Aeroporto di Riserva: la soluzione italiana per ogni emergenza

Aeroporto di Riserva

Mi senti? La voce era bassa, quasi colpevole. Quasi. Patrizia, ti chiedo, mi senti almeno?

Eccome se lo sentivo. Lho sempre sentito. Anche nei suoi silenzi, anche quando per settimane non chiamava, sentivo come uneco della sua presenza nellaria della mia casa. Come se lasciasse dietro di sé qualcosa: il profumo del suo caffè, il cerchio della tazzina sul davanzale, una sedia spostata in cucina.

Ti sento, Giovanni.

E allora perché non parli?

Sto pensando.

Sospirò. Quel sospiro lo conoscevo a memoria. Pesante, un po rauco, come se laria dovesse passare tra ruggini interne. Giovanni sospirava così quando voleva compassione ma non sapeva come chiederla.

Non ho più dove andare, disse. Capisci? Proprio da nessuna parte.

Stavo alla finestra guardando fuori. Marzo. Neve sporca lungo i marciapiedi, piccioni fradici sul cornicione di fronte, una signora con il passeggino che non trovava modo di evitare la pozzanghera. Un marzo urbano qualsiasi, nulla di epico. Intanto, però, qualcosa si capovolgeva in me, lentamente e senza scampo. Come una pagina che si gira. Come la serratura di una porta.

Vieni su, risposi.

Ecco fatto. Tre sillabe. E tutto ricominciava.

Giovanni aveva cinquantatré anni. Io cinquantuno. Ci conoscevamo dai tempi in cui lui portava camicie a quadri convinto di essere unicona di stile, mentre io giravo con una treccia da suora e credevo che sembrare invisibile fosse una virtù. Unamica in comune ci aveva presentati, una sera in cucina tra vino rosso da discount e discussioni su libri che nessuno aveva letto davvero. Giovanni era rumoroso, rideva che sentivi lungo il corridoio, gesticolava tanto da far volare una volta un piatto dal tavolo. Io raccoglievo cocci e pensavo: ecco uno che riempie lo spazio a modo suo. Sarà curioso starci accanto.

Io, invece, ero il contrario. Quelli che noti dopo, ma poi non dimentichi. O almeno così mi piaceva pensare.

Lui si era innamorato di qualcunaltra, ovvio. Si era innamorato di Chiara. Inevitabile, come un temporale destate. Chiara era brillante, parlava a raffica, rideva più forte di lui, sapeva entrare in una stanza e fermare le chiacchiere. Accanto a lei mi sentivo sempre come un acquerello vicino a un quadro a olio. Non peggio, solo diverso.

Si sono messi insieme e si sono lasciati con un tempismo degno dellorologio di Piazza San Marco. Io li osservavo da lontano, anni. Si lasciavano, si ritrovavano, di nuovo si lasciavano. Chiara faceva scenate, Giovanni sbatteva la porta, tornava, se ne andava ancora. Unaltalena infinita.

Tra unaltalena e laltra, cero io.

Arrivò la prima volta dopo il loro primo vero litigio. Trentacinque lui, trentatré io. Chiamò tardi una sera, voce rauca: posso salire? Certo, dissi. Feci il tè al timo, misi qualcosa da mangiare sul tavolo, parlammo fino alle due. Lui parlava, io ascoltavo. Era il mio punto forte.

Poi si addormentò sul mio divano. Al mattino bevve caffè, ringraziò e se ne andò. Due settimane dopo, pace fatta con Chiara.

Non mi offesi. Mi limitai a piegare il plaid che aveva usato, lo lavai e continuai.

Andò avanti così. Una, due, dieci volte avevo perso il conto. Si presentava dopo una sfuriata, a volte una sera, altre anche per giorni. Si beveva tè al timo, parlavamo, si calmava, tornava in sé, ripartiva. Sempre da Chiara, sempre da lei.

Non lo chiamavo amore. Avevo paura a dirlo. Ma quando sentivo il campanello, qualcosa si stringeva e allungava nello stesso momento. Eccolo. È qui. Vivo, vero, mio. Per un po, almeno.

A volte mi sentivo una torre di controllo. Gli aerei atterrano, fanno rifornimento e ripartono. La torre resta. Sempre lì, pronta ad accogliere.

