Salice, tu, salice…
Pronto, Ambulatorio? Come concordato, mandate linfermiera al Comune. Andiamo da Nicoletti. Stanno arrivando già… dallufficio militare.
Sofietta Nicoletti la conoscevano tutti nel paese. Così la chiamavano Sofietta, anche se aveva già quarantacinque anni. Era nata e cresciuta qui. Era stata sposata e aveva provato a lasciare il borgo, ma la vita matrimoniale durò poco, e tornò dai genitori con il piccolo Giovannino, suo figlio.
Poco tempo dopo vennero a mancare il padre e la madre, Sofietta non si risposò più, regalando tutto il suo amore al figlio. Lavorava allasilo di paese come educatrice, per questo grandi e piccini la conoscevano.
Ma cera anche un altro motivo per cui tutti sapevano chi fosse Sofietta era una cantante straordinaria. Già dai tempi della scuola era solista nel coro delloratorio, poi, per qualche anno, aveva cantato solo in famiglia. Cresceva il figlio e cantava per lui, mentre i genitori, orgogliosi e silenziosi, ascoltavano. Si dice che il padre e la madre di Sofietta fossero persone oneste e rispettate in paese. E con loro anche il piccolo Giovannino, incantato dalla voce della mamma.
La madre di Sofietta le chiedeva sempre di cantare la sua canzone preferita, Oh, non è il vento che piega il ramo, e Sofietta la accontentava. Anche al funerale della madre, quando tutti erano raccolti per dare lultimo saluto, la figlia si avvicinò alla bara e sussurrò:
Te la canto io, mamma, la tua canzone amata…, e iniziò dolcemente, Oh, non è il ve-e-ento, che pieeega il ramo…
Piangevano tutti, quel giorno.
Il paese sorgeva alla confluenza di due fiumi. La casa dei genitori di Sofietta era proprio sopra un piccolo affluente. I primi salici crescevano e fiorivano non appena il ghiaccio lasciava posto alle prime pozze dacqua. Le gemme si gonfiavano, i rami si riempivano dei caratteristici batuffoli dorati. E che spettacolo, le fioriture dei salici!
Quando era bambina, correva con le amiche sulla riva, sotto i salici. Il sentiero era ancora bagnato, scivoloso, ma non perdevano mai loccasione. Uno dei salici si era piegato così tanto che ci avevano costruito una piccola casa segreta. Passavano le giornate lì, le mamme dovevano chiamarle per farle tornare a casa…
Da adolescente, Sofietta aveva sentito in radio una canzone che non riusciva a togliersi dalla testa. Capì che parlava proprio di lei… di loro. Annotò le parole su un vecchio quaderno di canzoni e da allora quella divenne la sua preferita.
Salici, voi salici…
Alberi verdi,
Cosa avete fatto
così a credere allamore…
La cantava da sola, sulla riva del fiume, proprio sotto i salici preferiti. Sembrava che gli alberi agitassero i rami a tempo con la musica. La cantava quando si innamorava, la cantava al figlio, la eseguiva in pubblico, al circolo del paese, quando la nuova direttrice, appena saputo delle sue capacità, la chiamò a far parte del gruppo amatoriale.
Ma Sofietta si vergognava a cantare da sola, così formarono un piccolo complesso. Lei era la voce principale, trascinava tutte con il suo talento.
Mamma, voi e le vostre Salici, sono anni che portate questa canzone in giro per tutta la provincia! rideva, anche se con parsimonia, Giovanni, ma si vedeva che era orgoglioso della mamma.
La vita scorreva tra gioie e difficoltà. Come dappertutto.
Un giorno la disperazione prese il sopravvento: soldi che non bastavano mai, la solitudine, problemi di tutti i giorni… e Giovanni che aveva fatto una marachella a scuola: una rissa. Che vergogna! Si colpevolizzava, piangeva di notte, cercando di non farsi sentire.
Ma il figlio entrò nella stanza, si sedette sul letto, poggiò la testa sulle sue ginocchia e labbracciò forte.
Mamma, dai…
Non sono una brava madre. Non riesco a darti quello che vorrei…
Sei la migliore, mamma. Sai quanto sono felice di averti proprio così?
