Signora Nina Valentina, insomma, quante volte ancora ne dobbiamo parlare? La vicina, Claudia Petronilla, era appoggiata allo stipite della porta come se temesse che non lavrebbero fatta entrare. Sono passati sette anni. Sette. Lei è ancora giovane, quarantadue anni. Bisogna vivere.
Nina fissava il cancello dalla finestra. Verde, con la vernice che saltava via lungo il bordo in basso. Quante volte aveva pensato di ridipingerlo, e sempre qualcosa laveva fermata. La mano non si era mai sollevata.
Signora Claudia, vuole un po di tè?
Qui non si tratta di tè! sbuffò la vicina, spostandosi da un piede allaltro. Parlo del dottor Arcadio Simeoni. È una brava persona. Medico. Ha un appartamento a Cermenate, la macchina, una vita sistemata. E con lei si comporta con il cuore. E lei lo tratta…
Come?
Come uno sconosciuto.
Nina si voltò dalla finestra. Il bollitore sul fuoco iniziava a sibilare e lei ci andò, camminando lentamente sulle assi del pavimento che conosceva come le sue tasche. La terza dallingresso scricchiolava. La quinta si abbassava un po.
Metto su unaltra tazza, disse. Sieda, prego.
Claudia entrò ma non si sedette subito. Guardò in giro come si fa in una casa che non è tua, anche se era stata lì cento volte. Lo sguardo si posò sulla foto sulla credenza. Sempre lì, quella fotografia. Un uomo di circa trentacinque anni, con una giacca da escursione e una mappa in mano. Sorrideva. Socchiudeva gli occhi al sole.
Quello è il suo Gennaro, sussurrò la vicina, quasi vergognosa.
Gino, la corresse Nina senza voltarsi.
Nina Valentina, la commissione ha chiuso la sua pratica cinque anni fa. Ufficialmente. Lei lo sa.
Lo so.
Si dice che giù in Aspromonte ci siano zone così Non resta traccia. Paludi, baite abbandonate. Spariti tutti, quattro uomini.
So tutto, Claudia.
Il bollitore fischiò. Nina lo tolse dal fuoco e versò lacqua bollente nelle tazze. Una era blu con un fiore bianco. Laltra, sempre posta al bordo destro della tavola, aveva il manico rotto ed era tutta bianca.
Claudia, finalmente, si sedette. Guardò la tazza con il manico rotto e non disse niente. Da tempo aveva smesso di parlare di quella tazza.
Il dottor Simeoni domani voleva fare un salto, annunciò la vicina con una voce più cauta. Deve portarle la medicina per la pressione. Laltra volta laveva presa da lui.
Che venga pure. Sono a casa.
Ecco, bene. Claudia prese il tè, stringendo la tazza fra le mani. Bene, bene, Nina Valentina.
Fuori, il cespuglio di ribes ondeggiava. Le foglie già ingiallite, anche se era solo fine ottobre. Nina pensava che ci sarebbe stato da potarlo prima della neve. Gino lo faceva ogni anno, in autunno, canticchiando sempre qualcosa. Non aveva mai ricordato cosa.
Avrebbe dovuto ricordarlo.
Il paesino si chiamava Listano, anche se i castagni che gli avevano dato il nome erano spariti negli anni Sessanta. Tremila abitanti, un piccolo ospedale di zona, due alimentari, un circolo che il venerdì sera trasmetteva vecchi film dimenticati. Nina lavorava in biblioteca, detta la Centrale, anche se lunica del paese era. Prestava libri, teneva la contabilità, ogni tanto leggeva ai bambini di mercoledì. Viveva tranquilla. Tesa e dritta.
Di lei si diceva ogni cosa. Alcuni con rispetto: guarda, una donna fedele, vera. Altri con una pietà che risultava peggio di ogni disprezzo: vive sola, aspetta chissà cosa. Altri ancora facevano segni con il dito vicino alla tempia, ma sottovoce, che non si sapesse in giro. Nei paesini, bisogna mantenere le distanze.
