Una mattina di primavera
Ragazze, sveglia. È il momento delle iniezioni! Una carrellina tintinnante entrò garrula nella stanza opprimente e calda, la luce si accese. Fuori, lalba dorata già inondava i palazzi con la sua luce accecante, si impigliava nei fumi della città e stracciava le nuvole. Un altro giorno, come tanti. Quanti ce ne sono già stati e quanti ne verranno impossibile contarli. Quanti destini sono passati, quanti passereanno ancora chi può dirlo. Un singolo giorno…
Le pazienti si agitarono sotto le lenzuola, si sollevarono a fatica, stropicciandosi gli occhi contro quella luce insopportabile.
Rossi! chiamò forte linfermiera.
Eccomi, eccomi! Gina, non si può evitare? si udì dal letto più vicino allingresso.
No che non si può! Dai, bella ragazza, così facciamo in fretta. Sì, fa male Ma che è più sopportabile, il dolore o la malattia? Sai quante notti hai passato in rianimazione? Questa è la terza, vero? Ormai il posto lì è occupato, qui si va avanti, niente capricci. Brava, brava! linfermiera fece velocemente la puntura a una donna pallida dagli occhi infossati. Oh, Rossi! Barbara! Perché piangi?
Voglio andare a casa la donna si contrasse, singhiozzando piano. Non ce la faccio più, mi sembra di vivere qui da un anno. Basta…
Tra poco torni a casa. Sulle tue gambe, sentirai! Niente lacrime. Ogni giorno è un passo avanti, Barbara! Verso il futuro! Tieni, una caramella, “Orsetto nel Bosco” Gina tirò fuori una cioccolata dal taschino del camice, tutta azzurra con lorsetto disegnato. Il primario laveva regalata a Gina il giorno prima per il suo onomastico, ormai su questo si scherzava. Il dottor Andrea le faceva la corte, lo sapevano tutti, anche se Gina si vergognava per via delle differenze sociali, e anche sul lavoro non è proprio il massimo. Ma a lui non importava affatto, diceva sempre: Sono un uomo libero di amare chi voglio. Gina sorrise al pensiero. Ti piacciono gli Orsetti, Barbara? Prendi! Tra poco, ragazze mie, vi dimetteranno e tornerete a cucire abiti, che è primavera, si sente ovunque! Oggi ho visto le primule, giuro! Qui, a Firenze! Pensa te! Martini! Nadia! Eh, sei lì, tesoro! Ti nascondi? Ma ti ho trovata. Su, una punturina veloce Gina si preparò sulla paziente successiva.
Hai la mano leggera, Gina! sorrise Nadia, girandosi di lato. I zanzari ti dovrebbero prendere a modello.
Ehi, ma così mi metti in imbarazzo! Gina rise dietro la mascherina, ma gli occhi ridevano a loro volta. Aveva occhi straordinari: ciglia infinite, iridi bruno-scuro, uno sguardo gentile e tenero. È proprio vero: gli occhi sono lo specchio dellanima. E Gina aveva unanima buona, ferita sì, ma mai indurita. Se la proteggeva, la coltivava, cacciava via i pensieri cattivi e coltivava il bene. Altrimenti non sarebbe sopravvissuta. Brava, Nadia Martini! Allora linfermiera scorse il registro aperto. Bianchi. Olga Bianchi Non sarà la moglie del nostro Andrea Bianchi, vero? Nuova?
Una donna giovane e magrissima al letto sotto la finestra sorrise.
Nuova Ma che moglie! Il mio Bianchi guida i treni della metropolitana, cantare proprio no. Gina, scusa, mi porti un bicchiere dacqua? Non ho la forza di andare al bollitore
Arrivano le ragazze tra poco e ti portano lacqua. Io ora sono impegnata. Coraggio Gina fece con abilità unaltra iniezione. Olga fece una smorfia mentre la fitta scendeva dalla coscia alla gamba; voleva gemere, ma non poteva. Perché non si può? Così deve andare. Tutti soffrono, i tuoi mali non interessano a nessuno. Mai. Così le aveva insegnato sua madre, che sopportava tutto in silenzio, anche quando per unappendicite aveva resistito stoicamente tutta la notte per non svegliare il marito stanco dopo il turno. E al funerale della nonna nessuna lacrima, Perché non piangi? Non ti dispiace la nonna?, aveva chiesto lingenua Olga. La mamma: Mostrare la propria sofferenza non serve a nulla. Fa male a tutti, stringi i denti, Olga. Bisogna essere forti!
