Lhotel sta chiudendo
Le pillole me ne sono accorto quando ormai ero già sul treno per la campagna. Ho rovistato nella borsa: ho trovato gli occhiali, le chiavi della casa di campagna, il sacchetto con le ciliegie prese al mercato davanti alla stazione, ma la scatolina gialla non cera. Quella scatolina che metto sempre nello stesso punto, sulla mensola della cucina, da tre anni, da quando il dottor Sempronio mi ha detto che la pressione va tenuta sotto controllo, sennò sarà lei a controllare me.
Guardavo dal finestrino il panorama cambiare: staccionate, orti, qualche casetta, i soliti discorsi tra uomini seduti più indietro, che chiacchieravano di tubature. Intanto pensavo: torno indietro o chiedo a qualche vicino? Ma Marina del terzo lotto pure lei ha problemi di pressione, e le sue pastiglie sono diverse, non fanno proprio per me. Un weekend senza le mie, mi era già successo: ho rischiato di svenire nellorto.
Sono dovuto tornare indietro.
Alla fermata successiva ho cambiato treno e sono tornato a Firenze. Mi sono venuti in mente Antonello e Regina, forse avranno già reso la casa tutta per loro. Antonello sapeva che andavo alla casa di campagna fino a domenica: ad innaffiare il ribes, mettere le mani nellorto, leggere la sera sotto il portico. Due giorni di pace, solo due giorni al mese di silenzio che mi concedevo.
Era il nostro appartamento mio e di Beppe. Poi è rimasto solo mio. Poi ho lasciato che Antonello e la moglie venissero a vivere lì: non avevano dove andare, e mi sembrava naturale, una mamma aiuta, una mamma non abbandona.
Il treno sobbalzava, fuori iniziava a piovigginare.
Ho cinquantotto anni, lavoro come contabile part-time, perché a tempo pieno non ci arriverei più. Lorto non lo tengo per passione, ma perché patate e cetrioli raccolti da me fanno risparmiare. Non mi lamento, spiego solo come sono fatto.
Beppe lho perso sei anni fa. Da allora vivo da solo, se non si contano Antonello e Regina, che sono entrati nella mia vita due anni fa, quando Antonello se lè sposata e me lha presentata: Mamma, ci siamo sposati. Così, mica stiamo pensando, conosci Regina, stiamo insieme. No: sposati. Messo davanti al fatto compiuto, come sempre. Ho accolto, sorriso, fatto i complimenti, preparato la tavola.
Così ero. Così sono sempre stato.
Sono arrivato sotto il portone verso le due e mezzo. Pioggia smessa, asfalto bagnato, quellodore di città dopo la pioggia: polvere, calore, ferro. Ho digitato il codice al citofono, sono salito al quarto senza ascensore che funziona a giorni alterni, e davanti alla porta mi sono reso conto che camminavo piano. Non lo so perché. Forse perché non volevo spaventarli. O forse per non creare imbarazzo.
È una mia abitudine, questa. Non voglio creare imbarazzi.
Ho infilato la chiave piano. Ho aperto senza rumore. Nellingresso cera una fragranza estranea, dolciastra, di un profumo mai comprato da me. Le scarpe di Regina buttate in mezzo, col tacco allaria, quasi ci inciampo. Le scarpe da ginnastica di Antonello poco più in là.
Ho passato la cucina. Qualcosa sfrigolava in padella, e cera odore di fumo, anche se avevo già detto più volte di non fumare in casa. Glielo avevo spiegato con calma, raccontato dei muri che assorbono. Loro annuivano. E fumavano.
La porta della mia camera era socchiusa.
Mi sono fermato nel corridoio. Ho sentito la voce di Regina. Cera quellintonazione particolare che ormai conosco: sicura, un po irritata, come chi ha già deciso e sta solo facendo il resoconto allaltro.
Guarda che bello, diceva lei. Non è certo robetta. Questa è vera perla. E anche la pietra è autentica.
Mettila giù, diceva Antonello. Ma senza convinzione. Il tono di chi non vuole litigare davvero.
Solo unocchiata. Tanto lei questa roba non la mette mai. Sta lì a prendere polvere.
Sapevo che cosa stavano guardando. Il filo di perle con zaffiro al centro. Beppe me laveva regalato per i ventanni di matrimonio. Avevamo risparmiato tanto, aveva scelto a lungo, mi aveva dato la scatolina e lui, a più di quarantanni, era arrossito come un ragazzino. Lho messo solo al suo funerale. Dopo mai, non ci riuscivo. Stava nella scatola sul comò, sempre chiusa.