Arcadio Simeoni era arrivato a Listano tre anni prima, mandato dalla provincia per sostituire il medico che tossiva sempre e non trovava più forze. Simeoni arrivò in settembre, con un cappotto troppo pesante per la stagione, due valigie e una pila di riviste mediche sotto il braccio. Aveva quarantasette anni. Vedovo, senza figli.
Vide Nina la seconda settimana, quando lei andò per un certificato di lavoro. E da allora, qualcosa in lui cambiò, si capiva anche da fuori. Claudia diceva che laveva guardata a lungo, attraverso la porta a vetri.
Ma che non è destino questo? diceva la vicina.
Nina ascoltava e taceva. Arcadio era davvero una brava persona. Gentile, attento, misurato. Le portava libri che ordinava apposta dal capoluogo, sapendo che lei leggeva. Una volta le aggiustò la serratura del cancello, passando per caso. Ma il cancello verde non laveva toccato. Come se avesse intuito.
Ma ogni volta che si sedeva a quella tavola, Nina vedeva che il suo sguardo scivolava verso la tazza bianca col manico rotto. E lei non riusciva proprio a toglierla di mezzo.
Era ingiusto, lo capiva. Ma cosa farci, non sapeva.
Novembre era arrivato presto, portando subito la pioggia. Non la pioggia gentile dautunno che scivola tra le foglie e profuma di funghi, ma quella fredda, pesante, quasi invernale. Tamburellava sul tetto, sui davanzali, sulla veranda di legno. Il terreno non aveva tempo di assorbirla. Pozzanghere da mattina a sera.
In quel tempo, Nina accendeva la stufa anche se cerano i termosifoni. Ma la stufa scaldava diversamente. Sedeva davanti al fuoco con un libro, sentendo il crepitio dei ciocchi e il battere della pioggia. In quello cera quasi conforto, se non fosse per quella sensazione che non nominava più, ma che restava.
Dieci anni prima, Gennaro Valzani trentotto anni, geologo capo di una spedizione ai confini del Sud era partito per una campagna in Calabria. Solo unaltra estate, come sempre, promettendo di tornare a ottobre. Nina laveva salutato proprio lì, davanti al cancello. Lui aveva detto: aspettami. E lei: ti aspetto. Non una promessa solenne, solo le parole che si scambiano prima di separarsi.
Non tornò a ottobre. Non tornò a novembre. A dicembre arrivarono le prime notizie strane: il gruppo era partito e non si era mai presentato al punto di controllo. Le ricerche partirono a gennaio, appena il tempo lo permise. Trovarono lelicottero a cento chilometri dalla meta. Lelicotterista era sopravvissuto, zoppicante. Raccontò di aver lasciato il gruppo dove previsto, poi nulla.
Le ricerche durarono due anni. Poi ancora uno. Poi la commissione scrisse quella parola nei documenti che Nina non aveva mai pronunciato. Pratica chiusa. Le diedero i documenti. Il procuratore di zona, un uomo buono ma stanco, disse: «Signora Valentina, ha diritto a tutto quello che prevede la legge…» E lei smise di ascoltare. Uscì. Era estate, il roseto davanti al tribunale in fiore.
A casa mise su il bollitore. Preparò la minestra. Diede da mangiare a Micio, il gatto che viveva con loro da otto anni e ora girava per casa sempre distaccato. Poi prese la foto di Gino dalla credenza e la raddrizzò, perché era storta.
E basta.
Arcadio Simeoni venne il venerdì, come promesso. Portò la medicina e un sacchetto di mele renette, grandi, già un po gelate.
Le ho prese dalla signora Macarone, disse entrando e togliendo il mantello nellingresso. Ne ha raccolte tante, questanno. Dice che linverno sarà mite.
Si accomodi, fece Nina. Un tè?
Solo se non disturbo.
