Un incontro fortuito

Incontro casuale

Il piumino di Caterina scaldava solo dal basso. Limbottitura era ormai tutta ammassata, e sopra si era trasformato in una sottile giacca, trafitta dal vento. Sotto, la salvavano i pantaloni di lana e gli stivali in feltro; il fazzoletto di lana tirato su sulle spalle, infilato sotto le maniche, tentava di proteggerla dal freddo.

La macchina che le aveva promesso Silvia, lamica del mercato, quel giorno non si era fatta viva. Così, circondate dalle loro borse, cercavano di fermare qualche auto per un passaggio. Col carico che avevano, difficilmente una sola auto lavrebbe potuto contenere, così si erano divise, ognuna per conto suo.

Quando Caterina lavorava da dipendente, questi problemi non esistevano. Ma i soldi non bastavano: sola, tirava avanti due figli. Così, di recente, si era imbarcata in uno di quei viaggi da mercatara insieme a Silvia.

I soldi non erano aumentati, la merce ancora invenduta, ma i problemi invece sì.

Ora ogni mattina doveva portare tutta la roba al mercato allaperto; la sera caricarla di nuovo, riportarla a casa, e su fino al quarto piano, a suon di viaggi su e giù per le scale sempre che suo figlio fosse fuori.

Solo qualche anno prima cantava a squarciagola Cambiare, cambiare!, e ora questi cambiamenti erano entrati nella sua vita senza eleganza: il consorzio dove lavorava aveva chiuso, avevano fatto i tagli. Il marito? Sparito da tempo. E Caterina non aveva avuto altra scelta che darsi al commercio ambulante, anche se aveva sempre pensato che il commercio fosse la sua bestemmia personale.

Ed eccola lì, ai margini della strada, in mezzo al fango e alla neve sciolta, ancora giovane ma con le labbra screpolate, il viso rosso dal freddo e dagli spifferi pungenti dei mercati, gli occhi pieni di lacrime per il troppo vento.

Le auto lanciavano spruzzi di acqua sporca passando veloci. Caterina cercava di non badare a tutto quel grigiore; guardava i tetti e gli alberi, dove la neve era ancora bianca, pulita. Di fango ce nera già troppo nella vita: tanto vale non guardarlo.

Alzò di nuovo il braccio era stanca di fare lautostop ma finalmente una vecchia Fiat sporca come tutto attorno si fermò davanti a lei.

Porta in via Gramsci per un prezzaccio? domandò alluomo, poi si zittì di colpo.

Lo riconobbe subito. Era come se il tempo non fosse passato: lo sguardo serio e misterioso, le sopracciglia appena sollevate, un sorriso sottile sulle labbra.

Mentre Caterina lottava per riprendersi, lui scese dal sedile e le caricò tutte le borse nel bagagliaio.

Salì davanti, adattando il fazzoletto sulle spalle, già alla ricerca di scuse per spiegargli perché fosse conciata così male, proprio oggi. Sicuro che anche lui lavesse riconosciuta. Oppure no… Tanti anni… quanti?

***

Aveva ventidue anni allora. Lavevano mandata a fare il tirocinio pre-laurea in una vecchia foresteria, sulle Dolomiti. A Verona laspettava il fidanzato, Massimo. Tutto filava liscio: tirocinio, laurea, matrimonio.

Esattamente cosa potevano cambiare quei tre mesi? Nulla…

Caterina aveva trovato alloggio in paese, a casa di una certa Lucia, avanti con gli anni, che lavorava anche lei in foresteria e badava ad un suocero vecchissimo e mezzo sordo. Caterina era sempre stata aperta e socievole, si erano trovate bene, badavano insieme al vecchio.

Una sera il nonno ebbe un attacco. Stava per cadere e Caterina corse a chiamare aiuto dai vicini. Nessuno a casa. La strada era vuota, quando passò un trattore. Lei fece cenno. Ne scese un ragazzo: alto, bello, serio, con unaria misteriosa.