Quella volta è arrivato a fine marzo, una borsa da palestra grande a tracolla. Blu sbiadita, la scritta bianca ormai fantasma. Lho guardata: stavolta non era per un giorno, né per due.

Quanto pensi di restare? chiesi, mentre si toglieva la giacca.

Non lo so, fu sincero. Questo lho sempre apprezzato: non mi ha mai mentito in faccia. Forse una settimana. Forse.

Ok. Metto su lacqua.

Presi il timo. Si sedette al suo solito posto, vicino la finestra, di spalle al frigo. Posai davanti a lui la tazza e pensai: siamo punto e a capo. Né gioia né amarezza, solo qualcosa di tiepido e malinconico, tutte e due le cose insieme.

Male? chiesi.

Peggio non si può, afferrò la tazza con entrambe le mani. Aveva sempre le mani fredde. Ha detto che non ce la fa più. Che così non si vive. Che ci roviniamo la vita a vicenda.

E tu?

Ho preso quella borsa e sono uscito.

Silenzio. Fuori lacqua batteva dai cornicioni. Un vero metronomo marzolino.

Patrizia, per la prima volta in serata mi fissò negli occhi. Non sei felice?

Sì, sono felice, risposi. Ed era vero. Amaro, imbarazzato, ma vero.

I primi giorni furono strani. Non brutti, strani. Avevo i miei ritmi, la mia quiete. Mi alzavo alle sette, preparavo il caffè, mezzora alla finestra con un libro, poi in ufficio. Tornavi alle sei, preparavi qualcosa di semplice, chiamavi lamica Paola, a letto entro le undici.

Giovanni scombinava tutti i piani. Non era cattiveria: aveva proprio un altro ritmo. Si alzava tardi, voleva conversare la mattina mentre io ero già con la testa tra le fatture. Lasciava le cose dove capitava. Imbottiva il bagno, aumentava il volume della TV.

Ma cera anche laltro lato. Le nostre cene insieme erano luminose di intimità. Mi raccontava qualcosa di comico, ridevo. Facevo la lasagna della nonna Letizia, lui ne mangiava due fette e giurava che era il meglio degli ultimi anni. Guardavamo i vecchi film e ci beccavamo sulla fine. La domenica al mercato, lui portava la borsa piena. Mi sembrava la normalità più bella che cè.

Settimane, poi mesi.

Una notte mi svegliai, lo sentii respirare dallaltra stanza, mi chiesi: e se fosse vero? Non un fuoco dartificio, ma quei piccoli fuocherelli che fanno caldo a lungo. Tranquillo, resistente, come una vecchia casa che ha visto tutto.

Lo dissi a Paola. Latte macchiato davanti e il suo sguardo attento.

Patrizia, fece piano.

Lo so cosa vuoi dire.

Davvero?

Che durerà poco. Che lui andrà via. Che succede sempre così.

Paola rigirava il cucchiaino.

Avrei solo chiesto: sei felice adesso? Proprio ora?

Tentennai. Non la risposta giusta, la verità vera.

Sì, risposi infine. Sì, ora sì.

Allora vivitela, disse Paola, bevendo il suo caffè. E smetti di pensare a poi.

Mi ci provavo.

Abbiamo vissuto insieme quattro mesi: aprile, maggio, giugno, luglio. Li ricordo quasi giorno per giorno. Il lillà fiorito che mi portò dalla strada. Una lite sciocca finita con le sue scuse. Un sabato intero in casa, io a leggere, lui armeggiare sul balcone. Una quiete così pacifica che quasi mi dava timore.

Iniziai a dire noi. Non io vado, ma noi andiamo. Mi serve, ci serve. Fluiva, non lo frenavo. Lascia che cresca.

Lui pure. Meno nervoso, meno Chiara nei discorsi. Ogni tanto mi guardava con uno sguardo nuovo, che non era pena né gratitudine. Qualcosa che forse era quel sentimento che avevo atteso tutta la vita.

Le chiavi. Le chiese lui, le chiavi di riserva. Gliele feci subito, senza pensarci. Dal ferramenta, doppione, sul tavolo. Uninezia metallica capace di scaldare il cuore.

Era luglio.

A metà mese, uno squillo.

Ero in cucina, lui davanti al portatile. Il telefono di Giovanni suonò come sempre: troppo forte. Non ci feci caso, poi il silenzio irruppe in modo diverso. Una calma strana, da cambiamento in corso.

