Lultimo valzer
Ricordo ancora quel giorno come fosse ieri, anche se sono passati molti anni. Ero sulla soglia della stanza e non trovavo il coraggio di entrare. Le spalle mi si sollevarono da sole, riflesso antico che mi accompagnava da trentquattro anni. Sulla cartella clinica era scritto: Rinaldi Arturo Leone, ottantuno anni, esiti di ictus ischemico, paralisi degli arti inferiori.
Un altro cognome. Un altro paziente su una sedia a rotelle. Da tre anni lavoravo alla Casa di Riposo Riva dei Pini alle porte di Firenze, e ogni lunedì cominciava sempre uguale: nuova stanza, nuova cartella, guanti indossati, voce neutrale. Avevo imparato a non affezionarmi. La mia prima paziente era stata Valeria Giuliani, settantadue anni, frattura del femore. Tre mesi dopo, era morta per una polmonite. Non avevo dormito per due notti di fila. Poi avevo capito: se fossi stata così per ogni volta, non sarei durata neppure un anno. Così, avevo smesso di ricordare i volti.
Ma in quella stanza cera qualcosa di diverso.
Sulla parete, proprio di fronte al letto, cera una fotografia in una cornice scura di legno. Si vedeva un giovane uomo in frac nero, il braccio teso, il busto inclinato; accanto a lui una donna in abito ampio, la schiena curvata allindietro come se dovesse cadere, ma la sua mano la sosteneva forte. Il parquet sotto di loro luccicava.
Spostai lo sguardo sulluomo in carrozzina. Mi fissava. Non le mani, né il cartellino col mio nome. Gli occhi dentro i miei.
Sofia Paolini? domandò. Mormorio rauco, ogni parola pronunciata con pausa, come una cadenza.
Sì. Sono la sua nuova fisioterapista.
Nuova, ripeté. Sollevò un poco la mano destra: dita lunghe, nodose, tracciarono nellaria una curva. Si sieda, Sofia. Mi hanno detto che è severa. Questo è buono.
Posai la borsa e mi accomodai sulla sedia accanto al comodino. Sul ripiano, un oggetto che avevo visto solo nei vecchi film: cassa in legno, asta in rame, quadrante coi numeri.
È un metronomo? chiesi.
Un Wittner, del millenovecentosessantadue, rispose Arturo. Tedesco. Fu un regalo della mia maestra, quando vinsi il primo torneo regionale.
Non specificò che torneo. Ma la foto parlava chiaro.
Aperti i fogli, iniziai la visita di routine. Arti superiori: mobilità parzialmente conservata. Mano: motricità sufficiente. Arti inferiori, invece, immobili. Lictus avvenuto un anno prima gli aveva tolto le gambe. Rapidamente, definitivamente.
Lavoreremo su braccia e spalle, annunciai. Tre volte a settimana, lunedì, mercoledì, venerdì.
E ballare? la sua domanda era semplice, naturale come chiedere un caffè.
Alzai gli occhi.
Come, scusi?
Niente, scosse la testa. È presto. Prima mi mostri cosa sa fare. Poi ne parliamo.
Sorrise, appena, senza denti. Ma negli occhi cera qualcosa di diverso rispetto agli altri pazienti. Non speranza, non supplica. Calcolo.
Di ritorno verso linfermeria, mi fermai al tabellone. Scrissi: Rinaldi A.L. Lun, Mer, Ven 10:00. Pensai che, per la prima volta da tre anni, avevo memorizzato subito un cognome.
***
In una settimana sapevo già molte cose su di lui.
Arturo Leone Rinaldi. Campione nazionale di ballo da sala nel 1970. Allepoca aveva venticinque anni quello, nella foto incorniciata, era proprio il giorno della vittoria. Aveva continuato a gareggiare fino al 1995, quando il ginocchio lo costrinse a fermarsi. Poi aveva insegnato. Poi era andato in pensione. Dopo aveva perso la moglie. Poi la figlia se nera andata in Canada. Da ultimo la casa di riposo.
Ci viveva da due anni. Il primo camminava ancora. Il secondo, più nulla.
La figlia chiamava una volta al mese. Lui rispondeva con voce calma, senza rimproveri. Poi posava la cornetta e si voltava verso la finestra per venti minuti. Questo mi aveva raccontato la caposala, Luisa Sorrentino, quando ero andata a chiederle il registro delle terapie. Luisa sapeva tutto di tutti storie, dettagli, abitudini. Trenta anni tra quelle mura.
