Arrivati Nel Posto Sbagliato

Siamo finiti nel posto sbagliato

Ma dove mi hai portata, Gabriele? domanda stupita la ragazza, guardandosi intorno. Le case semi-diroccate, i muri scrostati, la strada sterrata. Era chiaro che quel paesino era abbandonato da chissà quanto tempo.

Ma perché Gabriele mi ha portata proprio qui? Che idea avrà avuto stavolta?

A dirti la verità, Ilaria, nemmeno io so come siamo finiti qui

Il ragazzo scende dallauto, cammina qualche metro da un lato allaltro della strada deserta, poi ritorna indietro.

Sicuro che non sai niente? sorride sorniona Ilaria.

Faticava a credergli. Gabriele era un tipo troppo imprevedibile e amante delle avventure, e non si sapeva mai cosa aspettarsi da lui.

Stavolta però, nei suoi occhi cera davvero unombra di confusione.

Vuoi vedere che questa volta non sta mentendo e siamo finiti qui per caso davvero?

Te lo giuro, non ti sto prendendo in giro, si giustifica Gabriele. Ho proprio sbagliato strada, il navigatore non prende.

Va bene ti credo, gli sorride Ilaria, rimirando di nuovo le finestre sbarrate, le porte rotte. Allora torniamo indietro? Non serve restare qui fermi.

Torniamo pure, acconsente lui risalendo in macchina.

Per girarsi senza finire in un fosso, Gabriele deve guidare fino in fondo alla stradina.

Poi avanti e indietro, facendo manovra con rabbia al volante.

Quasi riesce a schiacciare sullacceleratore per lasciarsi quellatmosfera inquietante alle spalle, quando Ilaria gli afferra il braccio e grida:

Gabry, aspetta! Cè un gattino! Non andare avanti, lo schiacci!

Come?! Quale gattino? Gabriele si sporge guardando meglio il parabrezza. Non vede niente.

Proprio lì vicino alle ruote, sussurra affannata Ilaria.

Non cè nulla, te lo assicuro! Ti sarà sembrato. Ma dai… in un paese fantasma, dove vuoi che spunti un gattino?

Mentre comincia lentamente a muoversi, Ilaria grida di nuovo:

Fermo!

In quellistante, sotto la macchina sbuca una pallina di pelo sporco, zampe e orecchie in bella vista.

Spaventato a morte, il cucciolo tenta la fuga e si getta dirittamente in una grossa pozzanghera al centro della strada.

È terrorizzato, miagola più forte che può. Invece di scappare, trova rifugio su un ciuffo derba che sporge dallacqua: il suo piccolo isolotto sicuro.

Ma tornare a terra… questo proprio non sa come farlo.

Di rimettere le zampine in quella pozzanghera non ne ha nessuna voglia.

Lacqua non gli è mai piaciuta; e se non fosse stato per quel mostro a quattro ruote, che lo stava quasi per schiacciare, mai si sarebbe buttato lì dentro, neanche per dieci chili di crocchette.

Miao supplica il gattino fissando la ragazza. Nei suoi occhietti puliti si legge solo: Salvami, ti prego.

Dobbiamo aiutarlo, Gabriele, dice con voce decisa Ilaria.

Aiutarlo!? E come pensi di fare? risponde Gabriele grattandosi la testa.

Ma come? Basta fare due passi nella pozzanghera, prenderlo e tornare indietro. Sei un uomo, sarà un gioco da ragazzi!

E tu non puoi provare? Comodo, parlare. Poi, ho le scarpe nuove, di quelle costose. Non le voglio rovinare.

Oh, già… Settimana scorsa si è vantato di averle pagate duecento euro, sono in vera pelle danguilla ricorda Ilaria.

E allora toglile e vai scalzo, è così tragico?

Non pensarci neanche! Vuoi che mi prenda un malanno? Non è mica estate!

E come pensavi di fare il bagno al lago che mi hai tanto proposto questa settimana? sinfuria lei.