Sofietta tirò su il naso, ma Giovanni, per la prima volta, iniziò a cantare a bassa voce. Mai lo aveva fatto prima, ma ora sì. Con voce sottile, ma precisa:
Sotto il portico alto
ho incontrato un ragazzo,
mi sono fidata,
ho risposto damore.
Sofietta si asciugò le lacrime e si mise a cantare anche lei.
Quella notte cambiarono insieme il finale della canzone. Suonava meglio così, con più speranza.
La barchetta ondeggia,
Presto attraccherà,
Presto attraccherà,
E lamore non finirà.
Cantavano così, nella notte, mentre tutto il paese dormiva.
***
Quando iniziò il servizio militare di Giovanni, la malinconia prese Sofietta. Guardava spesso il telefono, sperando in una chiamata, che invece stentava ad arrivare. Alla fine trovò il numero del comandante e, miracolo, rispose. Il soldato Giovanni Nicoletti sta bene, non si preoccupi. Giovanni chiamava la domenica, il tono sempre vivace…
Ma chiamava più spesso alla sua vecchia compagna, Caterina.
Caterina veniva spesso a trovare Sofietta, chiacchieravano, parlavano ovviamente di Giovanni. E a Sofietta faceva piacere che lo aspettasse una ragazza come Caterina, paesana, che conosceva da una vita.
Piano piano si era abituata a quella distanza, ma un giorno Giovanni le disse che aveva firmato un contratto allesercito.
Mamma, che ci sto a fare a casa? Qui il servizio va bene, presto mi promuovono caporale. E ti mando anche dei soldi. Non ti preoccupare…
Ma, Giovanni… e Caterina?
Caterina è daccordo. Ne abbiamo parlato. Abbiamo tutto il futuro davanti, mamma.
Il figlio ormai era adulto, quella era la sua scelta e Sofietta dovette mettere da parte la sua nostalgia, mostrandola solo di tanto in tanto.
Del fatto che il figlio avesse partecipato a operazioni militari, a Sofietta non era stato detto nulla. Solo dopo scoprì che Caterina, la famiglia di lei e anche lamico Michele ne erano informati. Nessuno le aveva detto niente, per desiderio di Giovanni.
***
Pronto, ambulatorio? Mandate come sempre linfermiera al Comune. Andiamo dai Nicoletti. Stanno arrivando… dallufficio militare.
Quella giornata, dopo il lavoro in asilo, Sofietta era a casa. Aveva deciso di sdraiarsi un po era stanca, stavano preparando la festa del Bambino.
Bussarono forte alla porta. Si sentì un colpo di tosse maschile…
Sofietta indossò di fretta la vestaglia, chiese chi era.
Sofia Nicoletti, apra, sono Serra dellufficio comunale…
Sofietta aprì, si fece indietro, prese fiato e chiuse gli occhi. Davanti a lei un militare, Caterina accanto alla madre, Michele alle loro spalle… Il cuore prese a battere cupo, le gambe cedevano. Si lasciò andare sulla poltrona scoppiando in un pianto silenzioso.
Quante volte aveva temuto quel momento…
Sofia, non si preoccupi, corse da lei linfermiera. Sofia la guardò con occhi vitrei.
Sofietta, non è morto. Solo disperso, disse finalmente la madre di Caterina, comprendendo che qualcosa bisognava pur dirlo.
Lufficiale confermò. Sì, poteva essere ancora vivo. Erano stati presi in unimboscata, la situazione caotica… e la notizia era vecchia di dieci giorni già.
Michele continuava:
È vivo, zia Sofia, vivo… Lo troveranno. Non è tra i morti…
Lo troveranno?
Lo troveremo… risposero tutti insieme.
Le fecero uniniezione, Caterina si fermò fino a sera. Poi rimase sola. Sofietta andò davanti alle icone, si accorse di non sapere pregare, cercò il libro di preghiere della madre, si mise in ginocchio…
Signore, aiutami! Fa che torni vivo, che si ritrovi…, più che pregare, cantava.