Rinaldi non è come gli altri, mi disse, senza alzare gli occhi. Non si lamenta, non chiede, non fa storie. E non si è rassegnato. Cè differenza. Gli altri si rassegnano. Lui aspetta.
Non chiesi cosa stesse aspettando.
Durante le sedute lui eseguiva gli esercizi senza sbagliare mai. Non si fermava, non si lamentava. Eppure, ogni volta che manipolavo le sue mani, le sue dita iniziavano a muoversi da sole. Non a caso: seguivano un ritmo, una curva, su e giù, come se ricordassero qualcosa che il corpo aveva smarrito.
Il mercoledì misi della musica dal telefono. Solo sottofondo, dovendo completare la scheda. Era un valzer. Qualcosa di Strauss, penso.
Arturo si immobilizzò. La sua mano destra si sollevò.
Non uno scatto, non uno sforzo. Si alzò fluida, come unala. Le dita si aprirono, il palmo si girò. E lui guidava. Una partner invisibile. Con le braccia. Da seduto, senza muovere nulla al di sotto della vita.
Smettei di scrivere.
Era bello. Davvero. Non carino per la sua età, non commovente per un malato. Bello, e basta. Le sue mani sapevano cosa fare. Cinquantasei anni a guidare donne sulle piste da ballo, e adesso, in una stanza con vista sui pini, ancora andavano.
La musica finì. Lui abbassò la mano. Mi guardò.
Non ha mai ballato, disse. Non era una domanda. Un dato di fatto.
No, ammisi. Mai capitato.
Mai capitato, ripeté come sempre. O nessuno glielo ha insegnato?
Stetti zitta. Lui non attese risposta; parlò lui.
Avevo quattordici anni quando mia madre mi portò al circolo del paese. Non volevo. I ragazzi stavano fuori a giocare a calcio, e io invece entravo in una sala con specchi e parquet. Tre volte scappai. La quarta, linsegnante mi disse: Diventerai grande, perché sei testardo. E rimasi. Non per i balli. Per testardaggine.
Si fermò. Le dita della mano destra tracciarono una breve curva: un gesto che avevo imparato a riconoscere.
Poi ho amato il ballo. Ma allinizio solo testardaggine.
In valzer, tutto si decide nei primi tre secondi. La mano di lui si posa sulla scapola: subito si sente se sa ballare. Se lo sa, il corpo si rilassa. Se no, resiste. Lei ha sempre resistito, Sofia. Si vede dalle spalle.
Le mie spalle. Un po sollevate, un po in avanti. Da bambina. Mio padre beveva, mia madre se nera andata quando avevo sei anni. Aspettavo sempre un colpo, non fisico: qualunque colpo. E le spalle salivano, da sole.
Sono fisioterapista, dissi. Non ballerina.
Per ora.
Nella seduta di venerdì lavorammo sulle spalle: rotazioni, aperture, resistenze. Lui tutto in silenzio. Alla fine mi chiese:
Sofia, vive da sola?
Non risposi. Continuai gli esercizi. Lui capì.
Anchio. Ma ricordo comera diverso. Aiuta. Lei forse non ha niente da ricordare?
Mi fermai. Lo guardai.
Arturo, siamo qui solo per la terapia.
Certo. Siamo qui per il cingolo scapolare.
Eppure, chiese lo stesso.
Chiaro, diretto.
Balli con me, Sofia? Solo una volta. Guiderò io con le mani. Le gambe le sue.
Posai il telo ai piedi del letto.
Non è possibile, Arturo.
Perché?
Non so ballare. Mai fatto. Né gruppi di danza, né corsi, né feste di scuola. Non era roba per me.
Lui annuì.
Lo so. Per questo lo chiedo.
E sarebbe pure contro il regolamento. Non posso sollevarla, rischiare, trasgredire.
Non deve sollevarmi. Rimango seduto. Lei resta al mio fianco. Le prendo la mano e le mostro dove appoggiare i piedi. Tre minuti.
No, dissi. Mi dispiace.
Non insistette. Non si offese. Guardò la fotografia appesa e disse soltanto:
Ci pensi. Aspetto.
