– Non mentirmi, mamma.

Non mi mentire, mamma.
Nonna, posso chiedere a Dio che tu torni, mamma?

La vecchina che pregava accanto si fece il segno della croce. Nonna Chiara sorrise alla piccola pronipote e le indicò licona sopra la credenza.

Chiedi pure, tesoro, chiedi pure. Da Dio si può sempre chiedere tutto sussurrò, sospingendo dolcemente Ginevra verso la Madonna.

Nella frazione tra le colline dellUmbria, una nonna e la sua nipotina pregavano per la stessa cosa. Una lo faceva per fede e malinconia, laltra per ingenua innocenza.

Così pensava Rachele, la madre di Ginevra. Sapeva bene che la vecchia inculcava alla bambina storie antiche di santi e benedizioni, la portava a messa, le faceva lasciare le offerte sul leggio. In fondo, secondo Rachele, le stava rovinando la figlia con una visione del mondo superata e limitata.

Ma presto sarebbe venuta a prenderla e avrebbe rimesso tutto a posto. Presto, ma non ora…

Ah, ti porterò via con me, amore mio! Andremo al mare, lo sai? E lì, oh, che tramonti! Sono rossi di fuoco, le albe dargento, le sere profonde… e i nostri abbracci eterni… recitava Rachele, stringendo Ginevra tra le braccia.

Erano sedute nel cortile, circondate da assi di legno che cigolavano al vento. Nel pollaio razzolavano le galline. La casa, costruita con vecchi blocchi di pietra, aveva ormai le fondamenta nel terreno, il tetto spiovente si piegava al centro.

Vicino, una grossa botte raccoglieva acqua piovana giallastra, che scendeva dal tetto.

Lì il mare è salato, piccola, e lacqua limpida, non come quella di qui… sospirò Rachele, immergendo una mano nellacqua ogni tanto e scuotendo la testa Ti porterò via, aspetta solo ancora un po. Dammi tempo.

Ginevra non aveva nessuno al mondo più caro della mamma. Anche nonna Chiara le voleva bene, ma era ormai vecchia, trasandata, niente a che vedere con la mamma.

La mamma aveva un profumo particolare. Odorava di fiori misteriosi, e Ginevra era convinta che quei fiori crescessero vicino al mare, proprio quel mare dove, diceva la mamma, sarebbero presto andate insieme.

Nonna, mamma mi porta presto al mare. Lì lacqua è salata e cristallina, non come da noi! si pavoneggiava Ginevra, quando la mamma era già tornata in città.

Certo che ci andrete… Ma intanto, finisci le patate, se no non avrai forza per arrivarci al mare. Ed è lontano da qui. E tua mamma ha tanto da fare, attendi ancora…

Fino ai cinque anni, Ginevra non capiva cosa significasse poetessa. Così la chiamava la nonna. Ma una volta, quando la madre tornò in visita, portò con sé un libricino sottile. Lho scritto io, le disse. Ginevra lo prese alla lettera. Quando la mamma ripartì, lei con le mani sporche prese il libro, osservò quelle lettere perfette e pensò: come si fa a scrivere così bene?

Provava a imitarla, prendeva un quaderno e cercava di tracciare quei piccoli segni ordinati, che ancora nemmeno conosceva.

Cosa combini lì? di sera, la nonna, sfinita, la trovava sempre ancora sveglia Ma guarda che ti vengono bene, davvero!

Non sono belli come quelli di mamma borbottava Ginevra seccata.

Col tempo imparerai anche tu. Ora a nanna!

E la nonna spegneva la luce. Ginevra ci metteva uneternità ad addormentarsi, immaginava di scrivere chissà quali cose.

Era fiera della mamma.

Fino ai sei anni non si poneva domande: perché tutte le mamme vivono con i propri bambini e la sua no? Nonna Chiara, perennemente nella stessa gonna, una maglietta sopra laltra, grembiule, calze di lana arrotolate e zoccoli. Il minimo indispensabile per occuparsi della campagna.

Solo in chiesa si metteva il vestito grigio di lana e un fazzoletto blu a fiori. Lo aveva cucito decenni prima con la sua Singer. Aveva trasmesso questa passione alla figlia Rachele, che infatti aveva fatto la sarta.

