Il fidanzato perfetto

Il fidanzato perfetto

Loredana! Antonio è un uomo molto rispettato e, che non guasta, un uomo realizzato! E la cosa più importante: non ha problemi di soldi. Quindi avrai, figlia mia, un appartamento di tre stanze in centro, una macchina nuova e una bellissima pelliccia, di visone. Ti riempirà larmadio di pellicce, sarà! È proprio il fidanzato ideale. Non troverai di meglio. E io, davvero, non riesco a capire perché tu non accetti la sua proposta.

Non lo so… rispose Loredana pensierosa, abbassando lo sguardo.

Davvero, non lo sapeva.

Quando Antonio, dopo quasi sei mesi di attenzioni, inaspettatamente le fece la proposta, lei, a dire il vero, rimase un po interdetta.

Ormai era abituata agli uomini che la circondavano, che mai portavano a nulla di concreto le loro intenzioni.
Non erano pochi, perché Loredana era una ragazza che si faceva notare.

Si diceva di lei: Ha tutto quello che ci vuole. Dio la aveva benedetta con la bellezza e nemmeno all’intelligenza era stata privata.

Gli uomini, quando la vedevano per strada o al bar, la osservavano con uno sguardo così intenso che ti facevano sentire quasi a disagio.

E chissà cosa pensavano in quei momenti.

Fin da piccola, Loredana era stata sempre al centro dellattenzione maschile. Allasilo, a scuola, alluniversità.

Persino nel nuovo lavoro che aveva iniziato pochi mesi fa, i pretendenti non mancavano.

Tutti, indistintamente, la guardavano con ammirazione. O, meglio, con desiderio.

A vederla così, con tanti corteggiatori, sembrava impossibile che potesse rimanere sola.

Chi la invitava fuori a cena, chi al cinema per uno spettacolo in notturna.

Alcuni, addirittura, proponevano una vacanza al mare di una o due settimane.

Eppure, a trentanni appena compiuti, la Dea come la chiamavano di nascosto molti uomini non si era ancora sposata.

E la cosa dava il tormento a sua madre.

Loredana, cara sbuffava Concetta Bianchi. Ma vuoi finirla di tirare troppo la corda? Quanti anni hai ancora da passare da ragazza? Tieni conto che la bellezza non dura per sempre, anche lei scade, come il latte! Se continui così, rischi di mancare pure lultimo treno. Hai già trentanni. Nessun marito, nessun figlio. Questa non è una situazione normale!

Loredana capiva bene tutto questo, e in fondo dava ragione alla madre. Ma cosa poteva farci se…

…se gli uomini che la cercavano non avevano nessuna intenzione di sposarla?

O meglio, nemmeno ci pensavano.

Ognuno aveva la sua scusa: chi teneva troppo alla propria libertà, chi aveva già la fede al dito (e quindi la moglie). Qualcuno voleva solo aggiungere una tacca al proprio albo delle conquiste.

Tutti erano attratti da Loredana, ma cercavano relazioni senza impegno, quelle dove bastava tenersi per mano per vantarsi con gli amici, o andare a cena fuori, o in vacanza, magari allestero.

Appena si parlava di qualcosa di più serio, i principi azzurri sparivano.

Insomma, una situazione triste: nessuno chiedeva in sposa la bella e intelligente Loredana.

E a continuare solo a uscire con uomini, ormai non trovava più alcun senso.

Aveva imparato, insomma.

Magari possiamo vederci una volta a settimana? chiese incerto uno degli spasimanti.

No, grazie sorrise Loredana. Preferisco andare in palestra, almeno mi fa bene.

Ed ecco che, come si dice, non passò mezzo anno che Loredana attirò lattenzione di un nuovo corteggiatore. Appena iniziato il lavoro nuovo, era subito stata notata da Antonio Giuliani.

Come i suoi colleghi, anche Antonio era perdutamente preso dalla nuova arrivata. Ma, a differenza degli altri, lui aveva delle carte migliori da giocare.

Antonio Giuliani, infatti, era vicedirettore generale: un posto di comando da cui nessun sottoposto avrebbe osato competere.

Chiunque avesse provato a ostacolarlo, avrebbe trovato la busta paga alla mano.