La mamma di Olga è sempre stata forte. La vita le ha messo sulle spalle tanto peso da spezzare qualsiasi schiena, eppure ha tirato avanti il suo carro, con tutta la vita sopra, complicata e faticosa. Il fratello di Olga è morto, anche il padre, e nessuno di loro è stato pianto abbastanza. Piangere è segno di debolezza, non fa bene a nessuno!
E Olga cercava di imitarla. Sopportare gli aghi dolorosi allospedale, vivere da estranei col marito, la stanchezza della vita di tutto questo non avrebbe mai urlato. Non è il dolore peggiore.
Ragazze! Tom! Chi cè lì al banco? Date dellacqua a Olga, ha forse la febbre? Controllate, va bene? chiamò Gina dal corridoio, poi tornò ad Olga. Sei rovente.
Ha gemuto tutta la notte, rispose per Olga Nadia. Le ho detto di chiamare le infermiere, ma faceva solo no con la testa, dice che il dolore si deve sopportare.
Che stupidaggini! Sopportare il dolore rovina il cuore, rovina la vita! Dai ragazze! Chi vi mette queste idee in testa? Se fa male, bisogna dirlo! Urlare, chiedere aiuto, gridare! È così che si fa, gli altri ci sono per aiutare! E se peggiora? Allora che si fa? Gina fissò Olga dritta negli occhi. Hai figli? Vuoi lasciarli soli?
Ho un figlio. Sa arrangiarsi. Se capita, ce la fa senza di me, Olga si voltò verso la finestra.
Nessuno può vivere senza la mamma! Dentro resta un vuoto, un buco che rimane aperto e dentro ci cresce la sofferenza anche quando sembra passato tutto. Smettila, Olga! Anche il figlio più indipendente soffre senza la mamma, capisci? Non fare la stupida!
Entrò Tommasina, la giovane infermiera: minuta, leggera come una ballerina, occhi severi ma mani esperte, sempre pronta ad aiutare senza mai perdere calma o fretta.
I pazienti la temevano: temevano la sua severità, il suo piglio deciso e quella freddezza apparente che era solo difesa per non consumarsi tutta durante la giornata. Eppure conosceva tutti, sapeva essere gentile quando qualcuno andava a casa, si voltava di nascosto se uno mancava allappello. Gli infermieri a volte si proteggono così.
Tommy, qui Olga ha la febbre e vuole bere. Io vado da Maria. Devo fare una puntura anche a te, Maria! rivolse uno sguardo severo alla ragazza.
Zia Gina! protestò Maria, ancora una ragazzina. Basta, sono guarita davvero! Niente febbre, niente tosse, la schiena non mi fa male. Ho bisogno di andare a casa!
Maria, tutta impaziente, strinse alla sacca dei suoi oggettini.
Anche io devo andarci. Guariremo e torniamo, tagliò corto Nadia, rimboccandosi le coperte. Dal finestrone arrivava una brezza, il cielo grigio e una pioggia sottile cominciava a battere.
No, non capite! Mi aspettano da tanto, devo proprio andare! insistette Maria. Ho già preparato tutto.
Sdraiati. Noi non decidiamo queste cose, parla col dottore, rispose secca Tommasina. E sappi che se ti succede qualcosa, rovini la vita al tuo medico. Sdraiati, lascia lavorare Gina!
Maria si arrese, mise il braccio, ricevette la puntura.
Tutto qui? Allora io me ne vado! Maria sfilò la borsa da sotto il letto, fece scorrere la zip, tirò fuori i pantaloni, una felpa, prese a cambiarsi.
