuora, otto ore in cui era la dottoressa Martini, trattata con rispetto.

Andrea tornava a casa verso le otto. Ingegnere, tranquillo, silenzioso: laveva tanto amato per questa sua tranquillità. Ora quel silenzio le sembrava diverso. Si sedeva, mangiava, ascoltava sua madre e annuiva. Ogni tanto diceva: Suvvia, mamma. Quel suvvia, mamma era il massimo della sua difesa per la moglie.

È solo schietta, spiegava lui a Martina, tanti anni fa, al primo tentativo di parlargliene. È sempre stata così. Non te la prendere.

Andrea, parla male di me davanti ai bambini.

Così dimostra che tiene a te. Non capisci.

Vivo con lei da dieci anni.

Sì, ma ti vuole bene a modo suo.

Martina non tornò più sullargomento. Non perché avesse ceduto, ma perché aveva capito che Andrea non sapeva fare altro: aveva sua madre e sua moglie, e non sapeva scegliere. Si era inventato la parola schietta, e ci si proteggeva dietro.

Lamica Letizia, che conosceva dai tempi delluniversità, ogni tanto le chiedeva al telefono:

Come va?

Normale, rispondeva Martina.

Sempre uguale?

Sempre uguale.

Martina, ma quanto devi resistere ancora? Andatene via.

E dove vado?

Affittati una casa. Vivi come vuoi.

Letizia, i bambini, la scuola, i soldi

I soldi si trovano.

Martina sapeva fosse vero. Ma dentro di sé cera qualcosa che non glielo permetteva, non solo i soldi. Una paura: quella che tutto crollasse. Che i figli ne avrebbero sofferto. Che la colpa ricadesse su di lei. Che senza di lei tutto si sarebbe disgregato.

Reggeva la casa. Puliva, cucinava, seguiva i figli, andava alle riunioni, pagava le spese, portava le medicine a Valentina ogni volta che questa si lamentava della pressione. Era la parte portante dellingranaggio. Invisibile ma indispensabile.

Valentina non lo vedeva. O lo vedeva a modo suo.

Pensi che non me ne accorga? Fai linsostituibile per tenerti luomo. Ho vissuto una vita, io.

Glielo aveva detto una mattina mentre Martina rifaceva il letto nella sua stanza. Lei aveva aggiustato langolo della coperta, poi si era alzata ed era uscita. Non pianse. Non ne aveva più la forza. Piangeva solo, ogni tanto, la notte, quando Andrea dormiva. Ma erano lacrime diverse, non di rabbia, solo di stanchezza.

Un giorno Sofia le chiese:

Mamma, perché non parli con la nonna a tavola?

Ma io parlo.

No, tu stai zitta. Parla solo la nonna.

Martina guardò sua figlia. Sette anni, le treccine ramate, lo sguardo serio, troppo serio.

A volte è importante stare zitti, spiegò Martina.

La nonna dice che sei orgogliosa.

E lascia che lo dica.

Ma tu lo sei?

Sono solo un po stanca, tesoro.

Sofia annuì, apparentemente convinta, ma non del tutto.

Martina ci ripensò per giorni. I figli sentivano. Non capivano tutto, ma percepivano che cera qualcosa che non andava. Il silenzio che incombeva. Michele era diventato cauto, Sofia osservava il mondo con troppa attenzione.

Questo la feriva più di ogni altra cosa.

Una sera, circa un mese prima del compleanno di Valentina, Andrea arrivò a casa raggiante.

Immagina: mamma vuole festeggiare i suoi sessantacinque anni al ristorante. Che ne pensi? Ho già prenotato La Riviera, bel posto, ci sono stato con i colleghi.

Al ristorante, ripeté Martina.

Ci tiene. Voglio una cosa bella, con i parenti, le amiche. Tu che dici?

Va bene.

Dai, Marti, non fare quella faccia! È la mamma, una volta sola.

Non faccio nessuna faccia.

La fai. Io lo vedo.