Ogni pranzo invitava Loredana al bar dallaltra parte della strada, dove tra un piatto di pasta e una chiacchiera si parlava in teoria di lavoro, ma finivano sempre a parlare di Loredana e dei suoi progetti futuri. Fiori e cioccolatini ogni giorno, e ogni mese per Loredana cera un premio speciale per meriti lavorativi.

Eppure, lavorava come tutti gli altri. Ma quei premi, chissà perché, li riceveva solo lei.

Loredana, che ne dici di invitarmi finalmente a casa tua? chiedeva Antonio con voce suadente.

A casa? rispondeva lei, interrogativa.

Certo, a casa. Ormai ci conosciamo da tempo, sarebbe ora di fare un passo avanti.

Ma già abbiamo una relazione?

Ovviamente!

Grazie di avermelo detto, Antonio. Io davvero non ne ero a conoscenza. Riguardo linvito Non vivo da sola, vivo con mia madre. Se questo non la spaventa, prego.

Loredana era convinta che nominando la presenza della madre, avrebbe raffreddato subito lentusiasmo di Antonio. Ma si sbagliava.

Lui, tuttaltro che intimidito, promise che sarebbe passato la sera del venerdì.

Ma guarda che insistenza! pensò stupita.

Antonio era davvero tenace. Troppo, forse.

Gli altri uomini non resistevano più di qualche mese, e sparivano appena sentivano parlare della madre.

Invece, Antonio sembrava deciso ad andare avanti.

Quanto ai sentimenti che Loredana provava o non provava per Antonio, tutto restava confuso. Difficile.

Da una parte le faceva piacere che un uomo importante facesse sul serio, che non avesse paura di incontrare sua madre. Questo forse significava qualcosa. Dallaltra, però, Antonio non suscitava nessun brivido particolare, nessuna vera emozione.

Eppure, occorreva ammetterlo, era un uomo distinto.

Un tipo di quelli di razza.

Persino la pancia ormai ben visibile non lo rendeva sgradevole.

Alla sua età era quasi sui quarantanni, anche se ai più diceva di averne trentacinque certe rotondità erano, dopotutto, normali.

Antonio sembrava uno di quei superman invecchiati, sempre in giacca e cravatta, con la camicia leggermente sbottonata e lo sguardo da uomo che non si scompone.

Alle ragazze giovani uomini così piacciono: trasmettono sicurezza. E anche sicurezza in loro stesse.

Ma Loredana era ancora in attesa, voleva vedere fino a che punto il suo corteggiatore si sarebbe spinto.

E, soprattutto, era curiosa di vedere come sarebbe andata lincontro tra Antonio e la madre.

Si aspettava che appena la madre avesse capito che Antonio era almeno cinque anni più grande di lei, lo avrebbe scartato senza riserve. Avrebbe avuto così una scusa per rispondere picche al suo capo.

E invece, Concetta, di Antonio ne fu entusiasta.

Davvero: appena entrato in casa, mancava poco e le scappasse un: Ah, che uomo! Ci vorrebbe un Antonio anche per me!

Arrivò con un bel vassoio di pasticcini in una mano e un mazzo di splendide rose nell’altra.

Baciò galantemente la mano della mamma, fece subito un complimento sulla sua eleganza.

Questo bastò a Concetta per lasciarsi quasi senza parole.

Si sarà già innamorata? rise Loredana tra sé, vedendo quella luce nuova sul volto della madre.

Antonio intuì subito di aver fatto colpo sulla futura suocera e si prodigò in lodi sulla bellezza celestiale di Loredana e in lamenti strappalacrime sulla propria solitudine.

Diceva di avere tutto: casa, macchina, soldi, ma nessuno a cui lasciare tutta quella ricchezza. Né moglie né figli.

Ma guarda tu che vita, sospirava Antonio alla madre di Loredana. La quale ogni tanto lanciava occhiate eloquenti alla figlia: insomma, Loredana, aiuta questo uomo.

Antonio cominciò a frequentare casa con una regolarità impressionante.

E un giorno fece la proposta di matrimonio. Ovviamente, a Loredana.

Anche se Concetta non avrebbe avuto nulla in contrario se la proposta fosse rivolta a lei.

Mentre Loredana restava spiazzata, indecisa non si aspettava veramente che si arrivasse a tanto la madre si aggrappò alla proposta come un naufrago a una tavola di salvezza.

Loredana, al tuo posto avrei detto subito di sì, sorrise Concetta, guardando la figlia negli occhi.

Ci… ci penserò… riuscì solo a rispondere Loredana.