Oggi era lei a vestire Ginevra. La bimba era sempre a posto, magari con vestiti fuori moda per la città, ma ottimi per la vita di paese: tessuti resistenti, filati di lana.

Il furgoncino del negoziante arrivava in paese, e nonna Chiara sceglieva sempre tutto con la massima attenzione, spendendo il poco che aveva per la nipote: scarpe, calze, tutto loccorrente.

Non cera asilo nella frazione tutto il divertimento era correre tra i cortili e i viottoli sterrati con altri bambini.

Rachele tornava sempre più di rado. Qualcosa in città non funzionava. Un giorno, prima di partire, prese da tavola il libricino poetico lasciato lanno precedente.

Questo lo porto via, mamma. Qui nessuno lo usa…

Ma come? Ginevra ci copia le lettere! Lascialo a lei…

Dalle un altro libro, basta che disegni. Dille che è mio lo stesso, tanto non lo legge.

Quando Ginevra cercò il suo libro, la nonna le diede quello in copertina verde, ripescato da una vecchia mensola.

La bambina la accarezzò, la mise sul tavolo. Era più spessa, con lettere dorate. Cominciò a ripassare le lettere anche lì.

Un giorno destate, aveva sei anni, tornò a casa piangendo, la maglia nuova senza bottoni e tutta sfilacciata.

Ginevra! Cosè successo? la nonna si agitò.

Giulio… lui… Ginevra singhiozzava e indicava fuori.

Aveva litigato con Giulio, il bambino che le aveva detto che la madre laveva abbandonata: Tua madre non ti vuole, tua nonna si ammazza di fatica e nemmeno mangia, perché tua madre non le manda soldi!.

Io gli ho detto: mia mamma scrive poesie! E lui ha risposto che sono bugie. Ma non sono bugie, vero, nonna? Ginevra corse a prendere il libro verde, lo portò fuori di corsa.

Nonna Chiara, che non riusciva a raggiungerla nel suo affanno, la seguì lo stesso. Cerano bambini più grandi, che già sapevano leggere.

Non è vero! gridava Ginevra, quasi isterica Questa è la MIA mamma! È il SUO libro!

Sciocca, cè scritto: Liriche di Salvatore Quasimodo, non tua madre…

I bambini ridevano, si gettavano il libro tra loro. Ginevra cercava di riprenderselo, ma chiesero conferma a un ragazzo che passava: lui confermò, aggiunse che doveva davvero imparare.

Arrivò nonna Chiara, senza fiato.

Nonna, dì che è della mamma… dì che è vero! si aggrappò alla gonna della nonna.

Lei tese la mano verso i bambini, che le restituirono il volume.

La nonna prese Ginevra per mano e la portò a casa.

Ho confuso, perdonami, piccolina, io non vedo più bene, non ho letto… Ma mamma la prossima volta ti porterà davvero il suo libro. Glielo scriverò, vedrai.

Ginevra non rispose, non piangeva più.

Dammi prese il libro e lo scaraventò nelle ortiche.

Ginevra! la nonna si fermò in mezzo al cortile sorpresa Cosa ha fatto di male il libro? Qualcuno si è sforzato a scriverlo!

Uno sforzo inutile, rispose, andandosene verso casa.

Le ortiche erano alte e umide, Chiara le lasciò stare.

Poco dopo arrivò lamica di Ginevra, Costanza. Era un po più piccola.

Io ti credo, davvero. La tua mamma lha scritto davvero. Gli altri sono sciocchi sussurrò.

Non credere. Non è suo. Odio quelle poesie e chi le scrive!

E la mamma? Anche lei?

Ginevra stette zitta. Lei stessa non sapeva più cosa pensare della madre.

***

Rachele ormai sapeva che vivere di poesia era dura. In otto anni aveva pubblicato solo due opuscoli, e in attesa del terzo arrotondava esibendosi con le sue liriche in fabbriche, case di cultura, scuole, licei.

Aveva iniziato scrivendo per il giornalino scolastico, continuò allistituto tecnico di moda. Vinse concorsi, pubblicò su giornali locali.

Cucire le interessava solo per cucire abiti per sé. Dopo gli studi trovò lavoro come segretaria in una piccola casa editrice e lì incontrò Marco Sabatini, giornalista venuto da Perugia per coprire gli incendi nelle colline.

