La vendetta è fallita

Il fallimento della vendetta

Diario di Marco Bianchi

Roma, ore 19:50

Da solo nel corridoio ormai vuoto della nostra sede romana, mi sono fermato un momento per assaporare una pace rara. Solo il ticchettio dei miei passi e il ronzio lontano dellascensore in fondo spezzavano il silenzio. Ero rimasto in ufficio due ore più del previsto, ma non mi pesava per niente: dopo tre mesi di battaglie, finalmente il progetto era stato concluso. Un calore di soddisfazione mi ha scaldato il petto quando ho ripensato a tutto quello che avevo passato.

Di quei tre mesi potevo scrivere un romanzo: il cliente, lingegner Verdi, cambiava idea ogni giorno. Un giorno voleva una presentazione minimalista, il giorno dopo super colorata e piena di dati. Le richieste arrivavano allimprovviso, le modifiche pure. Nel mio reparto si scherzava: Se ricevi una mail da Verdi, inspira bene! Per il nervosismo, una collega aveva iniziato ad avere una specie di tic allocchio. Lo stress era tale che ormai lo notavamo pure nel caffè.

Ora tutto era alle spalle: contratto firmato, rapporto finale spedito, con la promessa di una bella gratifica sulla busta paga. Il pensiero mi allargava il sorriso: per una volta il merito aveva vinto.

Bianca, sei ancora qui? È tardi! Una voce alle spalle mi ha fatto voltare. Era Alessandro, il praticante dellufficio accanto. Negli ultimi mesi spuntava sempre al momento giusto: una scusa per chiedere una cosa, poi due parole sul nuovo gestionale, poi casualmente lo incontravi accanto alla macchinetta del caffè. Simpatico, nulla da dire, ma ventanni meno di me: i suoi tentativi di corteggiamento risultavano teneri e imbarazzanti. Gentile, sì. Ma doveva aver capito che tra noi non poteva esserci altro che una conoscenza lavorativa.

Sì, sono in ritardo, ma almeno ora il progetto è finito, ho risposto cercando una voce amichevole ma non troppo calda.

Alessandro si è fatto avanti, mani nelle tasche, faccia curiosa e speranzosa.

Complimenti! Dicono che il cliente fosse proprio cercava il termine giusto, complicato. Ma non vale stancarsi così tanto, eh

Ho sorriso amaramente: complicato era dir poco. Ora però era tutto passato: la fine del progetto giustificava tutto.

Pazienza, dai. Ora il reparto può respirare, ho detto, scegliendo le parole con attenzione per evitare equivoci. Bastava poco per scatenare fraintendimenti, quindi usavo sempre un tono controllato e neutro.

Ti accompagno io a casa? La tua macchina è ancora dal meccanico, giusto? ha chiesto tutto dun fiato.

Ho quasi riso dentro di me: sembrava un cagnolino che aspettava il mio via. Occhi brillanti, energia a mille, corpo pronto allo scatto. Tenero, sì, ma sinceramente non volevo incoraggiare false speranze.

Hai un cuore doro, ma ho già chiamato un taxi, ho detto gentile ma decisa, facendo per superarlo.

Ha allungato una mano: Ma non è sicuro! Non sai chi guiderà quella macchina possono esserci pazzi in giro!

Sono rimasta interdetta dalla sua veemenza: non voleva solo aiutarmi, davvero si preoccupava. Ma avevo bisogno di chiudere la conversazione.

Alessandro, starò bene. Conosco già il tassista sono anni che uso questa compagnia. Ed è scortese far aspettare chi ti viene a prendere.

Il tono era fermo, gentile ma senza possibilità di replica. Ho fatto un passo oltre il suo braccio, dirigendomi alluscita. Alle mie spalle, immaginavo il suo sguardo deluso e un po confuso lo capivo, ma davvero non si poteva fare altrimenti.