E ci pensò a lungo. Tre settimane, forse.

Ma ancora non seppe decidere.

Era davvero il momento di mettere su famiglia, ma era giusto sposarsi con qualcuno che forse non amava?

Loredana! Antonio è un uomo molto rispettato e, soprattutto, realizzato! E la cosa più importante, non ha problemi economici, le ripeteva la madre. Avrai appartamento in centro, macchina nuova, pellicce a volontà. È il fidanzato perfetto. Più di così non troverai. Non capisco perché non gli dici di sì!

Ma è più grande di me, abbozzò Loredana.

E allora? Anzi, meglio! Non ha la testa da ragazzino.

Loredana taceva.

Gli uomini come Antonio sanno cosa vogliono, incalzava Concetta. E non si perdono dietro le sciocchezze. E poi non è neanche così grande. Tuo padre aveva dodici anni più di me, e siamo stati felici. E tu, invece, continui a fare la difficile!

Ma…

Niente ma! Segui il mio consiglio: metti da parte l’orgoglio, altrimenti rimani zitella per tutta la vita.

Loredana subiva pressioni da entrambe le parti.

Da una, Antonio, dallaltra, la madre.

Alla fine, che scelta aveva? Accettò.

Dopotutto, Antonio non era poi così male.

Affettuoso, premuroso, generoso.

E, in fondo, era stato lunico a chiederle di sposarlo.

Così, disse sì. Un anello con diamante le brillava al dito, mancava solo un Sì definitivo davanti allufficiale di stato civile. Mancava ormai poco, neanche un mese ventinove giorni, per la precisione.

La madre la aiutava a scegliere labito da sposa, pensavano insieme al menù, spedivano inviti a tutti i parenti e amici.

Antonio le aveva detto che la sala avrebbe potuto accogliere cento persone, quindi Concetta poteva chiamare chiunque. Ci sarebbe stato posto per tutti.

Eppure Loredana…

Non era per nulla felice.

Anzi, non si sentiva proprio a suo agio.

Niente sorriso sul volto, niente scintille negli occhi, niente euforia. Solo dubbi:

Ma sto facendo la cosa giusta?

Ma dai, Loredana! sbuffava lamica a cui aveva confidato le sue preoccupazioni. Ti aspetta un futuro luminoso con un uomo che ti ama ed è ricco. Non sarà il principe azzurro dei tuoi sogni, ma è meglio che continuare a cercare o fare la seconda scelta. Amare non è obbligatorio! Guarda intorno a te. Lamore non esiste, tutti vivono come possono. Importa poter fare almeno una vacanza allestero lanno, comprare una casa propria, indossare belle pellicce. Ma non tutti ce la fanno. Io al tuo posto… E che anello che ti ha regalato! Vale quanto una macchina, Loredana! Davvero non capisco perché non ti dai pace.

Anche Concetta capì che la figlia era in piena crisi.

E tornò allattacco, ripetendole che Antonio era un sogno, che meglio non avrebbe trovato mai, che doveva prendere la vita di petto…

*****

Mentre era seduta nella stupenda limousine bianca, tutta nastri e fiori, con un abito da sposa splendido, Loredana cercava di mostrarsi serena e…

…di non pensare a quegli occhietti di Antonio, simili a due olive nere.

Seguiva il consiglio di sua madre: doveva guardare la sua anima, non la faccia. Lanima di una persona è sempre bella, le diceva Concetta.

Provò a leggere lanima di Antonio, ma non vedeva nulla.

Il mondo interiore del futuro marito restava per lei un mistero.

Eccoli lì, che andavano in limousine verso il municipio. Pochi minuti separavano Loredana dal momento in cui avrebbe dovuto dire Sì.

Erano partiti tardi, perché Loredana aveva indugiato fino allultimo. Era ansiosa, turbata, impaurita.

Ma anche oggi era finita in mezzo tra Antonio e la madre. Resistere era stato impossibile.

Ehi, signor autista si rivolse Antonio, arrogante. Non è che potrebbe andare un po più veloce? Rischiamo di fare tardi alle nostre nozze.

Antonio, si capiva, non vedeva lora di stringere la propria sposa e baciarla come mai aveva fatto. E oggi nessuno lo avrebbe fermato. Nessuno.

Perché Loredana, ormai, sarebbe stata solo sua.

Loredana, al contrario, sperava che lauto rallentasse.