Sempre chiusa…
Antonello, sul serio. Dobbiamo pensare al futuro. Vogliamo stare così per sempre? A casa sua, secondo le sue regole?
Beh, è casa sua…
Per ora. Regina, a giudicare dal rumore, posava qualcosa. Ti rendi conto che casa è questa? Centro, quattro stanze. Sono soldi, Antonello. Tanti soldi.
E quindi che proponi?
Non una domanda, solo parole. Io stavo lì fuori, e sentivo un ronzio alle orecchie. Non ancora rabbia, una freddezza che capita quando si capisce qualcosa di importante, ma non si riesce ancora a sentirla davvero.
Lei ha la pressione alta, e il medico continua a dire che deve essere seguita, che forse ha qualcosa che non va nella testa. Te lo ricordi che ce lha detto?
Che nella testa? Lei sta bene.
Antonello. Il tono di Regina era più basso, fermo. Noi viviamo qui, ma lei può mandarci via quando le pare. Dove andiamo, a casa di mia madre? Un bilocale? Mia sorella anche lì col marito?
Ci penso. Ma cosa vuoi fare, di preciso?
Parliamo con il nostro medico, Vitaliano. Magari lui può scrivere che lei ha qualche piccolo deficit cognitivo. Nessun reato, non è niente, solo una relazione. Poi la richiesta per lamministrazione di sostegno. Ci vorrà ma si può fare. Così la casa resta gestita da noi. Lei va in campagna, si trova bene, e noi rimaniamo qui.
Sentivo il silenzio di Antonello. Il suo silenzio lo conosco bene: quando spaccò la finestra da piccolo, quando prese i soldi dal mio portafogli e raccontò che li aveva trovati. Quando portò Regina senza preavviso. Quel silenzio significava sempre la stessa cosa: aveva già quasi deciso.
Non è giusto, mormorò lui.
Ovviamente no. E tu in questi trentanni sempre giusto sei stato?
Che intendi dire?
Dico che ti tiene sempre al guinzaglio. La chiami ogni giorno, le compri le medicine, passi tutti i fine settimana in campagna perché lei è sola. Hai trentatré anni, e vivi ancora come un ragazzino attaccato alla mamma.
Non è vero.
Lo è. Due anni che siamo qui. Lei sopporta noi, noi sopportiamo lei. Basta, mi sono stufata.
Vabbè. Una pausa. Però rimetti tutto in ordine prima che torni. Non dovevi aprire il comò.
Ecco tutto. Non dovevi aprire il comò. Rimetti a posto. Quello era il suo massimo di protesta.
Stavo nel corridoio, con le mani che cominciavano a intorpidirsi, non di freddo. Di quella sensazione che ti cambia tutto dentro, una cosa che si sposta, e resta una gran calma. Non nelle orecchie, in testa.
Ho pensato a quanti anni ho passato a non creare imbarazzi agli altri.
Ho ricordato quando, tre mesi fa, Regina aveva detto che il profumo della mia crema da notte non le piaceva. Lo aveva detto per caso. Io ho iniziato a mettere la crema in bagno, a porta chiusa. Quando Antonello ha chiesto di non guardare la tv dopo le dieci, mi sono messo le cuffie. Quando Regina ha spostato le mie tazze nel mobile in basso, non ho detto una parola. Ogni volta mi chino per prenderle.
Il rapporto coi figli adulti, dice la mia amica Tamara, è una scienza a parte. Bisogna sapere mettere i paletti, imparare a dire di no. Ridevo. No a mio figlio? Impossibile.
Ho aperto la porta.
Regina era allo specchio. Il mio filo di perle al collo. Mio. Beppe, se fosse stato lì, non avrebbe trovato le parole, lo sentivo forte come se davvero fosse accanto. Antonello seduto sul bordo del mio letto, quello che avevo scelto con Beppe al mercato di Arezzo, unica gita da soli senza Antonello.
Mi hanno vista insieme. Regina si è immobilizzata. Antonello si è alzato.
Mamma… Aveva la voce di uno beccato a rubare la marmellata, non a tramare per dichiarare la madre incapace in casa sua. Ma non dovevi essere in campagna…
Dimenticavo le pillole, ho detto.