Aspetta, non fare la pazza! Arriverà il dottor Gianni, ti firma la dimissione, e tu lasci una dichiarazione scritta che interrompi il trattamento. Due ore devi aspettare, puoi? disse Gina alla svelta. Fatti fare un controllo ai polmoni.
Va bene. Due ore. Poi Maria si buttò di nuovo sul letto, coprendosi.
Doveva sbrigarsi, certo. Riposare così era anche piacevole, ma ora non poteva proprio. Che venisse presto il giro visite!
Dottor Gianni, uomo magro con gli occhiali e la fronte stempiata, entrò tossicchiando. Superati i cinquanta, si emoziona ancora davanti a una stanza piena di donne: ora dovrà auscultarle, controllare tutto, eppure ancora si sente come se irrompesse nel loro mondo intimo, quasi chiedendo permesso. Con gli uomini si fa prima: si condividono brutti pensieri e battute, saluta il medico e via. Ma qui, tra donne stanche, nervose e vulnerabili, il cuore sembra più scoperto. Una donna, ovunque sia, si organizza, crea atmosfera, ma dentro ha sempre la testa piena di casa, figli, marito, persino del cactus sul davanzale. Il cuore corre verso casa, anche se il corpo deve ancora riposare. Chissà come si fa a trovare un equilibrio…
Buongiorno! salutò energico il medico, mise in rassegna tutte: subito notò chi era pallida, chi aveva ricevuto regali (quelle arance lì…), chi aveva la bottiglia dacqua vuota, segno che si muoveva poco ed era preoccupante. Dal modo in cui lo guardavano, capiva tutto: sua nonna, anche lei medico, diceva di riuscire a capire persino una gravidanza dallo sguardo di una donna.
Rossi… Bene… Gianni controllò le analisi ed auscultò con attenzione. Signora Barbara, state tranquilla. Leggete pure, ma non stancate gli occhi. Tutto bene, non preoccupatevi.
Barbara sorrise timidamente, intimidita come sempre dalle attenzioni maschili. Nessuno sapeva quanto aveva resistito prima di dare il primo bacio a suo marito…
Nadia, siete una forza!
Nadia sorrise ampia, fece locchiolino al dottore.
Ma chi ieri ha fatto la scenata a cena? domandò improvvisamente serio luomo, togliendo lo stetoscopio. Perché avete urlato contro le cuoche? Mica è colpa loro se la verza non vi piace! E avete anche insultato! Ora siete rossa dalla vergogna, eh?
Ma quanta verza uno può mangiare? si difese la donna. Tutti i giorni, si può cambiare ogni tanto, capite?
Nadia era capace di rimproverare chiunque, anche a lavoro, con una durezza particolare. Allinizio era stata silenziosa; col tempo si era fatta sentire eccome.
Non è questione nostra, cara Nadia. Fate reclamo alla direzione se proprio ci tenete, ma trattare male chi lavora in mensa non va bene. Ricordate chi vi portava la zuppa e il purè quando barely riuscivate ad aprire gli occhi? Le nostre ragazze vi hanno coccolata. Non sapete essere riconoscenti?
Il dottore si voltò.
Nadia chinò il capo, silenziosa. Era cresciuta col dovere della gratitudine. Il patrigno la obbligava ogni sera a dire per cosa ringraziava i genitori, e anche se aveva sbagliato, le ripeteva che col sangue cattivo non si poteva mai sapere.
Grazie per il cibo sussurrava bassa. Per il tè la scuola lo zaino Grazie per avermi portato via dallorfanotrofio e dato una famiglia
Appena finite le superiori si era allontanata, smettendo di chiamare e scrivere. Forse era stanca di dover sempre ringraziare
Scusate, mormorò Nadia. Ho esagerato.
Andate a scusarvi in mensa, ordinò il dottore, diminuendo la tensione solo di poco, tanto che fu Maria ad interrompere agitata.
Mi lasciate andare a casa? Vi prego!
Chi lo impedisce? domandò Gianni, sinceramente incuriosito.
Voi.
E perché?
Perché non sono ancora guarita, arrossì la ragazza, confusa.