Rivolgeva lo sguardo al cielo pregando quasi che il motore si fermasse. Proprio in mezzo alla strada.

Non aveva più voglia di nessun matrimonio.

Ultimamente aveva notato strani cambiamenti nel comportamento di Antonio.

Dove andassero in pubblico, lui sottolineava sempre che Loredana era sua. Solo sua.

I suoi occhi dicevano: Guardate e invidiate! Questa bellissima donna è mia.

E nella testa di lei scattava: E se non fossi così bella? E se domani trovasse una più bella di me?

Troppe domande le si affollavano in testa.

Ciò significava che non era affatto sicura di star facendo la cosa giusta. Non si sentiva a suo agio con lui.

Lautista guardò Antonio dallo specchio e annuì lentamente.

Subito, la limousine prese velocità. Loredana lottò per non scoppiare a piangere.

Cosa faccio? Che devo fare? pensava in modo confuso.

Le serviva una scusa. Qualcosa di serio per scappare e non arrivare al municipio.

Ma niente le veniva in mente.

Ed ecco, allimprovviso, lauto inchiodò fortemente. Antonio cadde lungo disteso per terra, a quattro zampe, come un cagnolino.

Loredana, solo per fortuna, si era aggrappata al sedile.

Ehi, ma sei matto? ringhiò Antonio allautista. Dove hai preso la patente, alle bancarelle?

Mi scusi… Ma cè un gattino in mezzo alla strada.

E non puoi evitarlo?

Corre avanti e indietro. Cambia sempre direzione.

Beh, peggio per lui se finisce sotto. Chi gli ha detto di attraversare? Vai, avanti che siamo in ritardo.

Antonio! Come puoi parlare così? protestò Loredana.

E perché no? Dobbiamo già recuperare, e ci fermiamo per un gatto? La mamma ci aspetta, i parenti

Lo dobbiamo aiutare!

No! Dobbiamo sposarci, tagliò corto Antonio.

Loredana si sporse dal finestrino cercando il gattino tra le ruote in movimento.

Non lo vide.

Quando lautista stava per ripartire, Loredana gridò, Fermi! e aprendo la portiera saltò fuori dallauto, quasi spezzandosi un tacco.

Loredana! Dove vai? Fermati! gridava Antonio, sceso anche lui.

Non lo ascoltava più. O meglio, lo sentiva, ma non voleva dargli peso.

Quando Antonio provò a prenderle una mano, gliela strappò con forza.

Il suo abito da sposa bianco divenne grigio mentre correva tra le auto per acciuffare il gattino spaventato.

Lo strinse a sé, il cuoricino batteva allimpazzata.

Loredana! Cosa hai combinato? Ti sei sporcata il vestito! Che penserà la gente quando ti vedrà così? Ci hai pensato?

Fa niente se ho sporcato il vestito. Ho salvato un gattino, rispose secca. Avrebbe potuto morire. Non ti fa pena?

Pena per il gatto? rise Antonio. No.

Loredana rimase sorpresa.

Ma mi dispiace per il vestito, che costa un capitale. Ci hai pensato?

Ecco, ora viene fuori il discorso dei soldi, pensò Loredana, guardando il piccolo. Avevo ragione a dubitare. Antonio è bravo solo in apparenza… dentro non cè nulla.

Loredana, cara, dobbiamo andare. Lascia quel gatto e vieni. Qualcuno lo raccoglierà. Noi abbiamo un matrimonio!

No, lo porto via io. E se vuoi, vai in comune da solo. Peccato che non ho guardato prima dentro di te. Hai unanima proprio povera.

Ma che significa?! Sei matta? Ora chiamo subito Concetta. Lei ti farà ragionare.

Troppo tardi per ragionare. Non voglio più sposarti. E il tuo anello prendilo pure, disse, togliendolo a fatica e lanciandolo in mezzo alla strada.

Mentre Antonio e lautista cercavano lanello per terra, Loredana, con il gattino in braccio, si avviò sicura verso la strada.

In un attimo, il suo cellulare iniziò a vibrare insistentemente in borsa.

O sarà Antonio, o sarà mamma, magari tutti e due, pensò subito.

Ma non aveva voglia di parlare né con il futuro marito (ormai ex), né tanto meno con la madre.

Sapeva che lavrebbero tentata e scoraggiata dal passo che aveva appena fatto.