Saliti in casa, lui, forte, prese il vecchio tra le braccia. Lo portò di peso fuori, sul sedile del trattore. Lei di corsa dietro. Caterina era preoccupata: lavrebbero portato in tempo?

Arrivarono da uninfermiera; pochi minuti dopo arrivò unambulanza. Lui salì con lei, di nuovo, accompagnandoli fino al pronto soccorso.

Solo quando tutto fu sistemato, poterono parlare con calma.

Lavoravano nella stessa azienda, anche lui abitava lì vicino. Si chiamava Andrea.

Però era tardi. Il nonno fu ricoverato, per fortuna appena in tempo. E loro dovevano tornare? Lambulanza non li avrebbe riportati in paese, troppa strada, troppo tardi.

Vieni dai, la mamma di un amico abita vicino, passiamo la notte da lei e domani torniamo con i miei colleghi.

Caterina capì che il ragazzo era affidabile, non avrebbe fatto scherzi, ma comunque fu in dubbio.

Preferisco restare qui, dormo in sala dattesa. Prendetemi domani, daccordo?

Dai, ma che ti metti sui sedili? Non preoccuparti. La zia Lidia è brava gente, casa grande, io dormo in garage con Genni.

Caterina ci andò. E Andrea aveva ragione: dormì come un sasso, in un lettone di piume, finché non la svegliò la padrona di casa, gentile che più non si poteva.

Mentre facevano colazione, la donna le raccontò che Andrea era stato sposato, aveva un figlio piccolo, ma la moglie era scappata. Lui si era rimboccato le maniche: allevava maiali, vendeva carne, costruiva una nuova casa. La lodava, pensando che forse Caterina aveva messo gli occhi su di lui.

Caterina sorrideva. No, lei aveva il fidanzato prossimo laureato in ingegneria. Era giovane, ambiziosa, e uomini con figli non le interessavano davvero.

Eppure, dopo quellepisodio, iniziò a incontrare sempre più spesso Andrea: nel bosco, in mensa, per le vie del paese. Lucia, la padrona, lo conosceva bene, avevano riportato insieme il nonno a casa.

Sai che Andrea si è preso una bella cotta? Mi ha chiesto di te, era rosso come un ragazzino le disse Lucia. Siete fatti luno per laltra.

Ma va! Cè Massimo, io…

Non siete ancora sposati, no? Eppure Andrea è un uomo serio, ha messo in piedi una bella azienda, e il figlio è dolce. Solo che gli manca una mamma.

E nel cuore di Caterina qualcosa vacillava. Anche lei lo cercava con gli occhi, dovunque. Era imponente, sicuro di sé, pieno di quella calma forza che si sentiva nellaria. E soprattutto, tutti lo rispettavano.

Chiedi a Prudente tu, era il suo soprannome fra i colleghi maschi.

E Caterina, lì, fresca di città, sembrava una regina per caso capitata in quel paesetto sulle montagne. Alta, sottile, con un cappotto beige chiarissimo, impensabile nel fango di marzo. Non camminava, sembrava volasse sopra lo sporco, sopra la fatica. Gli uomini davanti a lei si facevano più misurati, la smettevano di imprecare e si facevano più seri.

Signora, Vostra Altezza, ma come vi siete decisa a venire qui?

Caterina, aspetta! Ti porto su io.

Dal bosco al paese non cera molto, ma piovigginava, e Caterina si ritrovò sul trattore di Andrea.

E il tuo bimbo con chi sta? le chiese. Per Caterina, un uomo con un figlio era già adulto, sebbene lui fosse solo un paio danni più grande.

Ma piantala col lei! Dammi del tu. Sta con la mamma mia, la nonna del bimbo. E una vicina aiuta, lo portiamo allasilo… cresce, è vivace.

Come si chiama?

Marco. Un lampo di orgoglio negli occhi. Un terremoto! Ma bisogna stargli dietro. La nonna si lamenta sempre…

Ti trovi male qui?

