Cerco una donna di nome Alessandra.

Diario di Alessandro Ricci

Sto cercando una donna che si chiama Lucietta.

Oggi sono entrato sotto larco basso di un cortile a Milano, ancora pieno di neve sciolta. Era già il quarto cortile che visitavo. Cerano i giochi per bambini, unaltalena arrugginita, e dei ragazzini che giocavano a hockey improvvisato sul terreno bagnato. Le loro scarpe schizzavano acqua ovunque, ma sembrava non importasse a nessuno.

Sono rimasto un attimo fermo sotto quellarco, il cuore agitato. Cercavo disperatamente che qualche dettaglio facesse riaffiorare i ricordi del passato. Ma non era lo stesso, niente era davvero uguale a come ricordavo. Anni fa, qui cerano solo fili per stendere i panni, qualche vecchia casupola sotto le finestre, cespugli di ortensie e panchine. Ora tutto è mutato

Daltronde, sarebbe strano il contrario. Tutto cambia col tempo.

Eppure, nessuno delle quattro palazzine mi prestava attenzione: ormai qui affittano stanze a chiunque. Milano

Sapevo che dovevo entrare nella casa alla destra dellarco: questo non poteva essere cambiato, e lo ricordavo bene. Era al secondo piano, la casa, in un palazzo di tre piani. Lappartamento era il secondo a destra, allangolo del ballatoio. Ricordavo perfino che sul montante della porta cerano ancora diversi campanelli con forme e colori diversi, e i nomi delle famiglie.

Di quellappartamento ricordavo ogni minimo dettaglio: ogni piega delle tende, la maniglia storta della finestra, il colore verde del bollitore, persino il cigolio delle assi del pavimento, e anche quel maledetto scarafaggio che avevamo cercato di acchiappare per due giorni. Tutto, mi ricordavo di tutto

Non ne ricordavo però il numero preciso, né il civico del palazzo. Solo la strada, e nemmeno il portone mi era chiaro, perché tutti questi cortili sono identici, costruiti negli anni ’60 come se fossero copia uno dellaltro.

Così continuavo a girare

Il portone giusto, lingresso giusto. Secondo piano, porta in fondo Il quarantatré? O forse?

Tante volte, quando trovavo un citofono, digitavo 43.

“Buongiorno, sto cercando una donna che si chiama Lucietta. Potreste aiutarmi, per favore?”

A volte nemmeno mi facevano finire di parlare, magari mi dicevano che non abitava lì, a volte – addirittura – che non era nemmeno una donna. E io insistevo.

“Mi scusi, è veramente importante. Per caso, negli anni ottanta aveva abitato da voi una tale Lucietta? Devo assolutamente saperlo”

Dopo il terzo cortile, ho tirato fuori il taccuino e annotato tutto.

“16 nessuno, 24 sicuro di no, 32/A non sanno, hanno appena acquistato…”

Tanti cortili, e dovevo tornare a quelli dove non avevano risposto, dove cerano ancora dei dubbi.

Nel silenzio polveroso delle scale, odorava ancora di gatto, proprio come ricordavo.

“Buonasera!” Ho accennato un inchino a una donna anziana che incontravo nelle scale, cappotto grigio e borsa della spesa.

“Buonasera, a chi cerca?” mi ha chiesto, con quella sua solita curiosità meneghina.

“Salgo al secondo piano. Sto cercando Lucietta, una donna sugli sessanta. La conosce?”

“In che appartamento?”

“Allangolo a destra. Tanto tempo fa, quando erano ancora case in condivisione. Ma non ricordo ledificio preciso”

“Angolo destro? Ci abitano gli Innocenti, marito, moglie e due figli. Non cè nessuna Lucietta. E non ho mai sentito questo nome in casa nostra, e io ci sono nata qui.”

“Grazie,” ho ringraziato, abbassando il capo, scendendo dalle scale ormai consumate.

La donna mi seguiva.

“Mi dica almeno il cognome della signora!”

“Se lo ricordassi, probabilmente lavrei già trovata in qualche registro. Ma purtroppo non lo so. E non posso ricordare tutto.”