Silenzio fitto. Ho guardato Regina, quella collana. Teneva ancora le perle fra le dita, esitante: togliere o no?
Sono andato vicino. Più alta di me, giovane, quello sguardo tagliente che avevo sempre scambiato per intelligenza, adesso mi sembrava solo freddo. Ho allungato la mano.
Toglila, per favore.
Sig. Carlo, io… solo…
Toglila.
Ha ubbidito. Perle tiepide del suo calore, fastidioso sentire addosso la pelle di un altro sulla collana di Beppe.
Ho stretto la collana e mi sono girato verso Antonello.
Ci guardavamo. Aveva quellespressione da colpevole incerto sul da farsi. Un uomo adulto di trentatré anni col viso da bambino, i miei occhi, la bocca testarda di Beppe.
Ho sentito tutto, dissi.
Mamma…
Tutto. Dallinizio. Del medico Vitaliano, dei deficit, della richiesta.
Antonello è impallidito. Regina no. Lei mi fissava con quel calcolo studiato: come uscire dalla situazione.
Signor Carlo, davvero era solo una chiacchierata… Nessuno voleva…
Per favore, stai zitta.
Lei tacque. Non se laspettava. Nemmeno io. Il tono era nuovo. Calmo, stabile. Le mani mi tremavano lo stesso, lo sentivo per via delle perle che si muovevano in pugno.
Antonello, gli ho detto. E mi dispiaceva, mi dispiaceva come solo con un figlio, quello che poco prima aveva quasi accettato di farmi passare per matto. Ti rendi conto di quello che è successo?
Mamma, stavamo solo parlando…
Stavate parlando di come farmi uscire da casa mia. Da casa dove ho passato trentanni, dove tuo padre e io abbiamo vissuto, dove sei cresciuto. Mentre tua moglie provava la collana che papà mi regalò per il nostro anniversario. È così?
Silenzio.
È così? ripeto più piano.
Mamma, fraintendi…
Antonello. Basta mezze frasi. Sì o no.
Era solo una conversazione. E ora la voce suonava risentita, quasi fossi io dalla parte sbagliata. Non hai sentito tutto…
Ho sentito quanto basta.
Sono andato al comò. Il portagioielli era aperto. Dentro, gli orecchini dambra di mia madre, il bracciale che mi ero comprato per i cinquantanni, lanello con il granato mai portato, e tutto il resto sistemato a caso, non come lasciato da me.
Ho preso il portagioielli. Lho chiuso. In borsa.
Bene, ho detto. Ero al centro della mia camera, nella mia casa, e parlavo calmo, con voce di chi ha ormai deciso. Lalbergo Amore materno incondizionato è chiuso. Per sempre. Avete tempo fino a domattina per raccogliere la vostra roba e andarvene.
Regina spalancò la bocca.
Signor Carlo, ma che dice? Dove andiamo?
Non è problema mio.
Ma non abbiamo soldi per laffitto…
Regina, lho interrotta. Un minuto fa progettavi come dichiararmi incapace. In questa stanza, coi miei gioielli addosso. E pensi che ora io mi preoccupi della tua situazione?
Mamma… Antonello si avvicina. Mamma, non puoi fare così, sono tuo figlio.
Lho fissato. Quel volto di mio figlio, i miei occhi nei suoi. Mi ha fatto male, un dolore profondo, di quelli che provi solo con chi ami da prima ancora che diventasse chi è adesso.
Proprio perché sei mio figlio, ho risposto, te lo dico in faccia. Non attraverso i vicini, il giudice o il medico. Direttamente. Fino a domani mattina.
Sono uscito dalla stanza. Ho preso la scatola delle pillole dalla cucina, era lì dovera sempre stata. Le ho contate, messe in borsa. Giacca, chiavi in mano.
Signor Carlo, Regina è uscita in corridoio con voce diversa, più gentile, supplichevole. Lavevo già sentita così: quando le serviva qualcosa. Parliamone con calma, forse non ha capito bene…
Ho capito perfettamente, ho detto, aprendo la porta.
Nel vano scale, odore di cucina estranea. Sono uscito e mi sono fermato sul marciapiede bagnato.
E lì, le gambe mi hanno tremato davvero. Mi sono appoggiato al muro. Stavo per piangere non di dolore, o meglio sì, ma non di quello abituale da sei anni dopo Beppe. Unaltra specie, affilata come lacqua fredda sul cuore.