Al mattino tornò linfermiera. Da quel giorno, la vita di Sofietta si divise: prima e dopo. La casa era la stessa, il fiume, il viale di salici… Ma tutto era diventato estraneo, suo figlio non cera più.
Nessuna notizia? chiamava Caterina, poi Michele, poi lufficio militare…
Alla fine, non ce la fece più e andò di persona. Voleva delle spiegazioni, sapere con esattezza cosa fosse successo.
Le dissero poco, era ancora presto. Ma come, presto? Erano già due settimane! Due settimane che una persona era sparita…
È vivo? Ditemi solo questo… Sofietta sapeva ormai che stava per perdere il controllo, ma non riusciva a farne a meno. Voleva sentirsi dire soltanto si… Ma allufficio militare non potevano garantirle nulla.
Il dolore la stritolò e non la lasciò più andare. Le medicine non servivano a nulla, e fu ricoverata allospedale.
Il dolore rimase lì, unombra nellangolo, urlava muto e la perseguitava la notte e il giorno.
Sofietta era in terapia, ma nulla aveva più importanza.
Dormiva quando arrivò la chiamata di Caterina.
Signora Sofia, come si sente?
Così così… rispose, con difficoltà.
Signora, guardi, non si spaventi. Ora le mando una foto. Sicuramente non è Giovanni, ma nel dubbio… Guardi, mi dica lei.
Sofietta alzò la testa, abbassò i piedi dal letto. Quella foto lavrebbe accompagnata a lungo, anche nei sogni.
Arrivò il messaggio. Era la foto di un ragazzo sdraiato a letto dospedale, la testa avvolta dalle bende, metà faccia gonfia e tumefatta, una cannula incollata sulla guancia. Occhi chiusi.
Sofietta si irrigidì. Era Giovanni? In meno di tre minuti chiamò subito Caterina.
Caterina! Lo sai dove si trova?
Due signore della stanza guardarono anche loro la foto.
Impossibile riconoscerlo qui…
È lui, è lui, è mio figlio! Sofietta prendeva già le sue cose, pronta a partire.
Non sappiamo dove sia. Stiamo cercando disse Caterina La foto è stata pubblicata come Parente cercasi… Lo riconosce qualcuno? Non aveva documenti, né piastrine, senza coscienza.
Così la foto era arrivata a Michele che cercava il suo amico in tutta la rete.
Ma… ora non si trovava la fonte. La foto era anche sparita dal sito, rimasta solo nei messaggi. E nessuno sapeva dove fosse il ferito.
Stiamo cercando, signora Sofia. Allufficio militare anche, ma sono lenti… insistette Caterina. Non si preoccupi, lo troviamo. Avviso tutti che è Giovanni. Io però… ho qualche dubbio.
Non avere dubbi, Caterina… Dirlo. È Giovanni Nicoletti, mio figlio.
Molto tempo fa, Sofietta aveva lasciato una volta Giovannino a casa da solo. Ne aveva già sei ormai. Si stufò e cominciò a giocare da solo, saltava con un elastico fra le sedie. Quando tornò la madre, lui si teneva la fronte insanguinata. Lo spigolo di una porta gli aveva lasciato una cicatrice sopracciliare appena visibile.
E proprio su quel volto deturpato dal livido, Sofietta cercava quella sopracciglia sfoltita. Solo così lo aveva riconosciuto…
Caterina, devo andare… Da un ospedale allaltro lo troverò e nessuno, neanche i medici, cercò di fermarla.
Dallospedale provinciale alla stazione, biglietto per Torino. Doveva solo muoversi. Aveva già le cose con sé, lindispensabile.
Trovò subito la coincidenza per Milano, e in unora era in viaggio, verso sud.
Non riusciva a dormire, il treno sembrava andare troppo piano. Riguardava la foto, convinta che quello fosse il suo Giovanni.
Caterina la chiamò la sera.
Mamma Sofia, dove siete? In ospedale?
Caterina, sono già in viaggio, sto andando a Torino.
Cosa??? E non mi hai avvertita?
Ho preso tutto e sono partita, Caterina; pensavo venissi dopo, se fosse stato lui…
Ma almeno dovevo accompagnarti! Caterina era scioccata.