“E che legame aveva con questa Lucietta? Mi scusi la curiosità” insisteva la donna.

Mi sono girato, senza sapere come rispondere. Lei chi era per me?

LuciettaLulùLucia

Lamore non si definisce. Esiste, oppure no. Tutto il resto sono dettagli soggettivi, piccole storie personali e un mare di conseguenze possibili.

Da sempre ho pensato che lamore fosse fragile. Che non può resistere a lontananze, a silenzi lunghi. Eppure, i ricordi di quei pochi attimi mi hanno sempre aiutato a sopravvivere. A modo loro facevano male, sì, ma anche bene.

Sapevo di essere stato io a sbagliare. Da allora vivo con questa disabilità nel cuore. Quarantanni di rimpianti.

Forse sono proprio quei ricordi ad alimentare il mio cuore. Anche se a volte il cuore cede soprattutto quando se nè andata mia moglie. Dopo una vita intera insieme, negli ultimi tempi quasi da coinquilini, come estranei nella stessa casa, il dolore del distacco mi ha colto di sorpresa, e infine è arrivato linfarto.

Non litigavamo, io e lei. Semplicemente ci siamo allontanati, prendendo ognuno la propria stanza, parlando solo per le faccende domestiche. Lei diceva sempre, quasi scherzando con le amiche: “Dove lo metto, a questuomo? Ormai resta qui.”

La casa era piena di quadri in cornici dorate, cristalli, mobili lavorati e oggetti preziosi accumulati ovunque. In salone un pianoforte bianco, sopra ci stavano una grande coppa dargento e fiori finti.

Quel pianoforte era una truffa, non perché fosse finto: era un vero Steinway & Sons americano. Ma era una bugia, perché nessuno sapeva suonarlo e non veniva mai aperto, faceva solo da base per i fiori.

Quando labbiamo comprato, mia moglie ha invitato qualche volta dei musicisti, ma non ci ha mai convinto. Preferivano la musica registrata. Alla fine, lei ha smesso anche di imparare lezioni. La sua costanza era sempre scarsa, tranne che per estetista e manicure.

Neanche con la maternità aveva fatto uno sforzo in più Ma come si può giudicare? Pure se il mio cuore dice che il suo egoismo le ha impedito di diventare madre.

Ora penso spesso a questo, spesso ricordo una donna che avrebbe saputo far vivere quel pianoforte Eppure sento la mancanza di mia moglie. Gli ultimi anni eravamo tornati vicini, un po per la salute, un po per abitudine. Facevamo passeggiate nel cortile, andavamo al Parco Sempione, davamo del pane alle anatre.

Avevo iniziato persino a pescare. Non aveva senso dimostrare più nulla.

“Ma perché non ci venivamo prima, qui, Lucia?” chiedevo seduto accanto a lei sul muretto vicino al laghetto.

“Perché eravamo dei cretini,” rispondeva lei con calma, annuendo.

Un tempo correvo dietro alla carriera pubblica, sono arrivato pure al Ministero dei trasporti a Roma grazie a suo padre, il grande Felice Bonetti. Lui era orgoglioso di me e spingeva per farmi crescere, cambiavo ruolo senza nemmeno il tempo di abituarmi.

Se solo avessi saputo allora che tutto era già scritto in altri piani…

“Che rapporto aveva con quella signora, se non sono indiscreta?” mi chiedono ancora le vecchiette.

E chi era, davvero, Lucietta per me?

Era tutto, forse lunica cosa che mi resta.

E così sono ripartito alla caccia, nonostante i piedi bagnati, le risposte taglienti a ogni citofono o le conversazioni lunghe per spiegare perché cercassi proprio lei. Poi un altro cortile, e ancora…

Alla sera sono rientrato distrutto in albergo. Sono crollato vestito sul letto, senza nemmeno togliermi la giacca. Male ai piedi, respiro corto, mal di testa terribile. Tuttavia, il giorno dopo ci ho riprovato. Non potevo far altro.

***

Ricordo ancora bene quellautunno piovoso a Milano. Le strade coperte da un altro tappeto dorato di foglie, e la pioggia batte forte, incessante. In quegli anni cerano chioschi e venditori ambulanti dappertutto.