La gravidanza, usata come scusa per trattenerlo. Si trasferì a Perugia.

Ma Marco fuggì presto, dallincendio e dalla poetessa di provincia. Almeno però le trovò un posto in città, parlò alla direzione cultura.

La figlia la lasciò a sua madre, come la nonna aveva dovuto fare con lei quando era bambina.

Presto si sposò ufficialmente. Il marito, anche lui del giro poetico, era debole, triste e spesso ubriaco. Spariva, tornava, ancora spariva. Dopo poco divorziarono e Rachele rimase con una minuscola stanza in una casa popolare, niente di quello che aveva sognato.

Negli ultimi anni conviveva con Silvano, ingegnere in una piccola fabbrica di suole. Un uomo scialbo e taciturno, ma con un piccolo appartamento tutto suo.

Andava bene così. Rachele era bella, a volte gentile, brava a cucinare, generosa.

Ma lui la trovava strana troppo teatrale, troppo instabile. Rachele infatti recitava ogni giorno una parte: ora ingenua, ora orgogliosa, ora fredda e indaffarata.

Tutti la consideravano un po fuori dal coro. Alla sera cuciva abiti esagerati. Se vedeva una gonna larga, la voleva per sé. Fortunatamente, stoffe ce ne erano, tagliava con maestria e una vecchia macchina da cucire la aveva trovata pure regalata. Le riviste di moda erano sempre sul tavolo. Era sempre vestita in modo stravagante, diversa dagli altri.

Daltra parte, era una poetessa.

Si lasciò anche con Silvano e tornò nel proprio angolo dalla casa popolare.

La speranza di una vita migliore, la gloria, quellincontro che avrebbe cambiato ogni cosa, non moriva mai. Sognava la bohème.

Sapeva che la nonna non era eterna, e che con la bambina la vita era difficile. Di queste angosce scriveva versi, i migliori: erano pieni di lacrime, gridavano dolore e nostalgia per la figlia.

Aveva deciso di riportarla a vivere con sé al momento della scuola, ma quellestate si innamorò di uno scultore. Posò per lui, ne andava orgogliosa. In autunno il loro amore finì e la bambina rimase al paese.

Andò una volta in visita. Ebbe limpressione che la nonna lavesse guastata. Era diventata impertinente, rispondeva tagliente. Si scioglieva però di fronte a due coccole. Rachele aveva sempre la battuta pronta. Le promise: Lanno prossimo ti porto via.

Non mi mentirai? chiese la bimba fissandola negli occhi.

Rachele quasi non riusciva a respirare davanti a quella domanda. Abbracciò la sua piccola, la strinse a sé trattenendo le lacrime.

Ma che dici! Ma che dici, tesoro! Ti amo, ti amo! Lo senti? la baciava e stringeva forte.

La parte della madre sofferente le veniva naturale.

Ginevra credeva ogni parola: come non credere a una madre?

***

Come si sente nonna Chiara? chiese zia Nunzia, la negoziante in paese.

Dinverno Ginevra aveva preso in mano tutta la casa. La nonna era malata, ora era venuta a fare la spesa con lo zio Giuseppe, il vicino.

Sta a letto. Faccio il brodo. Solo quello beve.

Da sola?

Sì, facile. Sono capace.

Brava, tesorina. Con una nipote così, ci si può anche ammalare…

In paese si conoscevano tutti. Avevano compassione per Chiara e Ginevra. Le galline le seguiva la vicina Natalina, i farmaci li portava la postina Laura, per la spesa portava Ginevra la famiglia Peroni, lo zio Giuseppe spalava la neve, il trattorista Nicola lasciava sempre più carbone davanti alla porta.

Anche la stufa Ginevra ormai la sapeva accendere e ai fornelli si destreggiava. Allinizio andavano spesso a controllare Natalina e la signora Olga Peroni, poi vedendo che Ginevra se la cavava, lasciarono perdere.

Se tutte le bambine fossero così brave! Che fortuna…

Le amiche di Ginevra andavano già a scuola. Lei sbirciava il quaderno di Costanza con invidia.

Vedi, sappiamo già leggere. Questa è la A, questa la U. Insieme fanno AU.

AU? E quella?

Ancora non labbiamo letta.