Mi affacciai. Stava in mezzo al salotto col cellulare in mano, fisso in un punto.

Giovanni?

Mi guardò. E capii senza bisogno di parole.

Chiara, disse. È nei guai. Seri. Ha bisogno di una mano.

Così. Senza preamboli. Solo una parola: Chiara.

Ho capito, dissi.

Patti…

Vai.

Aspetta, vorrei spiegare.

Non serve, risposi piano. Ho capito. Vai.

Rimase un attimo, mi guardò. Poi andò nellingresso, prese la borsa blu. Erano mesi che stava lì. Sembrava sapesse che prima o poi…

Ti chiamo, disse dalla porta.

Va bene, risposi.

La porta si chiuse. Scattò la serratura. Rimasi nella stanza, circondata da un silenzio che suonava solo di assenza.

I primi tre giorni niente lacrime. Strano. Me le aspettavo, ci avevo fatto i conti, invece niente. Era qualcosa di diverso. Come quando togli un mobile da dovè stato anni interi: resta il segno più chiaro sul pavimento, un vuoto sospeso. Non dolore, ancora no. Solo spazio attorno.

Al lavoro non battetti ciglio. Lavoro come contabile in una piccola impresa edile; lì i numeri non ti chiedono come stai, ti obbligano solo a tornare a tornare.

Il quarto giorno preparai la stessa lasagna. Non so perché. Uguale ricetta, stessa teglia, stessi ingredienti. Tagliai, mangiai. Era buona. Irritabilmente buona.

E lì, finalmente, vennero le lacrime. Sulla lasagna, da sola, davanti al solito tavolo. Ho pianto come una bambina, senza freni. Poi mi lavai la faccia, bevvi il tè, andai a dormire.

Il giorno dopo Paola si presentò senza avviso, chiamò solo dal portone: apri, sono sotto. Salì con una busta di pane e altro. Deposita, abbraccia. Mutismo. Nessuna lacrima, ormai finite, consumate sulla lasagna.

Racconta, ordinò Paola.

Che ti devo dire? Lo sai già.

Sì, ma raccontalo. A voce serve.

Raccontai. Luglio, la telefonata, la borsa blu, il ti chiamo. E no, non aveva più chiamato, era passato oltre una settimana.

Lo aspetterai? domandò Paola diretta.

No, risposi. E mi stupii di quanto mi venisse facile.

Sei sicura?

Sì. Sono stanca di aspettare. Ho aspettato tutta la vita. Nemmeno so quando ho iniziato. Solo che ho sempre aspettato: che chiamasse, che venisse, che scelga. Non ha mai scelto. Tornava solo quando non aveva alternative. Sai come si chiama?

Come?

Aeroporto di riserva. Sono sempre stata la sua pista di emergenza. Lì ferma, pronta, luci accese, pronto latterraggio. Lui volava avanti e indietro. Sempre sapendo che, se serviva, trovava atterraggio sicuro.

Paola mi scrutava.

Ci pensavi già da tempo?

Lo sapevo da sempre. Ora lo capisco davvero.

Sapere e capire: due mondi diversi. Puoi sapere e fare finta di non sapere per anni. Capire, invece, vuol dire non potersi più nascondere.

Agosto fu onirico. Non cupo, solo quieto. Andavo al lavoro, tornavo, cucinavo, leggevo. Ogni tanto, passeggiate lunghe sulla Darsena, guardando lacqua, le luci dei lampioni, la gente, coppie, solitari Pensieri vari.

Un giorno incrociai la vetrina dun negozio, mi vidi: donna col trench chiaro, capelli raccolti. Non giovane, non vecchia, stanca ma diritta. Mi chiesi: cosa vuoi tu? Non lui, non Giovanni, non tutto quanto. Tu? Nessuna risposta, ma la domanda contava.

A settembre spostai i mobili. Partii dal divano, ho capito di punto in bianco che stava dalla parte sbagliata, nascosto alla luce. Lo spostai. Poi lo scaffale, poi il resto. La stanza era diversa, più ariosa e viva. Mi domandai: perché non lho fatto prima?

Forse per paura di cambiare. O che lui tornasse e brontolasse: che hai combinato qui?

Ma ora, non cera più nessuno da temere.

