Due volte nello stesso fiume: una storia filosofica italiana su errori, perdono e seconde possibilità

Due volte nello stesso fiume. Una storia filosofica sugli errori, il perdono e una seconda occasione

Era una fredda serata di febbraio quando Alessia, finalmente, arrivò sotto il portone del suo palazzo di periferia a Firenze. Le dita, gelate dal vento, a stento reggevano le pesanti borse della spesa. Lascensore era guasto già da tre settimane, perciò la donna doveva caricarsi non solo le buste, ma anche il piccolo Matteo, il suo figlioletto di cinque anni che si lamentava e chiedeva di essere preso in braccio.

Mamma, ho freddo piagnucolava il bambino, avvolto nella sciarpa. Ho fame. Perché ci mettiamo così tanto?

Pazienta, tesoro, rispose Alessia con il fiato corto, cercando la chiave nella borsa con mani insensibili. Tra poco saremo in casa, ci scalderemo e ti preparo la cena. Guarda, ecco la chiave ci siamo quasi.

Aprì la porta, lasciò entrare Matteo e trascinò faticosamente i sacchetti nellingresso. Appena chiusa la porta, sentì nella casa quel tepore rassicurante, ma nel cuore aveva solo gelo. Si sfilò giacca e sciarpa, poi si inginocchiò davanti al figlio.

Tesoro, vai in camera tua a giocare un pochino, mentre preparo la cena. Ci stai?

Matteo annuì e, tolte in fretta le scarpe, corse via. Alessia si alzò e, rivolgendosi verso il soggiorno, chiamò:

Luca, siamo a casa! Puoi aiutarmi? Ho le braccia a pezzi Guarda quante cose ho portato!

Silenzio. Solo le urla soffocate del marito che arrivavano dalla stanza da letto, scandite in un tono concitato nel microfono:

Che fai? Vieni dietro di me! Che disastro! Hai visto come mi hanno eliminato? Stanno usando dei trucchi, impossibile giocare così!

Alessia si tolse le scarpe, entrò in salotto e spalancò la porta della camera. Trovò Luca con le cuffie, il volto teso davanti al monitor, dita che correvano frenetiche sulla tastiera, gli occhi rossi dopo ore di videogioco.

Luca, gli disse piano. Sto parlando con te.

Nessuna risposta. Si avvicinò e lo sfiorò sulla spalla. Lui trasalì di scatto, si girò togliendo le cuffie:

Ma cosa fai? Stavo per battere il boss finale, mi hai distratto! Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?

Siamo rientrati rispose lei cercando il tono più calmo che poteva dal lavoro. Il bambino ha freddo ed è affamato. Ho portato la spesa, erano pesanti. Mi aiuti?

Fammi finire, dài, non rompere, borbottò Luca e rimise le cuffie.

Alessia rimase ancora qualche secondo, sperando ci ripensasse. Niente. Con il fiato sospeso, si diresse in cucina. E anche lì trovò solo altro disordine: piatti e tazze sporchi nel lavello, pentole piene di resti, una padella con olio bruciato, il tavolo coperto di briciole, una grossa macchia di sugo sulla tovaglia e sul pavimento una chiazza ormai secca di caffè.

Chiuse gli occhi per non piangere. «Non piango, non piangerò» si ripeteva. Ma le lacrime arrivarono lo stesso. Si pulì il viso alla meno peggio e iniziò meccanicamente a lavare i piatti. Così le mani erano occupate e magari anche la testa si sarebbe calmata.

Dopo una mezzora la cucina era in ordine, i ravioli pronti sul fuoco, la tavola apparecchiata. Chiamò il figlio:

Matteo, vieni a cena, dai tesoro.

Il bimbo si sedette ma non toccò il piatto.

Papà cena con noi? chiese serio, fissando la madre. Mi aveva promesso che oggi mi disegnava un carro armato e giocava con le macchinine.

Papà è impegnato rispose lei, cercando di mantenere una voce stabile. Mangia poi, dopo, vai nella tua cameretta. Devo parlare un attimo con papà.