Io e Bonetti venivamo dal nord, da Brescia, per un importante convegno sul futuro urbanistico durante gli anni della nuova democrazia italiana.

Era fondamentale per Felice, aspirava a Roma. Io, giovane Alessandro Ricci, non avevo pensieri così grandi: ero arrivato lì quasi per caso, come giovane braccio destro del segretario provinciale del partito. Lavoravo, senza fare progetti.

Supervisionavo la costruzione di una nuova fabbrica, grande responsabilità per un ragazzo. Pensavo che la vita fosse tutta da dirigere come volevo io.

Eppure ero felice, a Milano. Felice mi mandava in giro per commissioni, e in una di queste, nei meandri della metropolitana Duomo, sentii il suono di un violino. Era una melodia così dolce che mi ci incantai: non presi subito luscita, bensì mi avvicinai.

Una ragazza giovanissima, magra, col berretto azzurro e una sciarpa leggera sul collo, suonava. Dietro di lei, solo la parete umida e una piccola valigia aperta nella quale la gente buttava qualche spicciolo.

Mi sono fermato. Cera qualcosa di incredibile in quella scena. Melodia sofferta, sciarpa azzurra che tremava al vento, i capelli ricci, le mani arrossate dal freddo… Si vedeva che tremava di gelo lì sotto i cunicoli milanesi, ma la musica sembrava darle forza.

Attorno, la solita gente indaffarata, ambulanti e clienti, qualcuno si fermava solo un attimo. Solo io resto immobile.

Finita la melodia, la ragazza si stringe il violino sotto al braccio, si sfrega le mani arrossate, si sistema il maglione sotto il cappotto.

Poi riprende a suonare: il movimento del braccio, il viso concentrato. Lei si abbandona totalmente alla musica, chiude gli occhi, e tutto il locale si riempie di note malinconiche.

Così intensa questa musica, così dolorosa Le note si arrampicano su per la parete e sembrano lasciare il tunnel.

Ero rapito, ma ecco che un ragazzino si china goffamente ai piedi della violinista, afferra la valigetta e scappa.

“Hanno rubato! Ladro, aiuto!” urla una donna della bancarella lì vicino.

La ragazza continua a suonare, gli occhi ancora chiusi.

Sono il primo a correre dietro al ragazzo. Salgo i gradini al volo, urlando per chiedere aiuto: “Fermatelo!”

Un uomo corpulento blocca il ragazzo, che spaventato lancia la valigetta e scappa in mezzo al traffico. Io raccolgo i soldi dispersi. La violinista arriva, preoccupata. “Ha rotto la valigetta… ecco,” dico, mentre cerco lultimo spicciolo.

“Non serve, grazie. La valigetta era già vecchia,” mormora lei. Ha un tono calmo, deciso, che sembra nascondere altro dolore.

“Accade spesso questo qui?”

“Capita,” risponde, senza sorridere. Si allontana lungo il corso.

Io la seguo a distanza. Cammina sempre più piano, si ferma su un piccolo ponte a guardare lacqua che corre sotto.

Improvvisamente, poggia valigia e violino sul parapetto, come se volesse gettarli via. Corro.

“Signorina, la prego, non lo faccia!”

Restiamo un attimo entrambi aggrappati alla stessa custodia, sospesa sullacqua.

“Vi prego, lasci perdere,” dice.

“Non posso lasciarvi, non capite?”

“Ho promesso a mia madre che non avrei più suonato in strada”

“Perché era così severa?”

“Mia madre è morta due mesi fa.”

Mi blocco. “Mi dispiace. Non volevo davvero.”

Camminiamo a lungo in silenzio sotto gli alberi, il vento spazza le foglie umide. Poi è lei a parlare.

“Ho sempre suonato per lei. Ora non ho più ragione per vivere o suonare”

“Ma lanima vuole musica, o no? Altrimenti non sareste venuta qui.”

“Macché anima, è lo stomaco. Ho finito i soldi, non ho più nulla da mangiare”

“Ma questo si risolve!” esclamo tirando fuori le ultime trenta euro dal portafoglio. “Ne porto altri, domani, li porto al passaggio!”