Mentre camminavo verso il taxi che mi aspettava fuori, pensavo a quanto fosse difficile mettere dei limiti, specialmente con certi colleghi. Se Alessandro non fosse stato figlio del Direttore Finanziario, si sarebbe potuto tagliare corto senza tanto riguardo. Così, invece, dovevo cavarmela fra mille tattilità. Un no troppo schietto poteva comportare seccature per tutto lufficio figurati, una parola sbagliata, e si rischia pure il posto.

E poi, da lui, un semplice rifiuto viene sempre interpretato come una ferita! mi è scappato un pensiero amaro. Abituato comera ad avere sempre tutto su un vassoio dargento. La sua premura quasi commuoveva, ma complica terribilmente le cose.

Allaperto ho fatto un respiro profondo: la brezza serale di Roma mi ha rinfrescato idee e nervi. Il viaggio verso casa è filato liscio meritata quiete dopo le tensioni della giornata. Ho spento il cervello, pronta per un po di meritato riposo. Domani, tutto ricomincia: almeno il lavoro, quello, è semplice da leggere.

*****

Il giorno della grande festa aziendale per il trentesimo anniversario ci siamo ritrovati tutti nella sala elegante di un ristorante sui Parioli. Luci calde, tavoli pieni di ogni ben di Dio e un chiacchiericcio spensierato unito alle note leggere di Lucio Battisti dai diffusori. Colleghi solitamente impostati, ormai rilassati: risate, battute, prosecco che scorreva a fiumi.

Io mi tenevo in disparte, sorseggiando acqua frizzante, recuperando qualche chiacchiera di circostanza. Tutto filava via tranquillo, fino a quando ho visto Alessandro, che dalla timidezza delle prime ore passava sempre più allazione a ogni bicchiere. Prima una occhiata furtiva, poi due parole per avvicinarsi, poi, col coraggio da osteria, si è diretto deciso verso di me, traballante e con un sorriso malfermo.

Ho preso una decisione! ha annunciato a voce alta, sovrastando il brusio della sala Tra un mese ci sposiamo! Tu lasci il lavoro e vieni a stare da me!

Sono rimasto gelato, la bocca asciutta. Pensavo scherzasse. Ma il fuoco negli occhi diceva lopposto. Prima che riuscissi a rispondere ha fatto per abbracciarmi, cercando il bacio.

Con un gesto brusco mi sono tirata indietro, evitando per un soffio che il bicchiere mi cascasse. Un lampo mi ha attraversato il viso.

Tutte le sue attenzioni, i miei rifiuti cortesi, le battute dei colleghi sul corteggiamento di Alessandro, mi sono esplosi dentro.

Ma ti sei bevuto il cervello?! la mia voce, solitamente pacata, galoppava sopra la musica, zittendo una parte della sala. Ma di che ti riempi la bocca? Quale sposi, ma che dici?

Ha balbettato, ma non gli ho lasciato spazio.

Basta! Abbi pazienza! Ti avrò lanciato almeno cinquanta segnali, la vuoi finire di mettermi in imbarazzo?! Non ce la faccio più a inventare scuse, a evitare le chiacchiere Le parole mi uscivano senza freni, stanche e taglienti.

Sai che cè? Se insisti, qui e ora mi licenzio! Se devo continuare a subire questa situazione ridicola, preferisco cambiare aria!

Laria si è fatta densa. Qualcuno smetteva di masticare, qualcunaltro fissava il tavolo fingendo interesse alla tovaglia. Ma io avevo detto tutto. Finalmente ho sentito un peso sollevarsi dalle spalle.

Alessandro, interdetto, bocca semiaperta, occhi bassi. Non riusciva a parlare.

Pensa su quello che ho detto, ho concluso glaciale, e me ne sono andato, lasciando dietro di me sguardi interrogativi e imbarazzati.