Gabriele tace. Non le dirà certo che il lago era una scusa, e che piuttosto avrebbe fatto le grigliate e bevuto qualche bicchiere di rosso… Poi una notte in tenda e il gioco era fatto.

Gabry, ci sei? Mi ascolti?

Ti ascolto… Ma nellacqua non ci metto piede, smettila.

Cioè, secondo te, dovrei andarci io?

Sei tu, Ilariuccia, che vuoi salvare il gattino. Al massimo, lo schivavo e via.

Allora dimmi, a cosa servo io, scusa?

In che senso?

Nel senso che, se veramente un giorno ci sposassimo, me le risolverei tutte da sola le grane? Sarebbe così il nostro futuro?

Ma la smetti di girare tutto come ti pare?!

Gabriele prova anche a fare loffeso, ma il risultato è impietoso. Parlare gli viene meglio che recitare.

Non sto dicendo questo. Ma, guarda, non metto piede in quella pozza. Primo, per le scarpe. Secondo

Già, la tua paura di ammalarti, lo interrompe Ilaria ironica.

Come ridi Io ho sempre avuto poche difese, basta poco e mi ammalo!

Lascia stare, Gabry, ci penso io.

Ma magari lascia perdere. Torniamo a casa.

E il gattino? Tu saresti capace di lasciarlo solo qui? Un briciolo di cuore ce lhai?

Ilaria getta uno sguardo al cucciolo, poi alla distesa dacqua. È già pronta a muovere il primo passo, quando una voce maschile risuona alle sue spalle:

Eccoti qui! Ti cerco da tutta la contrada! Perché sei corso così lontano?

Gabriele e Ilaria si voltano, e vedono avanzare un giovane in stivali di gomma.

Voi voi balbetta spiazzata Ilaria.

Mi chiamo Andrea Come siete capitati qui? Vi siete persi?

Eh sì, risponde Ilaria, ritrovando la voce poco dopo. Credevamo che in questo paese non vivesse nessuno. Io sono Ilaria.

Piacere, Ilaria. In effetti non ci abita più nessuno, tranne questi, sorride Andrea, indicando il gattino.

Attraversa la pozzanghera senza esitare, prende in braccio il batuffolo fradicio e lo riporta sulla strada asciutta.

Io lo chiamo e lui si diverte con gli ospiti, scherza.

In realtà labbiamo spaventato noi, poverino, ammette Ilaria. Grazie per averlo aiutato.

Di nulla…

Andrea accarezza sulla testa il micetto, che subito si tranquillizza e fa le fusa.

Due passi nellacqua, niente di che. Solo se Kuki perché così lo chiamo fosse finito nel fosso, allora sì

Eh, ma qui, Ilaria lancia unocchiata stizzita a Gabriele, cè chi non mette nemmeno piede in una pozzanghera, figuriamoci in un fosso.

Davvero? Esistono uomini così? Andrea pare sinceramente sorpreso.

Ecco, davanti a te ne hai uno. Gli ho chiesto di prendere il gattino, sai cosa mi ha risposto?

Dai, dimmi…

Che ha le scarpe di lusso, non vuole sporcarle!

Non capiva lei stessa come fosse così naturale parlare con Andrea, come con un vecchio amico Si fidava, tutto qui.

Gabriele invece la osserva nervoso, come se la presenza di Andrea lo mandasse in bestia.

E insomma, cosa ci fate qui? chiede Andrea rivolto a Gabriele.

Una deviazione, risponde secco.

Non vuole conversare. Così, Ilaria prende in mano la situazione.

Andavamo al lago, è da queste parti

Da queste parti? Andrea ride. No, qui vicino non cè nessun lago. Alla peggio uno stagno, dieci chilometri da qui, ma per fare il bagno lo escluderei. E poi è ancora presto per nuotare. Siete sicuri che volevate il lago?

Certo… Ho persino il percorso sulla mappa. Perché il navigatore non prende

Rovista nel cruscotto e mostra con il dito la meta.