Vede che lo sa? Maria, abbia pazienza, meglio guarire qui bene che rischiare a casa. Lasci che ascolti i polmoni.
Non serve, so bene cosa devo fare, posso firmare per andarmene! replicò freddamente la giovane.
Il medico si oscurò.
Facciamo un controllo radiografico, poi ne parliamo, sì E uscì assorto.
Seguì la colazione: un po di riso, pane e un velo di burro.
Nadia rimuginava, Olga masticava senza attenzione col piatto sulle gambe, Barbara guardava il libro persa tra i pensieri. Maria osservava Barbara, come i suoi occhi rincorrevano le righe, la fronte aggrottata.
Maria, dovresti mangiare anche tu! Il cibo fa bene disse Barbara, mi fissi così, che quasi mi spaventi.
No, io davvero mormorò Maria. Il pensiero di casa la travolse di nuovo, avrebbe voluto prendere subito la giacca e uscire di corsa.
Sei solo confusa e spaventata. Vieni, ti faccio un panino, dai, disse Barbara, spalmando burro sul pane. In ospedale hanno questa abitudine di dare pane e burro, ma nessuno spiega come mangiarlo! Non è un ristorante certo! Ma visto che ci siamo, godiamoci quello che abbiamo. Mangia, Maria! Ti servirà energia.
Grazie! Maria guardò timida Barbara, che le fece locchiolino tornando a leggere.
Finita la colazione, Nadia con riluttanza andò a scusarsi in mensa. Le cuoche tacquero, ma le sorrisero con la testa.
Verso le undici il telefono di Olga squillò. Lei si voltò verso il vetro, nascondendo la bocca con la mano. Nadia notò come la sua schiena si irrigidiva. Era difficile restare seduti dritti, ma Olga ci provava. Non si mostra mai la propria sofferenza. A nessuno.
Sì, sto bene. Mi curano. Prendo le medicine. No, non serve nulla, Olga rispondeva come un automa. Scusa, davvero Chi poteva immaginare che mi portassero via così? Sì, ricordo il compleanno della mamma! Cristiano, vai al ristorante voi, inventate qualcosa La schiena si piegò di nuovo, come sotto un sacco di farina, stavolta però era dolore, non farina.
Tutto bene? chiese Nadia sgranocchiando i biscotti.
A me? fece Olga sorpresa.
Sì, a te. Vuoi dei cantucci? Mi sono rimasti in borsa. Figurati, mi hanno portato via dufficio! agitava le dita dei piedi sotto le coperte. Dai, prendili.
No grazie.
Allora racconta.
Cosa?
Nadia aveva il potere di farsi ascoltare. Sarà genetica
Ho lasciato nei guai mio marito. Oggi è il compleanno di mia suocera, Anna, che compie settantanni. Dovevo organizzare la festa ma mi sono ammalata, proprio adesso! Non volevo ricoverarmi troppo fuori luogo
Ma quando mai cè un momento adatto? In ufficio una collega era in lizza per diventare direttrice, già pronta a cambiare macchina… Ma il destino decide: morta improvvisamente, flebite. Tutto fuori tempo. I guai arrivano sempre a sproposito e ci fan rabbia, i colpi di fortuna invece sono sempre in tempo. rise Nadia, Ora vado a fare la pedicure, ho deciso. Basta aspettare.
Che saggezza sospirò Olga.
Sul pedicure? Ma va, sono anni che ci penso, le estetiste storceranno il naso, ma chissenefrega, si vive una volta sola! Si va avanti. Nadia fece un gesto teatrale, divertendosi.
E tuo marito? Non può organizzare lui la festa? Oramai si trova tutto. domandò Barbara chiudendo gli occhi mentre la testa le girava.
Boh Ho sempre fatto tutto io. Lui lavora. Anche nostro figlio è troppo impegnato. Ma ora senza di me
Li hai abituati troppo bene: porti la casa intera sulle spalle come una lumaca. Sanno che stai male? Che hai la febbre? Come fanno ora? Senza di te.
Senza di te, tutto è inutile senza di te canticchiò Nadia.