Lei mise su il bollitore, lui si sedette al solito posto, vicino alla finestra. Fuori pioveva forte. Le fronde del ribes graffiavano il vetro.
La pressione comè, signora? chiese Arcadio.
Buona. Lho misurata stamani.
Bene. Ma lo prenda lo stesso con regolarità, magari senza aspettare che salga troppo.
Sì, grazie.
Silenzio. Guardò le mele che lei aveva disposto sul piatto.
Signora Nina, iniziò lui.
Dottor Simeoni, lo interruppe. Non dura, ma ferma. Dica.
Lui la guardò. A lungo. Poi annuì, come chi prende una decisione interna.
Volevo chiederle se domenica le andrebbe di venire a Cermenate. Al teatro propongono uno spettacolo che mi dicono sia interessante.
Il teatro? chiese, sorpresa. Non aveva mai fatto quellinvito.
Pensavo potesse piacerle. Se non le va, nessun problema.
Nina versò il tè. Mise la tazza blu davanti a lui, la bianca col manico rotto alla sua sinistra. Unabitudine che non riusciva a cambiare, come la tavola scricchiolante.
Ci penserò, disse.
Lui non sorrise, ma il suo volto si fece più caldo.
Daccordo.
Bevvero in silenzio. E quel silenzio non era faticoso. Nina guardò fuori. La pioggia calava, nella penombra il cancello era quasi grigio.
Arcadio se ne andò alle otto meno un quarto. Lei lo accompagnò alla porta. Lui la salutò senza stringerle la mano o dirle nulla di troppo. Per questo lo rispettava sinceramente.
Rientrò. Mise via la sua tazza, la sciacquò, la mise a scolare. La bianca col manico rotto restò sul tavolo.
Ecco, disse a voce alta, a nessuno. Micio sollevò la testa dal divano e la guardò. Già.
Di notte, la pioggia aumentò. Nina stava sveglia ad ascoltarla. Verso luna e mezza le parve di sentire il cancello stridere. Restò ferma, ascoltando. Vento. Solo vento. Il cancello stridette sempre al vento.
Chiuse gli occhi.
Ma alle tre, il suono tornò. Poi un altro, diverso, come passi sulla scala del portico. Lenti, insicuri.
Nina si alzò. Indossò la vestaglia. Passò accanto allasse scricchiolante, facendo attenzione. Si fermò davanti alla porta. Silenzio. Pioggia, vento.
Aprì.
Sotto il piccolo tetto del portico, inzuppato dacqua, stava un uomo. Completamente fradicio. Un vecchio impermeabile militare, uno zaino consunto. Capelli grigi. Nina impiegò molti secondi prima di riconoscerlo, perché il corpo, le spalle, il contegno, persino il volto che conosceva fino ai dettagli ora erano mutati. Invecchiato, un lungo pallido taglio dalla tempia allo zigomo destro.
Ma gli occhi erano quelli.
Lei restò sulla soglia, senza parlare. Anche lui taceva. Pioveva.
Nina, disse infine. La voce roca, come se non avesse parlato da anni.
Lei fece un passo indietro, senza invitarlo ma senza chiudere la porta. Semplicemente un passo, perché le gambe le cedevano.
Gino, disse. Non una domanda. Non unaffermazione. Solo un suono.
Non so bene come spiegare, disse lui. Ma capisco. Capisco tutto.
Nina lo fissò ancora qualche lungo secondo, poi disse piano:
Vieni. Sei bagnato fradicio.
Entrò. Dal cappotto gocciolava sul pavimento. Lei prese un vecchio asciugamano a righe blu e glielo porse, in silenzio.
Micio venne dalla stanza, annusò i suoi scarponi, poi si allontanò. Era già vecchio e ormai prendeva ogni novità con distacco.
Da quanto cammini? chiese Nina.