Martina riordinò i piatti. Andrea la abbracciò da dietro, poggiando il mento sulla sua spalla.

Andrà tutto bene. Un po di festa, brindisi, balli. Lei sarà felice.

Va bene, rispose Martina.

Cominciò i preparativi come se fosse lavoro. Chiamava i parenti, accordava il menù, ordinava la torta, aiutava Valentina a scegliere il vestito. La suocera era di buon umore quellintero mese, coinvolta nei dettagli.

Martina, ordine un mazzo di rose bianche. Non gialle, non rosa: bianche. Tu scegli sempre fiori a caso.

Daccordo, Valentina, prenderò bianche.

Di in cucina che stavolta il pesce lo cucinino bene. Laltra volta era praticamente crudo.

Sarà fatto.

Tavolo vicino alla finestra, mi raccomando. Odio stare in fondo.

Fatto, già prenotato.

Valentina la guardò sorpresa, come se non pensasse fosse stata così sollecita.

Bene allora, disse e se ne andò.

Martina capì che quello era il massimo della gratitudine per lei concesso.

Il ristorante La Riviera si trovava in periferia, accanto al parco cittadino. Il nome altisonante, ma niente mare e nessuna riviera, solo un vecchio locale rimesso a nuovo e tinteggiato di beige. Dentro però era accogliente. Soffitti alti, pannelli in legno, luci calde, grandi tavoli.

Cerano una trentina di invitati. La sorella di Valentina, Nina, con il marito, venuti da Milano. Amiche di sempre, vicini di casa, qualche collega di Andrea aggiunto dalla suocera di sua iniziativa. E Letizia, invitata da Martina: senza almeno una persona sua, quella sera non lavrebbe retta.

I bambini erano eleganti: Michele in camicia bianca, Sofia in vestitino con fiocco. Stavano accanto al padre, a osservare gli adulti, confidandosi piano. Martina aveva messo un abito blu scuro, quello che aveva comprato lanno prima e quasi mai indossato. Andrea le sussurrò: Stai benissimo oggi. Martina gli sorrise: ormai un riflesso.

Valentina era in cima al tavolo, vestito bordeaux e una spilla dargento. Era composta, sorrideva agli ospiti. Martina la osservava, pensando che, in unaltra vita, quellenergia le sarebbe anche piaciuta. Ma era sempre stata diretta verso la direzione sbagliata.

I brindisi iniziarono verso la fine del secondo piatto. Il primo a parlare fu Andrea, con parole affettuose sul coraggio della madre e sul suo valore dopo la perdita del padre. Valentina si commosse. Poi fu la volta di Nina, poi lamica Tamara, che la conosceva da quarantanni. Tutti dicevano parole belle.

Martina beveva acqua. Letizia, accanto, la sfiorava ogni tanto, quasi a dirle tieni duro.

Poi si alzò Valentina.

Alzò il calice e sorrise. Martina pensò a un discorsetto di rito: grazie per la festa, grazie per esserci, per gli anni passati insieme.

Voglio dire due parole, iniziò la suocera. Ho sessantacinque anni. Ho visto molto. Ho cresciuto un figlio, ho tenuto unita la casa quando era difficile. E dico grazie al destino.

Gli ospiti annuirono.

Ma voglio anche dire questo. Ci sono persone che entrano in casa tua e pensano di sapere tutto, di poter rifare tutto come meglio credono, di non rispettare ciò che cera prima. Lho detto ad Andrea: presta attenzione a chi porti in famiglia. Ma non ha ascoltato. Pazienza.

Si fece silenzio. Qualcuno incrociò lo sguardo di qualcun altro. Tamara tossì.

Martina, tu che sei qui seduta Valentina si rivolse a lei, tu sei qui e forse credi di essere indispensabile, che ci debbano essere gratitudine e doveri verso di te. Ma tu vivi sotto il mio tetto, mangi alla mia tavola, cresci i figli nella mia casa. Da sempre mi guardi come se fossi dimpiccio. Voglio che tutti sappiano: questa è la mia famiglia. Mio figlio e tutto il resto sono venuti prima di te.