Comprai nuove tende, lino crema a fiori piccolissimi. Le vecchie erano navy, pesanti, mangiavano tutta la luce. Le nuove lasciavano entrare il sole; la casa luccicava al mattino. Non lavevo mai visto, tutto quelloro.

A ottobre mi iscrissi a un corso ditaliano (sì, lo so, rido anchio), era da un po che ci pensavo ma tergiversavo: a che mi servirà? Stavolta lho fatto. Gruppo simpatico, gente di ogni età, un insegnante giovane che ci faceva cantare O Sole Mio come allEurovision. Cantavo, a squarciagola anche se non sono mai stata a Sorrento.

Paola era incredula.

Italiano?! domandò al telefono.

Italiano.

Ma perché?

Voglio andare a Barcellona, dissi.

Patrizia, a Barcellona parlano spagnolo.

Lo so. Ma inizio con litaliano. Si assomigliano.

Che non era proprio vero, ma mi piaceva fare qualcosa di improbabile. Qualcosa solo mio.

Barcellona è spuntata così. Cercavo su internet e ho visto certe foto della città. Non le solite da cartolina, no, vita vissuta: mercato al mattino, vecchietto col giornale in panchina, un gatto fulvo sul davanzale. Uno scatto interno. Lì voglio andare. Non in vacanza, non una settimana turistica: un po di vita. In quella luce, tra quei muri, in quellaria che sa di mare e di arance.

Presi un foglio: “Barcellona. Primavera”. Due parole. Attaccato al frigo. Lo guardavo ogni mattino.

Novembre portò il freddo. Feci labbonamento in piscina. Nuotavo la mattina presto, una mezzora, la cosa migliore fatta negli ultimi tempi. In acqua non pensi, solo vai avanti. Fa bene.

Qualche volta mi tornava in mente Giovanni. Dove sarà, se sta bene con Chiara, se la storia è a posto. Non gli volevo male, no. Ogni tanto pensavo a lui come a una vecchia foto: i dettagli li ricordi ma le emozioni sono altre, distanti.

A dicembre Paola mi invitò a Capodanno con i suoi amici. Per poco non mi ritiro, poi ci vado. Conosco gente nuova, si ride, si beve prosecco, a mezzanotte tra baci e brindisi mi scopro più leggera. Come dopo aver lasciato zaini che pesavano da sempre, e nemmeno ti ricordavi quanto.

Gennaio, febbraio. Continuavo piscina, italiano, letture arretrate. Sistemai finalmente il ripostiglio, via le cianfrusaglie inutili. Tra gli scarti, il vecchio plaid di Giovanni quello di quella prima volta sul mio divano, molti anni fa. Lavato, piegato, chiuso in una busta per la Caritas. Che scaldi qualcun altro.

Marzo tornò ancora. Era passato un anno preciso da quando aveva suonato alla mia porta con la borsa blu.

Ero alla finestra con il caffè. Fuori ciocche di neve sporca, piccioni sonnacchiosi, soliti marciapiedi. Tutto uguale. Solo io diversa.

Mi chiamò di sabato, sul mezzogiorno. Il numero sul display, un tuffo non di gioia né dolore, solo uno stimolo automatico.

Risposi.

Patti, disse. La voce familiare e straniera insieme. Sono io.

Lo vedo.

Come stai?

Bene. Tu?

Pausa.

Malissimo. Possiamo vederci?

Un secondo per pensarci.

Certo. Dove?

Da te?

No, serena. Vediamoci sotto casa. Scendo tra venti minuti.

Pausa. Si capiva che non se laspettava.

Ok, disse piano. Va bene, giù.

Finisco il caffè. Indosso il cappotto. Davanti lo specchio una donna in grigio perla. Calma. Pronta.

Era lì ad aspettarmi. Più vecchio, leggermente. O forse ero soltanto cambiata io. Vestito meno curato, magro. Mi guardava sperando e un po scomodo.

Ciao, fece.

Ciao, risposi.

Passeggiammo nellaria di marzo. Lenti, senza meta.

Patti devo dirti una cosa, importante.

Dimmi.

Ho vissuto malissimo questanno. Con Chiara niente, non è andata. È stata lei ad andarsene. E il lavoro pure a rotoli. I soci si sono sciolti, tutto sfumato. Sono rimasto insomma, da solo.

Ascoltavo, senza interrompere.