***
Lunedì arrivai prima del solito. Prima di Arturo avevo la pausa, rimasi in infermeria a bere il tè in un bicchiere di plastica. Luisa Sorrentino, la caposala, entrò per il registro.
Camminava in un modo tutto suo. I piedi ruotati allesterno, passi lunghi trentanni di corridoi cambiano il passo. Noi non eravamo amiche. Ma cera rispetto. Lei perché ero sempre puntuale. Io perché non mentiva mai.
Sei tu che ti occupi di Rinaldi? domandò senza sollevare la penna.
Sì, da marzo.
Ti ha chiesto qualcosa?
Posai il bicchiere.
Un ballo.
Luisa chiuse il registro. Mi fissò.
Gli resta poco, Sofia. Un mese, due. Il cuore non ce la fa più. Il cardiologo è passato giovedì.
Strinsi il bicchiere. Il plastica scricchiolò.
Lo sa?
Lo sapeva prima del cardiologo. Gente così lo sente. Non ti chiede una pillola. Ti chiede un ballo. Capisci la differenza?
La capivo. E me ne pesava addosso.
Non sono capace, Luisa. Lo deluderò.
Si sedette davanti a me. Poggiò il registro sul tavolo.
Sto qui da più tempo di quanti anni hai, Sofia. Ho visto tutto. La gente, prima di andar via, chiede cose diverse. Alcuni un prete. Altri che si telefoni a una figlia. Altri solo di sentire il profumo dei pini dalla finestra. Rinaldi vuole un ballo. Non chiede per sé chiede per te. Perché tu ricordi.
Allora non capivo. Davvero, non capivo.
Lui è ballerino. Per cinquantanni ha insegnato a donne che non sapevano nulla. Tu devi solo non ostacolarlo.
Sinfilò di nuovo il registro sottobraccio ed uscì. Io rimasi a guardare il bicchiere ammaccato nella mia mano. Il palmo asciutto, un po arrossato da disinfettanti, dal lavoro, dalla vita.
Arturo aveva detto: Ci pensi. Aspetto.
Ma non aveva più nulla da aspettare.
La sera andai da lui, fuori orario. Vestita da tutti i giorni jeans, golfino, scarpe da ginnastica. Senza guanti.
Stava seduto vicino alla finestra. I pini oltre il vetro si erano già scuriti. Il metronomo era sul comodino. La foto ancora appesa.
Arturo?
Lui si voltò.
Voglio provare, dissi. Ma mi serve tempo. Una settimana. E mi promette: se non ci riesco, non si arrabbia.
Mi arrabbierò, rispose pacato. Ma non lo dirò. Va bene?
Mi tese la mano la destra, dalle dita lunghe sospesa a metà fra noi. Non per stringerla. Palmo allinsù. Un invito. Un patto.
Sfiorai le sue dita con la punta delle mie. Un secondo. Bastò quello.
Non sorrisi. Ma le spalle si abbassarono.
Va bene.
Si spinse al comodino, prese il metronomo, caricò la molla. La lamina di rame oscillò.
Tac. Tac. Tac.
Uno-due-tre. Uno-due-tre. Conti con me.
Contai. In piedi, in mezzo alla stanza, in scarpe da ginnastica, senza musica. Solo cifre e il battere dellasta.
Schiena dritta, disse. Mento alto.
Mi raddrizzai. Il mento su.
Ecco. Ricordi: il valzer inizia dalla schiena, non dai piedi. Se la schiena è giusta, i piedi trovano la via da soli.
Tese la destra. Palmo verso lalto, come invito.
Metta la mano sinistra sulla mia. Leggera. Non stringa. Solo appoggi.
Lo feci. La sua mano era calda. Le dita, nodose, si richiusero sulla mia. E sentii la sua guida, verso destra.
Passo col destro verso destra. Piccolo. Mezzo piede.
Mossi il piede.
Avvicinare il sinistro.
Feci perno.
Passo indietro col sinistro.
Scivolai. Troppo lungo, goffo.
Più corto. Il valzer non è una marcia. I passi sono piccoli. Si scivola, non si cammina.
Riprendemmo da capo. Tac. Tac. Tac. La sua mano guidava. Non tirava, non spingeva. Guidava. Appena a destra passo. Un po indietro passo allindietro. Un po in tondo una giravolta.
Pestavo i miei piedi. Mi confondevo. Conteggiavo e mi sbagliavo comunque.