La mattina dopo, Sofietta parlò con un signore viaggiatore, incuriosito della sua storia e della foto. Dopo averla osservata attentamente, disse:
Beh, in effetti… La sopracciglia qui, vede? Manca qualche pelo. Può essere che sia lui.
Non poté fare a meno di abbracciarlo.
Oh grazie! Sì, è lui, nessuno mi crede.
Nellospedale di Torino la storia si ripeté: venne fatta passare tra i reparti, ma non trovò nessun ragazzo che corrispondesse.
Pocanzi era successa una cosa simile… una giornalista scoprì che la foto era vecchia di anni e si trattava di una bufala.
Ma Sofietta non voleva crederci: quella era la cicatrice di suo figlio!
Questa foto non è realistica spiegava un giovane medico per un trauma simile avrebbero dovuto rasare tutti i capelli, non solo bendare la testa… Non saprei.
Sofietta lasciò lospedale, piovigginava, ma invece di tornare a casa, riprese il viaggio. Si diceva che potesse trovarsi alla clinica militare di Padova. Ci andò.
Era stanca, poco in salute, senza aver mangiato da giorni, solo qualche tè.
Anche lì la respinsero, ma con gentilezza. La pressione bassa la fece quasi svenire alla stazione. Fu aiutata da un gruppo di ragazzi universitari, che la fecero sedere, le offrirono dellacqua, le chiesero della sua storia. Le chiesero la foto, la inviarono ad un gruppo di volontari e le presero il biglietto per Venezia.
E anche questa volta niente. Sofietta stava ormai esaurendo le forze, ma decise di prendersi tempo: mangiò qualcosa, si organizzò per il prossimo tragitto.
Alla clinica di Venezia, altro buco nellacqua. Ma quando era sul tram per tornare alla stazione, il telefono squillò.
Sofia, mi chiamo Vittoria, da Padova, ricordi? Quella della foto.
Ah sì, Vittoria…
Penso che neanche a Venezia abbiate trovato. Ma… Lhanno visto a Roma, al grande ospedale militare. Qualcuno lo ha riconosciuto. Dicono che sia senza memoria, forse una commozione Non so
Vittoria, sei sicura?
Così ci è stato riferito da un ragazzo che stava lì vicino… Ha detto anche il piano, la stanza.
Sofietta scese subito, direzione stazione, in cerca del treno per Roma.
Aveva ormai preso il ritmo di questa vita da viaggio della speranza. Era pronta ad andare ovunque, fosse anche in capo al mondo, se cera anche solo un barlume di speranza.
Sentì Caterina, le disse che le sarebbero serviti soldi.
Signora Sofia, le carichiamo la carta e io vengo con lei a Roma. La raggiungo in treno.
E Caterina mantenne la promessa.
Sofiata si commosse quando la vide arrivare in stazione. Finalmente non era più sola.
Caterina!
Coraggio, ora sono con lei. Ho portato biancheria, una tuta per lei, e anche un po di viveri.
Lalba dorava Roma di luce rosa e ombre lunghe sugli antichi palazzi. Presero la metro, andarono allospedale. E Caterina aveva anche trovato alloggio da persone gentili, pronte a ospitare la madre di un militare ferito.
Ma Sofietta non pensava ad altro che non fosse vedere suo figlio. E se morisse senza che lei arrivasse? E se non la riconoscesse?
Anche a Torino e Padova aveva lottato, ma lì a Roma Sembrava tutto più grande, più difficile. Per fortuna, Caterina era lì.
Eccoci, la nostra fermata, forza, signora Sofia.
Varcarono la soglia dellimmenso ospedale, ma fu tutto più semplice del previsto. Nellampio ingresso le attendeva una volontaria che, appena sentita la storia e vista la fotografia, le prese in carico.
Furono condotte in un ufficio. Attesero pochi minuti poi entrò il responsabile medico.
Sì, è lui…
Bene, sorrise la ragazza Si rilassi, il suo figlio si è trovato.
Dovè? chiese trepidante Sofietta.
Non è qui. rispose il medico Labbiamo trasferito allospedale di Firenze, per una questione di reparto e specialità. Lì sono bravissimi. Credo si sia già sottoposto a intervento.