Da Cermenate. A piedi. Lautobus non partiva con questo tempo. Si asciugava il viso, con lentezza, come chi non è abituato a cose morbide. Potevo aspettare lalba. Non ce lho fatta.
Siediti.
Lei accese la luce in cucina. Lui si sedette come anni prima, al solito posto, un po di lato. Nina mise su lacqua. Le mani non tremavano, ne fu la prima a stupirsi. Dentro era tutto calmo, quasi intorpidito, come la terra sotto la neve.
Vuoi mangiare?
Se cè qualcosa…
Prese dal frigo il minestrone avanzato, lo mise sul fuoco. Tagliò il pane. Fece tutto con lo stesso ritmo, preciso e sereno, come ogni mattina. Lui guardava le sue mani.
Non ti ricordavo, disse dun tratto.
Nina si fermò.
Non ti ricordavi? Lo ripeté non per non aver capito, ma perché non sapeva come affrontarlo.
Nulla. Per molto tempo. Appoggiò le grandi mani scure, con le unghie spezzate, sul tavolo. Ricordo lelicottero che cadeva. Limpatto. Poi… buio. Mi sono risvegliato tra degli sconosciuti. O mi hanno trovato loro Non so.
Gente di dove?
Nel bosco, in una piccola comunità. Vecchi eremiti. Un nonno, una nonna, il nipote giovane, quasi un ragazzo. Pausa. Mi hanno curato. Ero in preda alla febbre. A lungo. Quando finì, non ricordavo il mio nome, né chi fossi, né da dove venissi. Solo vuoto. Qualcosa di indefinito, come un sogno.
Nina gli mise davanti la zuppa. Lui la fissò, guardò la minestra, poi ancora Nina.
Mangia, disse lei.
Lui iniziò lentamente, poi sempre più veloce. Lei gli servì il tè, mise vicino lo zucchero. Si sedette davanti a lui, con le mani intrecciate. La tazza col manico rotto era lì.
Quando hai cominciato a ricordare?
È stato graduale. Dapprima visi, non il tuo altri. Poi mani. Poi gli odori. Nella casa degli eremiti cera sempre odore di sapone grigio, e ogni volta che lo sentivo Si interruppe. Provavo qualcosa. Non riuscivo a capire cosa.
E il nome?
Il nome è tornato dopo tre anni. A sprazzi. Prima Nina. Solo la parola. Senza sapere che fosse.
Non rispose.
Poi il resto arrivò a pezzi. Lentamente come un puzzle, a cui mancano la metà delle tessere. Ricordavo le tue mani bene. Queste. Le osservò le dita. E il profumo. E che stai sempre con il piede destro un po di lato quando ti fermi.
Nina, senza farlo apposta, guardò i suoi piedi. Si volse verso la finestra.
Perché non hai mandato notizie? Quando hai ricordato?
Non sapevo se ti avrei trovata. Per molto, non ricordavo il cognome. Solo il nome. Poi mi tornò in mente Listano. Lo cercai su una mappa del nipote. Allontanò il piatto. Grazie. Sempre buona, la tua zuppa.
Lho sempre fatta così.
Lo so. Lho ricordato.
Restarono in silenzio. Fuori la pioggia batteva su tetto, sulla botte fuori dal capanno, sulla staccionata.
Da dove viene la cicatrice? chiese Nina. Non era la domanda più importante, ma la più semplice.
Nel bosco, mentre cercavo la strada. Sono caduto, credo. Non ricordo.
E i capelli bianchi?
Lui sorrise. Era la prima volta che vedeva un gesto naturale da lui.
Siamo vecchi, Nina. La febbre, il tempo non lo so.
Quanti anni hai adesso?
Quarantotto.
Ne dimostri di più.
Lo so.
Lei si alzò, portò via il piatto. Si versò altro tè. Lui non chiese, lei non offrì. Restò in piedi vicino alla stufa, di spalle.
Gli eremiti ti hanno mai detto di tornare indietro?