Di cosa? domandò Matteo mentre giocherellava con i ravioli.

Di cose da grandi. Mangia.

Quando il bambino accennò a mangiare, Alessia si alzò e tornò decisa da Luca. Questa volta non perse tempo: andò al computer e spinse il pulsante darresto.

Sei impazzita? urlò il marito alzandosi di scatto. Io ero a metà missione, tutto perduto per colpa tua! Ma ti rendi conto?

Mi rendo conto rispose piano, ma ferma. Sto salvando il nostro matrimonio. O almeno quello che ne resta. Vieni a cena, dobbiamo parlare.

Ma non è il momento! bofonchiò, cercando di riaccendere il computer.

Luca, si mise fra lui e il monitor. Ti ho detto: vieni a cena. Dobbiamo parlare.

Il suo sguardo era così deciso che, per la prima volta, Luca vacillò. Brontolando, uscì dalla stanza e si sedette a tavola.

Alessia mise a letto Matteo leggendo una fiaba, poi rientrò in cucina. Luca smuoveva i ravioli come se fossero nemici personali.

Luca, disse sedendosi davanti a lui. Voglio farti una domanda. Solo una, rispondi sinceramente.

Dai, su.

Ti ricordi lultima volta che hai lavato i piatti? O cucinato qualcosa? O semplicemente giocato con tuo figlio?

Luca la guardò con occhi accesi di rabbia:

Ci risiamo? Che vuoi ancora? Sto cercando lavoro, lo sai. Vai sempre avanti a lamentarti come se lo facessi apposta!

Ci sei andato davvero ai colloqui? lo incalzò lei. Quando? Ieri eri al pc. Laltroieri anche. Oggi pure. Quando ci sei andato?

Solo perché non mi vedi! sbraitò lui. La settimana scorsa sono andato a due colloqui! Ma niente, solo stipendi da fame! Vuoi che lavori per quattro soldi? Ho una laurea! Cosa credi che io sia?

Ti considero mio marito, sussurrò lei. Il padre di nostro figlio. Ma sono dodici mesi che non lavori, Luca. In questo anno non ti ho mai visto pulire il pavimento o andare al supermercato. Io ho due lavori, torno esausta e a casa trovo casino, tu che giochi e Matteo lasciato da solo con il tablet. Non ci parli mai quasi.

Ci parlo! ribatté. Ma lui è sempre impegnato con i suoi giochi.

Perché ci deve giocare da solo, rispose Alessia. Gli avevi promesso che gli disegnavi un carro armato. Ti ricordi lultima volta che hai preso una matita?

E quindi? Mi stai dicendo che sono un cattivo padre? E tu? Tu lavori ma soldi non bastano mai. Forse ti serve anche un terzo lavoro!

Luca, la voce tremava, ma si fece forza. Non ti riconosco. Sei cambiato tanto. Ti ricordi allinizio? Eri attento, gentile. Mi portavi i fiori, cucinavi per me. Uscivamo insieme anche solo per una passeggiata. Ora esisti solo nei videogiochi e nientaltro sembra importarti.

Da quando mi hanno lasciato a casa, tutto è cambiato! mormorò lui. Ho uno stress addosso che non puoi capire. È umiliante essere un uomo senza un lavoro. E mi accusi pure!

Non ti hanno licenziato, Luca, ricordò lei. Te ne sei andato tu, perché non ti hanno promosso.

Perché quellincarico è andato a uno raccomandato! Io lavoravo più di tutti, lo meritavo! Ho lasciato credendo che mi avrebbero richiamato, con condizioni migliori. Invece niente.

E da allora hai iniziato a giocare. Prima unora, poi due, adesso non ti stacchi più dal pc. Sei diventato dipendente dai videogiochi, Luca! Lo capisci?

Sciocchezze! Mi rilasso e basta! Appena trovo lavoro smetto!