Operato? Per cosa?
Frattura alla base cranica, frammenti… È stato un miracolo salvarlo. Il medico a Firenze le dirà tutto. Dovrà avere ancora altre operazioni. Ma le consiglio solo di avere tanta, tanta pazienza.
Furono organizzati con sollecitudine per il viaggio speciale ambulanza fino a Firenze, con due infermieri e un altro paziente come compagno di viaggio.
Sofietta, esausta, si addormentò per la prima volta in giorni. Sognò di camminare con il piccolo Giovanni su di un sentiero, tra cespugli di lillà e sotto salici maestosi, a cantare la loro canzone…
A Firenze le attendeva una lunga attesa, due ore, prima di poter vedere qualcuno. Tanti corridoi, tanto tempo e paure in testa. E se non fosse stato lui? O se fosse morto da tempo?
Chi cerca il nostro paziente senza nome? Il medico le guidò nello studio.
Per quante volte aveva già percorso quei corridoi, con il fiato sospeso!
Sono la dottoressa Silvana, è un caso complesso. Tante operazioni, riabilitazione… ma non parliamo ora dei dettagli, limportante è capire se davvero è suo figlio.
Sì rispose calma Sofietta. Perfino troppo calma.
Entrarono. Due pazienti. Alla destra uno con la testa rasata e un grosso cerotto.
Sulla sinistra, il ragazzo che avevano cercato per tutta Italia. Il corpo sembrava consumato, le ossa sporgevano.
Sbaglio? Non è lui… Anche dimagrito, non sarebbe così…
Ma quando la dottoressa gli parlò, lui cerco di guardare.
Non gonfio e tumefatto come in foto, ma ridotto, consumato. Sofietta ebbe un sussulto. Era lui! Il suo Giovanni, invecchiato di sessantanni, ma era lui…
Caterina piangeva in silenzio abbracciando la porta. La dottoressa le lasciò avvicinare, lei si sedette sul bordo del letto, prese la mano del figlio.
Giovanni… Ciao amore mio. Come sei dimagrito! Ma recupereremo tutto, vedrai. Caterina è qui, anche Michele ti aspetta, e pure il tuo cane Titano. Quando sarai forte torneremo a casa. Ora resto con te, non ti lascio più, ci sei?
Sofietta parlava, la dottoressa annuiva. Rientrata Caterina, rimase in silenzio commosso anche il compagno di stanza.
Giovanni sembrava apatico, lo sguardo fisso altrove.
Datevi tempo, disse la dottoressa. Con stimoli e pazienza, migliorerà. Voci familiari, volti cari… Ci vuole tempo, ma ce la farà.
Sofietta però non aveva più paura.
È vivo, dottoressa Silvana. E questa è la felicità, no?
La felicità le verrà tutta davanti, signora. E anche a lei, ragazza, a Caterina.
Caterina si calmò, si sedette con loro.
Che estate meravigliosa abbiamo questanno, Giovanni. I bambini giocano sotto i salici…
A Sofietta, nel cuore rincuorato, venne improvvisa voglia di cantare. Così, dolcemente, intonò:
Salice, tu salice,
Albero verde,
Cosa hai combinato…
Rispondendo damore
E allora, come tutti notarono, Giovanni rimase immobile e cercò con lo sguardo il punto da cui veniva quella voce. Fissò la madre, non abbassò più gli occhi.
Sofietta continuava e continuava, per la terza volta la stessa strofa. Il compagno di letto si avvicinò curioso.
Dallocchio destro di Giovanni scese una lacrima, le labbra senza voce sussurrarono: Mamma.
Sì amore mio, sono io, Giovanni…
Canti ancora, per favore, chiese sommessa la dottoressa, tirando nervosamente la mascherina.
Sofietta riprese.
Guarda un po… Si mette a cantare pure lui, disse il vicino con un sorriso.
Ed era vero. Piano, quasi silenziosamente, tra le lacrime, Giovanni cantava con sua madre, muovendo appena le labbra.
La barchetta ondeggia,
Presto attraccherà,
Presto attraccherà…
E lamore non finirà.