Quando aveva tredici anni, il padre di Nadia spesso stava in ospedale. E lei stava meglio quando lui non cera. Brutto da pensare, ma vero. Poi scoprì che anche la matrigna era sollevata in quei momenti.
E tua suocera? Ci resterà male per la festa saltata? chiese Barbara spalmando la crema sul viso.
Anna Onestamente non le ho ancora parlato. Ma sì, ci resterà male
Olga sospirò. Proprio fuori tempo questa malattia.
Dovresti chiamarla! Barbara sorrideva, spalmandosi la crema. Olga alzò le spalle, poi prese il telefono.
Anna? Sì, sono io. Come sta? Mah, io credo sia una polmonite iniziò allegra, ma la stanchezza la fece stendersi, la voce si spense.
Dallaltro lato la voce invece era squillante. Tutta la stanza poteva sentirla senza vivavoce.
Io? Sì, credo una polmonite, i medici vogliono essere sicuri Ancora silenzio, poi Anna tuonò:
Ma come, polmonite? Mio figlio diceva che era solo mal di gola, i medici sono troppo prudenti, ti hanno portata via Ma come, Olga!
Ecco, sinizia! Su chi hai lasciato il mio povero ragazzo, chi gli prepara i calzini al mattino scherzò Nadia, zittita da Barbara.
Tra poco torno. Il suo compleanno si deve festeggiare, non me lo sono scordata, prometto che organizzo tutto, ma si giustificava Olga, stropicciando pizzi e rossendo per il senso di colpa.
Uffa! ruggì Anna al telefono. Che compleanno e compleanno! Non mi serve niente, te lho già detto! Ma che hai viziato questa gente? Devi pensare anche a te, non solo agli altri! Dimmi il nome dellospedale e quando si può venire! Subito!
Olga rimase senza parole.
Madonna santa esclamò Nadia, prendendo il telefono. Ospedale cinquantasette. Nessuna visita, ma potete lasciare delle cose. Portate ricotta e delle mele.
Anna ringraziò e chiuse la chiamata.
Tieni! Lo vedi che hai una brava suocera, anche se a tuo marito e a tuo figlio hai insegnato solo ad aspettarsi tutto da te! Nessuna pace! Non si può nemmeno essere malati in pace Chiamate il dottor Gianni, sto male, sono a terra”! Nadia si buttò sul letto in modo teatrale.
Barbara sorrise. Tante ore in ospedale e sempre si incontrano persone buone… Fortuna.
Caliò la quiete prima di pranzo. Tutte stettero immobili.
Un colpo alla porta. Tutte si muovono tra le coperte.
Gina? si sparse, Barbara stese fuori la mano e la ritrasse con un sobbalzo.
Alla porta cera un uomo in mascherina e camice, moro, occhi color miele, capelli ricci sotto la cuffia. Rassomigliava a una statua.
Buongiorno, disse con voce profonda entrando, ma fu subito bloccato da Tommasina.
Qui non si entra! È reparto infettivi! Vada subito via o chiamo la sicurezza! lo bloccò.
Ma dai, ragazza! Io posso entrare! È uneccezione, ho il permesso! rise luomo, mostrando una carta e avanzando in stanza.
Tommasina sbuffò e si allontanò. Le altre donne guardavano stupite quelluomo con la borsa di frutta “da mio zio da Palermo!”, cinque panini “zia Sara ne ha fatti, piangeva tutta notte, poi ha impastato per la sua Nadia, contenitore di lasagna “appena sfornata dai ragazzi, devi assaggiarla!”, un barattolo di miele e una pena negli occhi come se Nadia stesse per morire.
Perché sei venuto? sussurrò da sotto le coperte Nadia.
Volevo vederti, amore mio, sole mio, luna mia desiderata! Come stai? Nadia, stavo in pensiero…
Si avvicinò inginocchiandosi, le prese la mano, la baciò.
Non volevano farmi entrare, ma ho insistito! Per te farei qualsiasi cosa. Nadia…
Luomo sospirò. Nadia non uscì da sotto la coperta: non lo ama, proprio no Dovrà andarsene.