Non si spazientì.
Sta pensando coi piedi, mi disse dopo dieci minuti. Smetta. Pensi con la mano. La mia sa dove andare. Si fidi.
Si fidi.
Io non ho mai saputo fidarmi. Trentquattro anni vissuti per non dover dipendere da nessuno. Il lavoro. Un miniappartamento in periferia. Quaranta minuti di treno. Niente foto alle pareti, niente calamite sul frigo. Nessuno che potesse deluderti. Nessuno a cui affidarsi.
Ma la sua mano era lì. Calda, lunga, memoria di cinquantasei anni di parquet.
Chiusi gli occhi. Smisi di contare.
Un passo. Un altro. Una giravolta. Le sue dita si strinsero: fermata. Tirarono un poco a sinistra: allora verso sinistra. Non pensavo. Non davo ordini: destro, sinistro. Seguivo solo la sua guida.
Così, sussurrò. Proprio così.
Aprii gli occhi. Avevamo disegnato un intero cerchio. Mi ritrovavo dovero partita.
Basta così per oggi, disse Arturo. Sciolse la mia mano. Domani si ripete. E dopodomani. Fra una settimana sarà pronta.
Annuii. La gola stretta dal nodo.
Grazie, sussurrai.
Grazie a me, rispose. Per le gambe.
***
Provavamo ogni sera. Dopo il turno, mi cambiavo negli spogliatoi e andavo da lui. Lui aspettava vicino alla finestra. Il metronomo già carico.
Martedì imparai a contare a tre.
Uno è il tempo forte. Due-tre, quelli deboli. Uno metti il piede. Due-tre avvicina. Mai il contrario.
Mercoledì le giravolte. Mi incagliai alla terza, quasi sbattei contro il comodino. Arturo rise. Prima volta in assoluto. Suono breve e rauco.
Il comodino è una partner terribile, disse. Non conduce.
Spiegò che nelle giravolte del valzer non è la testa a svoltare. Conduce il busto. La testa resta, il corpo è già là. Poi la testa arriva. Come nella vita. Hai già deciso, ma ci pensi dopo.
Giovedì mise la musica. Dal telefono gli scaricai Strauss: Sul bel Danubio blu. Chiuse gli occhi, le mani si sollevarono. Due. La sinistra, più bassa; la destra, verso lalto, come se abbracciasse un fantasma. E guidò. Io ero due passi più in là e osservavo.
Il suo viso si trasformò. Si spianò. Gli anni caddero non tutti ottantuno, ma quelli più gravi sì. Non era più lì. Era sulla pista, giovane e distinto, mano ferma che sosteneva la sua partner.
La musica tacque. Riaprì gli occhi.
Stavi guardando, disse. Non era un rimprovero, solo unosservazione.
Sì, risposi. Balla in modo splendido.
Non ballo. Ricordo. Cè differenza. Ballare è in due. Da soli è solo memoria. Anche lei è importante, la memoria. Ma il ballo è in due.
Taceva.
Sabato balleremo per davvero. Non qui. Nellatrio. Là cè il parquet.
Latrio della casa di riposo. Grandi finestre, sedie lungo i muri. Qualche volta facevano concerti per gli ospiti. Parquet vero, vecchio ma sincero.
Potrebbero esserci persone, obiettai.
Che guardino pure.
Morsicai il labbro.
Sono pronta?
No, rispose netto. Ma i suoi piedi sì. La testa le darà fastidio sempre, nella vita. Non ci si può fare nulla.
Il venerdì la seduta classica: mani, flessioni, contrazioni. Eseguì tutto. Vedevo però: la mano destra più lenta, le dita meno flessibili. Il mignolo curvato allinterno.
Non dissi nulla. Neanche lui.
Dopo lallenamento domandò:
Schiena dritta. Mento alto. Mi mostri.
Mi irrigidii, mento sollevato. Braccia lungo i fianchi.
Mi fissò a lungo. Poi annuì.
Domani. Alle cinque. In atrio.
Uscendo, trovai Luisa in corridoio. Non domandò niente. Ma dallo sguardo capii che sapeva.
Domani? chiese.
Domani.
Luisa annuì e sincamminò a grandi passi, piedi rivolti allesterno. Alla porta si fermò, senza voltarsi.