Alzò di più il bicchiere.

Alla verità! concluse e bevve.

Un istante di gelo. Poi qualcuno sollevò timidamente il calice, qualcun altro accennò una risata fuori luogo. Tamara propose: Alla festeggiata. E la serata continuò come niente fosse.

Martina rimase immobile.

Letizia sotto il tavolo le strinse la mano. Michele guardava fisso il piatto, Sofia, pur senza capire tutto, sussurrò: Papà, torniamo a casa?. Andrea rispose: Tra poco, piccolina, e non voltò lo sguardo verso la moglie.

Martina sedeva composta. Dentro, qualcosa cambiava. Nessuno scoppiò. Fu semplicemente come se lacqua, raccolta per anni dentro un vaso, fosse arrivata al bordo. E il prossimo sussulto lavrebbe fatta traboccare.

Il presentatore della serata stava annunciando il prossimo brindisi, ma Martina si alzò.

Posso dire qualcosa?

Lanimatore la osservò, poi guardò Andrea. Andrea non fece nulla. Martina prese il microfono.

Anchio vorrei dire due parole, iniziò. La voce le risultava limpida e ferma, sorprendentemente. Valentina, lei poco fa ha avuto il coraggio della verità. Anche io vivo nella sua casa, da dieci anni. E vorrei anchio dire una verità, ora che ha iniziato.

Tutto taceva.

In dieci anni ho sentito dire che cucino male, che mi vesto male, che sono una cattiva madre, che mi aggrappo a suo figlio, che sono orgogliosa, che fingo. Non urlato, no. Detto piano, a colazione, a cena, con i bambini, senza, ogni giorno.

Non guardava né Andrea, né Valentina, né gli ospiti. Solo il centro della tavola.

Ho taciuto. Mi illudevo fosse giusto. Che così si garantisse la pace. Che i bambini meritassero silenzio e non guerra. Ho creduto a lungo nella pazienza come una virtù. A lungo.

La voce le si incrinò, ma continuò.

Ma ora che lo ha detto davanti a tutti, ai nipoti, agli amici, a persone che vedo per la prima volta, mi rendo conto che tacere non posso più. Non per litigare ma perché qui si sta insegnando ai miei figli che così devessere. Che si può parlare così a chi ti cura la casa, ti prende le medicine, ti accompagna ai controlli. Io non voglio che imparino questo.

Rimase un attimo in silenzio.

Una volta mi ha chiesto perché mi sforzassi dessere insostituibile. Io le rispondo ora: non mi ci sforzavo. Ho fatto solo ciò che mi sembrava giusto. Non per la gratitudine. Per questa famiglia, per i nipoti, per suo figlio, che non sa scegliersi tra noi. Non volevo obbligare nessuno a scegliere.

Appoggiò il microfono sul tavolo. Non lo lasciò cadere, lo pose piano.

Buon compleanno, Valentina.

Prese la borsa, cercò lo sguardo di Letizia. Lei era già in piedi.

Michele, Sofia, state con papà. Vi vedrò presto.

Michele la guardò. Non piangeva, ma nello sguardo aveva qualcosa di nuovo. Sofia strinse la mano della madre.

Mamma, te ne vai?

Solo per un po, tesoro. Papà è con te.

Ma poi torni?

Certo che torno.

Uscì. Letizia la seguì. Fuori cera buio e silenzio, odore di asfalto bagnato e primavera. Arrivarono allauto di Letizia in silenzio, si sedettero.

Tutto bene? domandò Letizia.

Non lo so, rispose Martina sincera. Le mani mi tremano ancora.

Ti ho vista. Sei stata forte.

Non lo so se forte.

Forte. Doveva succedere.

Martina si poggiò al finestrino. I lampioni scorrevano. Pensava al viso di Michele, come Sofia le teneva la mano, al fatto che Andrea non lavesse mai guardata. E che forse aveva fatto la cosa giusta. E ora?