Ma qui avete proprio sbagliato strada, spiega Andrea. Allincrocio dovevate girare a sinistra, e invece

No, no, la colpa è sua precisa Ilaria indicando Gabriele qui il capo ha voluto portarci nella campagna. Forse pensava di lasciarmi in mezzo al nulla

Ma sai che… scoppia Gabriele allora vattene tu…

Prego? Ilaria si blocca, sorpresa.

Eravamo venuti a stare insieme e invece parli con… con…

Gabriele s’interrompe, rabbioso.

Dai, coraggio, ridacchia Andrea, che volevi dirmi?

Ma lasciami stare!

Gabriele prende la macchina e riparte, verso la strada da cui erano venuti mezzora fa.

E io? grida dietro di sé Ilaria. Mi lasci qui con uno sconosciuto?

Lauto frena, si apre lo sportello del passeggero, e una borsa da spiaggia cade per terra: asciugamano, costume, coperta. Ilaria aveva davvero creduto al weekend romantico.

Lo sportello si richiude, il SUV tira via e svanisce dietro la curva.

Dopo qualche istante comincia anche a piovere. Il cielo coperto non prometteva niente di buono già dal mattino.

Che situazione… pensa Ilaria.

Fissa la strada sterrata e avverte le gambe tremare. Andrea, ora, le pare inesperto. E nonostante non abbia motivi per temere, si sente inquieta.

Mi sa che ho appena capito, riflette Andrea. Il tuo ragazzo, Gabriele, ti ha appena mollata qui?

Eh, magari! Sono io che volevo lasciarlo da tempo, finalmente ne ho loccasione. Per fortuna non siamo arrivati nemmeno allannuncio di matrimonio. Non voglio una vita con uno così Era solo una fissazione di mio padre, sai, affari di famiglia.

Ilaria sinterrompe: cosa le era venuto in mente di confidare tutto a un estraneo?

Guarda, Ilaria, non sono uno che mette bocca, ma ti capisco… Lasciare una donna sola qui, in mezzo al nulla, non è proprio da uomo.

Già, da sola, chissà dove e con chi, pensa Ilaria, ma non dà a vedere il turbamento.

Andrea, ma il paese più vicino è lontano?

In macchina saranno quaranta chilometri, non di più.

E il nome del paese? Così provo a chiamare un taxi.

Difficile che ti prendano qui…

Perché?

Qui non cè campo, vedi?

Ilaria tira fuori il telefono. Zero tacche. Andrea aveva detto la verità. Le viene una fitta dansia.

Non ti preoccupare, Andrea le sorride. Ho la macchina, ti accompagno io in città, appena smette. Intanto, perché non entriamo a casa, ti offro un tè.

Solo tè?

Solo tè, lo giuro.

Unaltra occhiata allambiente, un sospiro, assenso rassegnato. Cosa poteva fare di diverso?

Sarebbe andata da sola sotto la pioggia, a piedi, per chilometri e chilometri? Insieme a un gattino in braccio, si sentiva più sicura.

Del resto, stringere un animale le ha sempre dato serenità

*****

Dopo cinque minuti entrano in una villetta rustica, che spiccava fra le rovine: ci si poteva vivere ancora, volendo. Ma chi si trattiene in un paese abbandonato?

Ilaria, che tè preferisci? chiede Andrea entrando in cucina. Nero o verde? Ti piace quello alle erbe?

Alle erbe? No, meglio evitare… non si sa mai cosa ci mettono pensa.

Vada per quello nero, grazie risponde sorridendo.

Abiti qui con quel piccoletto?

Ma no, che dici

Andrea mette su il bollitore elettrico e sistema lo zucchero nelle tazze.

Il paese è vuoto da quasi un anno ormai. Tre mesi fa è morta la mia prozia; era lultima rimasta, ma non voleva andarsene da qui.