Dietro una finestra nel corridoio semibuio mi sono appoggiato, cercando di calmarmi. Sapevo che discutere in sala avrebbe causato un terremoto, ma non ne potevo più. Accanto a me, la collega Silvia mi ha fatto cenno di parlare, ma non sono riuscito a trattenermi:

Mi fa rabbia, Silvia! Perché uno deve farsi mettere i piedi in testa solo perché è figlio della Dirigente?! Ma pensano che, dallalto delle mie referenze, io abbia paura di trovare altro lavoro? Dieci offerte lanno mi arrivano! E devo sopportare queste scenate da ragazzino incapace di accettare un no?

Nellombra vedevo la mia faccia riflessa nel vetro: gli occhi accesi, la mascella tesa.

Non ho fatto in tempo a farle rispondere che una voce ferma ci ha raggelati.

Non te ne andare.

Era la direttrice, la dottoressa Carla De Santis, spalle dritte, tailleur blu scuro. Mi guardava con una severità nuova, un misto di dispiacere e decisione.

Per le sceneggiate di mio figlio ti chiedo scusa. Domani stesso lo mando in trasferta a Torino. Nulla giustifica un simile comportamento.

Da dentro la sala un grido indignato: Basta decidere per me! Alessandro, rosso, si faceva largo sbiascicando per lalcool. Io non vado da nessuna parte! La risposta non la accetto! Marco, me la pagherai!

Mi sono bloccato, la rabbia e un filo di paura mi hanno stretto la gola.

La direttrice non si è mossa, ma ha indicato due addetti alla sicurezza che si erano avvicinati.

Portatelo fuori, ora.

Alessandro ha lanciato uno sguardo torvo, bofonchiando, ma davanti alla sicurezza si è lasciato accompagnare fuori, col silenzio del corridoio a inghiottire la sua ombra.

Il volto della direttrice si è addolcito: Mi scusi ancora. Garantisco che non succederà più. Con un cenno deciso è tornata in sala.

Sono rimasto fermo, il cuore a mille. So che Silvia non dimenticherà mai questa scena, e nemmeno io.

*****

Papà, sono innamorata! Mia figlia Lucia è volata in salotto con gli occhi che brillavano e un sorriso contagioso. Mi sono trovato a sorridere anchio, come sempre accade quando la gioia è così genuina.

E chi sarebbe questo tuo principe azzurro? le ho chiesto, divertito ma protettivamente curioso.

Si chiama Alessandro! È perfetto, papà! Dolce, educato, mi ha già presentato a tutte le sue amiche! E pensa, vogliamo già parlare di matrimonio

Per poco non mi andava di traverso il caffè. Alessandro! Quello stesso Alessandro! Un flash di ricordi imbarazzanti: le sue avance sgraziate, la figuraccia al ristorante, la scena davanti ai colleghi Ho dovuto fare uno sforzo per mascherare lo shock.

E me lo porterai a conoscere, almeno? ho domandato, cercando di sembrare il solito genitore accogliente.

Certo! Proprio domenica, al compleanno della nonna Teresa. Lo conoscerai tu, la mamma, tutti gli zii Papà, è una cosa seria.

Un sussulto mi ha attraversato. Ma era meglio non giudicare: prima bisognava vedere, capire, e solo poi intervenire, se necessario.

Non vedo lora, ho detto cercando di mascherare una fitta di apprensione.

Lucia mi ha abbracciato forte. Sei il papà migliore del mondo!

*****

La domenica mattina, la villa di mia madre Teresa ai Castelli Romani era un allegro teatro. Tra profumo di ciambelle appena sfornate e musica napoletana suonata dai cugini col mandolino, tutti correvano fra la cucina e la sala. Zii e sorelle portavano vassoi e fiori, i cuginetti si rincorrevano in giardino.

Quando la tavola si è riempita di parenti erano almeno trenta, solo di sangue! e tutti ridevano raccontando aneddoti, Lucia era lunica a mancare. Un messaggio mi ha rassicurato: Stiamo arrivando, cominciate pure!

