– Hai preso il pane?
Lui mi ha guardata come se gli avessi parlato in turco. Non con confusione, no. Piuttosto con una pausa. Lunga, pesante, difficile da incastrare in quella che era stata, fino a poco fa, la nostra normalità.
– Che pane? ha detto infine. Non una domanda. Unaffermazione secca.
– Normale, il pane toscano, quello del Bottegone sotto casa, quello che prendi sempre tu.
Ha posato la borsa a terra, si è guardato intorno in cucina, come se fosse entrato lì per la prima volta.
– Non sono passato dal negozio.
Ho annuito e mi sono voltata ai fornelli. Niente di grave, mi sono detta. Sarà stanco. Una settimana fuori, congresso a Bologna, letto dalbergo, cibo diverso, aria diversa. Normale essere stanchi.
Ma il pane lo comprava sempre. Da diciassette anni. Qualsiasi viaggio facesse anche solo per due giorni passava dal Bottegone allangolo tra via Garibaldi e via San Matteo e tornava con il filone sotto braccio. Non era un patto, nemmeno unabitudine per necessità. Era semplicemente lui. Il modo in cui tornava a casa.
Ho girato il mestolo nel minestrone e non ho più detto nulla.
Lui si chiama Gianluca. Luca, ormai, per tutti. Cinquantotto anni io, sessantuno lui. Viviamo a Siena, in un appartamento di due stanze al quarto piano che abbiamo preso nel 99, quando ancora Sofia era piccola. Sofia ormai è grande, si è trasferita a Milano, chiama la domenica. Io lavoro come bibliotecaria alle scuole medie, Luca è in pensione da tre anni, ma tiene dei corsi serali di edilizia allistituto tecnico. Vita tranquilla, ritmi lenti, litigi quasi mai. Serve saperlo. Per capire che non cè stato niente, proprio niente, che giustificasse quello che è successo dopo.
A cena non ci siamo detti una parola. Lui ha mangiato con calma, occhi nel piatto, io aspettavo che sollevasse lo sguardo e iniziasse a raccontare della trasferta, dei colleghi, dellascensore rotto in albergo, di come gli mancava il minestrone fatto come si deve. Raccontava sempre qualcosa, la prima sera al rientro.
– Comè stata Bologna? ho chiesto.
– Bene.
– Il seminario?
– Sì, tutto ok.
Ho posato il cucchiaio.
– Luca, ma stai bene?
Mi ha guardata. Occhi normali, grigi, solo un po stanchi.
– Sto bene. Solo stanco.
Ho sparecchiato. Lui è andato in salotto, si è sdraiato con il cellulare, come sempre. Come se niente fosse. Solo che il pane non cera. E nemmeno la nostra solita chiacchierata. E nemmeno qualcosaltro, che non saprei nominare.
La prima notte lho data per stanchezza. La seconda pure.
Il terzo giorno, venerdì, è successa la prima cosa davvero strana.
Stavo bevendo il caffè davanti alla finestra, guardando il cortile. Lui è uscito dal bagno e ha raggiunto la cucina, ha preso un bicchiere dacqua. Poi ha tirato giù dalla mensola il barattolo dellorzo, lo ha aperto, lo ha annusato, lo ha rimesso a posto. Non ho detto nulla. Ma Luca non ha mai bevuto orzo. Mai. Fin dal primo giorno mi prendeva in giro: Lorzo è acqua sporca per gente senza fantasia!. Ridevamo sempre per questa sua frase. Io gli preparavo caffè, tè, camomilla, qualsiasi cosa. Orzo, mai.
Eppure lha aperto, annusato. Come se stesse valutando se provarlo.
– Ti è venuta voglia dorzo? ho chiesto, cercando di non lasciar trasparire nulla nella voce.
– No ha risposto, ed è andato in salotto.
Sono rimasta a guardare quel barattolo ancora per un po.
Sabato ha chiamato Sofia.
– Papà è tornato? mi ha chiesto subito.
– Tornato, mercoledì.
– E come sta?
Un attimo di pausa.
– Stanco dal viaggio. Tutto a posto.
– Okay. Mamma, ad ottobre vengo, promesso? Siamo in ferie con Marco.