Lavo il parquet dellatrio. Così non scivoli nessuno.
E sparì.
La notte non dormii. Nel mio appartamentino, guardavo il soffitto. Casa vuota, senza ricordi di me, di nessuno. Tre anni lì nessun angolo era diventato mio, nemmeno una mensola aveva imparato la mia mano. Vivevo così, per poter sparire in ogni momento senza lasciare traccia. Come lacqua fluisce, evapora, finisce.
Arturo invece viveva lasciando tracce. Su ogni donna a cui aveva insegnato a ballare. Su ogni allievo. Nella foto: giovane in frac che guida la partner sulla pista. Le sue mani ricordavano e trasmettevano.
Mi girai su un fianco. Le mani sul cuscino. Mani da lavoro, unghie corte, lisce. Mani che sostengono, allungano, rilassano. Non guidano. Non invitano. Non stringono in modo che laltro si abbandoni senza paura di cadere.
Domani le mie gambe sarebbero state le sue. E le sue mani mi avrebbero guidata dove sola non sarei mai arrivata.
Ripensai alle parole di Luisa. Non chiede per sé chiede per te. Perché tu ricordi. Adesso capivo. Non voleva ballare unultima volta. Voleva che io ballassi per la prima.
E avevo paura. Paura vera.
***
Sabato. Cinque del pomeriggio. Atrio.
Arrivai alluna e lorologio sembrava non scorrere mai. Il turno finiva, pazienti, cartelle, terapie tutto come sempre, ma dentro me batteva un metronomo. Uno-due-tre. Uno-due-tre.
Alle quattro e quarantacinque mi cambiai. Gonna lunica che avevo, blu scura, sotto il ginocchio. Comprata per il matrimonio di unamica, lasciata da parte da allora. Scarpe col piccolo tacco. I capelli raccolti.
Latrio era vuoto. Luisa aveva finito prima il suo giro, aveva portato gli ospiti in sala da pranzo. Il parquet splendeva. Qualcuno laveva lucidato. Grandi finestre. Dietro pini e cielo grigio di marzo.
Alle cinque, il rumore delle ruote nel corridoio. Arturo arrivò da solo. La carrozzina andava dritta. Indossava una camicia bianca mai prima lavevo visto così elegante, sempre maglioni morbidi e comodi. Oggi, camicia bianca. E il metronomo sulle ginocchia.
Si fermò contro il muro. Guardò il parquet. Poi me.
Bella, quella gonna, disse. Il valzer richiede la gonna. I pantaloni non danno la giusta sensazione.
Mi avvicinai. Le gambe non tremavano. Le mani sì. Appena.
Mise il metronomo sulla sedia accanto. Lo caricò. La lamina di rame oscillava.
Tac. Tac. Tac.
Si metta alla mia destra. Verso la finestra.
Mi schierai.
Metta la sinistra sulla mia destra. Come alle prove. Leggera.
Appoggiai la mano. Le sue dita si richiusero. Calde, più deboli che lunedì. Lo sentii. E lui sentì che lavevo avvertito.
Non serve. Non mi compatisca. Balli.
Con la mano sinistra schiacciò il pulsante sul telefono vicino. Partì Strauss, Sul bel Danubio blu. I violini, lattesa della prima battuta.
Uno.
La sua mano guidò la mia verso destra. Passo col destro. Piccolissimo, come insegnato.
Due-tre.
Avvicinai il sinistro. Passo indietro ancora.
E andammo.
La sua mano tracciava il percorso. Destra passo. Giro voltavo. Avanti mi ritiravo. Indietro avanzavo verso di lui. Era seduto, ma la parte superiore del corpo ballava. Spalle, busto, capo, tutto come aveva fatto per cinquantasei anni. E io ero le sue gambe. Il seguito. La metà sottratta dalla malattia.
Il parquet scivolava sotto le scarpe. Non contavo. Non pensavo. Solo ascoltavo. La sua mano, il suo ritmo, la sua vita che fluiva dalla sua mano nella mia, e giù fino ai piedi, al parquet, alla sala.
Tre minuti.
Tre minuti che valevano cinquantasei anni di allenamento. I suoi, non miei. Io ascoltavo. La sua mano. Il suo ritmo. La sua storia, che passava dalla sua mano alla mia, ai piedi, giù fino al pavimento.
La musica si rallentò. Ultima nota. La mano si fermò.
