Mi chiamo Donato Bellini. Ho sessantacinque anni e sono rimasto vedovo ormai da otto anni. Mia moglie, Augusta, era una donna determinata e piena di vita. Lavorava come insegnante di lettere in un liceo classico di Milano. Quando se n’è andata, mi sono ritrovato da solo nel nostro grande appartamento con tre camere in centro, uno di quei palazzi depoca con soffitti alti e pavimenti alla veneziana.
Mio figlio, Matteo, ormai adulto, si era sposato con una ragazza di nome Benedetta. Una tipa brillante, molto decisa, il cui principale talento era trovare soluzioni ai problemi degli altri, non dei suoi. Vivevano in un piccolo bilocale a Corsico, con il mutuo che li soffocava e la loro bambina, Beatrice, che cresceva troppo in fretta in troppi pochi metri quadri.
Da sempre si sente ripetere: Tutto il meglio ai figli. E così, per farli studiare, per le loro passioni e, più tardi, per il loro matrimonio, io e Augusta ci siamo sempre privati di tutto, anche delle vacanze.
Alla domenica, mentre mangiavamo le lasagne al forno, guardavo Matteo e Benedetta che raccontavano i problemi della loro casa. Ho pensato più volte: perché sto in centoventi metri quadri da solo, consumando solo cucina e camera da letto, mentre loro sarrangiano in un minuscolo appartamento in periferia, tra mille difficoltà? Così, distinto, ho detto:
Matteo, Benedetta, trasferitevi qui. Beatrice potrà avere la cameretta che era lo studio della mamma. Affitterete il vostro bilocale e vi sgravate del mutuo più in fretta. Io non ho bisogno di tanto spazio, mi basta la mia camera. E così, già che ci siamo, per evitare carte e imposte quando non ci sarò più, intesto subito la casa a te, Matteo. Tanto siamo famiglia, non cambia niente.
Credevo di regalarmi una vecchiaia in compagnia. Che errore.
Matteo cercò di protestare per pochi minuti, come per salvare la faccia, ma già Benedetta aveva gli occhi che brillavano.
Settimana dopo, eravamo dal notaio. Ho firmato latto di donazione e ho consegnato le chiavi della casa dove ero nato e cresciuto, che avevo sistemato insieme ad Augusta pezzo per pezzo. Mi convincevo che lo facevo per amore.
Dopo un mese si sono trasferiti. Allinizio sembrava tutto perfetto: cene insieme, risate di Beatrice in soggiorno. Poi è iniziato uno strano cambiamento, silenzioso.
Prima, Benedetta si è lamentata che la biblioteca di Augusta accumulava troppa polvere, pericolosa per lallergia di Beatrice. Mentre andavo a fare una visita, hanno chiamato i traslocatori e tutti i libri di Augusta sono finiti nel ripostiglio della casa al lago, la nostra piccola casetta a Stresa.
Poi la mia vecchia tazza preferita diceva Benedetta stonava con il nuovo arredamento della cucina che avevano appena fatto rifare.
Matteo ha iniziato a chiedermi:
Papà, puoi abbassare la televisione? Benedetta riposa dopo il lavoro.
Papà, stasera invitiamo degli amici, ti dispiace stare in camera tua?
Ero diventato un ospite nella mia stessa casa. Camminavo sulle punte dei piedi, mi sentivo di troppo, evitavo la cucina, ero unombra.
La situazione è precipitata a novembre, quando Benedetta è rimasta incinta del secondo figlio.
Un pomeriggio, Matteo si è seduto sul bordo del mio letto, giocherellando nervosamente con lo smartphone.
Papà Bennie è incinta. Ci serve unaltra stanza. E tu qui in città fai fatica, smog, rumore. Alla casa di Stresa si sta meglio, aria buona, silenzio. Facciamo una ristrutturata a primavera, per linverno mettiamo delle belle stufette, starai benissimo.
Matteo ma la casa di Stresa è solo per lestate! Non cè riscaldamento, c’è solo una vecchia stufa a legna e lacqua bisogna prenderla dal pozzo! Siamo a fine ottobre!
Ma papà, adesso le stufette elettriche sono potentissime! è intervenuta Benedetta dalla porta Lhai sempre detto che tutto si fa per i nipoti. Non fare legoista. La casa è di Matteo, ormai.
Così mi hanno spedito su al lago una mattina gelida, con due valigie. Matteo mi ha lasciato lì con due stufe elettriche da poco, mi ha messo in mano duecento euro e se nè andato, dicendo che sarebbe tornato col necessario per la spesa. Invece non si è fatto vedere.
La prima notte è scesa la temperatura: meno sette gradi, un freddo amarissimo. Le stufette non bastavano, nei muri cera la brina già allalba. Dormivo in piumino sotto tre coperte, stringendo una borsa dacqua calda.