– Certo, vieni pure. Si fa una bella cena.
Non le ho detto nulla. Cosa avrei dovuto dirle? Che papà non ha preso il pane e ha annusato lorzo? Non suonava serio. Non suonava proprio per niente.
Eppure sentivo che qualcosa non andava. Non col cervello, non con la logica. Più con la pancia, con quellistinto che non spiega, ma avvisa.
Domenica gli ho proposto una passeggiata. A volte la domenica si andava nei giardini della Fortezza, non sempre ma spesso. A Luca piaceva una panchina vicino allacqua, comprava due bicchieroni di spuma da una bancarella, quando cera, si lamentava della schiena, io gli raccomandavo un po di ginnastica, lui rideva e faceva spallucce. Piccoli riti, come ne abbiamo tutti.
– Andiamo ai giardini? ho proposto.
Ha staccato gli occhi dal telefono.
– Quali giardini?
– Alla Fortezza. Cè bel tempo, camminiamo.
Ha pensato. Ed è strano, perché di solito rispondeva subito: Certo, oppure: Sì, aspetta che prendo la giacca. Non cera proprio da riflettere.
– Va bene ha detto dopo un attimo.
Abbiamo camminato senza parlare. Io lasciavo fare, osservavo. Lui si guardava intorno, senza vera curiosità, ma nemmeno con il suo solito modo rilassato della domenica. Sembrava uno che prova a memorizzare una scorciatoia in una città nuova.
Allingresso dei giardini cera un vecchietto con un cane spaniel, rossiccio, cicciotto.
– Guarda, Ugo! ho detto. Ugo era diventata la parola per tutti gli spaniel tontoloni dopo che viveva, nella scala accanto, la signora Lina con un cane identico e proprio quel nome. Era la nostra battuta.
Lui ha guardato il cane. Nessuna reazione.
– Ugo, ho ripetuto più piano.
– Bravo cane, ha detto. Educatamente. Ma neutro.
Mi sono fermata poco dopo, vicino a un cespuglio di rosa canina. Ho fatto finta di guardare le bacche, con il cuore che batteva più forte del solito.
Lui non ricordava più Ugo. O faceva finta. Ma perché?
Allo stagno la bancarella dello spuma non cera più, ormai era autunno. Luca si è seduto, ha guardato lacqua.
– Si sta bene qui, ha commentato.
– E sì, qui ci veniamo spesso.
– Ah sì?
Mi sono girata verso di lui.
– Luca. Qui ci veniamo da almeno dieci anni.
Ha annuito. Sereno, senza imbarazzo.
– Sì, dico solo che si sta bene.
In quel momento qualcosa, dentro di me, si è chiuso. Non lho capito subito. Solo di notte, ascoltando il suo respiro dallaltra parte del letto. Lui non ha detto Certo, che ricordo. Ha detto Sì, come chi concede a uno sconosciuto di avere ragione.
Non ho dormito quasi per niente. Ripensavo a come si chiamava questa cosa, quando una persona cè, fisicamente, ma manca qualcosa. Ricordavo di aver letto, non so più dove, che le persone possono davvero cambiare tanto dopo uno shock, uno stress forte, fino a sembrare quasi altre. Lo chiamano con un termine psicologico, che non ricordo più. Ma qui non cera stato nessuno shock, a quanto ne sapevo. Semplice congresso di edilizia. Una settimana a Bologna. Non è che per questo si diventi un altro.
Alle tre di notte mi sono alzata, ho bevuto acqua, sono rimasta a guardare fuori. Cortile vuoto, lampione che sfarfalla. Aspetta, mi sono detta. Forse qualcosa gli è successo, che non vuole dire. Forse si è sentito male, forse ha litigato. Capita. Soprattutto quando la vita ha dato e tolto tanto e si va oltre i sessanta.
Sono tornata a letto. Lui dormiva rivolto al muro. Gli ho posato una mano sulla schiena, piano, come ho sempre fatto. Non si è mosso.
Il lunedì ho chiamato la mia amica Nina. Ci conosciamo dai tempi delluniversità, abita dallaltra parte di Siena, lavora in una ASL, in segreteria. Nina è schietta come il pane sciapo, senza troppi giri. E mi piace per questo.