Mi dispiace tanto…

Grazie. Dopo la sua morte sono rimaste le sue gatte. O meglio, ora sono in tutto tredici…. La zia le ha sempre accolte: ogni volta che un vecchietto moriva, i suoi gatti finivano per strada. E lei li raccoglieva. Non avrebbero mai resistito da soli.

Che tristezza…

Oggi questo piccolo qui, Kuki, lho trovato proprio lungo la strada venendo qui. Chi sa come ci è arrivato, così piccolo, lontano dalla città?

Qualcuno lha abbandonato, purtroppo. Sai che glielo vorrei dire due paroline…

Andrea mette in tavola due tazze di tè e dei biscotti secchi.

Prego. Non ho altro. Non mi aspettavo ospiti!

Grazie… Ma qui avete ancora corrente?

Ho portato un generatore. Altrimenti sarebbe dura… Così il bollitore funziona, anche il microonde.

Aspetta… Vieni qui tutti i giorni?

Certo. Dopo il lavoro, o nei weekend. Non posso lasciare i miei mici senza cibo. In primavera ci si sta anche bene; ma fra qualche mese non saprò davvero che fare, con il freddo bisognerà accendere la stufa per loro.

E non hai pensato di darli via?

Ci ho provato… Ma nessuno li vuole. Ho chiesto ad amici, parenti. Tutti pieni di animali o non hanno tempo. Ho messo anche annunci online, ma niente. Kuki lo porterò io in città, ma gli altri sono troppi per il mio appartamento. E il gattile qui è già sovraccarico.

Posso vederli? domanda curiosa Ilaria, sentendo sparire le ultime tracce di paura.

Da sempre ama i gatti, a casa ne ha già due, Sofia e Lucilla, trovate anchesse per strada qualche anno fa.

Volentieri, intanto li sfamo. Appena arrivato ho dovuto cercare dappertutto Kuki!

Scendono in cortile; Andrea li chiama:

Micio-micio-micio!

Ed eccoli spuntare ovunque: grigi, creme, bianchi, rossi, tigrati

Uno, due, tre… dodici, tredici conta Ilaria.

Ci avevi proprio detto il vero…

Non ci credevi?

Difficile, ma ora ti credo. Vuol dire che sei ricco! Dicono che il tredici porti sfortuna, ma quando si tratta di gatti è il contrario.

E con Kuki, sono quattordici! scherza Andrea, mentre versa le crocchette nelle ciotole di metallo.

Giusto, ride serena Ilaria.

*****

Durante il viaggio di ritorno Ilaria resta silenziosa. Andrea lo nota, ma non osa interromperla. Le è piaciuta molto, e vorrebbe tanto conoscerla di più…

Anche Kuki, spaparanzato sul sedile posteriore, dorme sfinito.

Sai che ho unidea per aiutare i tuoi gatti? si fa improvvisamente viva Ilaria.

Davvero?

Sì. Lasciami il tuo numero, nei prossimi giorni ti farò sapere se si può fare.

Ci sto! Sarebbe un sogno trovare loro una famiglia.

Quattro giorni dopo Ilaria lo chiama: appuntamento in un caffè.

Ehilà! lo saluta con la mano, vedendolo arrivare.

Ciao! risponde Andrea.

Dopo un caffè, lei si protende sulla sedia:

Senti Andrea, ti piace venire in un locale così?

Sì… ma che centra?

E se in questo caffè si potesse anche ammirare e accarezzare dei gatti?

In che senso?

Tipo un cat café! È una vecchia idea, ma qui non ce ne sono

Davvero? Interessante!

Molta gente non può permettersi un animale, ma magari vorrebbe rilassarsi con un micio sulle ginocchia dopo il lavoro. Offro uno spazio dove sorseggiare una cioccolata o leggere un libro in compagnia dei gatti.

Forte.

Ho convinto mio padre a finanziarmi, troverò presto un locale, lo adatterò per far stare bene umani e mici. Quanto alle spese di ristrutturazione… servirebbe una mano!

Posso aiutarti io! Sono titolare di unimpresa edile, ho anche i miei operai. Puoi essere sicura della qualità.