UA, penso… Vedi, cè il disegno di un bebè che piange…

I libri di Costanza le piacevano. Ma era convinta: sarebbe andata a scuola a Perugia, con la mamma. Lei glielo aveva promesso.

La nonna stava sempre sdraiata sul divano antico, largo, con i poggioli altissimi. La sera Ginevra si accoccolava vicino ai suoi piedi.

Nonna, che lettera è questa?

G. Il tuo nome inizia con la G. Poi la I, poi la N. Gin-e-vra. Appena starò meglio ti porto il primo libro, vedrai.

Alla fine, Chiara dovette andare allospedale, convinta da Natalina.

Ginevra? Ma si arrangia! Va da Natalina, sistemiamo tutto noi. A te ti aggiustano subito. Solo io non potrò venire a trovarti, le gambe non vanno…

Ma i paesani non scordavano neanche in ospedale la vecchia. Gli portavano cibo, raccontavano che la nipote si comportava benissimo.

E da Natalina era arrivata la nipote, Elisabetta. Dava una mano. Cercavano di convincere la nonna a trasferirsi a loro, o a Terni dal figlio, ma lei non ne voleva sapere.

Elisabetta arrivò quando Ginevra si era ormai già ambientata.

Elisabetta, la nonna vuole che metti la padella nel forno.

Davvero? sorrise mentre la lavava Sei proprio brava. Grazie di aiutare la nonna. Tra poco arriverà anche mia mamma, vedrai. La convinciamo…

Ma io tra poco me ne andrò.

Te ne vai? E dove?

Mia mamma viene a prendermi questestate. Andrò a scuola da lei…

Bello! Sai qualche poesia a memoria?

Poesie? No. So le preghiere, però. Le ho imparate con mia nonna. Vuoi sentirle? Padre Nostro, che sei nei cieli…

Conosci anche le lettere? la bambina le piaceva sempre di più. Le ricordava solo un po la madre.

Le veniva da chiedersi perché Ginevra fosse lì, in fondo la madre era viva e, per quanto noto, non aveva problemi. Una volta laveva vista a una manifestazione in città: una gonna ampia di tulle, una maglia con le frange, orecchini enormi. Non era andata a salutarla, i suoi figli stavano per salire sul palco.

Sai le lettere?

Sì, ma non tutte.

Dai, appena finiamo qui, impariamo quelle che mancano.

Davvero? negli occhi brillò una gioia improvvisa, ma subito la spense Non si può. Non ho labbecedario.

Elisabetta sorrise.

Sono maestra io! Anche senza libro, vedrai…

I giorni con Elisabetta furono i più felici.

Non sai quando torna tua mamma? Ha promesso il libro di poesie alla nonna per la Festa della Donna.

Se lha promesso, arriva. Aspetta, Ginevra.

Elisabetta si morse le labbra. Che bambina speciale…

Poco a poco nonna Chiara iniziò a migliorare. La spinta era forte pensava sempre alla nipotina.

***

Rachele non se lo aspettava: alla festa della fabbrica per l8 marzo, mentre declamava da sotto i riflettori, una mano la prese per la manica svolazzante…

Elisabetta?

Avevano frequentato la scuola insieme, erano cresciute in due poderi vicini.

Rachele teneva stretto un mazzo di fiori, si affrettava verso nel salone.

Elisabetta? cercò intorno, come se la valle fosse lì.

Ciao, Rachele.

Cosa ci fai qui?

Sono venuta ad ascoltarti. Sei brava, lo sai?

Ah… grazie…

Strano, non provava gioia. Da Chiara aveva saputo che Lisi aveva sposato un operaio, lavorava in una scuola. Anche lei era da tempo a Perugia, ma a Rachele poco importava. Non era la sua gente, non era la sua scena.

Ora Lisi era lì. Come mai? Forse il marito?

Qualcuno lavora qui? guardava nervosa verso i tavoli centrali, preoccupata di perdere un posto importante alla cena.

Un amico di mio marito. Mi ha aiutata a trovarti.

Me? Perché?

Volevo salutarti. Non sei contenta?

Sì, tesoro ma adesso non posso fermarmi. Devo andare… Ma tu? Come va?

Così così. Insegno a scuola, sto finendo luniversità serale. Mio marito lavora qui accanto. Vieni a trovarci, se vuoi.