– Nina, posso passare da te?
– Succede qualcosa?
– Non lo so. Forse niente. Solo voglia di parlare.
– Passa dopo le cinque, ci sono.
Da Nina si sta sempre bene, profuma sempre di torta, pure quando non ha cucinato nulla. Siamo andate in cucina, ha messo su il tè. Le ho raccontato tutto. Del pane, dellorzo, di Ugo, del sì.
Ha ascoltato in silenzio, poi ha riflettuto.
– Silvia, a volte è depressione. Oppure inizia qualcosa con la memoria, dai, non siete più ragazzini.
– Nina, ha sessantuno anni.
– Proprio per quello. Il suocero di Rosella, a sessantadue, ha iniziato. E chi lo dice che a Luca non possa succedere?
– Ma lui non si è mai dimenticato niente. Numeri, nomi, tutto lui, meglio di me.
– Tutto cambia, prima o poi.
Guardavo dentro la tazza.
– Nina, non è semplice dimenticanza. Mi guarda normale, tutto normale. Però ogni tanto mi guarda come si guarda uno sconosciuto a cui vuoi fare buona impressione.
Nina ha spezzato un pezzo di torta.
– Hai dormito?
– No.
– Ecco. Ti stai facendo troppi film. È tornato stanco, magari ha qualche problema al lavoro, mica vengono a raccontare tutto. Dagli almeno una settimana.
Ho annuito. Forse ha ragione. Forse.
Ma tornando a casa, continuavo a pensare al gesto con cui aveva annusato il barattolo dorzo. Un gesto minuscolo, insignificante. Eppure, talmente non suo, da lasciarmi un groppo in gola.
Lui era a casa, seduto al tavolo con dei fogli. Scriveva. Ho messo su il bollitore, ho tirato fuori la spesa. Non ha alzato lo sguardo.
– Sono stata da Nina.
– Okay.
– Ho portato la torta.
Ha guardato la torta.
– Di cosa è?
– Di verza. La tua preferita.
– Non ne vado matto.
Ho posato la borsa, piano. Lentamente.
– Luca.
– Cosa?
– Da piccolo adoravi quella con la verza. Me lo hai detto tu, che tua madre la faceva sempre.
Mi ha guardata dritto.
– No, la faceva alle mele.
Silenzio.
Sua madre, Anna Maria, è morta dodici anni fa. Lho conosciuta bene. Ho visto come impastava le torte, ne ho mangiate mille. La verza e luovo, le sue torte. Ci teneva, era il suo cavallo di battaglia.
– Luca, Anna Maria faceva la verza, ho quasi sussurrato. Me lo ricordo benissimo.
– Forse anche la verza, non so, sarà passato tanto tempo, ha alzato le spalle, si è rimesso a scrivere.
Sono uscita e mi sono fermata alla finestra. Guardavo la strada, le auto, la solita Siena autunnale.
Anna Maria faceva la verza. Ricordo il profumo, la cucina stretta, la cerata a fiori. Lui la ricordava meglio di me. Me lha raccontato decine di volte. Comè possibile dimenticare la cucina della mamma?
Ho preso il telefono, cercato il numero di Lorenza, la sorella di Luca. Vive a Empoli, non si vedono spesso, ma qualche telefonata se la fanno. Ho chiamato.
– Ciao Silvia! Come state?
– Tutto ok. Senti, ti ricordi che torta faceva sempre la mamma?
Un attimo di esitazione.
– Quella con la verza! E con luovo. Perché?
– Così, sto cercando una ricetta. Baci Lorenza, grazie.
Ho chiuso. Le gambe molli, ridicolo sentirsi così per una torta, eppure.
Qualcosa con la memoria, mi sono detta. Forse neurologia, letà che avanza, qualsiasi cosa. Serve il medico. Serve parlare chiaro.
A cena:
– Luca, mal di testa ne hai avuto, ultimamente?
– No.
– Dormi bene?
– Sì.
– Non vuoi fare un controllo? Per sicurezza, una visita?
Ha posato la forchetta.
– A che serve?
– Per la pressione. È da tanto che non vai.
– Misuro la pressione qui. È tutto normale.