Non voleva più essere il burattino nelle mani dei manipolatori. Ne aveva abbastanza.

Come quel gattino, aveva già sofferto molto.

Ora voleva vivere per sé.

E pensare che da bambina la mamma non le aveva mai permesso di portare un animale a casa, ora invece era il futuro marito a pretendere di abbandonare un cucciolo indifeso!

E non solo abbandonarlo, voleva farlo investire dallautista.

No, con uno così, meglio perderlo che trovarlo.

Loredana, fermati! sentì la voce di Antonio dietro di sé. Girandosi, lo vide che arrancava, deciso a fermarla, anche con la forza.

Loredana accelerò il passo, poi iniziò a correre.

Correre con un abito da sposa non era facile, ma non aveva scelta.

Quando Antonio la stava quasi per raggiungere, unauto si fermò e il conducente le aprì la portiera.

Sali, se non vuoi che ti prenda! le disse, sorridendo, un uomo gentile.

Loredana, gettando un ultimo sguardo ad Antonio che sbuffava e arrancava, non esitò e saltò in macchina.

In un attimo, la distanza tra lei e il fidanzato perfetto aumentò immensamente.

Hai cambiato idea sulle nozze? chiese il conducente. Ho visto per caso la vostra scena in mezzo alla strada. Io sono Giorgio.

Loredana. Sì, ho cambiato idea. Davvero non capisco come ho fatto a dire sì. Senza quel gattino, forse avrei rovinato la mia vita.

Bello, il gatto. Davvero.

Eh già! Anche a me è piaciuto subito. Ma non so che farne. Vivo ancora con la mamma, che odia gli animali in casa. E non so a chi lasciarlo, finché non trovo un alloggio.

Se vuoi, lo tengo io per un po. Vivo solo, ho spazio.

Davvero? si illuminò Loredana. Non lo butterai fuori?

Certo che no! Anzi, se vuoi, puoi venire a trovarlo ogni giorno. Meglio la sera, così sono a casa dal lavoro.

Loredana non sapeva esattamente perché, ma si fidava di quelluomo sconosciuto.

Forse perché laveva aiutata a scappare?

O forse perché la guardava diversamente da tutti gli altri uomini.

Non la osservava come se fosse un oggetto, ma come una persona.

Durante il tragitto, parlarono, e Loredana si convinse che Giorgio era una persona seria e affidabile.

La portò a casa e poi, con il gattino, tornò nel proprio appartamento. Le lasciò il numero, dicendo che poteva chiamare quando voleva.

E lei lo fece. Quella sera stessa. Andò a trovarlo, portando cibo per gatti e una lettiera.

Ho pensato che queste cose potrebbero servirti.

Grazie, sorrise Giorgio. Non ci avevo pensato, e ora mi ritrovo due pozzanghere sotto il letto. Vuoi del tè?

Volentieri.

Loredana e Giorgio divennero subito amici.

Non solo perché la pensavano allo stesso modo su molte cose, ma anche perché ormai erano uniti da una pallina di pelo grigia.

La sera, Loredana andava da Giorgio e lui le raccontava le marachelle del gattino.

Ridevano insieme, Giorgio non si arrabbiava, anche quando gli aveva strappato le tende in tre punti.

Loredana ascoltava e sorrideva. Si sentiva bene, in pace.

Che ne dici, se lo chiamiamo Minù? chiese una sera.

Perfetto. Anchio avevo pensato a Minù. Che ne pensi, piccolo, ti va?

Miao! Miao! miagolò il gattino, spuntando da sotto il tavolo e fissando i suoi due umani.

Chissà quando decideranno di vivere insieme, pensò il gattino, tornando a rincorrere la sua pallina.

Giorgio, in realtà, ci pensava ogni giorno. Dopo che Loredana aveva annullato le nozze, era già passato un mese e mezzo.

Lei cercava una casa in affitto, ma senza successo.

Finché un giorno Giorgio trovò il coraggio di invitarla a vivere con lui.

Stavolta Loredana accettò. Non ce la faceva più a stare con la madre, che ancora non le aveva perdonato il gesto sconsiderato.

E Antonio non aveva perso le speranze di riconquistarla.

Quando andava a trovarla, lei si chiudeva subito in stanza.

Alla fine si era licenziata: impossibile lavorare sotto lo stesso tetto di Antonio.

Sì, accetto! rispose con un sorriso a Giorgio.