Lei si ferma e mi guarda male. “Pensa che io prenda i soldi da uno sconosciuto? La smetta di seguirmi, la prego.”

Se ne va. Io la richiamo: “Verrò domani a sentire di nuovo la vostra musica, vi proteggerò dai ladri. Ci sarò, venite!”

Il giorno dopo ho una giornata complicata. Arrivo al sottopassaggio troppo tardi, lei non cè. Attendo per ore. Finalmente, torna.

Non mi degna di uno sguardo. Monta gli spartiti e inizia a suonare. Una signora delle bancarelle mi offre una sedia. Passo così più di due ore lì, ad ascoltarla.

Alla fine, metto alcune banconote nella valigia. Lei le vede e si arrabbia quasi.

“Ma è matto? Qui non è sicuro La prego, venga via subito.”

Proprio allora arrivano due energumeni. In quegli anni funzionavano ancora queste piccole “mafie” di sottopasso. Ci sono leggi anche per chi suona per strada, e nessuno lavora gratis.

“I soldi li lascia il cavaliere?” ridacchiano.

Ne segue una rissa. Io le prendo, ma la violinista corre in un negozio e arriva la polizia, giusto in tempo.

Si fa sera. Mi trovo ferito, lei mi accompagna a casa sua.

Sono ospite in una vecchia casa di ringhiera. Lodore di cipolla e scarpe vecchie mi accoglie. Lì, tra scaffali di libri e un vecchio pianoforte, scopro il piccolo altare con la foto della madre.

Mi fa mettere le mani a posto, mi cura le ferite con una crema pungente, mi offre pane e grissini tutto ciò che resta. Rammenda i miei pantaloni e ascolta i miei racconti di lavoro, della mia città.

“Ho lasciato il Conservatorio da poco,” confessa Lucietta. “Andrò in mercato con la vicina, la signora Lidia. Mi farò aiutare con la merce.”

“Ma siete bravissima!”

“La musica non serve più. I musicisti non li vuole nessuno, adesso.” Mi tende i pantaloni rattoppati e sorride.

Non voglio andare via. Rientro con una busta di spesa dalla drogheria sotto casa e la convinco ad accettare caffè, zucchero, pane.

Felice, la guardo dalla strada: lei mi saluta dalla finestra, al secondo piano, con la chioma della vecchia robinia che spunta.

Il giorno dopo, con il viso tumefatto, cerco di svicolare alle domande di Bonetti: “Ho avuto un incidente…non ti preoccupare, Felice!”

Appena posso, torno da Lucietta. Una giornata di corse sotto la pioggia per Milano, ridevamo come pazzi, io la presentavo ai passanti come la migliore violinista dItalia, lei mi recitava poesie a memoria.

Alla fine, in camera sua, ci baciamo per la prima volta.

Le dico: “Partiamo insieme a Brescia! Sposami!”

Lei si fa seria. Recita:

“Questa è la canzone dellultimo incontro io guardo la casa buia, solo in camera arde una luce”

Ma io insisto: “Vieni via con me nessuna separazione!”

E quella notte, io e lei forse ci siamo promessi tutto.

La mattina dopo, una chiamata: “Cè Alessandro Ricci? Subito al telefono!”

Felice Bonetti, serio: “Ti hanno accusato di peculato. Devi tornare. Ventanni, rischi!”

Ho una stretta allo stomaco. Lucietta mi osserva a lungo: “Tornerai. Io ti aspetto. Ne sono sicura.”

Non le ho creduto. Parto tra le lacrime. Alla stazione Centrale, nel caos, ascolto un altro violinista: come una beffa.

***

Ci riprovo, oggi, con le vecchiette sulle panchine.

“Lucietta?” sussurrano. “Ah no, quella che è morta era Annetta”

Sudo freddo dalla paura. Temere che lei non ci sia più, che sia morta, era la mia ossessione.

Giro e rigiro i cortili ancora, ma la vera Lucietta non la trovo. Rientro stanco in albergo, preparandomi a partire il giorno dopo. Ma una voce mi dice ancora di non mollare.