– Luca, mi preoccupo.
Mi ha guardato, a lungo. Quasi scrutandomi.
– Credi che ho problemi?
– Solo mi preoccupo.
– Silvia, sto bene. Basta così.
Ha ripreso la forchetta. Discussione chiusa. Luca ha sempre avuto questa capacità di dichiarare punto senza dover alzare la voce. Io di solito non insistevo.
Ma ora lo guardavo, come muoveva le mani, come inclinava la testa, e la mente correva. Così tiene la schiena? Giusto, sempre stato diritto, ora è un po ricurvo. Forchetta destra, sì, è destrimano.
Ho sparecchiato, sono andata in bagno. Allo specchio mi fissava una donna stanca, capelli corti (da anni non li tingevano più), le solite rughe sugli occhi rughe da risate le chiamava Luca, non segni del tempo. Lascia perdere, Silvia, ti stai inventando tutto. Di come si tiene la forchetta non ti sei mai preoccupata. Sei spaventata dalla novità, solo questo. Capita, capita davvero.
Sono andata a dormire.
A notte fonda mi sono svegliata per il silenzio. Non mancava un suono, mancava una presenza. Ho allungato una mano, il suo posto era freddo.
Mi sono alzata. In cucina cera luce accesa. Lui era seduto al tavolo, scriveva su un quadernino. Di suo, Luca non scrive a mano niente, da tempo.
– Luca?
Ha sollevato lo sguardo, tranquillo.
– Non dormo.
– Che scrivi?
– Cose mie. Qualche pensiero.
– Posso leggere?
Un attimo di stop.
– Sono cose personali.
Lo teneva stranissimo. Da diciassette anni non cera niente che non potessi chiedergli. Certo, ognuno ha i suoi spazi, ma lui non avrebbe mai risposto così. Non con quellintonazione.
– Ok, buona notte, ho detto solo.
Sono tornata a letto. Lho sentito scrivere, poi muoversi, spegnere la luce e rientrare. È rimasto sveglio anche lui, un po. Lo sentivo respirare.
La mattina, il quaderno non cera più.
Lho cercato. Non so perché, ma lho cercato. Ho guardato in ogni cassetto della cucina, niente. Ho controllato nel suo comodino (non lo avevo mai fatto). Dentro pochissimo: occhiali vecchi, una moneta, un paio di foglietti. Il quaderno, nulla.
Se lera portato.
Sono andata a lavorare. In biblioteca si sta bene, pace, odore di carta, un po di polvere, niente pensieri. Ho sistemato romanzi mancanti, risposto alle domande di Francesca, la giovane collega, aiutato a cercare una rivista. Giornata come tante.
Allora di pranzo, chiusa nella stanzetta dietro, pensavo: come si capisce veramente se uno è cambiato? Non per una sciocchezza, non per letà, no… Cambiato e basta, dentro. Dopo diciassette anni, dopo che conosci risata e paura, tutto, dopo che non serve nemmeno parlare. Come fai?
Mi è venuto in mente il termine: sostituzione psicologica. Lo avevo letto. Quando chi hai accanto sembra improvvisamente un altro. Può essere un sintomo di qualcosa di medico, conseguenza di uno stress, o solo… la vita che passa. È più frequente di quanto si pensi. Quando i figli sono grandi, la carriera finita, resti tu e laltro e puoi anche non sapere chi sia veramente.
Ma Luca, io lo conoscevo. Di questo ero sicura.
Quella sera era già a casa quando sono rientrata. Fermo in cucina, guardava fuori.
– Che fai, Luca?
– Guardo.
– Cosa?
– Niente. Guardo il panorama.
Una risposta che da chiunque sarebbe stata stranissima, da lui pazzesca. Non è mai stato uno che stava a contemplare. Lui agiva, faceva, scriveva, aveva sempre bisogno di fare qualcosa.
– Comè andata la giornata? ho chiesto.
– Normale. Lezioni, gli studenti.
– Gli studenti come sono?
– Quelli di sempre.
Ho preso il pollo dal frigorifero, mi sono messa ai fornelli.
– Raccontami qualcosa di Bologna, ho detto.
– Cosa?
– Qualsiasi cosa. Dove stavi, cosa hai visto.