Vivono. Osservano la vita con rispetto. Ospitare un uomo in cerca del suo sentiero non è affar loro. Il vecchio una sola volta mi disse: quando capirai, andrai.
E hai capito.
Sei mesi fa, più o meno. La guardò di spalle. Ho scritto a Cermenate, allente delle miniere. Lì mi hanno risposto. Mi hanno spiegato che secondo i documenti ero… Non concluse.
So cosa cè scritto nei documenti, rispose Nina.
Già.
Lei si girò.
Sei stanco?
Tanto.
Ti preparo la camera piccola. È come allora.
Nei suoi occhi passò una scintilla. Dolore? Sollievo? Non si capiva.
Quella dove lavoravo?
Sì.
Ci sono ancora le mensole sopra il tavolo?
Sì.
Si alzò. Stessa altezza di un tempo, le stesse mani, anche il modo di allacciarsi il cappotto era lo stesso. Nel resto, era un uomo diverso. Lento. Cauto. Come chi deve imparare di nuovo a occupare uno spazio.
Ti lascio lasciugamano. Cè acqua calda.
Nina.
Sì?
Non sapevo… Si fermò. Non so cosa è giusto, ora.
Lei lo guardò a lungo. La cicatrice, le tempie grigie, le mani. Gli occhi, uguali.
Ora non si deve fare nulla di giusto, disse. Ora, solo dormire.
La mattina dopo, Nina si alzò presto. Prese due tazze per la colazione. Poi restò a fissare la seconda, chiedendosi da quanto non la metteva per un altro.
Lui uscì dalla stanza piccola alle otto e mezza. Lavato, con la camicia vecchia che era rimasta nellarmadio. Vedendola, la camicia era larga sulle spalle: lui era dimagrito.
Hai trovato?
Ho trovato. Era appesa lì. Passò la mano sulla manica. Non ero sicuro…
Non ho mai svuotato larmadio.
Lui annuì e si sedette. Mangiò in silenzio, con ordine. Micio venne a strofinarsi contro la sua gamba. Gino lo grattò dietro lorecchio. Il gatto socchiuse gli occhi.
È ancora vivo, disse Gino.
Ha diciotto anni. Il veterinario dice che è un record.
Cocciuto, comera.
Testardo come te, disse Nina, e si stupì. Le era uscita come una volta, senza pensarci. Poi si vergognò e abbassò lo sguardo.
Anche lui sembrava sorpreso. Restò zitto.
Nina, devo…
Non oggi, lo interrompe. Non devi decidere nulla, oggi.
Capisco. Solo, devo ricostruire i documenti. Carta didentità, il resto. Bisognerà andare a Cermenate.
Lo so. Nel cassetto della stanza piccola ci sono ancora le tue vecchie carte. Forse possono servire.
Sono lì?
Terzo cassetto. Da sempre.
Lui la guardò in un modo che lei non sapeva decifrare.
Dopo due giorni, venne Claudia. Nina la vide dalla finestra: la vicina veniva veloce, come chi porta notizie ancora da digerire. A Listano le voci corrono come il vento dautunno.
Nina aprì la porta prima che bussasse.
Nina Valentina! Claudia si fermò col fiatone, spalancando gli occhi. È vero?
Che cosa?
Che Gennaro che è
Gennaro Paolo è a casa, disse Nina dritta. Entri.
Claudia esitò. Gino uscì dalla stanza piccola. Lei lo guardò, incredula. Poi ci credette. Si commosse.
Madonna, mormorò. Vivo.
Vivo, Claudia, rispose lui tranquillo. Buongiorno.
Ma come osservava la cicatrice, le tempie grigie, tutto diverso. Ma cosa vi è successo…
Nina, userò la cucina, va bene? Mi metto a leggere.
Prese il libro lasciato la sera prima e andò in cucina. Nina sentì il rumore della sedia.
Allora, bisbigliò Claudia e adesso?
Niente. Vive qui.
