Tre mattine alla settimana
Mia madre era una donna di una bontà straordinaria, dolce ma testarda. Sono cresciuta in una famiglia semplice: lei faceva lassistente allasilo, mio padre era autista di autobus. Vivevamo con poco, ma la parola povertà non pesava mai, perché era coperta dalla cura di mia madre e dalla luce di casa.
Un giorno, mio padre non tornò. Sullautobus, gli venne male e svenne. La gente pensò fosse ubriaco: lautista e il bigliettaio lo portarono fuori alla fermata finale e lo lasciarono sotto un albero. Solo alla fine del turno chiamarono unambulanza. In ospedale, i medici si stupirono che fosse ancora vivo. Da allora, non si riprese mai del tuttoil suo cuore batteva più piano, come in punta di piedi. Ma mia madre non fece che ringraziare:
“Grazie a Dio, è vivo. Dobbiamo averne cura.”
Era così che parlava sempre: “Se perdi qualcosa, è Dio che lha presa, non la salute.” Le sue parole semplici mi scendevano nellanima come un asciugamano pulito steso sul tavolo.
Quando partii per studiare in città, cominciò il nostro miracolo: tre mattine alla settimana. Lautobus partiva alle sei. Mia madre si alzava che era ancora buio. In cucina, la luce brillava, il bollitore sussurrava, e nel cortile il freddo tintinnava. Metteva in tavola la sua silenziosa aritmetica damore: la polenta nel contenitore, le polpette in una scodella smaltata, linsalata in un barattolo con il coperchio nuovo, la composta in una bottiglia, un paio di torte salate “per dopo”, una mela, il sale in un sacchettino “nel caso servisse”. Legava tutto con un asciugamano di lino pulito”così il calore non si disperde”e lo sistemava in quella borsa a quadri blu dove i barattoli suonavano come campanellini.
“Mamma, non cè bisogno” le dicevo al telefono la sera prima. “Ce la faccio da sola.”
“E io pure ce la faccio,” rideva lei. “Meglio che si stanchino le mie mani, piuttosto che il tuo cuore per la nostalgia di casa.”
Alle sei, lautobus sospirava e partiva, e due ore dopo suonava il citofono:
“Piccola, apri, sono qui sotto.”
E facevamo colazione insieme. Chiudevo gli occhi di piacere, come quando ero bambina. Poi, per la giornata, cerano i contenitori, i barattoli, “questo per domani”, “questo per un pasto veloce”, “questo se capita lamica”. E così, tre volte a settimana. Se per caso non veniva, mi offendevo come se mi avesse rubato un pezzo daria.
“Avevi promesso” sussurravo al telefono.
“Scusami, tesoro. Lautobus oggi era rotto. Verrò domani.”
Mi sposai in fretta. I miei genitori non vennero al matrimonio
“E papà? Non riuscirà a venire,” chiese timidamente mia madre.
“Allora verremo noi da voi e festeggeremo insieme,” tagliai corto, cambiando discorso. Solo anni dopo capii: voleva essere lì. Voleva vedermi in abito da sposa non in una foto, ma con i suoi occhi.
Papà se ne andò per primo. Mia madre si chiuse in sé, come una casa senza luce serale. Io trovai solo parole aride:
“Mamma, non tormentarti Era malato da tempo. Sarebbe successo comunque”
Lei annuiva e veniva ancora più spessonon solo con le mie polpette preferite, ma anche con barattolini di purè “per i nipotini”.
“Mamma, lacqua da dove lhai presa?” chiedevo.
“Dal pozzo. La più buona. Lho bollita.”
Un giorno mio marito disse:
“Non la mangeremo. Chissà dove lha comprata, come lha lavata. Ai bambini soprattutto non va data.”
“Ma è mamma”
“Proprio per questo. Non offenderla, dille solo graziee basta.”
Non dissi “basta”. Sorrisi e presi la borsa, poi la svuotai. Piano, perché i barattoli non risuonassero. Le restituivo i piatti vuoti”mamma, era tutto buonissimo”e sentivo la sua voce luminosa:
“Grazie a Dio che ti è piaciuto. La prossima volta proverò unaltra ricetta, forse sarà ancora meglio.”
Mia madre non mi rimproverò mai. Veniva, portava le borse con il cibo, si sedeva e ascoltava. E io mi lamentavo: il lavoro era pesante, i bambini crescevano e non ubbidivano, in casa nessuno aiutava, la stanchezza non finiva mai.
“Non riusciamo nemmeno a scappare via un momento,” sospiravo. “Vorremmo andare da soli da qualche parte, ma non cè nessuno a cui lasciare i bambini.”
Mia madre mi guardò e disse piano:
“Come nessuno? E io? Io li terrei.”
Soffocai una risatina, come se fosse una battuta:
“Mamma, ma dai! Noi già fatichiamo, figurati tu Cosa potresti fare?”
Lei tacque. Sorrise solo, con quel suo sorriso quieto, quasi infantile. E, come sempre, cambiò discorso:
“Va bene, limportante è che state insieme. Io intanto vi farò un po di minestra, così avete meno pensieri.”
Poi mia madre non ci fu più.
Silenzio. Nessuno veniva più, nessuno portava più le sue cose buone. Solo vuoto nel cuore. Piangevo, e nelle orecchie mi rimbombava la mia stessa vocestrana, gelida: “Non tormentarti, sarebbe successo comunque.” Mio marito e i bambini ripetevano:
“Perché ti struggi così? Era anziana”
Ma io non trovavo pace.
Andai a casa di mia madre. In cucina, tutto era pulito come in farmacia. La tovaglia, senza una macchia. Sulla sedia, lasciugamano piegato, “quello”. Nel secchio, lacqua pulita che aveva portato lei. In camera, il letto rifatto, la Bibbia con gli angoli ingialliti, gli occhiali, il taccuino, la penna, il fazzoletto. Lo toccaie fu come stringere la sua mano.
Mi sedetti sul letto e parlai al vuoto, come se fosse lì, sulla soglia, con la sua borsa:
“Mamma, perdonami. Per non averti lasciato venire al mio matrimonio. Per non aver visto le tue cure. Per aver gettato via il tuo cibo. Per non averti creduto capace di badare ai miei figli. Per ci vediamo già tanto. Perdonami per tutto quello che non ho finito di mangiare, di ascoltare, di dirti”
E allimprovviso mi parve di sentire, dalla cucina, il sussurro del bollitore. E la voce di mia madre, chiara come allora:
“Piccola, ma che dici Smettila. Limportante è che tu vivi. E i bambini pure. Io lo so tutto, comunque. Vedo quanto ami.”
Lamore si può davvero portare in una borsa a quadri blu. Si può avvolgere in un asciugamano, perché non si disperda. Si può portare alle sei del mattino, tre volte a settimanasenza mai lamentarsi. Si può accogliere o non vedere.
Da allora, quando preparo la polenta, metto sempre un asciugamano pulito sul tavolo. Accanto, un piatto vuotoper le polpette di mia madre, che non ci saranno più. E sussurro:
“Mamma, ti amo. Tantissimo. E mi manchi da morire.”