Un attimo di silenzio.
– Albergo normale. Il seminario era al tecnico vicino alla stazione. Siamo stati a visitare un nuovo quartiere appena costruito. Basta.
– Gente? Colleghi?
– Sì.
– Chi?
Ha fatto silenzio. Gli ho lanciato una rapida occhiata.
– Due dallistituto. Qualcuno da Roma.
– Cera Ermanno? (Ermanno Venturi, responsabile del corso: Luca e lui lavorano insieme da anni, sono stati anche in vacanza insieme.)
– Venturi? No, stavolta non cera.
– Eppure ci va sempre a quei seminari.
– Non questa volta.
Sono tornata al pollo. Forse è davvero così.
Quella notte, quando Luca dormiva, ho mandato un messaggio a Clara, la moglie di Venturi. Non siamo particolarmente amiche, ma il numero ce lho. Ho scritto: Clara, buonasera, volevo sapere se Ermanno è tornato bene dal convegno di Bologna.
Mi ha risposto dopo cinque minuti: Buonasera. Ermanno non si è mosso da Siena, non lo hanno mandato. Perché?
Ho scritto che avevo confuso, scusandomi.
Ho riposto il telefono. Rimasta al buio.
Luca non sa o non ricorda se Venturi era a Bologna. Luomo con cui lavora fianco a fianco e con cui va anche in vacanza.
Oppure lo sa… e mi ha mentito. Ma perché?
Forse hanno litigato. Forse gli è successo qualcosa di personale. O forse non era a Bologna. Forse quella settimana lha passata da unaltra parte.
No, basta. Troppo. Non posso andare oltre.
Eppure la domanda resta lì, e non si leva.
Il giorno dopo, mercoledì, ho trovato una scusa. Ho detto che avremmo dovuto comprare tende nuove per la camera e gli ho proposto di andare tutti e due al Mercatone di via Nazario Sauro. Ogni tanto ci andavamo, Luca si annoiava mortalmente, sbuffava che prendi quella che vuoi, io non ci capisco nulla, poi a fine acquisti si mangiava sempre una sfoglia al bar lì vicino. Un nostro piccolo rituale.
– Andiamo oggi? gli ho chiesto.
– Dove?
– Al Mercatone. Serve nuovo tessuto per le tende.
– Queste vanno benissimo.
– Quelle ormai non si tengono più.
Si è alzato le spalle.
– Va bene, andiamo.
Abbiamo girato mezzora tra i rotoli, facevo domande, lui rispondeva assente. Poi: Andiamo a prendere la sfoglia?, ho chiesto.
– Dove?
– Il bar qui vicino. Quello dove andiamo sempre.
Mi ha lanciato uno sguardo come incuriosito.
– Non mi ricordo nessun bar.
Sorriso. Di quelli che si tirano fuori con sforzo per sembrare tranquilli.
– Forse non ti viene in mente, dai, andiamo che ti faccio vedere.
Siamo usciti, sono passata apposta da dietro langolo, dove cè davvero un minuscolo bar con linsegna gialla. Odore di burro e zucchero. Bar del Centro. Sta lì da chissà quanto.
– Eccolo.
Lui guarda linsegna.
– Ah… Non ci avevo mai fatto caso.
Abbiamo preso due sfoglie. Lui mangiava come sempre, osservava la gente, mi chiedeva se avessi freddo. Tutto normale.
Solo una volta ha guardato a lungo il cartello giallo del locale. Uno sguardo come a voler fissare qualcosa in mente. O a volerlo scrivere da qualche parte.
– Luca, gli ho detto piano. Ti ricordi di me?
Mi ha guardata. Sembrava davvero stupito.
– Che vuoi dire? Sei Silvia, mia moglie.
– Sì, hai ragione. Ma di noi? Di tutto quello che cè stato.
– Che succede, Silvia?
– Nulla. Solo che da un po… non sei più tu.
– Tutti cambiamo.
– Questo me lo sono detta anchio, qualche giorno fa. Solo che tu dicevi sempre che la gente non cambia mai.
Lui è rimasto in silenzio un attimo.
– Forse anchio cambio, ha detto.