Davanti a lui. La gonna che ancora ondeggiava. Il cuore che batteva impazzito. Ma le spalle quelle mie eterne, sempre sollevate e tese erano finalmente rilassate, giù, serene. Per la prima volta.
Mi guardava. E riconobbi quella stessa espressione della foto. Luomo giovane in frac nero, certo che in pista è il migliore. Le sue mani non sbaglieranno. La sua partner può abbandonarsi lui la terrà.
Grazie, sussurrò. Un gran bel valzer.
Ho sbagliato tutto, dissi. La voce tremava.
No. Ha fatto lunica cosa che serviva: si è fidata. Il resto sono dettagli.
Lasciò la mia mano. E pronunciò quelle parole che non avrei più scordato.
Ora sa ballare il valzer, Sofia. Questo è il mio lascito. Quando ballerà ancora, una parte di me danzerà con lei.
Rimasi in mezzo allatrio. Tac. Tac. Tac. Il metronomo misurava i battiti vuoti. Strauss taceva.
Lo prenda, indicò il metronomo. Ne avrà più bisogno lei.
No, mormorai.
Sofia. Prenda.
Girò la carrozzina e andò via. Si fermò sulla porta.
Schiena dritta. Mento in alto. Non si scordi.
E sparì.
Rimasi sola. Il parquet. Le finestre. I pini. Il cielo grigio di marzo. E la lamina di rame che ticchettava, ticchettava, ticchettava.
Presi il metronomo. Lo strinsi contro di me. Il legno era ancora caldo.
Il lunedì entrai nella sua stanza per la seduta come sempre. Camicia morbida, di nuovo. La camicia bianca era già appesa aveva fatto spazio da solo. Facemmo la terapia come previsto. Nessuna parola sul ballo. Neppure io. Come se nulla fosse successo.
Eppure lo sentivo: era più silenzioso. Non triste. Solo più quieto. Come chi ha fatto una cosa importante, e ora può lasciar andare.
Quel weekend non tornai a casa. Rimasi di turno, passando davanti alla sua stanza la sera. La porta socchiusa. Lui seduto alla finestra, a guardare fuori. Le mani abbandonate sui braccioli. Le dita immobili.
Il metronomo, nella mia borsa.
Per due settimane proseguimmo come sempre. Lui eseguiva gli esercizi. Io segnavo i progressi la mano destra si indeboliva, visibile dai test e dal tatto. Non dicevo i numeri. Lui non chiedeva.
Il mercoledì mi fece:
Sofia. Grazie di non compatirmi.
Non provo pietà, risposi.
È per questo che grazie.
In aprile, Arturo Leone Rinaldi si addormentò e non si risvegliò più. Luisa mi telefonò alle sei. Voce neutra trentanni danno labitudine.
Rinaldi se nè andato. Nel sonno.
Posai il telefono, mi sedetti sul letto, rimasi ferma unora. Non piansi. Solo seduta. Fuori, Firenze si svegliava traffico di auto, qualcuno che chiamava lascensore. Un mattino daprile come tanti. Il mondo rimasto comera. Io, invece, cambiata.
Il lunedì entrai nella sua stanza. Il letto rifatto. Il comodino vuoto. La foto se lera presa la figlia venuta da Toronto, aveva sbrigato tutto in due giorni ed era volata via. Luisa mi raccontò che aveva pianto fuori, ma nella stanza era entrata asciutta negli occhi. Prese la cornice, lalbum, la camicia. La sedia a rotelle, no.
Sulla mensola del mio appartamento vuoto adesso cera il metronomo. Cassa di legno. Lamina di rame. Wittner, millenovecentosessantadue. Tedesco. Un regalo della maestra per la prima vittoria regionale.
Mi alzai. Lo presi, caricai la molla.
Tac. Tac. Tac.
Schiena dritta. Mento alto.
Uno-due-tre.
Avanzai con la destra. Un piccolo passo. Come aveva insegnato lui. Poi il sinistro. Di nuovo indietro.
Per la prima volta la mia casa senza fotografie, senza magneti non era più vuota. Perché ora ci danzavano in due. Io, con le gambe. E lui con le mani. Quella mano, dita lunghe, articolazioni prominenti, movimento arcuato nellaria.
Una parte di lui danzava con me.
E danzerà, per sempre.