Ma questa volta accettava la sua proposta di matrimonio. Accadde dopo sei mesi insieme.

La cerimonia fu semplice, solo i più cari amici e parenti. E Minù, ovviamente.

Concetta però non venne. Non chiamò, non disse nulla. Non volle più parlarle. Quella fu la sua scelta.

Ma Loredana, Giorgio e Minù furono felici lo stesso di essersi trovati.

E questa è la storia…

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Il fidanzato perfetto
Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene — Dasha, perché ti sei chiusa dentro? — lui sorrideva, ma nei suoi occhi c’era un’ombra d’inquietudine. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli scivolò via dal volto. — Perché ho imparato la lezione. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. Dasha ha quarantasei anni, il suo “Romeo” ne ha cinquantuno. Sembrava la differenza perfetta: entrambi adulti, cresciuti, senza più illusioni. Dasha si è lasciata alle spalle un divorzio già archiviato, Romano due tragedie… Sembravano una coppia perfetta. Romano la elogiava sempre: — Che profumo delizioso, — diceva assaggiando la torta. — Sei una maga, Dasha. — È solo una semplice torta di mele, — si schermiva lei arrossendo. — Mangia finché è calda. L’unica cosa che infastidiva Dasha del suo convivente era la sua abitudine di parlare sempre del passato. — Sai che anche a Lucia cucinavo tanto. Nei weekend. Le facevo le crêpes. E lei mi diceva che sprecavo la farina. Immagina? “Romano, — mi faceva, — rovini solo il cibo”, e poi, quando abbiamo divorziato, si è tenuta persino tutte le padelle. Ha detto: “È un regalo di mia madre, non lo toccare”. — Che taccagna, — scuoteva la testa Dasha. — Litigare per delle padelle… — Eh, magari solo per le padelle! — rise amaramente Romano. — Si è presa tutto quanto. Si è intestata la casa mentre io ero in trasferta per portare soldi alla famiglia. Ha dato l’auto a nostro figlio, che ha appena compiuto diciotto anni e non ha nemmeno la patente. Sono uscito di casa con una borsa da palestra. Letteralmente. Solo mutande, calzini e uno spazzolino da denti. In quei momenti Dasha lo compativa molto. Com’è possibile? Vivere anni con una persona e poi buttarlo fuori come un cane randagio. — E la seconda? — gli aveva chiesto piano, anche se conosceva già la storia. — Con la seconda abbiamo capito subito che non era cosa. Quattro anni persi. Anche lì… La suocera si è messa in mezzo. Abbiamo dovuto dividere i beni, anche se non c’era niente da spartire, solo debiti e un figlio. Ho lasciato tutto. Non faccio causa a una donna. Non sono così. Sono un uomo, mi rifaccio. “Un uomo”, — pensava Dasha con rispetto. Nobile. Un altro si sarebbe attaccato a ogni forchetta, lui invece se n’è andato a testa alta! — Io ho una casa grande, c’è posto, — gli aveva detto lei all’inizio della loro relazione, tre mesi fa. — E ho anche la casa in campagna. Lì servono mani forti. — Dasha, mi sento a disagio, — abbassò lo sguardo Romano. — Non sono mica un parassita. Cerco lavoro, appena mi sistemo… — Non dire sciocchezze. In due è più facile. Alla fine lui si trasferì davvero. Di roba ne aveva poca: una valigia vecchia, un paio di abiti vissuti e il portatile. Dasha l’aveva circondato di attenzioni. Voleva scaldarlo, fargli capire che non tutte le donne sono delle iene. *** Il primo campanello d’allarme arrivò dopo un mese di convivenza. Una sciocchezza, ma… Romano disse che doveva andare a comprare delle cerniere per l’armadio in ingresso — lo sportello era penzolante. — Faccio in fretta, — urlò dal corridoio. — Vado e torno. Tornò dopo quattro ore. Le cerniere non le aveva. — Puoi crederci? Chiusi! — raccontava indignato, togliendosi le scarpe. — C’era l’inventario o qualcosa del genere. Ho girato tutta la città, non ho trovato la misura giusta. Dasha fu sorpresa: — Allo “BricoMaster” inventario? Di