Ho pensato tanto a te, proseguì. E ho capito che ho fatto lo stupido. Tu eri la cosa più vera che avessi, ma non lho apprezzata. Tu sei la persona più vera della mia vita.

Giovanni, lo fermai.

No, lasciami dire. Vorrei provare di nuovo. Sul serio, senza tirare indietro. Sono cambiato, davvero. Lasciami una possibilità.

Passammo accanto a un vecchio ippocastano. Già vedevi le gemme. Presto avrebbero messo le foglie.

Mi fermai.

Si fermò anche lui.

Sei ancora più bella di un anno fa, disse improvvisamente. Come hai fatto?

Sorrisi appena.

Succede.

Patti, mi prese la mano dimmi qualcosa.

Guardai la sua, calda e nota, quella che una vita avevo desiderato stringere.

Ma la liberai piano.

Giovanni, spiegai. Vorrei che tu capissi. Non offenderti, ma capisci davvero.

Parli di cambiamento. Ti credo. Un anno è lungo. Ma non si tratta di te. Si tratta di me.

Che cè?

Sono cambiata anchio. Solo in un altro modo. Tu hai perso qualcosa e vuoi ritrovare. Io ho trovato qualcosa e non ho voglia di perderlo.

Nei suoi occhi qualcosa vibrava, ansioso.

Cosa hai trovato?

Me stessa. Banale, ma vero.

Patti

Aspetta. Lo fermo dolcemente. Non sono arrabbiata con te. Non avrebbe senso. Ma una cosa la devi sapere: sono stata il tuo aeroporto di riserva.

Provò a parlare, tagliai corto.

Atterravi quando andava male. Facevi rifornimento, io accoglievo, contenta. E tu tornavi a casa. Perché lì era più rumoroso, affascinante, scintillante. Sapevi che qui si atterrava bene. Comodo, sicuro. Ma adesso questa pista è chiusa. Nessun ripicca: semplicemente, non voglio più fare la possibilità di scorta. Nemmeno per una brava persona. E tu sei bravo, davvero.

Silenzio lungo.

E quindi?

Ho dei piani. A primavera vado a Barcellona. Studio italiano (quando lì si parla castigliano, sì). Piscina ogni mattina. Vivo in una stanza con tende nuove e mobili diversi. Leggo quello che voglio. Questa è la mia vita. Magari non scintillante, ma mia. E chi viene solo perché non ha alternative, non ci entra più.

E se venissi da te e basta, non per mancanza di strade? replicò.

Lo fissai. Uno sguardo vero, forse sincero.

Può darsi. Ma non ho più modo di controllare. La vecchia Patrizia, quella che attendeva e riservava spazio, non cè più. Quella nuova fa scelte diverse.

Fece un passo verso di me.

Patti, lasciami almeno provare.

No. Senza enfasi o rancore. Solo no. Non perché sono crudele, né voglio punire. Ma perché so come va a finire. Lho già vissuto.

Restammo lì, davanti al portone. Stessa via, anno diverso. E io, completamente diversa.

Nemmeno un tè al timo? tentò.

No.

Perché?

Il tè al timo per me si è già chiuso. È linizio di qualcosa. E di nuovi inizi non ne voglio.

Abbassò gli occhi. Tacque. Poi di nuovo.

Sei felice? Solo una domanda, senza pesi.

Ci pensai. Come quando Paola me lo domandò al bar.

Sì, risposi. Qui, ora, sì.

Meno male, reagì lui. E sembrava sincero. Davvero bene, Patti.

Silenzio.

Sentiamoci qualche volta. Una telefonata, due chiacchiere.

Scossi la testa.

Non serve. È giusto così. Ognuno la sua strada.

Annui lentamente, come chi metabolizza una mazzata.

Barcellona, quindi?

Barcellona.

Bella città.

Lo so, dissi, anche se non ci sono mai stata. Lo so.

Si voltò e se ne andò, senza voltarsi. Lo guardai sparire. Uomo che conoscevo da trentanni. Luomo che ho amato più di me stessa. Luomo che ora lasciavo andare, senza dolore, solo con pace.

Come quando apri la finestra e lasci uscire un uccello che voleva già volare.

Rientrai, quarto piano senza ascensore. La chiave che gira, il profumo di caffè, le tende di lino, il sole di marzo sul divano finalmente spostato.