Al ritorno, guardavo fuori dalla finestra del bus. Quella paura di non riconoscere più chi hai accanto non è affatto paranoia. Succede davvero. E spesso significa che sotto cè qualcosa che non viene detto.
Il giovedì mattina, quando è uscito per andare allistituto, sono entrata nel suo studio. Uno stanzino che chiamiamo studio, anche se è solo una camera in più. Tavolo, libreria, cartelle.
Non volevo cercare, giuro. Ma mi sono seduta e ho aperto il primo cassetto.
Il quaderno era lì.
Lho preso. Aperto. Prime pagine vuote. In mezzo, appunti. Una grafia minuta, ordinata, non la sua. Luca ha sempre scritto in modo grande e irregolare; dicevo sempre che era un medico mancato. Questo era un tratto piccolo, preciso. Quasi calligrafico.
Leggo: elenchi. Silvia. Moglie. 58 anni. Biblioteca. Figlia Sofia, Milano. Caffè senza zucchero. Le tende le vuole cambiare. Amica Nina, lavora in ASL. Poi altre cose: Torta di verza, dovrebbe piacere. Giardini domenica. Spaniel: Ugo, battuta. Ancora: Mamma Anna Maria. Verza o mele. Da verificare.
Non riuscivo a respirare.
Sembrava il blocco di appunti di qualcuno che impara la vita di un altro. Per non sbagliare.
Ho chiuso il quaderno. Rimesso a posto. Sono andata in cucina, ho bevuto due bicchieri dacqua, uno dopo laltro.
Pensieri semplici, nitidi, che si fanno solo nelle emergenze.
Chi è questuomo.
Vive con me da una settimana. Sembra Luca, ha la sua voce, sa che mi chiamo Silvia, che Sofia sta a Milano, che il mio caffè lo preferisco amaro. Ma tutto questo lo scrive. Lo studia dagli appunti.
Ho telefonato in biblioteca, dicendo che stavo poco bene, prendendomi il giorno libero. Sono rimasta seduta, a fissare un punto nel muro. Provando a essere razionale.
Amnesia. Uno stato dissociativo, in cui perdi brandelli della tua vita e cerchi di ricostruirli piano. Forse gli è successa una cosa grave e io non lo so. Forse qualcosa è collassato nella sua testa; non vuole dire nulla per vergogna, o per paura.
È plausibile. Spiega quasi tutto.
Quasi.
Perché la scrittura non è la sua. E questo non si spiega.
Non badavo mai alla calligrafia, ma la sua la riconosco. Lho vista milioni di volte: la lista della spesa, biglietti sui pacchetti regalo, post it sul frigorifero. Quella nel quaderno, invece, no. Non la confonderei mai.
Va bene, succede: la gente cambia scrittura dopo forti traumi, dopo un ictus… Ma non avrebbe potuto camminare o parlare normalmente, allora. Sarebbe successo altro. Sarebbe stato in ospedale… Tutti se ne sarebbero accorti.
Mi sono sfregata il volto.
È rientrato alle sette. Ho preparato cena, apparecchiato, mi sono vestita. Non che servisse, ma qualcosa dovevo fare.
– Sei stanca? Non sei andata in biblioteca, oggi.
– Mal di testa. Mi è già passato.
Ha annuito, lasciato la borsa, è andato a lavarsi le mani. Solita sera.
A tavola lo guardavo. Mi chiedevo comè perdere davvero una persona amata. Non nel senso fisico, ma così, dall’interno. Un involucro identico, ma dentro qualcosa che manca. Qualcosa che era lui.
– Luca, gli ho detto.
– Mh?
– Raccontami qualcosa su di noi. Di come ci siamo conosciuti.
Ha lasciato la forchetta sul piatto, come pensasse.
– Perché?
– Solo per sapere. Come lo ricordi tu.
Ha ripensato, senza fretta.
– Ci presentarono amici comuni, ha detto. A una festa di compleanno. Avevi quel vestito blu.
Vero. Vilma Menconi compiva gli anni, io avevo il vestito blu. Era il 97.
– Poi ci siamo rivisti, un paio di volte, ha continuato. E siamo usciti insieme.
Pausa.
– E basta, ha aggiunto.