Letizia la ospitò. Una casa piccola, divano in salotto e plaid a quadretti. Bevvero il tè fino a notte inoltrata, senza molte parole. Letizia non faceva domande, ne era grata. Solo presenza.

La mattina dopo chiamò Andrea.

Martina, mamma è in ospedale. Notte agitata, pressione alta, è venuta lambulanza.

Martina attese un istante.

Che dicono?

È stabile, ma è in reparto. Al Policlinico.

Va bene.

Vieni?

Vengo.

Andò in ospedale a mezzogiorno. Andrea laspettava allingresso, la giacca slacciata, le occhiaie scure. La guardò senza dire nulla del giorno prima. Nessuna accusa, nessuna gratitudine.

È in medicina, al secondo piano, disse solo. Vuole vederti.

Me?

Te. È stata lei a chiederlo.

Martina salì le scale, percorse un lungo corridoio tra odore dantiseptico e di cose impersonali. Trovò la stanza, bussò.

Avanti.

Valentina era nel letto bianco, niente gioielli né abiti eleganti, solo una signora anziana con la flebo e il volto spento. Sembrava più piccola di prima. Martina si avvicinò e si sedette.

Siediti, disse la suocera.

Restarono in silenzio. Da qualche parte, passi rapidi, uno sbattere di porta.

Volevo vederti, finalmente parlò Valentina. La voce era diversa. Non autoritaria, non dura. Solo una voce. Non perché… Solo volevo.

Sono qui, disse Martina.

Valentina fissava il soffitto.

Avevi ragione, ieri. Non su tutto, ma su tanto.

Martina non replicò.

Non pensavo finisse così, continuò Valentina. Volevo solo… non so. Volevo che tutti vedessero che era la mia famiglia. Che io non ero uno scarto.

Non lo è.

E invece mi sento un peso. Chiuse gli occhi. Andrea è cresciuto, si è sposato, ora ha la sua vita. Io, nella mia casa, e mi pare di essere una ospite. Tu fai e decidi tutto, i bambini corrono da te. Lo capisco… In parte è colpa mia. Ma non mi fa stare meglio.

Martina scrutò le dita nodose, il livido della flebo.

Avevo paura, ammise la suocera a bassa voce. Paura di restare sola. Che vi allontanaste e io sola in questappartamento. Mi aggrappavo a tutto questo e… Sono stata dura, lo so. Mi sentivo fuori controllo. Non riuscivo a fermarmi.

Martina tacque a lungo. Poi disse:

Non sapevo della paura.

Non lhai mai chiesto.

Non lha mai detto.

Valentina la guardò.

No. Non lho detto. Non sono capace.

Nemmeno io, mormorò Martina. Dieci anni…

La suocera chiuse gli occhi. Una lacrima le scese piano. Non la tolse, restò così.

Te ne vai da noi? chiese infine.

Ho deciso di prendere un appartamento, rispose Martina. Non ora, ma presto.

Andrea lo sa?

Lo dirò a lui.

Silenzio. Fuori, alberi spogli e cielo grigio.

I bambini staranno anche con lui?

I bambini saranno ovunque, rispose Martina. Vedranno il papà. E lei, se vuole.

Valentina annuì, occhi sempre serrati.

Martina, sussurrò dopo un attimo.

Sì?

Sei una brava madre. Te lo dico. Senza ma. Solo: sei brava.

Martina sentì qualcosa sciogliersi dentro. Non scomparire, solo spostarsi.

Grazie.

Restò ancora venti minuti. Poi Valentina si addormentò e Martina uscì nel corridoio. Andrea la aspettava alla finestra.

Comè andata?

Bene. Abbiamo parlato.

Marti, si voltò lui, scusa per ieri. Dovevo… non so. Fare qualcosa.

Sì, disse Martina. Dovevi.

Abbassò lo sguardo.

Non so gestirla. Da sempre.

Lo so. Non è una scusa, ma lo so.

Te ne vai?

Sì.

Andrea la guardò.

Per sempre?

Non lo so ancora. Ma lascio la casa. Ho bisogno di un posto mio.