In cucina, il bollitore sul fuoco. Non timo, stavolta. Menta: abitudine nuova, tutta mia.

Tolgo il biglietto dal frigo: Barcellona. Primavera.

Guardo. Prendo la penna e aggiungo: Aprile.

Aprile non è lontano.

Laeroporto è chiuso. La torre di controllo ha spento tutte le luci. E io, finalmente, mi sono imbarcata per il mio volo.

***

Non è successo tutto in una volta. Prima di arrivare sotto quel portone e al discorso finale, è passato un anno intero. Un anno che mi ha cambiata non di colpo, ma poco a poco. A dirlo tutto, ci vuole tempo. Perché ogni mese qualcosa è cambiato, piccolo ma importante.

Quando Giovanni se ne andò quella sera di luglio con la borsa blu, non capii subito. Almeno, non in fondo. Razionalmente sì, ma dentro scattavano ancora i magari.

I giorni dopo proseguirono come sempre. Sveglia, lavoro, casa. Cucinare solo per me, strano. Mi ero abituata a cucinare per due. Farei meno, restava comunque. Sistemai le sue cose, la sua tazza blu con il bordo scheggiato dimenticata, o lasciata apposta.

In dispensa, lontano dagli occhi, non lho buttata. Solo messa via. Per quando sarei stata pronta.

Al quinto giorno chiamò mia madre da Firenze. Di solito si sentiva di domenica, ora era mercoledì.

Patti, va tutto bene? entrava diretta, senza saluti. Lei, un radar umano.

Tutto bene, mamma.

Voce strana.

Un po stanca.

Il lavoro?

Il lavoro.

Pausa.

Se nè andato, vero?

Quasi scoppiai a ridere. Radar veramente.

Come lo sai?

Sono tua madre, per bacco. Come stai?

Abbastanza bene. Non benissimo, ma va.

Vuoi venire su?

No, grazie. Devo restare qui.

Va bene, rispose, brava a non forzare. Però non sparire. Se stai male chiama.

Promesso.

Non chiamai. Non stavo malissima. Era una solitudine pesante, scelta, che però pesa ugualmente. Ma niente disperazione. Niente desiderio di richiamarlo. Forse, in fondo, avevo sempre saputo che sarebbe finita.

A fine luglio sono stata dal parrucchiere, Laura si chiamava, taglio da anni sempre uguale, mani doro. Mi studiò un secondo, senza domande superflue.

Che facciamo oggi?

Più corto. Molto.

Quanto?

Fino alle spalle. E un colore più chiaro.

Due ore dopo, unaltra. Non proprio, ma qualcosa sì. Leggera, come se avessi tagliato chili di passato insieme ai capelli.

E fuori, la signora Rita: settantanni, esperta in tutto.

Patrizia! Che cambiamento!

Tagliato, Rita.

Stai benissimo. Dieci anni in meno.

Troppo gentile.

No davvero! Se una donna si cambia i capelli, cè sotto qualcosa. O bello, o brutto, ma cè.

Un po di tutto.

Limportante è non restare ferme.

Parole sagge.

Agosto fu caldo torrido. Due settimane di ferie, per la prima volta dopo anni. Non sono andata a Rimini, né niente. Ho vissuto la città come non avevo mai fatto, scoprendo il piccolo orto botanico vicino casa. Mai entrata prima in ventanni; ad agosto, finalmente. La pace, il verde, i profumi di terra e fiori che ignoravo. Restavo seduta a leggere, o a guardare come muoveva il sole tra i rami.

Questa si chiama vivere, ho pensato. Non noia, non vuoto. Vita.

Lì incontrai una donna, Elena, qualche anno più grande. Mi chiese di sedere, panchine tutte occupate. Leggeva anche lei. Ci ignoravamo cortesemente, a volte due parole. Ex insegnante ora pensionata, figli fuori. Nessuna lagna, anzi. Ecco come si fa.

Ogni tanto, a settembre, ci trovavamo ancora. Piccole chiacchiere. Non è nata unamicizia epica, ma faceva piacere: sapere che cè chi condivide silenzi e dettagli.

Larrivo dellanno scolastico dava, anche per chi non ha figli, un senso di nuovo. Sentivo il bisogno di cambiare: così, quella sera, via divano, via scaffale, nuova disposizione. Da sola, tra sudate ed errori. Ma il risultato era bellissimo. Più aria, più vita.