Ma no, va bene, solo che non sono abituata…

Aspetta un po. Vedrai che ora che viene la primavera tutto si risveglia. Ci sono posti fantastici. Il fiume, i prati… Certo, niente illuminazione la notte, ma ci penseremo, è questione di tempo.

Guidava nella penombra, la via del paese era buia perché il Comune aveva tagliato la corrente per risparmio. E con quel «ci penseremo» Andrea sembrava prendersi sulle spalle la responsabilità di tutto il villaggio.

Chissà se allora lei aveva capito che la responsabilità era la vera prova di un uomo.

Il corteggiamento di Andrea divenne palese: portava legna a Lucia, prendeva le medicine per il nonno, faceva mille gentilezze. Ma Caterina cercava di resistere ai suoi sentimenti.

Non riusciva proprio a immaginarsi lì, in paese. Certo, in città non cera molto, solo Massimo e i preparativi dei parenti. Si figurava la reazione del fidanzato a scoprire che aveva un altro, si immaginava le lacrime della mamma.

Davvero starai in un paese? avrebbe chiesto la madre, le sopracciglia inarcate.

Poi avrebbe scoperto che il futuro marito era divorziato, con figlio, allevatore di maiali. E sua figlia…la sua promessa, la sua universitaria…

La sera, con il vento che ululava fuori, si sforzava di immaginare la sua vita con Andrea. Lavrebbe amata, capito, ringraziato per aver fatto da madre a suo figlio, poi sarebbero arrivati altri figli, somiglianti a lui.

Ma sentiva che non avrebbe mai avuto il coraggio. Cera Massimo che già aveva comprato le fedi, cera la famiglia, la vergogna di spezzare le aspettative di tutti.

Eppure dentro di lei si agitava un dolce, nuovo presagio di amore. La primavera, la nuova passione: la ragione si offuscava.

Oramai a Caterina sembrava di non aver mai amato davvero Massimo. Solo Andrea le faceva battere il cuore. Sapere che in città la aspettava il fidanzato dava alla situazione un sapore drammatico e romantico insieme.

E in un impeto di disperazione, una volta fu quasi lei a provocare lavvicinamento. Forse voleva chiudere con il passato, o forse anche con quellamore. Andrea tentennò, la guardò negli occhi, ma poi si lasciò andare, perché sentiva fosse giusto così.

Era la sua prima volta, e fu così bello che non si pentì di nulla.

Ma la decisione finale non prese mai forma. Ingenuità? Paura? Forse solo inesperienza.

Poi, un giorno accadde qualcosa che cambiò tutto: Caterina andava al pozzo a prendere acqua e vide un bambino biondo arrampicarsi sul bordo. Istintivamente corse: era pericoloso! Se cadeva, sarebbe stato un disastro.

Ehi, tu! Non fare così, è pericoloso. Dovè la tua mamma?

Si guardò attorno. Di corsa arrivò una ragazza, minuta e timida. Il bambino, indispettito, si liberò dalla presa di Caterina e corse da lei piangendo.

Marco, non piangere, lo sai che non si fa. La ragazza guardò Caterina, riconoscente ma senza fiducia.

Scusa, mi è scappato. Grazie…

Prese il bimbo per mano e si allontanarono.

Marco? Era il figlio di Andrea? Il pensiero la trafisse: era un estraneo, e il bambino si era subito spaventato. Accettare un figlio non tuo era tuttaltro che immediato.

Poi venne a trovarla la madre di Andrea, Clara. Piangeva. Spiegò che Marco era ormai legato a quella ragazza, Giulia, la vicina povera che faceva da mamma; Giulia era innamorata di Andrea, andava tutto bene, finché non era arrivata Caterina, a scombussolare la serenità.

Caterina non sapeva come reagire; si era sempre sentita dalla parte dei traditi, e ora invece si scopriva nellingrato ruolo della guastafeste.

Andrea la pregò di restare, di non partire. L’accompagnò alla stazione col cuore spezzato: sua madre e Giulia avevano fantasticato, diceva lui, Giulia non era per lui… e così era: timida, pallida, spenta accanto a lui.