E i bambini?

Ti amano. Cambierà solo lindirizzo.

Annuì piano, come chi accetta a fatica ciò che non vuole ma non può cambiare.

Te la caverai?

Sì, rispose Martina. E per la prima volta fu vero.

Trovò casa dopo tre settimane. Un monolocale al quinto piano, non grande, vista pioppi vecchi. Odore di vernice fresca. Martina entrò sola quella prima volta, si fermò in mezzo alla stanza e ascoltò.

Il silenzio era diverso. Non la quiete forzata per non esplodere. Solo silenzio. Il proprio.

Si trasferì a inizio maggio. Prese poche cose: libri, disegni di Sofia e Michele, qualche foto, la macina del caffè senza cui non sapeva iniziare la giornata. Poco altro.

La prima notte non dormì. Ascoltava i suoni nuovi: lascensore, la porta dingresso, i pioppi oltre la finestra. Era uninsolita sospensione: non brutta, solo insolita. E finalmente laveva cercata.

I bambini venivano il giovedì e la domenica. Andrea li portava, saliva solo per un caffè. Parlavano dei figli, della scuola, Michele aveva iniziato ping pong. Curioso, ma non così spaventoso come aveva pensato.

Sofia, quelle prime due settimane, ogni volta che andava via la abbracciava forte:

Mamma, non ti manco?

Certo che sì, rispondeva Martina. Ti aspetto fino alla prossima volta.

Anchio.

Michele taceva, ma a volte si voltava dalle scale e guardava. Martina pensava: cresce. Quello sguardo, più delle parole di qualunque adulto.

Anche il lavoro era cambiato. Non in sé, ma lo era Martina: non più da una prigione allaltra, solo con più leggerezza. Le colleghe notarono qualcosa; solo la vicepreside, la signora Nives, glielo disse:

Martina, oggi siete diversa. È cambiato qualcosa?

Un po, sorrise Martina.

In meglio, vedo.

In meglio.

Si permise alcune piccole cose che prima parevano superflue: si iscrisse a un corso serale di pittura. Non perché sapesse dipingere, solo perché voleva. Prese dei bei colori e un album. I primi disegni erano maldestri, ci rideva. Ma il tempo passato lì la piaceva. Solo linee e colori.

In estate chiamò Letizia.

Allora, come ti trovi da sola?

Non sono sola. I bimbi arrivano tra tre giorni.

Come stai?

Bene. Davvero bene, non più per abitudine.

Lo sento, rise Letizia. Tua suocera? Non ti cerca?

No. Sta in silenzio.

Strano.

Forse.

Andrea?

Noi… parliamo in modo diverso ora. Vediamo come va.

E tu, cosa vuoi?

Voglio che i bambini abbiano genitori normali. Il resto si vedrà.

Lestate passò tranquilla. Sette giorni in un paesino sul Ticino, una casetta: Michele sempre al fiume, Sofia a raccogliere sassi sulla riva. Martina li guardava e pensava di non sentirsi così serena da anni.

In autunno chiamò Andrea.

Marti, mamma vuole che tu la chiami. Non so perché. Dice che ha bisogno di parlarti.

Daccordo, la chiamo.

Sei arrabbiata?

Per cosa? Si va avanti.

Chiamò la sera. Rispose subito.

Martina, disse Valentina, come stai?

Bene, Valentina. E lei?

Bene. Ora la pressione è sotto controllo, vado in ambulatorio una volta al mese. Pausa. Ti volevo chiedere: potresti passare? Solo per un tè. Se non ti pesa.

Martina tacque un attimo.

Quando?

Sabato, se puoi.

Sabato posso.

Bene, ti aspetto.

Rimase seduta con il telefono; era inatteso. Forse no, perché qualcosa dopo lospedale era cambiato. Eppure era inatteso.

Il sabato andò alle due. Suonò. Aprì Valentina in vestaglia, un po impacciata.

Entra.

Casa sempre uguale. Stesse tende, stessi mobili. Solo più silenzio, senza zaini né scarpe dei bambini.