Davvero? Grandioso! E così materiali e lavori sono risolti!

Esatto. Paga solo quello che serve per arredo o veterinario, tutto il resto lo gestisco io.

Fantastico! Così apriamo il cat café, e neanche stiamo a contare i profitti. Lo faccio per passione, non per arricchirmi.

Allora siamo già soci, a partire da oggi! ride Andrea.

*****

Dopo un mese e mezzo inaugurano il primo cat café della zona.

Allinizio la gente è diffidente o scettica. Qualcuno scherza: I gatti li vedo gratis in cortile”, ma dopo pochi giorni è subito un successo.

Che cè di meglio che leggere un libro, bere un espresso e lasciarsi coccolare dai gatti? Tantè che alcuni clienti ci si affezionano al punto di volerli adottare.

Così accade: chi voleva adottare piange, supplica, e Ilaria e Andrea dopo essersi consultati acconsentono. Ed ecco, nuova idea: appena i gatti provenienti dal paese abbandonato diminuiscono, i due cercano altri randagi in città e alle volte, aiutano a svuotare il gattile locale.

E sapete una cosa? I gatti trovano famiglie più velocemente di una pizza margherita a cena! Incontrano persone che li amano davvero.

Insomma, quella deviazione a Ilaria ha portato fortuna. Ora ha la sua attività del cuore, la città è più pulita meno animali abbandonati e un amore sincero vicino, Andrea. Uno che lavrebbe sostenuta in qualunque momento e pure passato in una pozzanghera, volendo, con o senza scarpe!

A breve, tra laltro, si sposeranno. Il loro business di famiglia non è per i soldi, ma per lanima: è la loro vera ricchezza.

E il gattino Kuki? Rimarrà ad aspettare tranquillo i suoi padroni, insieme alle adorate gatte Sofia e Lucilla le nuove regine del cat café.

