Cara me stessa,
Mi sento il bisogno oggi di scrivere tutto, di mettere ordine nei pensieri che, come nuvole pesanti, mi girano in testa da quando ho lasciato di corsa lufficio. La voce tremante lho nascosta dietro una cortesia un po forzata: «Dottor Pietro Vasari, mi scusi, ma oggi dovrei andare via prima. Mio figlio non sta bene…» Ho appoggiato di fretta i fascicoli sulla scrivania, sistemando anche lagenda appuntamenti per domani. Era ancora presto per finire il turno, mancava unora, ma la scuola materna aveva già chiamato due volte. Non avevo scelta.
Sono arrivata in questa impresa edile quasi per miracolo, senza esperienza come segretaria e ben lontana dagli aspetti gradevoli del bando. Allo specchio, prima del colloquio, scuotevo la testa:
Questo non fa davvero per me.
Il solito cardigan, quello che con mille cure cercavo ancora di non rovinare, e quella gonna ormai passata cucita a mano da mamma, scegliendo con amore la stoffa, lavorando per giorni davanti alla vecchia macchina. Quanti sospiri…
Non sarà certo peggio di una comprata, diceva. Io mentivo un po ma sapevo quanto le pesasse e la rassicuravo.
Di soldi per i vestiti nuovi in casa nostra non ce nerano. Ricordo il tempo in cui cera ancora papà ed io non dovevo rinunciare a nulla ma dopo la sua scomparsa, tutto cambiò. Con lo stipendietto da infermiera mia madre faticava. Ma ci arrangiavamo, almeno finché la nonna si ammalò. Con la suocera mia nonna paterna i rapporti di mamma erano, per dirla con delicatezza, tesi.
Lidia! Non hai proprio il senso della famiglia. Ma cosa pretendo, daltronde, viste le tue origini. Qui ormai sei dei nostri, quindi abituati: si è responsabili uno dellaltro qui!
A quelletà non capivo bene, mi sembravano frasi solenni. Con il tempo ho imparato: le parole restavano solo parole. Tutto era unilaterale. A mia madre toccava versare a mia nonna gran parte dello stipendio, accudendola giorno e notte, mentre lei, regale nei suoi giudizi, dispensava solo rimproveri e lamentele.
Mamma! Perché non rispondi mai? Perché non dici la tua? le chiedevo sempre più spesso. Raramente mamma mi portava con sé dalla nonna, ma questultima pretendeva vedere la nipote.
Vedi, Maria, so che quello che dice non è giusto, ma so anche che è una donna malata e profondamente sola. Le è rimasta solo noi. Con la sorella ha litigato, con i nipoti non si parla. E poi… Ho promesso a tuo padre che non lavrei mai abbandonata. Non posso mancare alla parola data.
Ero furiosa con mia nonna, volevo urlarle tutto in faccia, ma mamma mi fermava, quasi leggendomi nel pensiero.
A che serve, Maria? Non è unoffesa a me. Lascia che dica. Io so cosa faccio, e so che tua nonna non manca di nulla.
Eppure di soldi ne ha mormoravo tra me.
Ora so che non era affatto una povera parente. Un grande appartamento per sé, un altro in affitto lasciato dalla madre, una pensione cospicua e un gruzzoletto in banca. Eppure, pretendeva sempre dalla mamma.
Perché prende i tuoi soldi, mamma? Non le basta? Mi arrabbiavo mentre segnavamo le entrate e le uscite nel nostro quadernino.
Maria! Basta così! sospirava pesante mamma, abbassando la voce. Non diventare come lei… Sii te stessa, non lasciare che tutta quella cattiveria ti entri dentro. E ricorda: tutto quello che è di tua nonna, è solo suo. Non nostro, non lo sarà mai. Non ci pensare neppure. O alla fine non ne esci.
Solo quando la nonna venne a mancare capii fino in fondo. Il testamento, la lettera trovata nel comodino. Ricordo il suono della cartapecora tra le mani di mamma. Basta, Maria, abbiamo fatto tutto il nostro dovere.
La nonna aveva lasciato tutto ai nipoti da parte di padre e alla sorella. Che cosa ci fosse scritto in quella lettera di addio lo domandai mille volte, finché lasciò cadere una frase:
Per lei tu sei solo… troppo simile a me. Nessuna traccia di tuo padre nel tuo carattere. Sangue estraneo.
Ma è vero? domandai, mordendomi le labbra.
Oh, tesoro, sei uguale a tuo padre. Non esteriormente, nel carattere. Non ho mai conosciuto un uomo migliore nella mia vita. Prendi il meglio da questa famiglia, dimentica il peggio. È un peso che non fa per te.
E avevo deciso di non insistere. Lei diceva sul serio.
Il tempo passava. Ho finito il liceo, sono entrata alluniversità. La famosa gonna fu cucita allora. Mi ha portato fortuna: esami, lezioni, il primo lavoro in facoltà, finché ho conosciuto il padre di mio figlio. Era quella la gonna fortunata. Perciò, allappuntamento nellimpresa, lho scelta ancora. Molto altro non cera, daltronde. Non potevo presentarmi in jeans.