Andarono in cucina. Valentina mise il bollitore, prese biscotti e una ciotolina di marmellata fatta da lei.

Aspettarono che lacqua bollisse.

I bambini?

Stanno bene. Michele ha portato un dieci in matematica. Sofia disegna, ha il suo quaderno.

Da chi avrà preso?

Forse da me. Ho iniziato un corso di pittura.

Valentina la guardò.

Davvero?

Davvero. Una volta a settimana.

E come va?

Male, sorrise Martina. Ma mi diverte.

Il bollitore fischiò. Valentina versò lacqua nella teiera, coprì con un canovaccio. Martina osservò le sue mani nodose, finalmente senza flebo.

Ho ripensato a quello che dicesti allora, disse Valentina. A lungo.

E?

Avevi ragione, sui bambini. Che vedono. Lo so ora. Tardi, ma lo so.

Non così tardi, disse Martina. Sono ancora piccoli.

Ricordano come io… la suocera si bloccò. Sai, questa estate Michele mi ha detto che la nonna dice cose cattive alla mamma. Così, a dieci anni.

Martina la ascoltava.

Non seppi rispondere. Gli ho detto: Nonna non è cattiva. Ma lui: Ma la mamma soffriva. Dove imparano i bambini queste parole…

Dallaria, disse Martina. Sentono tutto.

Già.

Fecero il tè. Marmellata di ribes, densa e poco dolce.

Valentina, posso chiedere una cosa?

Dimmi.

Qui, adesso… lei come sta? Da sola?

Valentina la guardò, incuriosita.

Da sola? Non ci sono abituata. Silenzio. Ho sempre fatto, sempre impegnata. Ora… tv, ambulatorio, ogni tanto Tamara passa. Andrea la sera.

Se vuole, possiamo venire, ogni tanto. Niente di premeditato.

Ma perché?

Nessun perché, rispose Martina. Sofia sente la mancanza della marmellata di ribes. Me lha ricordato ieri.

Valentina la fissò, abbassò poi gli occhi.

Venite, sussurrò. Quando volete.

Finirono il tè. Martina lavò le tazze, anche se Valentina protestava. In ingresso, mentre infilava il cappotto, la suocera le disse:

Martina.

Sì?

Grazie. Per allora. Per la verità. Fu duro sentirlo. Ma dopo… ho capito che era onestà.

Martina abbottonò il cappotto.

Non volevo ferirla.

Non mi hai ferito. Hai detto la verità. È diverso.

Martina annuì. Aprì la porta.

Arrivederci, Valentina.

Arrivederci.

Fuori, novembre. Freddo e limpido, sentore di inverno in arrivo. Martina percorse la strada e, nel riflesso di una vetrina, vide sé stessa. Si fermò. Guardò.

Una donna nel cappotto chiaro, col bavero rialzato. Non giovane, non vecchia. Solo una donna. Il viso stanco ma sereno. La propria vita, dietro e davanti.

Rimase a guardare più a lungo del solito.

Poi il telefono vibrò. Messaggio di Sofia: Mamma, vieni? Con papà abbiamo fatto la pizza e ti aspettiamo.

Martina rispose: Sto arrivando. A presto.

E continuò a camminare.

Mamma, porti la marmellata della nonna? domandò Sofia quella sera, dopo averle raccontato dove era stata.

Non lha data da portare.

Ma andrai ancora da lei?

Andrò.

E noi con te?

Vedremo, tesoro.

Sofia si accigliò, come fanno i bambini quando gli adulti non rispondono proprio.

Dimmi la verità.

Va bene. Probabilmente sì. Se lo vuoi.

Lo voglio, rispose Sofia decisa. La marmellata è buona. E la nonna ora ti guarda diverso.

Diverso?

Sì. Non so spiegare. Solo diverso.

Martina guardò sua figlia. Sette anni. Treccine ramate, occhi attenti. Tutto sente, tutto vede.

Va bene, sorrise Martina. Allora ci andremo insieme.

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