Senza di loro la festa partiva comunque: brindisi, canzoni di Modugno, torte casalinghe. Ma verso le due la porta si è spalancata: Lucia, radiosa, mano nella mano con un giovane ben vestito, dal sorriso ampio.

Ecco il mio fidanzato Alessandro! ha annunciato, portandolo al centro della scena.

Per poco non rimanevo di stucco. Proprio lui. Il mio collega ostinato e infantile, ora davanti a tutti come futuro genero.

Nel silenzio che calava, i suoi occhi cercavano i miei. Mi fissava, visibilmente compiaciuto per la sua vittoria: il ragazzino che, ritenendo di esser stato umiliato sul lavoro, sognava la rivincita in famiglia.

Felice di conoscervi, sono Alessandro , ha iniziato, tendendo la mano alla nonna.

Non ho resistito: col sangue alle tempie mi sono alzato in piedi.

Fuori da qui! Enzo, dagli una mano e fallo sparire! Incredibile pensavi di rovinarmi la vita usando mia figlia?!

È calato il gelo totale. Chi teneva il cucchiaio, chi stringeva una forchetta. Silenzi zii e cugini, bocca aperta la nonna.

Papà di cosa parli? ha balbettato Lucia, lo sguardo confuso tra me e lui.

Non mi sono fermato: Questo è lo stesso idiota che ha fatto scena muta davanti a tutti, mesi fa, con proclami da commedia! La madre stessa aveva promesso di spedirtelo altrove invece, eccolo qui, pronto a rovinare pure la vita a mia figlia?

Alessandro ha cambiato colore; lha presa male, ma ha cercato di dissimulare. Lucia pareva colpita come da uno schiaffo.

Ma davvero? Alessandro, tu ti sei comportato così con mio padre? E davanti a tutti?

Imbarazzato e rosso di rabbia, lui si è voltato verso di me: Gli hai raccontato tutto? Ti rendi conto della figuraccia?!

È stato mio cugino Armando a sciogliere la tensione: ha cominciato a ridere di gusto.

Ma Lucia, che fortuna! Un fidanzato così non lo trova chiunque, eh! Ricordi il video della sua dichiarazione? Ci sono cascato dal ridere! Sembrava una scena da I Cesaroni

A ruota, tutta la famiglia ha cominciato a ridere. Una risata liberatoria: chi si asciugava le lacrime, chi batteva le mani, chi imitava la scena mimando Alessandro in ginocchio.

Lucia è rimasta un attimo immobile. Nel vedere il gruppo ridere, ha capito lassurdità della situazione, la ridicolaggine teatrale di quella storia damore. Allora ha riso anche lei: dapprima piano, poi sempre più forte, fino a lasciarsi andare.

Nel frattempo Alessandro, incassata la sconfitta, si è affrettato verso il cancello, coda tra le gambe, rabbioso e umiliato, lasciandosi dietro solo il clangore del portone mentre si chiudeva.

La sua vendetta non era riuscita. Voleva umiliarmi usando mia figlia, ma davanti alla forza della nostra famiglia e della risata corale ha fallito, diventando solo un aneddoto di una domenica di festa.

Quando risate e voci si sono affievolite, mio zio ha consolato Lucia:

Non ti preoccupare, tesoro. Di fidanzati ne troverai tanti, ma con un carattere più solido e con il cuore vero, non fatto di teatro.

E tutti hanno brindato insieme, senza più pensieri.

Guardando mia figlia, con il sorriso che piano tornava sul suo viso, ho imparato una lezione semplice: a volte, il modo migliore per difendersi da chi ci vuole fare del male è restare noi stessi, insieme, senza mai perdere il coraggio di sorridere e ridere delle piccolezze altrui. Soprattutto, ho capito che la famiglia è unarma invincibile nessun rancore o vendetta può scalfirla. E se la vita ti mette davanti persone come Alessandro meglio riderci sopra, e andare avanti.

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