E il dottor Simeoni…
Claudia, disse Nina con tono che mise fine ad altre domande.
Bevvero il tè. Claudia non si calmava, chiedeva, voleva capire, mettere tutto in ordine come si fa con una storia da raccontare ad altri. Nina rispondeva breve.
E i suoi documenti?
Sta rifacendo tutto.
E di testa, è…?
Sano.
Ricorda tutto?
Non proprio, ma tanto.
Dio mio, ripeté Claudia. Dieci anni. Nina Valentina, neanche una lacrima quando è tornato?
Ho pianto.
Quando?
Da sola.
La vicina la guardò con quel misto di ammirazione e incomprensione che Nina conosceva. Come se la sua riservatezza fosse qualcosa di straniero.
Lei è una donna speciale.
Sono normale. Finisca il tè, prima che si raffreddi.
Arcadio chiamò al terzo giorno. La voce calma, ma Nina percepiva una tensione come un filo teso.
Signora Valentina, ho sentito…
Sì. È vero.
Pausa.
Bene, disse infine. Sono felice per voi.
Dottor Simeoni…
Non deve spiegare. Davvero. Pausa. Se Gennaro Paolo ha bisogno di assistenza, per i documenti o visite, sono a disposizione.
Grazie, sussurrò Nina.
Arrivederci.
Riattaccò. Lei rimase lì un attimo, poi appoggiò il telefono. Tornò in cucina. Gino era alla finestra, guardava in cortile. Da due giorni non pioveva, e il cancello nella luce grigia era quasi invisibile.
Chi era? chiese lui, senza voltarsi.
Il nostro medico, Simeoni.
Pausa.
È una brava persona?
Sì.
Lui… pausa Claudia mi ha accennato che
Veniva a prendere il tè, disse Nina. Solo quello.
Gino si voltò. La fissò.
Non devi spiegarti con me.
Lo so. Volevo solo essere chiara.
Lui annuì piano e tornò alla finestra.
Il cancello, commentò dopo poco. Non lhai ridipinto.
No.
Perché?
Lei accese il fornello.
Non so. Non ne avevo voglia.
Era una bugia, lo sapevano entrambi. Lui non chiese altro.
Era difficile, in un modo nuovo. Nina lo comprese pian piano, osservandolo con la cautela riservata a qualcosa di fragile. Non sapeva come comportarsi in casa. Non perché avesse dimenticato la disposizione dei mobili o dove fosse la cucina, ma perché aveva presto labitudine ad avere un proprio posto. In quella comunità, diceva, si viveva con disciplina. Alba, lavoro, silenzi a tavola. Zero parole inutili. Tutto regolato, niente fronzoli. Dieci anni così cambiano fino al fondo.
A volte, la notte, si alzava. Andava in giro a passi leggeri per la casa, come se temesse di svegliarla. Nina lo sentiva, restava distesa, respirando piano.
Un mattino, mentre lei preparava il caffè, lui entrò e disse:
Dormi male?
Dormo bene.
Sento quando non dormi.
Lei si voltò.
Quando?
Quando mi muovo di notte. Tu non respiri come chi dorme.
Nina mise sul fuoco la moka.
Va bene. A volte non dormo. Mi abituerò.
A cosa?
Al fatto che cè qualcuno in casa.
Lui restò silenzioso. Poi si sedette e disse:
Anchio mi abituo. Ad avere qualcuno vicino.
Presero il caffè in silenzio, un silenzio già più morbido.
Poi ci fu la scena che Nina aveva temuto più di tutte, anche senza ammetterlo.
Arcadio si presentò di persona. Una settimana dopo la telefonata. Senza preavviso, come aveva sempre fatto, bussò. Nina aprì. Dietro, si sentirono i passi di Gino dalla stanza piccola.
Buongiorno, signora Valentina, disse Arcadio. Voce calma, volto sereno. Solo la schiena era un po più rigida del solito.
Buongiorno. Entri pure.