Eh, sono sempre di corsa, Lisi. Anche ora, scappo…

Fa niente, ti capisco. Buona festa, Rachele.

A te, a te! non si voltò, andò via in fretta.

Come immaginava, i posti centrali erano già occupati. Le toccò stare in fondo, fuori scena.

Entrò nel suo personaggio di poetessa dimenticata.

Intanto la sala si sistemava. Dal tavolo della direzione, una voce maschile scandì:

Professoressa Elisabetta Conti, venga qui, per favore.

Lei attraversò la stanza e si sedette accanto alla moglie del vicedirettore. Poco dopo la stessa sorte toccò a Rachele: alla fine dei discorsi ufficiali, invitata dagli altri, si risistemò vicino a Lisi.

Da quel giorno la loro amicizia riprese, più forte. Rachele entrò nella vita della famiglia, conobbe Giorgio, il marito di Lisi.

Ma loro due avevano un grande dolore: Elisabetta, dopo molte gravidanze, non poteva più aver figli. Giorgio soffrì, ma si rassegnò. Amava la moglie più di ogni altra cosa. Lei vedeva nei suoi allievi i figli mai avuti, li amava come madre, leniva così la sua malinconia.

Solo una volta parlarono di Ginevra. Rachele si strinse le mani, pianse, si giustificò, promise che destate lavrebbe presa con sé.

Dopo quella scena dolorosa, Elisabetta non chiese più.

Destate Rachele si preparava a partire con loro verso il sud. Mare come nomadi, qualche amico con sé, non avevano nulla in contrario.

Ma la settimana prima della partenza, Rachele arrivò da loro piangendo. Avevano bocciato la sua raccolta, leditore non voleva pubblicarla. Elisabetta era fuori. Giorgio, impacciato, tentava di consolarla. Lei singhiozzava addosso a lui, imprecando contro gli editori. Il mascara le si scioglieva, andò a lavarsi.

Era in bagno da una vita. Giorgio, ormai stufo, pensò: Si lavi e se ne vada…

Quando uscì, coi capelli sciolti, gli occhi scuri damarena, parlò piano.

Sto malissimo, Giorgio, sto male…

Gli si sedette vicina, si accasciò sulle sue ginocchia. Lui, sorpreso, alzò le mani, poi le abbassò tra i suoi capelli. Improvvisamente lei gli slacciò la camicia e mise mano sul cinturone.

Non dire niente, Giorgio! Io ti amo da sempre, non ne posso più senza di te…

Lui la fermò per i polsi.

Ma che stai facendo?! Dai, svegliati, vai via…

Le chiamò un taxi e la sbatté fuori seccamente. Lei continuò a dichiararsi, piangeva per Lisi, uscì drammaticamente in strada.

Quando Lisi tornò, Giorgio disse che lamico di famiglia non voleva estranei in viaggio.

Elisabetta ci rimase male, ma Rachele non fece una piega.

Sai che cè? Ho altro da fare. Nuovi progetti! sorrideva enigmatica.

E Ginevra? La prendi con te? Ormai ha otto anni Legge benissimo. È brava!

La bambina? Certo, certo… Se le cose me lo permetteranno… certo.

Elisabetta, ormai disillusa dal teatrino, capì: non la porterà. Eppure la scuola iniziava. In fondo, quanto avrebbe voluto preparare la cartella della figlia!

Rachele, ma non ho nessuno dei tuoi libri. Dove posso trovarli?

Prendi questo. Seconda edizione. La terza non so se uscirà mai.

***

Ginevra stringeva tra le mani la raccolta della mamma. Questa era davvero sua. Ora poteva leggerla. Era stata zia Lisi a portargliela.

Il giorno prima nellaia era arrivata la maestra a iscrivere Ginevra al primo anno della scuola del paese vicino. La nonna si agitava: la scuola non era pronta, era già quasi settembre.

La mamma non era venuta. Ginevra continuava ad aspettare, ogni giorno, davanti alla finestra, guardando giù verso la strada sotto i cipressi.

Non mi mentire, mamma… pregava tra sé.

Aveva già letto tutto il libro, una riga dopo laltra, provava a capire. Ma forse era piccola, forse le parole erano troppo arzigogolate.