sabato? Sono sempre aperti! — Appunto! Che casino. Sulla porta c’era un cartello. — Strano, — Dasha scrollò le spalle. — Vabbè, le prendiamo un’altra volta. Quella sera, uscendo per buttare la spazzatura, Dasha incontrò la vicina, la signora Valentina. Portava una busta gigante di materiali proprio dallo “BricoMaster”. — Dev’essere pesante, eh? — le tenne la porta Dasha. — Eh, non dirlo a me! Ma almeno oggi ci sono gli sconti, una folla! Ci ho messo una vita a pagare in cassa. Dasha rimase di pietra. — In che senso c’era la folla? Non era chiuso per inventario? La signora la guardò come una marziana: — Quale inventario? Sono aperti, sempre. Eh! Ci sono stata un’ora fa. Dasha rincasò col cuore in gola. Perché aveva mentito? Se fosse andato da un amico, a prendere un caffè, a farsi un giro, poteva dirlo! Perché inventarsi un negozio chiuso? Romano era davanti alla TV, a cambiare canale. — Romano, — tentò di restare calma. — Ho incontrato la vicina. Viene proprio dal Brico, dice che è tutto aperto. Romano nemmeno si girò. Volto impassibile. — Eh? Allora hanno riaperto. Quando sono passato io c’era scritto “Pausa tecnica 15 minuti”. Ho aspettato mezz’ora, non aprivano. Sono andato al mercato, anche lì niente. — Hai detto “inventario”. E che hai girato tutta la città. Finalmente si voltò. Sguardo sinceramente sorpreso. — Dasha, perché ti attacchi alle parole? Inventario, pausa — che importa? Non l’ho trovato, pazienza. Domani lo prendo. Che sarà mai? Dasha si sentì in colpa. In fondo perché andare a fondo? Avrà sbagliato, confuso… Gli uomini non badano ai dettagli… La settimana dopo la scena si ripeté. Romano disse che l’aveva chiamato il vecchio capo per un colloquio. — Azienda seria, Dasha! Stipendio top. Se mi prendono, altro che vacanze… Ti compro una pelliccia. La sera tornò imbronciato. — Com’è andata? — lo accolse Dasha. — Lascia stare! Una fregatura. Promettono oro e danno due spicci e turni da schiavi. Gli ho detto: trovatevi qualcun altro! — Peccato, — sospirò lei. — Troverai altro. Era Ivan Petrovič a chiamare? — Quale Ivan Petrovič? — Romano si rabbuiò. — Il tuo ex capo, no? L’avevi detto tu. — Ah sì… No, era Sergio, il vicedirettore. Con lui ho sempre avuto un buon rapporto. Ivan Petrovič è già in pensione da un pezzo, — abbassò subito lo sguardo andando a lavarsi le mani. Eppure Dasha ricordava benissimo: tre giorni prima lui le aveva raccontato che Ivan Petrovič l’aveva salutato di persona quando si era licenziato, promettendo di richiamarlo. “Forse sono io a ricordare male?”, pensò. La sera, quando Romano si addormentò, il telefono sul comodino trillò. Dasha non era tipo da controllare il cellulare degli altri — le sembrava indegno. Ma lo schermo si illuminò con un messaggio in bella vista: “Amore, quando mi restituisci i soldi? È passato un mese. Non si fa così, ignorarmi” Numero non salvato. *** A colazione Dasha chiese: — Romano, hai ricevuto un sms questa notte. Qualcuno vuole indietro dei soldi. Romano si strozzò col panino. Si fece rosso in volto. — Avranno sbagliato persona. Sarà spam. Ormai i truffatori sono dappertutto… — Ma ti ha chiamato “amore”. Lui scoppiò a ridere, ma con un tono forzato. — Ancora meglio la truffa! Sanno come accalappiare i clienti. Non pensarci, Dasha. Afferrò il telefono e velocemente cancellò qualcosa con mani nervose. — Senti, — cambiò subito discorso. — A proposito. Mia figlia del primo matrimonio, Caterina, ha dei problemi. Il nipotino è malato, servono medicine costose. Mi ha chiamato in lacrime. Come faccio a dirle di no? È sangue del mio sangue. — Certo, — si irrigidì Dasha. — E quanto ti serve? — Quindicimila euro. Non so a chi chiedere. Mi puoi aiutare? Appena trovo lavoro te li restituisco, fino all’ultimo centesimo. Dasha lo fissò. — Quindicimila… e che malattia ha? — Be’, una… forte allergia. Aveva edema di