Lei è silenziosa, quasi impaurita diceva Lucia Non sono fatti luno per laltra. Ma voi due…

Ma Caterina si sentiva ferita e orgogliosa. Non voleva essere laltra. Voleva la propria storia, quella cittadina. Tutti i dubbi svanirono: tornava dal fidanzato.

Andrea rimase sul marciapiede: camicia a quadri, maniche rimboccate, spalle larghe curve, la fronte piena di rughe damarezza, lo sguardo spento. Così Caterina lo avrebbe ricordato per anni.

Piangeva mentre il treno la portava via.

Così finì il tirocinio di tre mesi.

Ma la vita proseguiva. Sposò Massimo, la famiglia, la routine.

**

Seduta sul lato passeggero, Caterina aggiustava il fazzoletto, sempre alla ricerca di una scusa per giustificare il suo aspetto così trasandato. Era sicura che lui lavesse riconosciuta.

Oppure no… Era cambiata: ingrassata, labbra screpolate, giacca ridicola.

Quanti anni erano passati? Sedici, sì, proprio sedici.

Allinizio viaggiarono in silenzio.

Che tempaccio disse, mentre una macchina sfrecciava e lanciava una secchiata dacqua.

Qui in città è così. Fuori invece è pulito, e le strade almeno sono sgombre rispose lui.

Viene spesso qui?

Sì, vado e torno spesso, per lavoro.

La ringrazio del passaggio, oggi ci ha traditi lauto. Di solito viaggio con una mia collega, ma oggi… Pago volentieri…

Lui voltò la testa, quello sguardo serio e un po offeso; capì che laveva riconosciuta.

Ciao… disse piano, un po per provarci.

Caterina, ciao.

Ti ricordi, allora? Pensavo mi avessi dimenticata.

Non ti ho dimenticata. Sguardo fisso sulla strada.

Lei sentì un dolore sotto le costole, bruciare per i ricordi: la voce, le mani, lo sguardo di lui. Le venne caldo, si tolse il fazzoletto.

Come stai, Andrea? mormorò quasi con un sussurro.

Lui lasciò passare qualche secondo, per scacciare la paralisi dei ricordi.

Io? Mi arrangio, dai. È un periodo così. Anche tu, suppongo.

Lavori ancora in bosco? cercava di cambiare discorso, di parlare di altro.

No… ormai non esiste più. Sono andato via già da una vita. Lavoro in proprio.

Giusto. Adesso va meglio così. Anche io… La tua azienda agricola?

Sì, abbiamo una fattoria, ma anche una piccola società, facciamo produzione di salumi, vendita.

Tutti fanno i commercianti adesso.

E allora Caterina si ricordò che sulla confezione dei salami aveva visto unetichetta familiare: Salumeria Prandelli. Aveva sorriso, convinta fosse una coincidenza.

Aspetta… Allora i salami Prandelli sono i tuoi?

Sì, si può dire. Non ti piacciono? un sorriso triste.

No no, sono buoni. Mia mamma li va a comprare apposta! Non me lo sarei mai aspettato…

E lui quasi si scusava per il successo.

Allinizio era una cosa familiare. Troppa carne, gente senza lavoro. Così si è partiti, poco alla volta. Poi la fabbrica, i negozi. Ormai vendiamo in mezza regione.

Complimenti. E lavori solo, o con qualcuno?

Ho una squadra. Ma il capo resto io. Sai comè è dura da soli. Ma tanti amici del paese sono con me.

Caterina si sentì un po a disagio: lei, con la vecchia giacca, gli stivali di feltro come una montanara, lui, il ragazzo del trattore diventato imprenditore di successo. Sembrava uno scambio dei ruoli.

E tuo figlio?

Andrea sorrise.

Tre figli.

Tre?

Già, tre maschi. E tu?

Un maschio e una femmina. Caterina si asciugò la fronte.

Marco è militare. È stato in zone calde. Abbiamo avuto paura, Giulia è diventata bianca dai pensieri. Ma questa primavera torna a casa, per fortuna. Il secondo sta studiando, il piccolo ancora alle medie.