Assillava la nonna di domande, che ormai si spazientiva. Era troppo debole per star dietro alle poesie. Ora che non poteva più andare nemmeno in bottega, si preoccupava solo di Ginevra: chi la vestirà per la scuola? Sperava solo nei vicini. La figlia, ormai, non sembrava desiderare la bambina.

Non trovava nemmeno più la forza di essere arrabbiata. Ci voleva energia anche per quello. Ma di Ginevra le dispiaceva il cuore.

Nonna, esiste il paradiso dellamore?

Che domanda…

Il paradiso damore… Tu dicevi che il paradiso è dove vanno i buoni. È quello il paradiso dellamore?

Mah… che ne so. Quando morirò ti dico. Ma spero sia proprio quello. In paradiso tutti si vogliono bene, per questo si chiama paradiso…

Ma qui la mamma ha scritto: Paradiso damore, non mentire!. Come? In paradiso nessuno mente, vero?

No, lì no. Lì nessuno mente. Quello è il paradiso.

Voglio andare in paradiso sospirò Ginevra.

E che ci vuoi andare a fare? È presto per te…

La nonna la guardò e si asciugò gli occhi, facendo finta davere unaletta di polvere. Capiva ormai tutto. Anche della madre.

In quel momento abbaiò il cane. Se abbaiava era qualcuno di nuovo.

Zia Lisi! gridò Ginevra saltandole al collo.

Era arrivata anche Natalina, trascinando la gamba malata ma con una sporta di dolci. Fecero merenda insieme. Ma presto mandarono Ginevra fuori: Discorsi da grandi. Lei corse in cortile da Costanza.

Dici che te ne vai davvero? mormorò la piccola, triste.

Io? abbassò lo sguardo No. Anche stavolta la mamma ha mentito. Mente sempre.

Dicono che vai a vivere da zia Elisabetta, eh?

Cosa?!

Ginevra corse a casa, entrò di corsa, la porta sbatté contro la botte del cavolo. Si piantò in mezzo alla cucina, muta.

Le donne la guardarono sorprese. Lisi capì e sorrise.

Vieni con me, Ginevra?

Lei rimase in silenzio un istante, poi annuì.

La mamma lo sa. Non preoccuparti, ha dato il permesso. Ma ora… ha altro da fare…

Ormai a Ginevra non importava. Zia Lisi le piaceva; non era bella e lucente come la mamma, non odorava di violette, ma di torta, ed era stabile, accogliente, concreta.

La piccola si strinse contro la pancia di Lisi e lei la abbracciò.

Andrà tutto bene, Ginny, tutto bene. E la mamma ci verrà a trovare. E torneremo sempre da nonna.

Le due nonne, Chiara e Natalina, si diedero un gran da fare. A spostare Ginevra, il trattorista Nicola, che caricò le valigie. Gli amici e i conoscenti si presentarono, tutti a ringraziare Elisabetta.

Nonna sussurrò Ginevra allorecchio di Chiara Guarisci, mi raccomando. Per la mamma non pregare più, non venire più in chiesa per lei. Vivi per te stessa. Quando sarò grande ti porto con me, te lo prometto. Mi credi?

Ti credo, tesoro mio. Come potrei non crederti? le lacrime ormai andavano per conto loro. Si benedisse e benedisse Ginevra.

Il trattore partì, la polvere si sollevò sulle buche della strada.

Nicola, fermati! Qui! gridò allimprovviso Ginevra.

Cosa cè? chiese Elisabetta.

Ma Nicola accostò. La bambina scese e corse verso lortica. Cominciò a schiacciare i cespugli.

Ginny, ti pungi! Lisi e Nicola si avvicinarono.

Che cerchi? Lascia fare a me Nicola calciò le ortiche con gli stivali.

Ecco! gridò Ginevra, tuffandosi tra gli steli.

Riemerse con il libro verde, zuppo di umidità.

Cosè? Oh, Quasimodo nellortica. Meglio qui che fra le ginestre! rise Nicola.

Cosè? chiese Elisabetta.

È poesia. Ho pensato che il libro non centrava, qualcuno si era impegnato… Ginevra lo ripulì con la mano. Elisabetta sentì la responsabilità di quella bambina, già tradita dai grandi.