In ufficio risolini, occhiatine. Ma ricordando mamma, tenevo la testa dritta.
Signorina, così giovane, senza esperienza e con un bambino piccolo? Dove ha lavorato prima?
Insegno matematica alluniversità.
E perché il cambio di settore?
Vorrei provare qualcosa di diverso, tremavo dentro.
Invece, il direttore del personale, dopo poche domande, mi propose il posto da segretaria. Avevo così iniziato il tirocinio. Forse non seppi mai cosa si dissero poi di me in corridoio, ma cera chi aveva fiducia.
Con il direttore, Pietro Vasari, si creò subito una certa sintonia. Guardandomi fissare il libretto distruzioni della macchina del caffè, invece di premere tutti i tasti a caso, scoppiò a ridere:
Per la prima volta vedo una donna che legge, anziché sperimentare alla cieca. Bene, lavoreremo bene insieme.
Il lavoro non era difficile, solo preciso. Il capo era abituato a controllare tutto, ma presto si rese conto della mia memoria e della mia pignoleria. Riuscivo a trovare tutti, fissare riunioni convenienti a tutti, e quando serviva annullarle lasciando tutti contenti. Solo un punto dolente: ogni tanto chiedevo il permesso per il bambino.
Maria, va bene, capisco, ma ora inizia a diventare la regola. Così rimango senza segretaria Ha una nonna, una zia, una baby-sitter?
Nessuno. Mia madre non cè più. Siamo soli.
Peccato. Allora cerchi una baby-sitter.
Non me lo posso permettere. Ma ha ragione, è un mio problema.
Sono uscita dallufficio senza nemmeno guardare dietro me. A casa cera Andrea con la febbre, le solite incombenze. Vorrei gridare dalla stanchezza e dalla solitudine. Perché proprio così, mi chiedo?
Ma la risposta la conosco. Come mi diceva sempre mamma: I bravi incontri nella vita sono pochi, bisogna saperli cogliere.
E se non li trovi mai? la incalzavo.
Non succede, Maria. Sei matematica, pensaci: la probabilità che non incontri mai una bella persona è minima!
Aveva ragione: le persone malvagie sono poche, gli altri vivono seguendo i propri interessi. Non è cattiveria, ma normalità. Spero che tu incontri più persone di cuore.
Ripenso a quanto mi ha insegnato la vita e a come non ho voluto ascoltarla quando ho conosciuto Igor, il padre di Andrea. Un giovane ricercatore brillante, pieni di progetti e ambizioni. Era ciò che mi mancava. Ma le nostre strade erano troppo distanti. Io volevo famiglia e scienza, lui lestero. Quando ha ricevuto lofferta di andare alluniversità fuori dallItalia, ha accettato un attimo dopo avermi chiesto di sposarlo.
Aspettiamo due, tre anni. Che problema cè?
Igor aspetto un figlio.
Il suo viso cambiò, capii che la storia era finita.
Ma perché adesso? Non puoi aspettare? girava nervoso per casa.
No. Non se ne va da solo. Ma non preoccuparti, me la spiccio io.
Non ci siamo più visti.
Andrea è nato un mese dopo che mamma se nera andata. Un infarto al lavoro, nessuno riuscì a salvarla, nemmeno fra tanti colleghi medici. Lho salutata vietandomi le lacrime.
Piangerò dopo, quando nascerà Andrea, te lo prometto, mamma.
Ma dopo non cera mai il tempo. Andrea era debole, spesso malato. Io una macchina: lavatrici, spesa, pulizie, la nano. Ho lasciato luniversità, non sopportavo gli sguardi e i sussurri. Scusa mamma, sono troppo sensibile. Ma non ce la faccio
Appena è toccato a lui, ho iscritto Andrea allasilo. Il primo anno è stato un inferno di malattie. Senza possibilità di un lavoro serio, ho iniziato a fare le pulizie in un parrucchiere. Sognavo solo, la sera, di poter cambiare in futuro.
Tornando a casa dopo aver preso Andrea e una sosta in farmacia, mi sono fermata a salutare la vicina.
Ciao, Anastasia.
Ciao! Ancora malato? Se non hai la nonna, prendi una tata.
Non posso permettermelo sì, guadagno di più, ma non così tanto!
Le baby-sitter costano… peccato, se avessi una nonna vicina
Entrando in casa, un nodo in gola. Mamma, come mi manchi
Poi Andrea mi ha riportata alla realtà. Lho messo a letto, tè caldo, e via a cercare annunci in silenzio. Poi il piccolo campanello. Ho pensato tra me, chi sarà? Dalla porta entra la signora Claudia Stampini, la vicina che vive nella scala accanto. Solo saluti di circostanza, finora.
Buonasera, Maria! Mi fai entrare o decidi tutto sul pianerottolo?
Imbarazzata lho fatta accomodare. Si è diretta in cucina come avesse sempre vissuto lì.