Mi sono trovato davanti allo specchio, in camicia pesante, col fiato che si vedeva per quanto faceva freddo, e ho capito di essermi scavato una fossa con le mie mani. Ho dato tutto, e in cambio sono stato buttato fuori come un cane vecchio.
Frugando tra i vecchi armadi in veranda per trovare qualcosa di caldo di Augusta, ho scovato, su in cima, una scatoletta di latta, di quelle dei biscotti Gentilini. Dentro, sotto una pila di vecchie riviste di enigmistica, c’era un pacco di estratti conto bancari intestati alla mia defunta Augusta. Sopra, una lettera con la sua calligrafia precisa.
Donato. Se stai leggendo questa lettera, significa che non ci sono più e, come ti conosco, avrai ceduto tutto a Matteo. Sapevo che nostro figlio, per quanto buono, ascolta troppo la moglie e tu non sai mai dire di no. Non te lho mai detto, ma per quindici anni ho messo da parte parte dei miei premi e delle supplenze su un conto segreto. Temevo che finisse tutto a tuo figlio. Sono soldi per te, Donato. La tua rete di sicurezza. Non darli a nessuno. Vivi per te. Il codice della cassaforte in banca è lanno del nostro matrimonio.
Le cifre sugli estratti conto erano impressionanti: centinaia di migliaia di euro. Augusta aveva previsto tutto, aveva voluto proteggermi da me stesso, anche dopo la sua morte.
La mattina seguente ho chiamato un taxi per Milano. In banca ho trovato conferma di tutto: il denaro era lì, ad attendermi. Lho trasferito su un conto blindato solo a mio nome.
Non sono tornato nel mio vecchio appartamentoormai loro. Sono andato da unagenzia immobiliare in centro.
Voglio un bilocale in zona Brera, vista sui giardini pubblici, ben ristrutturato. Lo prendo subito, senza mutuo.
Poi ho ingaggiato uno degli avvocati più temibili di Milano. Dagli atti del notaio è saltato fuori un errore banale sulle quote di proprietà della casa (per colpa di una vecchia divisione degli anni Novanta). Non bastava per annullare la donazione, ma consentiva di bloccare qualunque operazione sulla casa per anni e contestare la decisione davanti a un giudice, sostenendo che mi avevano indotto con linganno.
Mi sono presentato nel mio ex appartamento. Matteo e Benedetta sedevano in cucina, sorseggiando caffè Nespresso.
Ho mollato sul tavolo una copia della citazione.
Che cosè, papà? Matteo era pallido.
È la fine della vostra bella vita qui dentro. La casa è sotto sequestro cautelare. Non potete venderla, affittarla, né iscrivere i bambini allanagrafe qui, almeno fino a che non si concluderanno i processi. Io non ho altro da fare e ho i soldi per pagare i migliori avvocati. Dimostrerò che mi avete abbandonato.
Benedetta ha urlato:
Non potete fare una cosa del genere! Siamo famiglia! Comè possibile che un padre faccia causa al proprio figlio?
Non sto facendo causa a mio figlio lho gelata con lo sguardo Sto facendo causa a chi voleva lasciarmi gelare in una casa estiva dinverno.
Poi, rivolto a Matteo:
Avete una settimana per portarvi via tutte le vostre cose e tornare nel vostro bilocale. Se lo fate, rinuncerò alla causa e la casa resterà tua solo su carta. Ma qui dentro non dovrete mai più mettere piede. La affitterò a degli estranei.
Se ne sono andati dopo quattro giorni. Benedetta strepitava, Matteo ha provato a piangere, giurava che avevo frainteso tutto. Ho chiuso la porta alle loro scuse.
Ora abito nel mio nuovo bilocale luminoso, con vista sul parco di Porta Venezia. Viaggio, vado a teatro, non mi nego più niente. Lascio la vecchia casa in centro a una famiglia perbene e metto da parte laffitto.
Con mio figlio non ci parlo più. Ovviamente fa male. A volte la notte piango, ricordando comera Matteo da piccolo. Ma ho capito una cosa brutta: a forza di sacrificarsi sempre, non si cresce una famiglia riconoscente, si creano degli egoisti. Se la nostra vita è sempre ai piedi dei figli, loro la useranno come uno zerbino.
Mia moglie aveva ragione. Lunica persona su cui puoi sempre contare sei tu stesso.
Mi chiedo spesso: ho fatto bene a cacciare mio figlio e mia nuora dalla casa che gli avevo donato? Il sangue viene prima di ogni offesa? Vale la pena intestare tutto ai figli quando si è ancora in vita?
Io, ormai, credo di sì. Bisogna volersi un po di bene.