I due uomini si incrociarono nellingresso. Uno elegante, cittadino, col pullover. Laltro ancora un po spigoloso, segnato dalla cicatrice, come se finalmente fosse tornato a occupare spazio.
Gennaro Paolo, disse Arcadio allungando la mano.
Gino lo fissò. Un secondo. Poi la strinse.
Simeoni, rispose.
Ho promesso a Nina Valentina una mano con i documenti. Conosco gente a Cermenate. Se vuole, posso aiutarla con le pratiche.
Gino lo guardò senza aggressività, senza gelosia, con una calma matura di chi ha visto troppo per sprecare energie.
Grazie. Ne sarei grato.
Nina, lì accanto, pensava che forse aveva avuto paura inutilmente di quellincontro. O forse no. Il vero confronto era dentro ciascuno, e lì restava.
Arcadio prese il tè, dette alcuni numeri, spiegò le pratiche. Andò via presto.
Signora Valentina, disse piano allingresso, quando Gino era in cucina. Sono contento. Veramente.
Lo so. Grazie di tutto, dottor Simeoni.
Arcadio annuì, si sistemò il cappotto e uscì. Lei lo seguì con lo sguardo dalla finestra, vide la mano appoggiarsi sul cancello: la vernice verde sfaldata. Lui non ci fece caso.
Nina sì.
Novembre passava. La pioggia lasciò posto alla prima neve, bagnata, incerta. Le foglie del ribes cadute, il cespuglio nudo, i rami sottili. Andava potato.
Ci penso io, disse Gino. Dimmi dovè il potatore.
In rimessa, ripiano in basso.
È chiusa a chiave.
La troverai appesa allattaccapanni, secondo gancio a destra.
Lo trovò. Potò il ribes lo stesso giorno, con cura. Nina lo guardava dalla finestra. Le mani erano sicure: il corpo ricordava anche quando la memoria era persa.
Rientrò a casa, si scrollò la neve dagli scarponi.
Il recinto dietro la rimessa è da sistemare. Una tavola storta.
Da tempo.
Domani ci penso.
Nina lo guardò.
Gino, disse.
Sì.
Qui non ti pesa?
Lui rifletté. Non una risposta affrettata, ma vera.
No. Era pesante lì. Dove tutto era estraneo. Qui… Tacque. Qui tutto è al suo posto. Le chiavi, il rumore del pavimento. Il gatto, la minestra. La guardò. Non è pesante. È diverso.
Diverso come?
Non rispose subito. Si tolse il maglione, restò in camicia, si sedette. Micio salì sulle sue gambe.
Un po come imparare a leggere da zero. Senti che conosci le lettere, ma devi rimettere insieme tutto.
Nina annuì. Questo lo capiva.
Più difficile era quello che succedeva fuori. Paesino piccolo, tutti vedevano. Il ritorno di Gennaro Valzani dopo dieci anni era uno choc. Le persone salutavano con cautela. Qualcuno stringeva la mano senza parole. Qualcuno domandava tutto, senza cerimonie. Il vecchio vicino Michele diceva solo: «Allora, eccoci.» E altro no. Quello era il meglio.
Fastidio davano le domande a Nina, in biblioteca. Tamara dallo sportello vicino le chiese apertamente:
Signora Valentina, ma si trova ancora bene? Lui sembra un altro. Lo ha riconosciuto davvero?
Sì, rispose, sistemando i libri senza guardarla.
Ma vi trovate siete in sintonia?
Tamara, cè un lettore che aspetta.
Così, non scortese ma chiusa. Nina laveva imparato da tempo.
Ma a casa, la sera, quando Gino leggeva o si sistemava tra le sue carte, e lei magari lavorava a maglia per mano, ecco, quello era il vero contatto. Lento, senza necessità. Lui chiedeva dei libri letti in quegli anni. Lei raccontava. Lui ascoltava davvero, senza fingere. A volte chiedeva del rifugio, e lui parlava poco, piano. Sembrava che quegli anni vivessero dentro di lui e che non sapesse come portarli fuori.