Quando lo troverai? rise amaro Alessia. Ti hanno offerto un posto in unofficina: hai rifiutato, dicendo che era umiliante. Ma pagava più dei miei due lavori!

Non starò in mezzo a grassi meccanici in unofficina puzzolente! urlò lui. Io valgo di più! E basta, sei noiosa! Perché non mi capisci mai?

Sono stanca sospirò Alessia. Stanca di portare avanti tutto da sola. Non ce la faccio più.

Si alzò, andò sul divano, abbassò il viso fra le mani. Il pianto tornò a scendere.

Quella notte non dormì quasi. Dalla stanza di Luca, oltre il muro, sentiva il clic della tastiera, la sua voce, le urla nel microfono. Fissò il soffitto e si chiese come avesse potuto arrivare a quel punto.

“Un anno fa eravamo felici” pensava. “Lavorava anche lui, passeggiavamo con Matteo. Poi tutto è crollato.”

Il mattino seguente, si alzò allalba, portò Matteo allasilo e poi corse al lavoro. I colleghi non le fecero domande, ma la tristezza era evidente.

Allora di pranzo, si sedette in cucina con la sua amica e collega, Orietta.

Ale, che hai? chiese Orietta, porgendole una tazza di tè. Hai gli occhi rossi, hai pianto. È ancora Luca?

Sì rispose lei, senza fingere. Ancora tutto il giorno al computer. Nemmeno un saluto quando sono rientrata. Niente piatti, Matteo lasciato a se stesso. Sono esausta, davvero.

Ma perché lo sopporti? le domandò Orietta. Mandalo a quel paese. Pensi a Matteo? Rifletti: meglio crescerlo con un uomo che lo ignora o soltanto con te? Forse senza sarebbe meglio.

Non ci riesco scosse la testa Alessia. Lo amo ancora. O lo amavo, almeno. Spero che possa cambiare.

Non cambierà sospirò Orietta. Quelli come lui si adagiano: finché cè chi fa tutto, non si muovono. Lho già visto troppe volte.

Lo so ammise Alessia ma continuo a sperare.

Finite le tazze, si rimisero al lavoro.

Trascorsero alcuni giorni. Alessia, tornando a casa dopo il lavoro, decise di farsi una passeggiata per schiarirsi le idee. Era presto per passare a prendere Matteo alla scuola materna e la testa era piena di pensieri tumultuosi.

Quando arrivò al passaggio pedonale, vide la lastra di ghiaccio sullasfalto: il giorno era stato quasi primaverile ma la sera il freddo aveva rimesso la morsa. Guardò a sinistra, poi a destra. Nessuna auto. Fece per attraversare quando, allimprovviso, vide una macchina scura sfrecciare verso di lei.

Provò a indietreggiare ma scivolò. Cadde pesantemente sulla strada. L’auto, frenando di colpo, si fermò a pochi centimetri da lei, lasciandole addosso il forte odore di gomma bruciata.

Dalla vettura scese un uomo elegante, distinto, sui sessantanni, con un lungo cappotto.

Signora, sta bene? si inginocchiò allarmato accanto a lei. La prego, non dica che lho investita! Ho la dash cam, era tutto verde È stata lei a cadere, io mi sono fermato in tempo.

Alessia si rialzò con fatica, aiutata dalla mano di lui. Le faceva male tutto, soprattutto il braccio sinistro. Scrollò via la neve dal piumino, raccolse la borsa.

Non si allarmi mormorò, mentre una fitta al gomito le strappava un gemito. È stata solo colpa mia. Siamo fortunati che sia riuscito a frenare.

Sente molto dolore? Ha battuto la testa? chiese premuroso luomo.

Va tutto bene, solo il braccio rispose lei. Ma il dolore era così forte da lacrimare. Torno a casa a piedi

Assolutamente no disse deciso lui. Così conciata, non la lascio sola. Venga, la porto al pronto soccorso. Non si discute, eh. Non me ne andrei mai con la coscienza sporca.