Ho camminato verso il giardino pubblico, a due isolati da casa, piccolo, con i tigli e le panchine. A volte ci venivo a leggere, quando volevo stare da solo, sempre più raramente dopo larrivo di Regina.
Mi sono seduto su una panchina bagnata. Me ne sono accorto e ho usato un sacchetto dalla borsa come asciuga-seduta.
E ho pianto.
Ma pianto davvero. Non da signore controllato, ma come si fa da soli: col naso che cola e la faccia storta. Ho pianto Beppe, che non ha visto che fine ha fatto il figlio. Ho pianto la collana che adesso era tornata nella scatola, ma era rimasta per troppo tempo su un collo sbagliato. Ho pianto tutte le volte che ho piegato la schiena per le tazze, e sono stato zitto. Ho pianto mio figlio che pensavo di avere, e invece ormai non cera più.
È passata una donna col cane. Il cane mi ha annusato e la donna ha accelerato, ma non ci ho fatto quasi caso.
Ho preso una pastiglia, bevuto acqua dalla bottiglietta che porto sempre. Mi sono seduto ancora un poco. Ho asciugato la faccia con un fazzoletto trovato nella giacca, ho respirato.
Il cielo sopra i tigli era grigio, quella morbida luce che spunta dopo la pioggia, prima di sera. Tra i rami, un uccellino cantava. Non so quale. Beppe sapeva riconoscerli, io no.
Sono rimasto lì a pensare a domani: Antonello, Regina, dove andranno. Dalla madre di lei, forse. Saranno stretti, a disagio, forse Antonello chiamerà e dirà qualcosa, arrabbiato o chiedendo scusa. Non sapevo cosa avrei risposto. Ma, per la prima volta da tanto, non mi faceva più paura non sapere.
Ecco cosa era cambiato. Non la rabbia, non la gioia, solo: non paura.
Il conflitto che per anni avevo tentato di annullare era rimasto conflitto, e non aveva distrutto niente. Il cielo era al suo posto. Ero su una panchina, con la bottiglia vuota, e stavo ancora vivendo.
Mi sono alzato, sistemato la borsa, sono ripartito per la stazione.
Sul treno per la campagna, ho guardato fuori: la città si allargava, lasciando spazio, giardini e alberi. Non pensavo a niente, o forse pensavo a tutto insieme, che è la stessa cosa.
Sono arrivato tardi. Ho aperto il cancello, camminato sullerba umida. Il ribes brillava di pioggia. Solo il cane del vicino abbaiava lontano, per il resto silenzio.
Sono entrato, acceso la luce. Odore di legno, di umido, di terra. Mio. Da ventanni. Appesa la giacca, la scatola dei gioielli in libreria. Dovrò trovargli un nuovo posto, più sicuro.
Mi sono sdraiato senza cenare, dormito presto. Lultimo pensiero è stato che non sapevo come sarebbe stato il domani: solo in una casa grande, senza Antonello, senza abitudine di servire.
Un pensiero, non una paura.
La mattina dopo, cielo chiaro, pulito dalla pioggia. Lerba ancora lucida. Gli uccelli facevano un gran chiasso, e di nuovo non sapevo distinguerli.
Ho fatto colazione: pane e marmellata fatta da me col ribes dellanno scorso. Ho deciso di andare a vedere la casa.
A Firenze sono arrivato verso le undici. Salito a piedi: lascensore era ancora bloccato. Ho aperto.
Nellingresso nessuna scarpa di Regina, nessuna di Antonello. Silenzio. Quellodore dolce, estraneo del profumo, già meno intenso.
In cucina i piatti lavati: una novità. Sul tavolo un mazzo di chiavi. Nessun biglietto. Solo chiavi: una per la porta, una per la buca delle lettere.
Le ho prese, messe nel cassetto in ingresso.
Sono passato in camera. Il copriletto tirato, il comò chiuso. Tutto in ordine, ma io sapevo la verità, dentro; una consapevolezza ormai calma.
Ho aperto la finestra. Laria di aprile entrava odorando allo stesso tempo di città e un filo di verde del giardino. Mi sono fermato, tenendomi al davanzale, a guardare.
Poi sono andato in cucina.