Lì era silenzio, spiegò un giorno. Non vuoto, ma pieno. Il bosco, gli uccelli. Il ruscello dinverno canta sotto il ghiaccio. Il vecchio mi ha insegnato ad ascoltare.
Gli sei riconoscente?
Sì. Mi hanno salvato. Un giorno dovrò tornare, dirgli che ho trovato la mia strada.
Ci tornerai?
Lui la guardò.
Prima o poi, sì.
Da solo è un viaggio duro.
Lo è. Ma la strada la ricordo.
Nina lasciò cadere un punto, poi riprese il lavoro. Poi, senza alzare lo sguardo:
Potrei venire. Quando tornerai.
Silenzio.
Vuoi?
Voglio vedere chi ti ha salvato.
Lunga pausa.
Va bene, Nina. Verrà il momento.
Dicembre portò la vera neve. Ricoprì il cortile, lorto, il cespuglio di ribes. Il cancello verde si imbiancò. Dalla finestra Nina vide che la vernice saltava anche dai lati.
Uscì una di quelle mattine. Stette lì, guardando il cancello. Poi disse, senza rivolgersi a nessuno:
In primavera lo ridipingo.
E sentì che era vero.
Gino la raggiunse, si fermò al suo fianco. Guardarono insieme il giardino. Micio si strofinò allo stipite e tornò in casa.
Di che colore? chiese lui.
Non lo so.
Anche lasciarlo verde, solo rinfrescarlo.
Forse sì.
Non gli disse mai perché quel cancello fosse sempre stato verde. E lui non lo domandò. Forse lo capiva. Non occorrevano parole.
Laria profumava di neve e legna da ardere. Qualcuno nelle case vicine bruciava pino, un odore resinoso inconfondibile.
Fa freddo, disse Nina.
Sì, rispose lui.
Nessuno dei due tornò subito in casa. Restarono ancora un attimo, fino a quando la neve, fitta, cominciò a scendere sulle spalle.
Nina pensò a come appariva la loro casa dal cancello. La luce in cucina. Due sagome sul portico. Come mille sere in mille case. Stranamente, le sembrò preziosa, quella normalità.
Poi Gino disse:
Voglio chiederti una cosa.
Chiedi.
In questi anni Si interruppe. Riprese. Come hai resistito? Tutto questo tempo.
Nina tacque qualche secondo. Poi rispose, semplicemente:
Non lo so. Vivevo un giorno dopo laltro. Altro modo non ne avevo.
Ti dicevano di lasciar perdere.
Sì.
Non lhai fatto.
No.
Perché?
Lo guardò. La cicatrice, le tempie chiare, il volto segnato dal crepuscolo invernale. Poi rispose:
Non ne ho mai sentito il bisogno.
Lui annuì, nel modo di chi riceve proprio la risposta che voleva.
Sono contento, disse piano. Che non lhai fatto.
Anchio, sussurrò lei, poi: Dai, rientriamo. Si fredda il tè.
Rientrarono. La terza tavola scricchiolò. Micio aprì un occhio dal divano e lo richiuse. Sulla tavola due tazze: la blu e la bianca col manico rotto. Nina le mise vicine, come sempre.
Ma ora erano entrambe occupate.
Gino prese la bianca. La sollevò, la guardò. Passò il pollice sul manico rotto. La ripose, più vicino a sé.
Nina osservò, senza dire nulla.
Fuori, neve. Ma lì dentro, luce, tepore, il silenzioso scricchiolio della sedia. Nientaltro serviva.
La sera scendeva densa. La neve cadeva più forte. Il cancello verde restava al suo posto, un po spelacchiato, robusto.
In primavera lo avrebbero sistemato. E nel silenzio, Nina capì che la vita, a volte, trova la sua strada se solo sappiamo restare.






