Mamma, vieni a vivere da noi! Perché dovresti restare sempre sola?: La signora Teresa si è trasferita dalla figlia, ma l’ha attesa una delusione

Mamma, vieni a vivere da noi! Perché devi stare sempre da sola? Qui starai meglio, più comoda, e finalmente qualcuno ti terrà docchio mi ripeteva sempre mia figlia Alessia, ogni volta che mi chiamava la sera per chiedere se andava tutto bene.

Per tanto tempo ho rifiutato. In fondo ho i miei settantacinque anni, le mie abitudini, il mio ritmo giornaliero.

Mi piace svegliarmi presto, farmi il caffè nella solita tazzina un po sbeccata e sedermi accanto alla finestra a guardare i platani davanti al condominio. Non sarà il massimo del lusso, ma questa è casa mia. La mia pace. Il mio mondo.

Eppure sentivo la solitudine sempre più forte, soprattutto da quando la mia cagnolina, Lilla, se nè andata due anni fa. Il silenzio era diventato davvero assordante. La televisione mi annoiava, i libri li richiudevo dopo poche pagine, le vicine passavano più tempo dai figli che da me, per un tè. Ho iniziato a domandarmi se Alessia, in fondo, avesse ragione.

Finché un pomeriggio mi richiama e mi dice:
Mamma, vieni a stare da noi. Ti prepariamo una bella stanza, tutto sarà più facile
Va bene le ho risposto, sorprendendo addirittura me stessa. Se ci tenete davvero, vengo.

Non sapevo ancora che quella decisione avrebbe cambiato ogni cosa. Prima in meglio. Poi un po meno.

Alessia era felicissima.
Mamma, non sai che gioia! continuava a ripetere, quasi avesse paura che ci ripensassi. Marco verrà a prenderti sabato. Abbiamo già comprato delle lenzuola nuove, le tende e una lampada da notte. Vedrai che starai benissimo!

Volevo davvero credere che fosse linizio di una fase nuova e serena della mia vita. Di essere più vicina alla famiglia. Di non addormentarmi più da sola, con il rumore del cucù come unica compagnia. Quella sera ho fatto una piccola valigia: qualche vestito, le foto, un paio di libri, quelli a cui ero più affezionata. Il resto sarebbe venuto dopo così, per non legarmi troppo. Mi raccontavo che era solo una prova.

Sabato Marco è arrivato puntualissimo. Sempre gentile, un po troppo pieno di energia per i miei gusti, ma carino. Quando ho chiuso la porta di casa, mi è venuto un brivido strano, come se stessi lasciando una parte di me dietro quella porta.

Lappartamento di Alessia era grande e luminoso, si vedeva che cera tanto movimento: i giochi di Matteo, il mio nipotino, sparpagliati in salotto, le macchie di pennarello sul tavolo, il bucato da stirare ammassato in cesto. La cameretta che avevano preparato per me era davvero graziosa: lenzuola nuove, una luce calda, una pianta sul comodino. Ho pensato che forse sarebbe stato davvero tutto così dolce.

I primi giorni sono stati bellissimi. Alessia mi faceva il caffè, Matteo raccontava tutte le sue piccole avventure allasilo, Marco scherzava a cena. Passeggiavo con Alessia per il parco, cucinavo loro il brodo, Matteo divorava i miei pancakes alla marmellata che sembrava incantato. Mi sono sentita finalmente utile. E amata.

Il quarto giorno, però, qualcosa ha iniziato a scricchiolare.

La prima cosa è stato il rumore. Marco camminava per casa con le scarpe, Alessia lavorava da remoto e passava ore al telefono, Matteo giocava con le macchinine che facevano un baccano infernale, trombe, clacson, sirene. Avevo la sensazione che le orecchie mi scoppiassero.

Quando ho detto ad Alessia che magari era un po troppo casino, lei mi ha sorriso e basta:
Mamma, questa è la vita con un bambino. Ti ci devi abituare.

Ci ho provato, davvero. Solo che la sera, quando tutti dormivano, il mio cuore batteva come un tamburo. Dopo aver vissuto quindici anni da sola, quel caos improvviso era come una tempesta senza fine.

Poi è arrivato il secondo problema. A cena Marco si versava un bicchiere di vino, poi un altro. Nulla di eccezionale, ma dopo il terzo e il quarto iniziava ad alzare la voce. E io ho sempre avuto paura delle voci forti, fin da quando mio padre Beh, lasciamo stare. Sono ricordi che preferisco non riesumare.