Sul ripiano, le solite tazze scompagnate, quelle di tutti i giorni. E una, la più preziosa, tenuta nella vetrinetta: bianca, con i fiorellini blu, sottile sottile, un regalo di Tamara dieci anni fa. La tenevo per gli ospiti.
Ma ospiti veri, ormai, quasi non ne ho.
Ho aperto la vetrina. Ho preso la tazza. Lho messa sul tavolo.
Ho preparato il caffè con la moka, quello buono, non il solubile. Seguito la crema, tolto dal fuoco appena saliva.
Versato nella tazzina coi fiori blu.
Seduto a tavola.
Bevuto piano. Guardavo il cielo di aprile dalla finestra, pensando che bisognava chiamare lamministratore per cambiare la serratura, che dovevo ordinare la camera di Antonello e Regina, arieggiare. Che potrei chiamare Tamara e raccontarle, o magari solo sentire la sua voce, o magari no.
Pensavo che ora la casa ha quattro stanze per me, e posso guardare la tv fino a tarda sera, mettere la crema dove voglio, rimettere le tazze in alto dove mi pare.
Il caffè era caldo e leggermente amaro. La tazza, leggera. La tenevo con entrambe le mani.
Non avevo mai bevuto da quella tazza, in due anni.
Ciao, ho detto ad alta voce.
Non a Beppe, non ad Antonello, non al passato.
A me stesso.
Il telefono era spento. Nessun messaggio dalla sera prima. Non sapevo se fosse un bene o un male, e ho deciso che per il momento non importava.
Padre e figlio. Nuora e suocero. Come smettere di essere comodo per tutti. Come dire no ai parenti. Non ho mai letto articoli in merito. Ho vissuto, pensando di farcela. Che la pazienza fosse la virtù e in ogni lite familiare le colpe sono di tutti.
Magari in parte è così. Forse ho lasciato correre troppo, ho detto troppo poco, mi sono adattato troppo. Ho lasciato che il mio posto diventasse ogni giorno un po meno mio.
Dicono che dopo cinquantanni, la vita ricomincia. Ci ho sempre riso. Parole troppo da rivista per cose troppo difficili.
Ma il caffè nella tazza di porcellana, il cielo di aprile, il silenzio.
Forse qualcosa di vero cè.
È arrivata la vibrazione. Antonello.
Ho preso il telefono. Ho posato la tazza. Aspettato un attimo.
Sì.
Papà… La voce era bassa. Non sapevo se fosse vergogna o solo stanchezza. Siamo andati via. Lasciato le chiavi sul tavolo.
Ho visto.
Papà, vorrei…
Ho aspettato. Una colomba è passata fuori dalla finestra, poi sparita.
Papà, voglio che tu sappia che io non… Non avrei mai lasciato fare a lei, col medico e tutto. Era solo lei che parlava, non io…
Stavo ad ascoltare. Forse diceva la verità. Forse davvero non lavrebbe lasciato fare. Forse la differenza tra il non lo farei fare e il rimetti tutto al suo posto è enorme, ma dal telefono non si capisce.
Antonello, ho detto. Calmo. Senza rabbia. Quella è passata, nel treno della notte, tra la città e la campagna. Restava qualcosaltro, ancora senza nome. Noi dobbiamo parlare. Ma non oggi. Oggi ho bisogno di stare solo.
Va bene. Pausa. Tu come stai?
Prendo il caffè.
Papà…
Antonello. Ho ripreso la mia tazza. Era ancora più calda della mia mano. Richiamami tra una settimana. Ti risponderò.
Ho chiuso la chiamata.
Finito il caffè, ormai quasi freddo, ma ancora buono.
Mia madre diceva che la saggezza non è sapere più degli altri, ma sapere quando fermarsi. Era una donna piccola, parlava poco, ma col tempo avevo scoperto che aveva sempre ragione.
Ho lavato la tazza. Lho lasciata fuori dalla vetrina, insieme alle altre.
Messo il giubbotto. Preso le mie chiavi.
Fermato davanti alla porta. Ho guardato in casa.
Il corridoio coi ganci per i cappotti, uno solo adesso. La cucina, la tazza coi fiori in bella vista. Il rettangolo di sole sul pavimento.
Adesso si ricomincia, ho detto.
E sono uscito.
Lezione del giorno: se non chiudi tu lhotel dellamore incondizionato, arriverà qualcuno a chiuderlo per te. Meglio essere tu a scegliere il momento.