Quincke, ora fa riabilitazione. — Capisco. Si alzò, prese i soldi dal comò. — Tieni. — Grazie, tesoro! — Romano si gettò ad abbracciarla, la baciò sulla guancia. — Sei d’oro. Caterina ti sarà grata a vita. Quella giornata, però, Dasha non riuscì a scrollarsi di dosso un senso di disgusto. Non per i soldi. I soldi vanno e vengono. Era la sensazione, sotto la pelle, che Romano la stesse prendendo in giro. Le venne in mente che Romano aveva lasciato il suo vecchio tablet in carica in salotto. Usava solo il cellulare, quasi mai il tablet. Dasha conosceva il codice: quattro uno. Gliel’aveva detto lui stesso, tempo prima. Apre i social, va a vedere i messaggi. Trova subito la chat con Ekaterina Romanova. La figlia. Messaggi brevissimi: “Papà, salve. Quando ci restituisci gli alimenti arretrati? Mamma dice che passerà agli avvocati. Non abbiamo da mangiare, e tu racconti sempre bugie!” Data: ieri. Risposta di Romano: “Cate, abbi pazienza. Sto spillando soldi a una credulona, appena riesco ti sistemo. Non stressarmi.” Dasha crollò sul divano: le gambe di gelatina. Una credulona… Lei. Era lei la credulona. Scorre ancora avanti. Chat con certa Tania. “Amore, dove sei? Ti aspetto. Hai promesso oggi di portare i soldi” Risposta di Romano: “Arrivo, piccola. Ho appena spillato un po’ di grana alla mia gallina con la scusa del nipote. Dieci minuti e sono da te” Dasha lasciò giù il tablet. Non le tremavano le mani. Era calma come il ghiaccio. Tutto era chiaro. Le “ex malvagie” che lo avevano rovinato. I “matrimoni sfortunati”… Non erano streghe. Erano donne normali che, probabilmente, non ne potevano più delle sue bugie. L’unica vera sanguisuga era lui. Raccolse sacchi neri della spazzatura e svuotò tutto: valige, vestiti, giacche, camicie. Il suo spazzolino, il rasoio, i caricabatterie: tutto davanti alla porta. E cambiò la serratura. Aveva imparato, negli anni, a fare tutto da sola. *** Romano tornò dopo tre ore, provò ad aprire. Niente. Suona al citofono. Dasha aprì, con la catena inserita. — Dasha, perché ti sei chiusa? E la serratura non va… — sorrideva, ma negli occhi, stavolta, c’era paura. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli si spense. — Perché la credulona ha capito chi sei. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. — Ma che dici? Quale credulona? — Quella che spacchi per soldi. Prendi la roba e vattene. — Stai male? Chi ti ha messo in testa queste stupidaggini? Sono stato da mia figlia a portare le medicine! — Ho letto le chat. Con Caterina. Con Tania. Lui si bloccò. Per un attimo paura negli occhi, poi rabbia. — Ah! Ti sei messa a ficcare il naso nel mio tablet? Che diritto credi di avere? È la mia privacy! — La mia privacy è la mia casa. Il mio portafoglio. Tu sei solo un bugiardo e un ladro. — Ma va’ al diavolo! — urlò. — Non mi servi, vecchia gallina! Ho vissuto con te per pietà! Pensavo almeno cucinassi bene, invece pure il brodo è immangiabile! — Prendi la roba, Romano. E considera i quindicimila euro un compenso per la tua recita. È anche poco. Lui disse ancora qualcosa, ma Dasha chiuse la porta in faccia a Romano. Lei entrò in cucina. Sul tavolo la sua tazza, il tè ormai freddo con il fondo sporco. Dasha svuotò la tazza nel lavandino. La buttò nel sacco. Seguita dal piatto preferito di Romano. Il telefono squillò: era il suo ex marito. “Ciao! Nostra figlia dice che perde acqua il rubinetto in campagna. Sabato passo di lì, vuoi che lo riparo? Vieni anche tu?” Dasha sorrise. “Certo. Fermati, ti preparo la torta di mele. Sto bene, davvero. Più di quanto pensavo.” * * * L’alfiere tornò a infastidirla, per settimane. Ogni sera saliva sotto casa: piangeva, implorava, oppure urlava insulti e prendeva a calci la porta. Denunciò tutto alla polizia — e Romano smise di tormentarla. A Dasha non serviva altro. Solo silenzio, pace e… la libertà.