Aprì la portiera e la aiutò a sedersi sul sedile. Alessia indicò lospedale più vicino e per tutto il tragitto luomo le fece domande per controllare che fosse vigile.

In pronto soccorso, attese con lei, si occupò delle pratiche e separandosi solo al momento della visita. Lortopedico, una giovane dottoressa, esaminò il braccio, fece un radiografia e diede il responso:

Niente di rotto, solo una forte contusione. Metto una fascia. Gel la sera e non sforzi la mano.

Alessia tornò in sala dattesa sostenendo il braccio dolorante. Luomo si precipitò da lei:

Allora? Che ha detto la dottoressa?

Nulla di grave, solo una botta, grazie per avermi aiutato rispose lei. La sua gentilezza mi ha fatto davvero bene.

Io mi chiamo Ottavio Guidi si presentò. E lei?

Alessia, molto piacere.

Alessia ripeté lui assaporando il nome. La scorto a casa, non se ne parla. Con questo ghiaccio mi permette? Qual è il suo indirizzo?

Non si disturbi davvero con un autobus

Autobus niente, tagliò corto Ottavio. La porto io.

Uscirono. Era ormai buio e le luci dei lampioni si riflettevano sui marciapiedi bagnati. Ottavio aprì lo sportello e chiese:

Ha fame? Perché, se proprio devo dirlo, non ho ancora cenato. Le va una trattoria? Festeggiamo il suo scampato pericolo!

No, non posso arrossì Alessia. Devo andare a prendere Matteo alla materna, tra unora.

Facciamo in tempo la rassicurò lui. Mi racconta qualcosa della sua giornata. Sento che cè molta tristezza nei suoi occhi

Di solito avrebbe rifiutato, ma quelluomo, e il calore sprigionato dalla sua voce, la spinsero a dire sì. Indirizzarono lauto verso il centro storico e Ottavio la portò in un ristorante elegante. Alessia si sentiva fuori posto, con la giacca consunta e la fascia al braccio.

Ottavio, non posso entrare qui. Guardi come sono vestita.

Viene perfetta così, rispose gentile lui. Lei è mia ospite.

Entrarono. Un cameriere li accolse e accomodò al tavolo migliore, vicino alla finestra. Ottavio ordinò, cogliendo lo smarrimento di lei davanti al menu dai piatti ricercati e prezzi stellari.

Dopo qualche minuto arrivarono vino e antipasti creativi, a cui seguirono portate raffinate.

Un brindisi al nostro incontro, propose Ottavio. Confesso che quando lho vista sotto la macchina le ho mandato tutte le maledizioni del mondo. Si dice che se pensi male di una persona quella inizia a singhiozzare. Le è capitato?

Mi prende in giro rise Alessia per la prima volta da mesi.

Forse, ammise lui. Ma mi fa piacere vederla sorridere.

Cenarono parlando del più e del meno. Ottavio la intrattenne con aneddoti di viaggio, esperienze vissute. Era brillante e premuroso, con quellironia gentile tipica dei fiorentini.

A un certo punto lui la fissò negli occhi:

Lei è sposata?

Il sorriso le sparì.

Sì rispose, ma ormai è solo una formalità.

Cosè successo? Se vuole parlarne

Forse mi farà bene, ammise Alessia. Mio marito Luca è da un anno senza lavoro. Meglio ha lasciato lui perché non è stato promosso, sperando che lo ricercassero. Da allora, passano settimane e non si dà da fare. Rifiuta tutto: paga bassa, ambiente sbagliato. Gioca ai videogiochi, casa sempre in disordine, non si occupa di nostro figlio. Lavoro due volte, arrivo stanca e trovo sempre tutto sulle mie spalle.

Matteo è il bimbo di prima?

Esatto. Ha cinque anni. Ormai non ricorda nemmeno comera affettuoso suo padre. Luca era diverso: uscivamo, ridevamo, mi portava i fiori Ora sembra unaltra persona.

Lei lo ama ancora?