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Arrivati Nel Posto Sbagliato
Non so come raccontarlo senza sembrare una telenovela, ma questa è la cosa più sfacciata che qualcuno mi abbia mai fatto. Vivo con mio marito da anni e la seconda persona in questa storia è sua madre, che si è sempre intromessa troppo nel nostro matrimonio. Ho sempre pensato fosse una di quelle mamme invadenti “ma lo fa per il nostro bene”. E invece no. Qualche mese fa lui mi ha fatto firmare degli atti per la casa. Mi aveva detto che finalmente avremmo avuto qualcosa di nostro, che l’affitto è una sciocchezza e che era il momento giusto, altrimenti ce ne saremmo pentiti. Ero felice perché sognavo da tempo una casa, per non vivere più tra valigie e scatoloni. Ho firmato con fiducia, perché pensavo fosse una decisione di famiglia. La prima stranezza è iniziata quando ha cominciato ad andare da solo alle istituzioni. Ogni volta mi diceva che non aveva senso che andassi, che avrei solo perso tempo e che a lui risultava più facile. Tornava a casa con delle cartelle e le infilava in qualche cassetto, ma non voleva mai che le guardassi. Se provavo a chiedere, mi spiegava tutto con parole complicate, come se fossi una bambina che non capisce nulla. Pensavo che gli uomini amano tenere il controllo su queste cose. Poi sono iniziate le “piccole” manovre finanziarie. All’improvviso pagare le bollette diventava sempre più difficile, anche se lui aveva lo stesso stipendio. Continuava a chiedermi di contribuire di più “perché ora serve così” e mi assicurava che poi tutto si sarebbe sistemato. Ho iniziato a pagare la spesa, una parte delle rate, i lavori, i mobili, perché stavamo “costruendo il nostro”. Alla fine non compravo più niente per me, ma lo facevo pensando che ne valesse la pena. Un giorno, pulendo, ho trovato sotto le tovagliette una stampa piegata in quattro. Non era una bolletta e nemmeno una carta qualsiasi. Era un documento ufficiale, bollato e datato, dove era chiaro chi fosse il proprietario. Non era il mio nome, nemmeno quello di mio marito. Era quello di sua madre. Sono rimasta di sasso e ho riletto più volte perché la mente si rifiutava di accettare. Io pagavo mutuo, lavori, mobili e la proprietaria risultava sua madre. Ho sentito un caldo improvviso e mi è venuto il mal di testa. Non era gelosia, era umiliazione. Quando lui è tornato non ho fatto scenate. Gli ho solo messo il foglio sul tavolo e l’ho guardato, senza domande né suppliche. Ero stanca di essere presa in giro. Lui non si è sorpreso. Non ha fatto finta di chiedere “cos’è questo?”. Ha solo sospirato, come se il problema lo avessi creato io per aver scoperto tutto. Ed è iniziata la giustificazione più arrogante che abbia mai sentito. Mi ha detto che “così è più sicuro”, che sua madre è una “garante”, che se mai dovessimo lasciarci, la casa non si divide. Lo ha detto con calma, quasi fosse una scelta normale come comprare una lavatrice invece del’asciugatrice. Io volevo ridere dall’impotenza. Questa non era una scelta di famiglia. Era il piano per farmi pagare tutto senza avere niente in mano alla fine. La cosa peggiore non era solo il documento. La cosa peggiore era che sua madre sapeva tutto — la stessa sera mi ha telefonato, parlando come se fossi io quella invadente. Mi spiegava che “lei aiuta soltanto”, che la casa deve essere “in mani sicure” e che non dovevo prenderla sul personale. Immagina. Pago, rinuncio a me stessa, faccio compromessi e lei mi parla di “mani sicure”. A quel punto ho iniziato a scavare, non per curiosità ma perché non mi fidavo più. Ho controllato estratti conto, bonifici, date. E ho scoperto la vera sporcizia: la rata non era solo il “nostro mutuo”, come lui mi aveva detto. C’erano altri debiti pagati con i miei soldi. Un debito vecchio della madre. Insomma, pago una casa che non è mia e saldo pure un vecchio debito che non mi riguarda. Lì mi si è tolto il velo dagli occhi. Improvvisamente tutti i comportamenti degli ultimi anni mi sono tornati in mente: lei che si intromette ovunque, lui che la difende sempre, io che sono “quella che non capisce”. Siamo partner a parole ma tutte le decisioni le prendono loro, io solo finanzio. La parte più dolorosa? Capire che sono stata solo comoda. Non amata, comoda. La donna che lavora, paga e non chiede troppo, perché vuole la pace. Ma la pace era la loro, non la mia. Non ho pianto. Non ho urlato. Sono andata in camera e ho cominciato a fare i conti: quanto ho dato, quanto ho pagato, cosa mi resta. Per la prima volta ho visto nero su bianco quanto sono stata sfruttata e illusa per anni. Il dolore non era per i soldi, ma per il fatto che mi hanno presa in giro col sorriso. Il giorno dopo ho fatto ciò che non avrei mai pensato: ho aperto un conto solo mio e ho spostato tutti i miei soldi lì. Ho cambiato tutte le password e ho tolto il suo accesso. Ho smesso di pagare “per il bene comune”, perché il “comune” era solo partecipazione mia. E soprattutto ho iniziato a raccogliere documenti e prove, perché ormai alle parole non credo più. Ora viviamo sotto lo stesso tetto, ma in realtà sono da sola. Non lo caccio, non lo supplico, non litigo. Semplicemente guardo l’uomo che mi ha scelta come portafoglio, e sua madre che si sente proprietaria della mia vita. E penso a quante donne in Italia hanno passato tutto questo e si sono dette “meglio stare zitta, se no va peggio”. Ma peggio che essere sfruttata con il sorriso non so se esista. ❓ Se dopo anni scopri che paghi per una “casa di famiglia”, ma i documenti sono tutti intestati a sua madre e tu sei solo la persona comoda, te ne vai subito o resti e combatti per riprenderti il tuo?