Lo fissavo.
– Poi?
– Ci siamo sposati. È nata Sofia. Abbiamo preso casa.
– Luca. Quando mi hai chiesto di sposarci, dove siamo andati?
– Silvia…
– Dimmelo solo, per favore.
Silenzio lungo.
– Non ricordo tutti i particolari, dice. È passato tanto.
– Ma tu dicevi che te lo ricordavi minuto per minuto. Lo hai raccontato a tutti allanniversario dei 25 anni.
Silenzio.
– Luca. Dove siamo andati quel giorno della proposta?
Mi ha guardata a lungo. Mai irritabilità, mai imbarazzo. Solo qualcosa che sembrava stanchezza. O calcolo.
– Silvia, mi ha detto piano. Perché me lo chiedi adesso?
– Perché voglio sapere se lo ricordi.
– Sono stanco. Erano tanti anni fa. Non si può ricordare tutto.
– Non è una sciocchezza.
– Lo è per me.
Mi sono alzata, ho sparecchiato i piatti. Cena finita lì.
Siamo stati sul fiume Merse. Siamo andati con la Panda scassata, era unavventura e Luca mi portava attraverso i fossi a braccio perché avevo le scarpe eleganti. Era estate del 98, il sole sugli occhi, e mi ha chiesto di stare insieme per sempre. Lui amava raccontarla.
Luomo seduto ora a tavola non conosce quella storia.
Quella notte ho scritto a Nina un messaggio-mattone: del quaderno, della scrittura, del Merse.
Mi ha risposto alle una: Silvia. Serve un medico. A lui e magari anche a te. Domani chiamami.
Ho spento il telefono. Lui dormiva tranquillo. Guardavo il soffitto.
Pensavo che succede, a volte, che la gente non abbandona, semplicemente sparisce rimanendo accanto. E fa molto più male.
Venerdì mattina ho deciso: glielo dico. Gli racconto del quaderno, del Merse, del messaggio a Clara, di Venturi che sicuramente non era a Bologna. Che ho domande e voglio risposte. Che non voglio fargli la guerra, solo verità.
Era già in cucina, preparava il tè.
– Luca, ho detto.
– Mh?
– Dobbiamo parlare.
Si è girato. Mi ha guardato. Lento, serio.
– Lo so, ha detto.
Mi sono fermata.
– Cosa sai?
– Che hai scoperto qualcosa. Ho visto che sei entrata nello studio.
Silenzio. Non mi sono scusata. Ho aspettato.
– Siediti, ha detto.
Ci siamo seduti. Teneva la tazza tra le mani. Guardava dentro.
– È difficile da spiegare, ha iniziato.
– Prova.
– Quello che pensi, forse, è vero. In parte almeno.
– In parte?
– Nel senso… Non ricordo tutto. Non come vuoi tu. Solo delle cose. Quelle grandi.
– Il Merse, ho detto.
Mi ha guardato negli occhi.
– Cosa?
– Lì mi hai chiesto di sposarci. Ti ricordi?
Il suo viso si è increspato un po.
– No, ha scosso la testa.
– Ugo? Ti ricordi?
Silenzio.
– No.
– Tua madre, Anna Maria?
– Ricordo la faccia, la voce, i capelli. Ma i dettagli… no.
Mi sono fissata le mani.
– Luca. Quando è iniziata?
– Non so con precisione. Un po alla volta.
– E non me lhai detto.
– Non sapevo come.
– Ti sei scritto tutto per non sbagliare.
– Sì.
– La scrittura non è la tua.
Lunga pausa. Ha posato la tazza.
– Lo so, ha ammesso.
– Che significa?
Non ha risposto. Guardava fisso il tavolo. Ho aspettato.
– Luca. Guardami.
Mi ha fissato, occhi grigi, i suoi.
– Sei davvero Luca? Sei il mio Luca?
Ed è stata la prima volta che ho visto, nei suoi occhi, qualcosa di profondo. Qualcosa che sembrava dolore. O smarrimento. O qualcosa che non conosco ancora.
– Silvia, ha detto piano. Non so come risponderti.
Lo fissavo. Le sue mani attorno alla tazza. La ruga sempre uguale vicino alla bocca. Le tempie bianche.