Sì non lo so. Forse amo quello che era. Forse temo solo la solitudine.

Mai pensato di lasciarlo?

Non ho dove andare, Ottavio. Mia mamma abita in un bilocale, non può ospitarmi. E non voglio pesare su nessuno.

Se avesse una casa e un lavoro migliore?

Forse sì. Per Matteo. Non deve crescere in questa atmosfera.

Ottavio pensò qualche istante, poi tirò fuori un biglietto da visita:

Questo è il mio recapito. Sono proprietario di alcune officine. Cerco una brava amministratrice, paga molto buona. E un mio amico ha una piccola fabbrica di dolci: cerca una contabile. Fino a che sua situazione non si sistema, può avere una stanzetta nellalloggio aziendale. Se vuole, la sistemo io.

Alessia lo fissava esterrefatta.

Ma perché lo fa? Ci conosciamo appena

Perché posso, rispose Ottavio tranquillo. E perché in passato anchio ho avuto bisogno daiuto, ma nessuno mi ha dato la mano. Voglio restituire qualcosa al destino.

Ci penserò, sussurrò Alessia. Grazie di cuore.

Andarono a prendere Matteo, che osservò con interesse la grossa auto e il signore distinto. Ottavio li accompagnò a casa e andò via.

Alessia salì piano le scale, aprì la porta. Luca, senza nemmeno uscire dalla stanza:

Doveri? Ho fame. La cena è pronta?

Svelta, spogliò Matteo e lo mandò in cameretta. Con un braccio solo mise la pentola sul fornello. Luca uscì e solo lì notò la fasciatura.

Che ti è successo?

Sono caduta, tagliò corto.

Niente di che, passa in fretta. Muoviti che devo tornare al raid

Lei buttò i ravioli nellacqua, Luca attese con impazienza senza mai offrirsi di aiutare. Le tornarono in mente le parole di Ottavio: “Se non vuole cambiare, non lo farà mai.” E qualcosa, dentro, si ruppe.

Luca, lo fissò negli occhi. Ti hanno proposto un lavoro serio in officina. Perché hai rifiutato?

Che vuoi ancora?! Ho una laurea, mica faccio il meccanico!

Dopo un anno senza lavoro, meglio qualunque impiego che restare così.

Non sono affari tuoi!

Lui mangiò in silenzio e tornò al computer. Alessia lavò i piatti con una sola mano, spossata.

Nella notte, dal cellulare ricevette un messaggio di Ottavio: “Spero abbia fatto la scelta giusta. La aspetto domani alle dieci.” Rimase a lungo immobile nel buio, poi decise. Raccolse poche cose.

La mattina successiva, lasciò Matteo alla materna e raggiunse Ottavio nel suo ufficio luminoso e cordiale.

Alessia, benvenuta! Mio amico Riccardo ha bisogno di una contabile per la fabbrica di dolci. Può iniziare anche subito. Lo stipendio è ottimo, cè perfino alloggio. Vuole il suo numero?

Non so come ringraziarla, Ottavio.

Mi basta vederla felice.

Alessia prese il biglietto e andò in fabbrica. Fu accolta allingresso da una gentile responsabile degli affari, Anna.

Benvenuta! Cerca lavoro come contabile? Ha già lesperienza richiesta. Domani si libera il posto: la accompagno dal direttore, Riccardo Conti.

Alessia compilò la domanda e si presentò nellufficio del direttore. Quando bussò, lui si girò:

Alessia? Sei proprio tu?

Era Riccardo, la sua prima storia damore, quello che tanti anni prima le aveva spezzato il cuore, colui che aveva tentato invano di dimenticare.

Non posso crederci Alessia…

Sei cambiato, Riccardo.

Anche tu. Sei sempre molto bella.

Sono solo qui per lavorare. Nientaltro.

Non scappare! Solo cinque minuti… almeno come vecchi amici.

Dopo un esitazione, Alessia accettò.

Sei sposata?

Non più. Sto chiedendo il divorzio.