Matteo faceva dei capricci, Alessia era stanca, Marco si innervosiva: In questa casa nessuno sa rilassarsi! ripeteva. Io sedevo allangolo del tavolo, stringendo forte le mani, chiedendomi dove fosse finito quel tepore familiare che avevo sognato.

Col passare dei giorni sono usciti altri dettagli.

Alessia, quando era nervosa, mi diceva:
Mamma, cerca almeno di non intralciare, ho mille cose da fare.

Marco lasciava piatti sporchi in cucina e mi lanciava, mezzo serio mezzo ridendo:
La mamma è sempre stata la magica delle pulizie, niente paura!

Matteo ormai non veniva mai nella mia stanza, e io sempre più spesso restavo lì dentro, senza uscire.

Mi sono accorta anche che, quando mi offrivo di cucinare, Alessia mi rispondeva:
Non serve, mamma, riposati, piuttosto.

Ma se proponevo una passeggiata:
Non abbiamo tempo adesso. Domani magari.

Solo che domani non arrivava mai.

Una sera, verso mezzanotte, un tonfo mi sveglia. Marco e Alessia litigavano forte, come volessero sfogarsi su tutto il vicinato. Urla, accuse, nervi a fior di pelle. Sono andata per intervenire, per dire loro: Ragazzi, basta, non ne vale la pena, ma è bastato uno sguardo gelido di Alessia per far congelare le mie parole.

Mamma, queste non sono cose che ti riguardano. Vai a dormire.

Ho obbedito. Quando ho richiuso la porta, mi sono sentita spezzare dentro.

Quella notte mi è venuta la pressione alle stelle. Hanno chiamato il medico, che mi ha chiesto se prendevo farmaci a quelletà, chi non lo fa? e mi ha detto che forse era il momento di iniziare.

Per la prima volta ho pensato alla mia vecchia casa. Alla cucina col centrino a fiori. Alla poltrona vicino alla finestra, ai libri, al silenzio, alla libertà.

Col passare dei giorni quel pensiero è tornato sempre più spesso. Finché, un pomeriggio, ho trovato Matteo in camera sua, incollato al tablet, così assorbito dal gioco che non mi ha nemmeno sentita. È stato allora che ho capito.

Qui sono estranea.
Sono unospite, non una di famiglia.
E nemmeno di quelli che aspetti con gioia.
Piuttosto, uno che si tollera.

La sera stessa ho detto ad Alessia:
Torno a casa mia.

Si è fermata a metà del piatto, mi ha guardato tra lo stupito e linfastidito:
Mamma, ma qui hai tutto. Vuoi davvero tornare alla solitudine?

Tesoro le ho sorriso, tranquilla la solitudine non è la stessa cosa che vivere senza serenità. Lo capirai quando avrai la mia età.

Ha provato a farmi cambiare idea, ma il mio cuore aveva già deciso.
Il giorno dopo ho fatto la valigia e ho chiesto a Marco di riportarmi a casa.

Appena varcata la soglia della mia vecchia casa, mi è sembrato di poter respirare finalmente a pieni polmoni. Ho lavato il pavimento anche se era già pulito. Ho sistemato i fiori. Ho fatto il tè nella mia tazzina. Mi sono seduta accanto alla finestra.

Il silenzio era di nuovo mio. Non faceva più paura, anzi, mi tranquillizzava. E per la prima volta dopo mesi, ho sorriso davvero.

Ho pensato a un gattino. Rosso, con gli occhi verdi. Un piccolo compagno che riempirà la casa col suo ronfare.

Sì. Domani andrò al gattile.
Perché la vita si può ricominciare a qualsiasi età.
Purché sia davvero a casa propria.