Un mese prima aveva proposto a Rachele di portarsi Ginevra in affido. La poetessa era felice: avevano chiamato dal nord, lorchestra filarmonica cercava autori per una tournée, una nuova occasione. Forse avrebbe trovato là il vero amore.

Firmò i documenti senza neppure pensarci. Continuò a parlare dei suoi sogni e delle nuove avventure damore.

Elisabetta lascoltava con commiserazione. E mentre portava il libro a Ginevra, rileggendo i versi, sentì che non cera davvero nulla: nessun calore, nessuna vita, nessuna anima. Tutto appariva finto.

In viaggio, Ginevra e zia Lisi lessero Quasimodo insieme.

Benvenuta! Giorgio le strinse entrambe in un abbraccio Eccola la nostra Ginevra! Lisi dice che sai già cucinare, ma qui ci vuole una vera signorina! Dove sono le valigie?

Dopo due giorni era già a scuola: il grembiulino rosso la aspettava, libri e quaderni nuovi. Scarpe e vestito comprati in extremis.

Ginevra quasi tratteneva il fiato in fila con i fiori, cercava lo sguardo di zio Giorgio tra i genitori. Lui le strizzava locchio. Tutti pensarono che fosse papà, lui sembrava contento, anche emozionato.

Dallaltro lato del cortile, con la sua classe, elegante ed emozionata, cera zia Lisi, maestra. Guardava in giro, come cercasse qualcuno.

A Ginevra non dissero che la madre aveva promesso di essere lì. Elisabetta le aveva spiegato al telefono come raggiungere la scuola, ma Giorgio laveva avvertita: Non dirle che arriva, altrimenti ci rimane male.

E infatti non le disse nulla, né ci credette.

Ma continuava a scrutare tra la folla. Poi si arrabbiò con sé stessa. Meglio pensare a loro, non alle illusioni.

***

Nei successivi dieci anni, la madre verrà a trovare Ginevra solo tre volte. Smise presto con la poesia, lavorò come sarta in un laboratorio. Le nonne Chiara e Natalina moriranno quasi insieme. Rachele, lontana, non potrà venire, ma poi piangerà per giorni davanti alla tomba della madre. Tutto il paese avrebbe pensato che era affranta.

Prima della maturità, Rachele prometterà a Ginevra un vestito indimenticabile.

Non ci credo, zia. Meglio così, meglio non illudersi mormora la ragazza.

Come vuoi. Allora domani si va in negozio Lisi già pensa al modello Labito di maturità è una cosa seria. Ehi, Ginevra, come sei cresciuta!

Sì, ma resterò sempre vicina a voi. A te e a papà. Promesso.

***Alla sera, la casa era piena di profumo di pane. Sul tavolo, Lisi sistemava la tovaglia a quadri; Giorgio tagliava le fette grosse, Ginevra apparecchiava con attenzione, scegliendo i piatti “da festa”. Una radiolina gracchiava vecchie canzoni, e il cielo si tingeva dei colori che, un tempo, la mamma le aveva promesso al mare.

Ginevra si affacciò alla finestra. Guardò in alto e poi in basso, verso i giardini pieni di rose che Lisi curava con ostinazione, e sorrise vedendo un gruppetto di bambini che rincorrevano un pallone tra le ortensie. Si accorse che quel profumo, quellabbraccio caldo della casa, era diverso dal sogno di violetta e sale che rincorreva da piccola. Questa era unaltra felicità: meno scintillante, ma molto più vera.

Sentì la voce di Lisi chiamarla per la cena. Le venne voglia di scrivere una poesia, ma subito rise di sé stessa. Forse, pensò, si può vivere anche senza parole difficili. Forse, pensò, la vera poesia è saper restaree volersi benequando tutte le promesse sono finite, quando le illusioni svaniscono come foschia e restano solo mani che si intrecciano davanti al pane.

Dentro, Giorgio versava lacqua e Lisi la guardava con tenerezza. Ginevra li raggiunse, si sedettero insieme, uniti dal candore della tovaglia, dalle posate lucide, dalla speranza silenziosa che gli affetti veri non abbiano bisogno di paradisi, né di bugie.

E in quellistante, mentre fuori le finestre disegnavano ancora il futuro sul cielo della sera, Ginevra capì: alla fine, la verità era tutta qui.

Tra chi resta.

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