Mi serve una nonna a tempo, vero?
Cosa?
Una nonna per tuo figlio, quando è malato o serve.
Beh, sì, solo che non saprei dove trovarla
Non serve cercare. Sono qui io. Che dici, mi prendi come baby-sitter?
Ero diffidente, la vicina la conoscevo poco lasciarle il bambino così?
Come fa a sapere che mi serviva una tata?
Te la faccio breve: oggi ho visto Anastasia che mi ha raccontato.
Poi, senza che lo chiedessi, Claudia prese a raccontarsi. Nata a Firenze, cresciuta fra fabbrica e casa, marito conosciuto in fabbrica, due figli portati su con tanti sacrifici. Ora i figli erano lontani, lavoravano e lei sola.
Quattro nipoti, Maria, ma visti poco. Le nuore avevano le madri, i bambini sono grandi e io sono sempre rimasta in disparte. Così guardo i bambini in cortile e il cuore mi piange. Mi piacerebbe prendermi cura di uno davvero. Non ci ho mai pensato prima, poi Anastasia mi ha suggerito. Ecco, magari, potrei esservi utile. Non chiedo molto. Ma pensaci!
Mi ha salutata, lasciandomi interdetta. Ho parlato con la foto di mamma, chiedendo: Mamma, faccio bene?. Non mi sono fidata subito, la notte ho pensato e ripensato, ma al mattino ho deciso.
Claudia, accetto. Cominciamo.
Ecco, così è iniziata la nostra collaborazione, come la chiamava lei. Mi faceva sentire meno sola, potevo stare serena: Andrea la adorava dal primo giorno.
Gli serve solo un po di tè e una favola. Vieni, ti faccio vedere. E tirava fuori marmellata o biscotti dalla sua borsa, portati da casa sua.
Dopo un paio di mesi Andrea leggeva già da solo, sapeva giocare a scacchi e nuotava due volte a settimana, accompagnato dalla nonna Claudia. Non avrei mai potuto permettermi tutto questo confidavo a Anastasia. Quando crescerà la mia Sveva, magari ti rubo la tua Claudia!
Andrea ormai grande andò a scuola. Claudia veniva meno spesso ma ormai era parte di noi.
Un giorno il dottor Vasari mi guardò: Maria, potresti fare ben altro con la tua laurea. Mai pensato a una riqualificazione?
Non avevo mai nemmeno osato sognarlo. Eppure, lazienda mi offrì un corso e una nuova posizione. Dun tratto, la vita prese una piega più serena. Claudia era felice per noi, ormai più che una babysitter.
Poi, il vuoto. Claudia sparì. Non rispondeva al telefono, i figli irreperibili, lospedale senza risposte. Nessuno mi aveva notata come parente, dunque niente segnalazioni. Ho girato per ospedali, raccontando mille volte la stessa storia.
Finalmente la trovai: un medico gentile mi fece entrare. Incidente, perdita di memoria Lei chi è?
Sua figlia dissi decisa.
Mi sono presa cura di lei, la portai a casa. Andrea, ora Claudia non ricorda tutto, resta gentile, chiama sempre la nonna.
Verrà a stare da noi? mi chiese convinto.
Sì.
Ormai era Andrea che badava a lei: Faccio i compiti e poi giochiamo a scacchi, vuoi?
Claudia ora chiamava me figlia e Andrea nipote. Non cera nulla da aggiungere; importava solo la fiducia che ormai si era creata.
Sei mesi dopo tornò il figlio di Claudia. Alex, alto e impacciato davanti al portone di casa.
Lei è Maria?
Sì.
Posso vedere mia madre?
Certo. Doveva venire prima, però. Ora, la portiamo noi. Di lei non si preoccupi: le stiamo vicino perché ce lo ha dato il cuore, non ci serve nulla in cambio. Se vuole gli immobili, li prenda, ma Claudia resta con noi.
Serrò gli occhi, spaesato: Avevo pensato di portarla da me, ma
Se lo avesse voluto, sarebbe venuto prima. Ora ormai si sente a casa con noi. Non la agiti, per favore.
Andrea aprì la porta: Wow, che torta hai portato!
Auguri amore! Questo è Alex, il figlio di Claudia.
La nonna non lo riconobbe, e Alex rimase fermo, scosso di fronte a quella donna ormai fragile.
Non si ricorderà mai? chiese piano, salutandomi.
Non lo so. So solo che qui sta bene. Qui è serena.
Alex avrebbe potuto venire a trovarla quando voleva. Ma non mi aspettavo di rivederlo. E alla fine, non fece differenza.
Abbiamo chiuso la porta. Andrea mise il tè. Mamma, posso dare la fetta più grande di torta alla nonna?
Certo! Come diceva lei una volta? Bisogna addolcirsi la vita, caro!
E così sia.
Oggi sento che la vita ci ha dato quello che pensavo di aver perso: una famiglia, cucita a mano come quella prima gonna, fra piccole rinunce e sorrisi nuovi.
Di me a me, Maria.