Mi dispiace, ho sentito da Ottavio qualcosa Se vuoi, sono qui ad ascoltarti.

Tutto a posto, Riccardo.

Voglio solo che tu sappia: quella che trovasti in casa con me non era la mia compagna. Era la moglie di mio fratello, morto in un incidente. Lei aspettava un figlio e cercò di allontanarti. Io ti ho aspettata, e ti penso da allora.

Non avrebbe senso tornare indietro, Riccardo. Il nostro tempo è passato.

Non del tutto, forse.

Accetto il lavoro. Ma non chiedo contatti personali con te.

Nei sei mesi successivi, Alessia lavorò alla fabbrica, si sistemò nellalloggio aziendale e divorziò da Luca. Lui accolse la mamma in casa, che ora gli cucinava e sopportava le sue partite al pc. Nessuno scandalo: Matteo restò con lei.

Piano piano, Alessia ritrovò serenità. Si sentiva più leggera; il lavoro le piaceva e si trovava bene con tutti. Anche Riccardo rispettò la distanza: poche parole, solo rispetto. Ma lei sentiva che lui restava più a lungo in ufficio quando sapeva che lei era ancora lì.

Un pomeriggio, tornando dal lavoro, incontrò Orietta.

Allora, come stai?

Ora bene. Sto imparando a respirare di nuovo.

E in amore? ammiccò l’amica.

Tutto tranquillo.

Dicono che il direttore abbia un debole per te

Non lo so.

Alessia, le prese la mano meriti la felicità. Basta paura. Forse stavolta non è un errore: forse è il tuo riscatto.

Non so Le seconde occasioni mi spaventano.

Quella sera, andando a prendere Matteo, trovò Riccardo che la aspettava in macchina.

Alessia, vorrei parlarti. Dammi una possibilità.

Matteo scese giù:

Lo conosci, mamma? Sembra simpatico!

Alessia sospirò.

Va bene. Cinque minuti.

Saliti in macchina, Riccardo le parlò con sincerità.

Ti penso ancora. Ora sei libera. Vorrei dare una famiglia a te e a Matteo. Se non vuoi, rispetto la tua scelta. Ma se cè una possibilità, basta un segno.

Non prometto nulla. Però potremmo ripartire come amici.

Riccardo, commosso, annuì.

Ripartiamo da qui.

Un anno dopo, Alessia e Riccardo si sposarono. Matteo adorava il nuovo papà. Aveva anche un fratellino adottivo, Francesco, figlio del fratello defunto di Riccardo, e i due bambini erano inseparabili.

Alessia lasciò il ruolo di contabile e divenne direttrice amministrativa della fabbrica dolciaria. Riccardo la sosteneva con orgoglio. In casa regnavano armonia e amore.

E dopo qualche tempo nacque Gemma, la piccola chiamata così in onore della nonna di Riccardo.

Guardando quella famiglia Riccardo che cullava la figlia fra le braccia, i due ragazzi che costruivano castelli di Lego, Alessia che sorrideva come non faceva da anni nessuno avrebbe immaginato il dolore passato.

Capitano momenti in cui sembra che tutto sia ormai perduto, quando vorresti soltanto mollare. Ma la vita, allimprovviso, offre sempre unaltra strada. A volte persino una terza.

Bisogna solo avere la forza di vederla quella via, anche quando tremi di paura, anche se tutto intorno sembra buio.

Alessia aveva paura, eppure ha fatto un passo avanti. E quel passo le ha ridato la felicità.

Riccardo ha saputo attendere, nella speranza. E il suo amore è stato premiato.

Luca, invece, è rimasto nel suo mondo virtuale. È stata una sua scelta.

Ognuno ha la sua strada. Chi va avanti e si rialza, chi rimane fermo a lamentarsi della sorte.

Ma la vita è giusta: alla fine, tutto torna. Non per vendetta, solo per equità.

Alessia ha avuto la sua felicità. Ha osato. Ed è questa la lezione vera della sua storia.

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