Giulia… Così aveva scelto la ragazza grigia.

Quante volte Caterina aveva rimpianto la scelta fatta tanti anni prima! Quante! E ora, rivedendo Andrea…

Massimo si era rivelato un marito inetto. Per un po era riuscito a tenere, aveva trovato lavoro da ingegnere, si erano trasferiti vicino Padova, casa aziendale, buone prospettive. I bambini piccoli, difficoltà mille, ma si andava avanti.

Poi cominciò linsoddisfazione, litigi al lavoro, licenziamenti, troppo alcol. Perderono la casa, tornarono dalla suocera. E poi lui scomparve per dei giorni. E nemmeno con la suocera le cose andarono bene.

Caterina non resse, chiese il divorzio e si trasferì dalla madre. Il padre era già morto da tempo.

Avrebbe voluto raccontargli tutto, confessare quanto avesse rimpianto la sua scelta. Invece disse solo:

Il mio più grande è in quarta superiore, la piccola in seconda media. Quanto corre il tempo

Già, corre…

Rimasero in silenzio. Entrambi volevano parlare di quello che contava davvero, ma credevano che fosse importante solo per se stessi.

Caterina sentì un senso di colpa per Andrea. Poi le tornò alla mente la madre in lacrime, Giulia: erano loro ad averle lasciato strada. Anche se allora era stata la delusione e lorgoglio a guidarla: tanto io non ho bisogno di nessuno.

E tuo marito? Massimo, vero?

Ti ricordi? Davvero…

Certo, ti ho vista anche da sposa. Ti ho seguita come un cretino fino allosteria dopo il matrimonio.

Come?

È così. Lucia me lo disse il giorno prima delle nozze: dai, Andrea, lasciami perdere, domani si sposa. Io presi la macchina e venni fino in città, non mi sono fatto vedere. Tu eri bellissima, felice. Tornai da Giulia e la chiesi in moglie.

Santo cielo! Se lo avessi saputo

Avrei solo rovinato tutto. Eri così felice, radiosa.

Forse… Durò poco però. Dopo cinque anni mi separai, tornai da mia madre con i bambini.

Che peccato

Ormai mi sono fatta forza. Sono una donna forte, Andrea, i miei figli vanno bene a scuola, il grande vuole fare medicina. Vado avanti, anche se tocca vendere al mercato in stivali. Ho un buon posto: esposto, ventilato, ma si vende bene.

Voleva mostrarsi fiera, che non era tutto perduto. Che anche se non aveva avuto il suo stesso successo, non si poteva dire fosse sventurata.

Andrea la guardava con quel suo cipiglio e taceva.

E la tua famiglia? Come va con Giulia?

Lui alzò le spalle, sembrava pensasse ad altro.

Giulia? Sta bene. Fa il pane.

Il pane? A casa?

Prima sì, ora è titolare de Il Forno della Nonna, il panificio e gastronomia.

Ma certo, ci sono stata una volta. Quindi è lei…

Sì. Ho aperto il negozio per lei. Era brava col pane, allora abbiamo fatto la società.

Caterina si ricordò di aver visto Giulia quella volta. Una donna minuta, pratica, energica, con i capelli corti e una sciarpa rosa insospettabilmente padrona di tanto.

Siamo quasi arrivati? chiese Andrea quando videro la via. Caterina si riscosse.

Ancora un isolato.

Ma lui fermò subito lauto, scese di corsa.

Nella penombra invernale lei lo vide entrare in un chiosco Fiori, uscirne con un magnifico mazzo di crisantemi bianchi. Aprì la sua portiera e le mise i fiori in grembo, sopra i pantaloni di lana grigia.

Caterina guardò i fiori, e i petali bianchi si sciolsero in lacrime. Si asciugò in fretta il viso: aveva appena detto di essere forte.

Andrea la aiutò a scaricare le borse, la accompagnò su per le scale graffiti ovunque sulle pareti dingresso. Lei, spaesata, teneva i fiori stretti al petto.