Ripensai a Giovanni. Speravo se la cavasse bene con Chiara. Non per eroismo: nutrire rancore costa energia che ora spendo altrove.

Un ottobre di corso di italiano, allegro e spassoso. Eravamo in otto, tutti diversi: un ragazzo che voleva trasferirsi a Roma, una signora Rossella innamorata del cinema, una mia età Luciana per passare il tempo. Siamo diventate amiche. Lei travolgente, ironica, diceva quello che le passava per la testa.

Un giorno, post-corso, un caffè insieme e mi chiede:

Ma litaliano perché?

Devo andare a Barcellona, risposi.

Risata contagiosa.

Ma dai! Lì parlano castigliano!

Sì, ma litaliano suona meglio. E sono simili.

Logica tutta tua!

Poi cinema, mostre, pettegolezzi di romanzi. Mi ha fatto scoprire che i nuovi incontri arrivano se non chiudi le finestre.

Novembre, dicembre, gennaio: piscina, Capodanno da Paola, letture nuove e libertà di comprare quello che mi va. Ho trovato il vecchio diario di gioventù. Leggevo e, tra unimbarazzo e un sorriso, ho scritto allultima pagina: Tutto bene. Te la sei cavata.

Febbraio con anticipo di primavera. Scioglimento, strade bagnate, quasi marzo. Lunghe camminate in zone della mia città che non conoscevo ancora.

In una di queste scoperte, trovai una piccola libreria. Profumava di carta e chiodi di garofano. Il libraio, vecchietto assonnato, mi fece scegliere senza disturbo. Tre libri: una guida su Barcellona, uno sullarte, un romanzo. Alla cassa si svegliò.

Ottime scelte, dichiarò, indicando il romanzo. Specialmente questo.

Letto?

Anni fa. Parla di come cambiamo nel tempo.

Perfetto. È il tema, adesso.

È sempre il tema, e mi impacchettò i libri.

La guida la lessi in una settimana. Foto di piazze, mercati, gatti, la luce catalana diversa davvero. Iniziai a pianificare per davvero. Aprile, airbnb in centro, piccolo ma carino. Biglietto in tasca. Quando ricevetti la conferma, ho provato euforia purissima.

Questa è la mia partenza. Prima volta nella vita che vado perché lo decido io, non perché devo, non perché capita. Ma una scelta.

Paola, appena lo seppe, mi abbracciò.

Così si fa, disse.

Vieni anche tu?

Vorrei. Ma stavolta ci vai sola. È il tuo viaggio.

Saggezza pura.

A marzo, telefonata a Firenze: racconto la novità a mamma, lei prima tentenna: Da sola, così lontano? E se succede qualcosa?

Mamma, ho cinquantuno anni.

Appunto, lo so!

Allora sai che saprò cavarmela.

Pausa.

Certo che sì, rispose. Sei sempre stata forte. Però fammi molte foto e chiamami quando arrivi.

Nessuna storia epica. Solo: ho preso un biglietto, chiamato mamma, farò foto. Una grande piccola rivoluzione.

A cinquantanni non cerchi di trovare qualcuno e basta. Impari a scegliere te stessa. Non perché basti sempre da sola, ma perché ti serve finalmente essere tu.

Ho sempre vissuto in attesa: quando Giovanni chiamerà, verrà, resterà. Intanto la vita si muoveva da sola e io aspettavo il via per partire.

Nessuno ti dà permessi. Te li prendi da sola.

Non lho capito in un attimo, ma piano, come arriva la primavera: allinizio poco, poi tutto.

Tutta la psicologia delle relazioni si riduce a questo: non cambi laltro. Decidi solo chi lasci oltre la porta.

E io, la mia porta, lho chiusa. Non a calci (non sono tipo), ma chiusa sì. Quel marzo al portone è stata solo la conferma.

Quando Giovanni mi chiamò, sistemavo il guardaroba. Buttavo via roba sepolta da anni. Vidi il suo numero, risposi senza scosse.

Abbiamo già parlato di quella parola finale, della pista di riserva, ma cè una cosa che ora posso dire.

Mentre camminava e parlava, pensavo: è proprio buono. Non cattivo, mai. Solo debole in un punto: Chiara. Abbagliato dal suo fuoco, sempre. Non colpa, è carattere. E quello non lo cambi.