La mattina, a pezzi, passo per caso davanti a un negozio di strumenti.

“Posso vedere quel violino?” domando alla commessa.

“Ma lei conosceva Lucietta Rossi?” mi chiede la giovane.

“Forse. Viveva qui tantissimi anni fa. Suonava bene il violino.”

“La signora Rossi? Certo. Ora vive qui vicino, è conosciuta! Ha una figlia, Paola, bravissima violinista anche lei!”

Una scossa, un tremito. Quanti anni avrà? Trenta? No, non può essere LEI. Io continuo a ripetermi: non lho trovata, ancora una volta.

Nel negozio sudo freddo, la commessa mi passa un bicchiere d’acqua. Esco e vedo finalmente, dietro il quarto cortile, dei vecchi tigli altissimi.

Mi faccio coraggio, domando agli anziani del parco. “Certo che la conosciamo. Abitava nella prima scala, secondo piano. Madre e figlia hanno sofferto tanto, la madre puliva scale, affittava stanze a studenti”

E ora? Loro indicano la figlia, Paola, che vive lì ancora oggi con il marito e il figlio.

Mi accompagna un uomo gentile, Mario, marito di Paola, che mi aiuta anche se non sto benissimo. In casa mi siedo accasciato, e la loro bambina viene curiosa a vedere chi sono.

Mi presento. Paola, classe 1981, mi guarda negli occhi.

“Ma lei è mio padre?” sussurra, commossa.

La verità mi cade addosso come una pioggia estiva. Non lo sapevo. Eppure, ora guardo le sue mani, la forma degli occhi, e sono le stesse di Lucietta.

Parla di sua madre, di quanto sia stata forte dopo avermi perso, di come abbia cresciuto una figlia sola “Dice che il mio arrivo le ha dato una nuova vita. E vi ha sempre aspettato, papà”

Chiedo lindirizzo di Lucietta Paola accende lo sguardo. “Venite subito da lei!”

“Vi pregodatemi solo un attimo. Voglio entrare in quella casa da solo.”

Mario mi accompagna nel nuovo quartiere residenziale fuori città. Mi offre la chiave e mi dice di non fare spaventare troppo la suocera.

Allultimo piano suono il campanello. Il cuore mi batte fortissimo. E ora cosa dirle?

La porta si apre, senza nemmeno farmi la domanda di rito. È sempre lei, solo i capelli più corti, le guance meno scavate, ma è sempre lei.

Mi guarda, e io penso che dovrei baciarle la mano, inginocchiarmi, fare qualcosa. Invece crollo in ginocchio di fronte a lei.

Lucietta cade in ginocchio con me.

“Alessandro! Alessandro, sei qui stai bene? Calmati, ora sono qui”

Ci teniamo per le braccia, parliamo e ci interrompiamo, la voce strozzata dalla commozione.

“Ti ho ritrovata! Ci ho messo troppo!”

“Non sapevo neanche della bambina. Scusami, scusami”

“Perché scusarsi? Lo sapevo che saresti tornato, prima o poi.”

“Ricordi quei versi?”

“Sì, li ricordo la natura viene distrutta, le maree si ribellano, e i suoni tacciono per colpa della lontananza tra me e te”

Lucietta vuole chiamare subito il genero, il medico, ma lui è già pronto fuori.

Mi portano in ospedale. Saliamo insieme in macchina, io le tengo la mano, lei mi carezza piano.

Piango, mentre il paesaggio meneghino scorre veloce. Piango perché ho ritrovato il mio amore perduto, ma tutto ciò che restano sono anni sprecati.

“Non piangere Alessandro. Ora siamo insieme, e lo saremo per sempre,” mi conforta lei.

E come una volta, mi sussurra ancora una poesia: “Io, nel blu di questa sera, immagino incontro futuro, incontro che non può non essere”

Ecco, questa è la mia vita. Ho impiegato quarantanni, ma ho trovato Lucietta. E adesso so che lamore, anche se lo credi perso per sempre, può aspettarti in un cortile di Milano, sotto i vecchi tigli, con la musica che ancora suona tra le case.

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Cerco una donna di nome Alessandra.
Un genero così non fa per me