10 luglio, vicino la Via Cassia, pomeriggio inoltrato
La Via Cassia, a questora del giorno, sembra sospesa in un silenzio carico di promesse, come se il sole a breve volesse scivolare dietro i colli lontani. Laria è dorata, e la strada scorre davanti a me come un vecchio amico, ogni curva ormai parte della mia pelle. La moto ruggisce sotto di me con un suono che mi accompagna da una vita come se quel ritmo sapesse cullare il mio passato, tenendolo giusto qualche passo indietro.
Poi, allimprovviso, le luci nello specchietto mi accecano.
Rosso. Blu. Lo stroboscopio severo impossibile ignorarlo.
Mi accosto con calma, il motore si spegne con un sospiro. Respiro, già intuisco il motivo: quel fanale posteriore che continua, testardo, a far le bizze. Mi ero promesso di sistemarlo stamattina, ma il tempo, come spesso succede, sfuma tra le dita. Alcune abitudini arrivano con letà, altre con una vita piena di solitudine.
Sono abituato alla strada non alle sorprese che ti colpiscono dritto al cuore.
Rimango seduto, il casco ancora calato, le mani sul manubrio. Sento i passi su ghiaia: sicuri, precisi, decisi.
Buon pomeriggio, signore.
La voce è calma. Femminile, giovane ma inflessibile.
Sa perché lho fermata? chiede l’agente.
Scuoto lentamente la testa.
Immagino sia per il fanale, dico, e la voce esce roca, come uno che di vento e strada ne ha assaggiata troppa.
Esatto. I suoi documenti, per favore.
Allungo una mano alla giacca, le dita tremano appena sfilando il portafoglio. Glieli passo e solo ora la guardo davvero.
E tutto si ferma, dentro di me si spenge linterruttore.
Lei è lì, a poco più di un metro. La divisa perfetta, la postura da manuale. Il distintivo brilla abbagliato dagli ultimi raggi. Sul nome cè scritto: Agente Martina Bellini.
Martina.
Il suono di quel nome colpisce più di ogni sirena.
Il petto si stringe, mi manca quasi il fiato. Mi ripeto che magari è solo un gioco di coincidenze, che la nostalgia rende tutto più fragile, che la mente si diverte a ritrovare presagi dove non ce ne sono. Ma gli occhi non mentono.
Ha gli stessi occhi di sua nonna scuri, attenti, un riflesso di dolcezza che esce solo quando si crede di non essere osservati.
E appena sotto lorecchio sinistro ho notato una piccola voglia, un sottile falcetto.
Quegli stessi movimenti leggeri, il modo di grattarsi la tempia: familiari, quasi intimi.
Ed è quel segno che ho cercato per anni.
Le gambe mi diventano molli. Per un istante la strada, la moto, la sua auto di servizio, spariscono come risucchiate da un buio lontano.
Trentuno anni.
Trentuno anni a cercare quel minuscolo dettaglio.
L’agente fissa ancora i miei documenti:
Roberto Basile questo è il suo attuale indirizzo?
Sì, signora, rispondo senza pensare.
Nessuno mi chiama più col mio vero nome da tempo. Anni a macinare chilometri e conoscenze fugaci, un soprannome mi si è cucito addosso Il Fantasma: comparo e scompaio, mai troppo a lungo nello stesso posto.
La sua espressione non si smuove. Certo. Se la madre un giorno ha cambiato tutto, se la bambina è cresciuta con altri nomi, perché il cognome dovrebbe smuovere una reazione?
Eppure la osservo nei dettagli: come poggia il peso sul piede posteriore, come scosta una ciocca ribelle dietro lorecchio, la concentrazione con cui legge le carte. Gesti che ho già visto tanto tempo fa, su un tappeto tra pastelli sparpagliati e risate interrotte.
Signore, la sua voce mi riporta sul ciglio della strada, deve scendere dalla moto, per favore.
Il tono è cortese, ma resta professionale.
Annuisco e, piano, scavalco la sella. Le giunture protestano, me ne frego. Nella testa i ricordi si rincorrono, come raffiche di vento che non troveranno mai quiete.
Mi torna in mente una mano piccola, che stringeva il mio indice, e la promessa sussurrata: Ti troverò. Sempre.
Mi rivedo cullarla da neonata, giurare nel buio che non avrei mollato, e poi il ritorno a casa: solo silenzio, nessuna traccia, nessun biglietto. Una solitudine che tormenta ancora oggi.
Lho cercata: richieste, telefonate, segni, voci raccolte nei bar tra estranei. Poi tutto è svanito. La vita riparte non cè alternativa. Ma quella ricerca dentro di me non si è mai davvero spenta.
Le mani dietro la schiena, per favore, dice ora Martina, sempre impeccabile.
Le parole sembrano galleggiare nel vuoto. Poi sento il metallo freddo ai polsi.
E mi blocco.
Mette le manette con delicatezza, senza fretta, quasi gentile.
Ha una multa non pagata con decreto per il fermo, devo accompagnarla in stazione, spiega con voce eguale.
Una multa. Un errore rimasto tra le carte, a cui forse non ho mai dato peso. In questo momento, però, sembra solo un pretesto ininfluente.
Lessenziale è un altro: davanti a me cè la mia figlia perduta, e non sa chi sono.
Fa un passo indietro e cerca il mio sguardo. Per un attimo, sul suo volto saffaccia qualcosa che non è disciplina: una curiosità, un dubbio, la sensazione che qualcosa in me le suoni incredibilmente familiare.
Nei suoi occhi vedo i decenni che ho inseguito.
Nei miei, lei scorge solo un estraneo però non riesce a staccarsi.
Agente Bellini, mormoro piano.
Allerta, pronta al dovere:
Sì?
Posso farle una domanda?
Un attimo di esitazione, poi annuisce.
Svelto.
Le è mai capitato di chiedersi da dove le venga la piccola cicatrice sopra il sopracciglio?
Stringe appena la presa sulle manette.
Come, scusi?
Aveva tre anni, continuo sottovoce. E caduta dal triciclo rosso nel cortile di casa. Ha pianto cinque minuti, poi ha preteso il gelato come se nulla fosse.
Laria si fa densa.
I suoi occhi si allargano, impercettibilmente, ma tanto basta: la frase ha colpito nel segno.
Come fa a saperlo? chiede, la voce tremolante sotto la corazza.
Le auto passano in lontananza, il giorno si sdraia sullasfalto in ombra.
Ingoio a fatica.
Ero lì, respiro. Lho raccolta, vi ho portato a casa.
Mi studia, cerca di unire ciò che sente e ciò che vede. Dentro di lei lotta la razionalità contro una verità che istintivamente riconosce.
In quellattimo, due destini corsi paralleli per decenni si toccano davvero, per la prima volta.
Per entrambi, nulla sarà più come prima.
Considerazione: La sosta forzata su una strada qualunque si è trasformata in un incontro che mai avrei potuto prevedere. Ho finalmente una possibilità di ricomporre il passato; Martina, ora lo sento, ha intravisto quella pagina mancante che lha sempre accompagnata per trentun anni. Quel che verrà, non lo decideranno i lampeggianti o i moduli, ma la verità tanto vicina da poterla quasi toccare.