Vuoi salire? lo avrebbe voluto, ma era meglio se lui rifiutasse, casa in disordine, merce ovunque, la mamma con mille domande.

E forse andava bene così. Magari avrebbe capito, magari lavrebbe capita e consolata…

No, Caterina, devo andare. Ho un sacco di impegni oggi. Le prese il polso, lo tenne qualche istante come per salutare davvero.

Poi corse via di botto.

Chiamarlo? Dire qualcosa?

E Caterina, guardandolo allontanarsi sulle scale, capì di colpo che anche per lui era durissima. Aveva appena detto addio, non si sarebbero più rivisti, e da questa scoperta le venne sollievo.

Trascinò le borse in casa.

Subito la madre aprì la porta: problemi, notizie, domande. Caterina non ascoltava; sentiva ancora le mani di Andrea sul polso. Tolse gli stivali, li mise al termosifone. Faceva tutto per automatismo.

La madre le stava sempre dietro, raccontando le ultime novità di familiare routine.

Quando si sedettero a tavola, Caterina chiese:

Mamma, ti ricordi che prima del matrimonio ti avevo parlato di un ragazzo conosciuto al tirocinio sulle Dolomiti? Che mi aveva corteggiata… Aveva una piccola fattoria… Ricordi?

Sì, ora che ci penso…

Mi dicesti: figurati se ti metti in paese a allevare maiali!

E avevo ragione. Saresti ancora là, nel fango.

Oggi lho rivisto.

Ma dove?

Non importa. Mamma, sai la salumeria Prandelli che ti piace tanto? È la sua. E la moglie… è la proprietaria del forno. Ecco tutto.

La madre rimase con la tazza in mano, silenziosa. Nel suo sguardo passò una fitta. Ci mise un po prima di riprendersi e, per calmare sé e la figlia:

Daltronde, il destino non si sceglie. Se si potesse, la gente si ammazzerebbe per prenderne uno migliore…

E a Caterina dispiacque per sua madre.

Su, mamma. Viviamo, in fondo. E poi guarda, oggi ho venduto due tailleur e tre giubbotti. A testa alta!

Hai ragione. Se sapessimo dove caschiamo, ci metteremmo la paglia sotto… Ma sì…

La notizia però laveva scossa: si fissò nei suoi pensieri.

Poco dopo tornò a casa il figlio: alto, serio, lo sguardo misterioso. Mai come adesso Caterina capì quanto somigliasse a suo padre.

E chissà come aveva fatto a convincere tutta la famiglia che un bambino di tre chili era nato prematuro? Nessuno aveva mai dubitato di lei, di Caterina, così giudiziosa.

Il figlio si sedette.

Mamma, non arrabbiarti, ho trovato lavoro al maneggio. Mi pagano a ora. Ti giuro che gli studi non ne risentiranno… Davvero, mamma…

Caterina sospirò. Solo ieri sarebbe scoppiata. Oggi…

Va bene, Andrea. Sei grande. Limportante è lavorare onestamente. E un po di soldi ti serviranno. Daccordo.

Lui si mise a mangiare, felice, continuando a lanciare occhiate alla madre. Qualcosa in lei era cambiato, ma non capiva cosa. Eppure si sentiva bene, sentiva la fiducia della madre.

Caterina non riusciva a dormire. Non pianse, non si disperò: era come scossa da uno strano sentimento.

Guardava i crisantemi bianchi, pensava al destino, allincontro di quella giornata, a quanto ognuno di loro dovesse ricominciare la propria vita, separati.

Quellincontro divideva la sua vita in due: prima di lui e dopo. Ed anche ora sentiva esattamente la stessa cosa.

E chissà quante sorprese e cambiamenti felici ancora li aspettavano, anche se non si sarebbero più rivisti. Continuavano comunque a influenzarsi, da lontano.

Tutto ciò che accade ha una ragione.

E anche quellincontro era servito a farle capire qualcosa di importantissimo.

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