– Questa è la verità?
– La verità più onesta che ho.
Fuori pioveva. La solita pioggia autunnale toscana. Sentivo le gocce picchiare contro il vetro. Nulla di insolito.
– Che cosa devo fare, con tutto questo? non lo chiedevo davvero a lui. Più alluniverso.
– Non lo so, ha risposto. E aveva, ancora, lo strano sapore della verità.
Mi sono alzata, ho preso il caffè. Amaro. Mi sono messa alla finestra.
Dietro di me, lui si è alzato. Ho sentito il passo, poi fermo dietro di me.
– Silvia.
– Eh?
– Ricordo la tua voce. Da subito. Il tono. Quello, almeno, lo ricordo.
Non mi sono voltata.
– È poco.
– Lo so.
La pioggia continuava. Unauto sotto il portone ha suonato, poi di nuovo silenzio.
– Mi serve tempo, ho detto solo.
– Va bene.
– Non dico che so come andrà.
– Capisco.
Mi sono girata. Era lì, guardava come chi vorrebbe dire altro e non trova il coraggio.
– Dimmi almeno una cosa, gli ho chiesto.
– Cosa?
– Vuoi stare qui?
Silenzio. Pioggia che batte.
– Sì, ha detto solo. Vorrei restare qui.
Lho guardato. Questo uomo in casa mia, che sa il mio nome, annota dettagli, non sa più niente del Merse, ma tiene la tazza proprio come Luca.
– Allora vai a prendere il pane, ho detto. Il toscano. Dal Bottegone allangolo di via Garibaldi.
Ha annuito. Ha messo la giacca. Si è avviato. Sulla porta si è fermato.
– Silvia.
– Sì?
– Il Merse. Me lo racconti, poi?
Lho fissato a lungo.
– Vedremo, ho detto.
La porta si è chiusa. Sono rimasta alla finestra col caffè, sentendo i suoi passi sulle scale. Quarto piano, sedici gradini a rampa. Li ho sempre contati.
Sedici.
Lho visto in cortile. Girava langolo, con il colletto alzato contro la pioggia. Un uomo comune in un giorno di pioggia qualunque.
Allangolo ha girato a destra, verso il Bottegone.
Avevo la tazza in mano, senza sapere cosa provare. Dentro solo silenzio, non pace, silenzio, senza finte risposte, ma anche senza dover più fingere di non cercarle.
Messaggio di Nina.
– Come va?
– Non lo so.
– Hai parlato?
– Sì.
– E allora?
Guardavo la strada vuota dal vetro sudato.
– Nina… Tu ci riusciresti, a vivere con uno che non sa più chi è?
Pausa.
– È stato lui a dirtelo?
– In un certo senso.
– Silvia, ci serve il dottore. Sul serio. Non si risolvono così le cose.
– Lo so.
– E tu, che vuoi fare ora?
Ho posato la tazza.
– Non lo so ancora. È uscito a prendere il pane.
– Che pane?
– Il toscano, del Bottegone.
Pausa lunga.
– Mi preoccupi.
– Andrà bene, Nina. Ora richiamo io.
Ho lasciato il telefono, ho bevuto un sorso. Ormai era tiepido, ma mi calmava comunque.
Sedici gradini.
Dopo venti minuti sento il portone, poi i passi sulle scale. Sedici gradini.
Sono rimasta ferma.
Chiave, serratura, porta che si apre.
– Ecco qui, ha detto dal corridoio. Toscano, era lultimo.
Mi sono voltata. Era lì, col pane in mano, gocciolante di pioggia, con ciocche sulla fronte.
– Mettilo lì.
Ha posato il pane.
Ci siamo guardati.
– Vuoi il tè? ho chiesto.
– Sì.
Ho messo su il bollitore. Lui si è tolto la giacca, appesa, si è seduto. Sentivo che non diceva nulla, e non pesava. Solo silenzio.
– Silvia, ha detto piano. Mi racconti del Merse?
Lacqua iniziava a scaldarsi. Piano, poi più forte.
E ho pensato.
– Non adesso, ho risposto. Forse dopo.
– Va bene.
E il bollitore ha iniziato a fischiare.