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Mamma, vieni a vivere da noi! Perché dovresti restare sempre sola?: La signora Teresa si è trasferita dalla figlia, ma l’ha attesa una delusione
Sorpresa al caffè – ora mio marito non ha più scuse — Ho chiesto il divorzio, — disse Varvara con indifferenza una settimana dopo l’accaduto. — In che senso? — balbettò Gennaro. — Ma va tutto bene tra noi! Faccio tutto quello che vuoi… — Non ti amo più, non posso perdonare, — rispose Varvara con lo stesso tono. — Anche solo stare nella stessa stanza con te è una tortura. Varvara non aveva proprio intenzione di sposarsi a 20 anni — pensava prima a laurearsi, ma Gennaro era così insistente, premuroso, gentile. L’ha corteggiata per ben due anni, conquistando anche la suocera… — Figlia mia, saresti una sciocca se ti lasciassi scappare un ragazzo così, — diceva sempre la mamma ogni volta che Gennaro sistemava qualcosa in casa o portava fiori ad entrambe. Varvara lo ha sposato solo quando ha capito che senza di lui, quel ragazzo apparentemente normale ma attento e affettuoso, non poteva immaginare la propria vita. I successivi 14 anni sono stati molto felici: una casa tutta loro, una buona macchina, vacanze in belle località. E neanche una vera lite. — Che noia mortale, — storceva il naso l’amica di Varvara, Oxana, che con il marito viveva invece le classiche passioni all’italiana. — Come fate a vivere così? Senza amore, senza fuochi d’artificio… — Noi ci amiamo molto, ci fidiamo uno dell’altra e guardiamo nella stessa direzione, — sorrideva Varvara. — Non sempre l’amore significa litigi e scenate. Varvara e Gennaro andavano davvero d’accordo in tutto: stessi gusti in film, cibo, vacanze. L’unico tema di discussione: un figlio. Varvara desiderava tanto un bambino, ma non poteva averlo. Due tentativi di fecondazione assistita, falliti. Fu la prima volta che il marito alzò la voce. — Varvara, fermati! Ti stai ammazzando così! Si vive bene anche senza figli, milioni di persone vivono così! Perché continuare a soffrire? — Io voglio essere mamma. Tu non vuoi essere papà? — piangeva lei. — Ma non a costo della tua salute! Basta. Ti amo troppo per rischiare di perderti. Gennaro era contrario all’adozione. — No, allevare un bambino di altri, con chissà che ereditarietà, non lo voglio. Meglio pensare a una madre surrogata. Ma non c’erano abbastanza soldi. Varvara faceva la contabile in fabbrica, Gennaro tecnico manutentore nello stesso posto. Si viveva bene, ma i risparmi erano pochi, anche perché lui non voleva rinunciare a nulla per il sogno di Varvara. Quel giorno, una sua amica che lavorava in maternità la chiamò: “C’è un bimbo abbandonato, sanissimo, la madre niente di strano — solo superficiale. Lo ha lasciato e se n’è andata subito”. Ecco la loro occasione! Varvara lasciò l’ufficio di corsa e andò a casa. Doveva convincere Gennaro, era decisa! Attraversando il parco, vide il marito diretto al loro bar preferito. Avrà voluto sorprenderla con una cena romantica e il suo spiedino di pesce preferito, pensò. All’inizio non fece caso alla giovane accanto a Gennaro, finché lui non la abbracciò e la baciò teneramente, dicendole qualcosa. Entrarono mano nella mano nel caffè, lasciando Varvara impietrita. Lei entrò a sua volta e si sedette vicino a loro, senza essere vista. Il locale aveva alte pareti divisorie, che regalavano la sensazione di intimità — proprio quello che piaceva tanto anche a lei e Gennaro. La coppia non si accorse della sua presenza, e Varvara allora sentì: — Ma come mai mi porti in caffè così, in pieno giorno? — scherzava la ragazza. — Non hai paura che tua moglie ti scopra? — Chi, Varvara? — rise Gennaro. — Se capita, me la cavo. Lei si fida ciecamente, non crederà mai ai pettegolezzi. Ho la reputazione di essere il marito perfetto! — disse ridendo. — E poi, è al lavoro… Dai, Lucia, parliamo di noi… “Lucia” rise… Cos’abbia detto dopo Varvara non lo sentì, uscì lentamente dal locale. Cuore, anima, quello che sia, non volevano credere a ciò che aveva visto e sentito, ma certi ricordi non si cancellano. Nel parco, sopra una panchina, rimase paralizzata per un’ora. Cosa doveva fare? Come sopravvivere a un tradimento così? Il telefono squillò: era sempre l’amica, Katia. — Allora, Varvara, che