Forse lo capiva anche lui, ma sperava disperatamente che stavolta potesse essere diverso.

E la cosa più difficile non era dire no, ma dirlo senza pena. Perché la pena cera, come capita tra vecchi amici, o ex, che in fondo hai visto invecchiare.

Ma la pena non giustifica una riapertura del portone.

Oggi posso sentire pietà restando ai miei piani.

Lo vidi allontanarsi senza voltarsi. Spero ritrovi una motivazione sua non Chiara, non io. Una vita sua. Cinquantatré anni non sono tanti. Si può cominciare.

Salgo le scale, respiro largo. Entro.

Sole in casa, tende chiare. Divano nuovo. Il biglietto: “Barcellona. Primavera. Aprile”.

In cucina il bollitore rumoreggia. Infilo la menta, non la tazza blu, ma una bianca comprata per me sola. Sottile, bella, solo mia.

Mi appoggio alla finestra. Marzo, ma diverso: più sole, meno neve, più piccioni rilassati, una donna con passeggino che ride al telefono.

Unaltra, tra tutte.

È solo una storia damore o meglio, di cosa resta dopo. Di come si può amare male e poi ricostruirsi, e di come nel ricostruirsi ci sia una bellezza insospettata.

Come si supera una separazione? Sposti i mobili. Compri nuove tende. Ti iscrivi a un corso. Vai in piscina. Scopri librerie. Impari a non aspettare.

Non aspettare.

Il più difficile e il più facile. Vivere nel presente.

Perdonare o dimenticare? Nessuno me lo ha chiesto, ma ci ho pensato. Perdonare, sì. Non per dovere, ma perché la rabbia pesa e io ora voglio volare leggera. Perdonare senza dimenticare. Ricordare ma senza portarsi dietro tutto.

Non è la stessa cosa.

Finisco il tè, metto la tazza in lavastoviglie. Accendo il pc. Sullo schermo: conferma del volo. Aprile, diretto Barcellona.

Sorrido. Cosi, per me sola.

Manca un mese. Un mese e prenderò quellaereo. Là dove la luce è diversa, le strade profumano darancia, e i gatti rossi dormono al sole.

Valori della famiglia, mi veniva da ridere. Sono parole pesanti, ognuno le interpreta a modo suo. Ora so che la famiglia inizia dalla propria persona. Se non costruisci dentro, fuori non regge. Se non impari a stare bene nelle tue scelte, aspetterai sempre le scelte altrui.

Io ho aspettato davvero troppo. Ora non più.

Messaggio di Luciana: cinema domani sera? Rispondo: “Perfetto, ci vediamo lì.”

Mi specchio. Donna, finalmente stabile. Non teatrale, solo tranquilla.

Domani cinema. Dopodomani italiano. Fra una settimana piscina. Tra un mese, Barcellona.

La vita va. Quella giusta. Mia.

Aeroporto chiuso.

E sopra i fili, le case, le nuvole di marzo che odorano già daprile, vola il mio volo.

Sto partendo.

La sera, dopo il film e quattro risate con Luciana su una commedia improbabile, rientro. Appendo il cappotto e noto la tazza blu. Quella storica, scheggiata. Apro la credenza, la prendo. La guardo girando tra le mani.

Solo una tazza. Blu, rotta. Niente più.

La rimetto accanto a quella bianca. Resti pure. Non come ricordo, né come simbolo. Come oggetto banale.

Vado a letto leggendo il romanzo sulla metamorfosi personale, appena comprato. Sì, si cambia così. Non di colpo, ma a pagina a pagina, giorno dopo giorno, finché scopri: sono diversa.

Chiudo il libro, spengo la luce.

Fuori piove di marzo, linea e regolare, non triste. Solo pioggia.

Ascolto, sento quiete. Non vuoto. Quiete.

Domani italiano (e canteremo ancora, mi vergogno poco ormai). Dopodomani piscina. Fra un mese, Barcellona.

Ora pioggia e buio che fa bene.

Chiudo gli occhi.

E proprio prima di dormire, mi vedo: cortile silenzioso, sole daprile, un gatto rosso sul davanzale. Io con il caffè, guardo il gatto che guarda me. Siamo entrambe contente così.

Aeroporto di riserva chiuso.

Pista di decollo aperta.

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