Il Maestro del Naso
Ricordo ancora come fosse ieri mio zio, un uomo daltri tempi, sempre ligio alle regole dellonestà e della discrezione. Quando la salute iniziò a mancare sul serio, mi convocò con urgenza nella sua villa fuori Firenze.
Giulia! mi chiamò.
E con questo, si potrebbe dire, finisce la pagina dantesca di questa storia. Potrebbe seguirne una pirandelliana, perché mio zio si chiamava zio Giovanni, ma in realtà questa fu la premessa a unavventura talmente incredibile che nemmeno Dante, né Calvino, né lo stesso Stephen King avrebbe mai potuto immaginare.
Di lui, nella nostra famiglia, non sapeva molto nessuno. Un tipo singolare, divenuto quasi una leggenda familiare, viveva appartato in unantica villa tra le colline del Mugello, evitava i vicini e nessuno aveva mai capito di cosa si occupasse davvero. Io stessa, Giulia Bardi, lavevo visto in tutto due o tre volte.
Figurarsi lo stupore quando ricevetti quella chiamata. Non ti invito, ma proprio ti convoco a casa mia per una questione molto, molto delicata, proprio così aveva detto lui al telefono. Ancora più incredibile era che conoscesse il mio numero. Intrigata, accettai: cinque minuti dopo la chiamata arrivò unAlfa Romeo depoca guidata da un maggiordomo muto e tutto dun pezzo, che mi condusse senza una parola sulle strade secondarie immerse fra cipressi e uliveti.
Giulia! ripeté zio Giovanni, appena entrai nella sua camera.
Tacque. Laspetto era molto cambiato dallultima occasione: il viso scavato, gli occhi cerchiati, il respiro affannoso, coricato fra cuscini su un lettone a baldacchino. Solo il mitico naso dei Bardi svettava ancora, tutto un programma per il futuro.
I miei giorni qui sono contati, ma la mia opera non è ancora finita. Ho sperato di poter tramandarla a qualcuno, e ora anche se tardi ho scelto te.
Io, lo ripeto, non avevo la più vaga idea di che cosa facesse lo zio, e la prospettiva di restare per un tempo indefinito in quella villa lugubre non mi sorrideva.
Ma perché proprio io? tentai di obiettare.
Perché mi interruppe lui ho deciso di lasciarti questa villa, ma a una condizione.
Mi risuonarono subito nella testa fanfare e il tintinnio di monete di euro, come in una slot di Sanremo. Dovevo accettare!
Quale condizione? feci il sorriso più dolce che potessi sfoggiare.
Dovrai vivere qui accanto a me per un mese esatto. Puoi scegliere la stanza che preferisci, purché tu non entri mai, mai in cantina senza di me. Intesi?
Non ebbi tempo per pianificare altro: la tentazione dei possedimenti e di quella villa mi fece stringere la mano rugosa di zio Giovanni in un attimo.
Le stanze del piano nobile erano così tante che dopo la sesta avevo perso il conto. Tutte arredate con uno stile gotico, cupo, da vero Dracula toscano; tende color porpora, lampade con paralumi rossi, letti enormi Lidea era chiara: avrei trasformato la villa Bardi in un superB&B per festaioli e turisti. Alla fine decisi che la camera più lontana da quella di zio Giovanni sarebbe stata il mio rifugio. Dopo una doccia calda, mi riposai. I miei erano allestero per scavi archeologici e avevo la sessione già superata, quindi se ci fosse stato il Wi-Fi, non sarebbe stato affatto male. E il Wi-Fi cera, senza password.
In cucina tutto era contemporaneo: il frigorifero era pieno, meglio di un supermercato in centro a Firenze. Frugando per casa, mi ritrovai davanti alla porta della famigerata cantina Aperta. Che tentazione! Ma lavidità per il futuro ereditato fu più forte della curiosità: mi imposi di ignorarla per 30 giorni. Facile!
Solo lattesa era snervante. Un mucchio di domande, alle quali avrei chiesto risposta lindomani. Intanto qualche selfie e sguardi alla bacheca di Instagram, quando il telefono antico a disco iniziò a trillare: era di nuovo zio Giovanni.
Giulia! esordì. Domani ti mostrerò il mio laboratorio e ti spiegherò tutto. Per oggi, però, lasciami riposare.
Un laboratorio? Ma per cosa
Dietro allarmadio! tagliò corto lui, e riagganciò. Buonanotte.
Erano appena le cinque del pomeriggio! Ma poi Come faceva a sapere che mi trovavo esattamente in quella stanza? E vabbè, la risposta sarebbe arrivata domani. Mi addormentai tra un cartone animato giapponese e la cena scaldatami dal maggiordomo, sotto le coperte pesanti. Ma la notte, fu un tormento: sogni confusi, passi, voci, ombre che non esistevano o forse sì?
Il giorno dopo, dopo una notte insonne, mi infilai fino alla camera dello zio. Ma era vuota. Un disordine devastante, come dopo una perquisizione della Guardia di Finanza. Niente zio. La porta dingresso era sprangata dallinterno, impossibile che fosse uscito. Restava solo la cantina.