avete deciso? Perché il piccolo va via presto. Bisogna fare in fretta… — Gennaro ha un’altra, — confessò Varvara. — Se l’è cercata! — Come, cioè?.. — Beh, forse non è come pensi… — tentennò Katia. — Ho visto tutto coi miei occhi. Dimmi tutto. — Gennaro ti tradisce da un po’, — ammise Katia. — Lo sanno tutti, ma nessuno voleva intromettersi. Siete la coppia perfetta! Varvara, non disperare! Li fanno tutti certe cose — almeno Gennaro ti ama davvero… — Ti richiamo dopo, — chiuse Varvara scoppiando a piangere. Dopo un’ora aveva smesso; dopo un’altra era ormai calma. Sul cellulare 14 chiamate perse da Gennaro e Katia (aveva messo il silenzioso). Varvara si alzò decisa e andò a casa. Ora sapeva cosa fare. — Varvara! Dove sei stata?! Stai bene?! — Gennaro era visibilmente agitato. — Perché non rispondevi? La abbracciò forte. — Stavo impazzendo dalla paura… Sentiva il cuore di lui battere forte, — davvero si era spaventato, — ma lei si liberò silenziosamente dal suo abbraccio. Si tolse le scarpe, posò la borsa sulla credenza e poi disse: — Gennaro, so che mi tradisci. Non ti chiederò come hai potuto, tanto non cambia niente. Chiederò il divorzio, Gennaro. — Varvara, cosa dici? Chi ti ha raccontato questa assurdità? Ti amo e non ti tradirei mai… — ma poi tacque davanti al suo sguardo serio. — Ti spiego tutto… Gennaro davvero tentò di spiegare, di chiedere scusa e perdono. Lei ascoltava in silenzio, e lui diventava sempre meno sicuro… — Gennaro, non ti amo più e non credo più a una parola. Basta… — Varvara andò in camera a preparare la valigia. — Perdonami, idiota che sono! — ripartì Gennaro con insistenza. — Ti amo, solo te! Nessun’altra conta! Farò di tutto perché tu mi perdoni! — Tutto? — si voltò lei. — Sì, — confermò lui, annuendo convinto. — Bene. Allora adottiamo il bambino. Katia mi ha detto che c’è un piccolo perfetto. Poi vedrò… — Sono d’accordo! — Gennaro si bloccò per un istante. — Faccio tutto, tutto! Fu di parola. Chiamò tutti i conoscenti possibili, che in cambio di una mancia aiutarono a accelerare l’adozione. La seguì in tutto: corso genitori affidatari, visite mediche, acquisti per Artemio. Era presente e super premuroso, dichiarava il suo amore, anticipava ogni desiderio. Insomma, recitava il ruolo del marito ideale. Varvara era convinta che recitasse e basta — non gli credeva più. Dopo sei mesi furono ufficialmente genitori di Artemio. — Ho chiesto il divorzio, — ribadì Varvara, indifferente, una settimana dopo. — Come sarebbe? — balbettò Gennaro. — Va tutto bene. Faccio tutto quel che chiedi… — Non ti amo, non posso perdonare — ripeté lei con lo stesso tono. — Anche solo stare con te è ormai una tortura per me. — Ma come?.. — rimase Gennaro perplesso. — Mi hai solo usato, allora? Solo per avere un figlio? Lei scrollò le spalle e si voltò dall’altra parte. — Ognuno per sé. — Ma che razza di persona sei… — Gennaro si voltò di scatto e uscì di casa. Regalò perfino la sua quota della casa ad Artemio. Credeva avrebbero avuto una vera famiglia, figlio e moglie amata. Era disposto a cambiare e impegnarsi in ogni modo per questo. Tornò solo la sera. — Sei davvero sicura del divorzio? — Sì. Puoi andare a vivere da mia madre intanto. Più avanti venderò l’appartamento e ti darò qualcosa. Non mi scuserò, Gennaro. Mi hai tradito, e ora mio figlio è l’unico uomo della mia vita. — Va bene. Ti sei voluta tutto tu. Ma sappi che Artemio è mio figlio, — disse Gennaro guardandola negli occhi. — Lo so, abbiamo fatto le carte insieme. Puoi vederlo. — No, tu non hai capito. Artemio è mio figlio biologico. L’ha partorito la mia ex. Ci siamo lasciati proprio per la sua gravidanza. Lei rimandava l’aborto — sperava che l’avrei sposata. Ma io amavo te! Capisci? Te! Varvara lo fissava incredula. — Esatto! — proseguì Gennaro. — Lei minacciò di lasciarlo in ospedale e l’ha fatto. Respirò affannato. — Ma io non sapevo che avresti adottato proprio quel bambino. Che coincidenza incredibile… Quando l’ho saputo era già tardi… — Ho capito, Gennaro, ma non cambia nulla. — Dopo una pausa Varvara aggiunse: — Per favore, trasloca e non evitare il tribunale. A lungo Gennaro non volle crederci, ma il divorzio si è davvero consumato. Ora vede Varvara e suo figlio nei weekend e spera ancora in un ritorno di fiamma.