Con il cuore in gola, chiamai il suo nome. La porta della cantina, divelta dai cardini, e allinterno un gelido anticamera dal pavimento umido, poi un portone blindato di ferro. E quando questo si aprì con un lugubre cigolio, mi comparve davanti una creaturina alta un soldo di cacio, con grossi stivali e una pelliccia di pecora, il ghiaccio sulle ciglia che si scioglieva sulle gote rosa.
Chi sei? chiese con voce nasale.
Tremante, risposi:
Giulia E tu? Cerchi lo zio Giovanni?
Il Maestro Giovanni non cè?
Scomparso balbettai.
Disastro! Disastro! Guerra! Malattia! Il Maestro deve aiutarci!
La creatura, che chiamava se stessa Lito (o forse Lido, con una erre toscana che rotolava via), era in evidente ambascia. Mi supplicò di aiutarlo a cercare lo zio. Mi convinsi, non so come, a seguirlo.
Così, stretta nel vecchio cappotto dello zio, mi ritrovai, incredula, fuori dalla realtà nota. Non più le colline del Mugello, ma una distesa innevata, la neve che pungeva sotto il sole di giugno! Avanzavo a fatica, con le scarpe già fradicie, mentre Lito mi guidava seguendo tracce appena visibili.
Per confortarmi, Lito mi offrì una polverina dal profumo di timo, che scaldava e dava forza. Potevo persino correre, cantando una canzone popolare. Ma a un certo punto, persa tra la neve e il dubbio, chiesi:
Dove stiamo andando?
Sei tu a guidare! Hai il naso disse lui. Seguilo!
Davanti a un piccolo tumulo, sentii chiaramente la scia di una misteriosa fragranza. Aprendo una porta nella neve, scendemmo in unosteria sotterranea degna di una novella del Boccaccio: uomini bassi e tarchiati che bevevano, urlavano, mangiavano. Qualche odore era buono, altri da far girare la testa.
Guidata dal naso e da Lito cercai informazioni. Una rissa improvvisa, un mio lancio di caraffa, la scena degna di una sceneggiata napoletana, e Lito, agile come un gatto, mise in fuga tre malintenzionati minacciosi. Losteria si calmò, gli uomini ci accolsero con rispetto, come se avessimo dimostrato un valore insospettato.
Seguendo la scia, finii per essere accolta a palazzo dal principe Lito, che in verità era un generale di un paese vicino, venuto spesso nel nostro mondo per procurarsi le essenze rare del Maestro Giovanni. Ora, le loro scorte erano esaurite, la malattia avanzava nel regno, e la guerra minacciava. I nemici, chiamati gnocchi (soprannome di popolo basso ma tenace, fra le colline e i vigneti), avevano invaso la terra del principe Lito e rapito lo zio Giovanni. Solo il naso, eredità della famiglia Bardi, poteva guidare ancora una volta le sorti del mondo incantato.
Fu così che mi trovai protagonista o meglio, prigioniera di una faida tanto grottesca quanto terribile. Mi addossarono la responsabilità: dovevo preparare aromi che influenzassero gli animi delle truppe. Nella nuova aromateria che costruirono per me, lavorai su polveri di lavanda per il coraggio, essenze di basilico per la calma, macerati di agrumi per la lealtà. Presto mi resi conto che la vera soluzione era diffondere, come pioggia abbondante sulle campagne toscane, non polveri di conquista, ma fragranze di generosità, pace, empatia.
Quando, sotto la pioggia e le nubi cupe, le due truppe si affrontarono presso le crete senesi, fu il naso a guidare la sorte: le mie fragranze trasformarono la battaglia in una festa. Soldati e generali posero le armi, si abbracciarono, e risero insieme come anime gemelle da sempre divise solo dalla diffidenza. Zio Giovanni, finalmente liberato, mi sorrise con la commozione negli occhi.
Giulia! disse, Hai superato ogni aspettativa. Che segreto nascondi?
Era tutto semplice, zio risposi Ho composto un’essenza che si trasforma con la pioggia, portando allegria e bontà. In quel momento tutti hanno dimenticato la guerra.
Il regno di Lito siglò la pace con i gnocchi; il Maestro Giovanni, ormai senza lolfatto dopo una brutta influenza (quel maledetto raffreddore!), mi lasciò in eredità la villa e i suoi scritti. Io, con orgoglio, proseguii la tradizione: laboratorio dietro l’armadio, stanza per viaggiatori, aromi di felicità sparsi in bottiglie decorate a mano, clienti illustri da Siena, Lucca e Venezia che lasciavano fiorini e sorrisi.
Lito divenne re, sposò la nipote di unaltra casata nobile (una certa Lucilla, dagli occhi verdi come le olive del Chianti), e la villa Bardi si fece luogo di pace e ispirazione. Ancor oggi, scrivo i miei versi nei lunghi crepuscoli tra cipressi e viali di lavanda, augurandomi che, un giorno, anche nella nostra Italia il profumo della bontà prenda il volo come il vento di tramontana. E, forse, non servirà più solo un naso fuori dal comune per riconoscere la gioia vera.
Al momento, però, io continuo a lavorarci.