Qui cè da mangiare. Mangia e guarisci. Mangia melagrana, stella mia Luomo si alzò, annuì sorridendo alle altre. Ragazze, mi scuso, me ne vado. Vado via ora.
Aveva già aperto la porta quando Nadia, alla fine, tirò fuori la testa.
Marco Grazie lo guardò con tenerezza, quasi innamorata da bambina. Lui si gonfiò il petto, pronto ad abbracciarla, ma Nadia lo rimandò via.
A presto, Nadia! Cara! sussurrò lui dietro la mascherina, ma Nadia aveva capito tutto
Subito dopo arrivò il dottor Gianni, arrabbiato più che mai, a parlare di disciplina e quarantena, che così le città crollano.
Ma quali città! disse Barbara. Qui le persone si trovano, cè allegria!
Il medico scosse la testa. Meno male che non ha fatto il ginecologo: negli ospedali di maternità sarebbe ancora peggio con la disciplina!
Fatemi andare a casa! saltò su Maria. Avevate promesso!
Coshai oggi, Maria? Ma che vi prende tutte oggi? sbuffò il medico, controllando le tasche del camice, trovando solo un pacchetto di sigarette vuoto.
Mio fratello torna a casa per una breve licenza. Solo per poco. sussurrò Maria.
Non ti lascio andare comunque! tuonò il dottore. Vuoi rischiare la vita? La polmonite non scherza. Tuo fratello aspetterà. Andrài da lui quando starai bene.
Posso firmare e uscire! fissò Maria.
Se volevi, lo avresti già fatto. Ma se hai testa, resti. Dove ve ne andate sempre tutte? Ai fornelli, al bucato, alle famiglie? Fidanzati che si arrampicano alle finestre, vero Nadia Martini? E tua suocera, Bianchi, mi ha già chiamato dieci volte! Volete che vi dimetta tutte? Prima che mi venga un infarto? esclamò, battendo la mano sul comodino. Una mela rotolò sotto il letto.
Gianni si vergognò, si abbassò a raccogliere la mela.
Nadia, spiando da sotto le lenzuola, sorrise: Dottor Gianni, vuole del pane fresco? Non possiamo finirlo da sole… Zia Sara è bravissima.
No grazie. Basterà, me ne vado a coltivare lorto! Mi avete sfinito! Maria! Dove vai?
Maria era alla finestra che cercava di aprirla, inutilmente, quasi in lacrime.
Cè Giuseppe! Mio fratello! È lì! Voglio salutarlo! Maria batteva con la mano sul vetro.
Gianni si avvicinò, si mise gli occhiali, vide il giovane in uniforme che teneva in mano dei fiori e un orsetto.
No! Sembra una maternità qui! Ovunque giri, fidanzati! Ora scendo a parlargli. Maria, fermati, aspetta!
Ma Maria era già partita lungo il corridoio, Gianni dietro. Gina, con il suo mazzo di astri regalo del primario, li osservava sognante: aveva anche lei altro a cui pensare.
Proprio allascensore, Maria fu bloccata da Tommasina che la abbracciò forte.
Calmati, Maria. Chiamalo e saluta, non fare pazzie. le sussurrò. Maria trattenne un singhiozzo.
Gianni era già uscita nel cortile sotto la neve verso Giuseppe, urlando qualcosa. Giuseppe alzava la mano con i fiori, cercava Maria alla finestra.
Gianni scosse la testa, fumò una sigaretta, rilassandosi finalmente
Dopo pranzo, tutto tacque. Solo Barbara mormorava qualcosa al telefono con il marito, sottovoce, per loro soltanto.
Poi, a fine pomeriggio, arrivò un pacco da Anna, la suocera: cibo buono, frutta fresca. Gina portò il pacco sorridendo segreta ad Olga.
Cera un biglietto: Guarisci, poi festeggeremo la tua nuova vita, Olghina! Ti voglio bene. La tua suocera Anna.
Olga lo lesse e pianse. Per la prima volta dopo tanti anni.
Gianni, sbirciando nella stanza prima di andare a casa, alzò gli occhi: qualcuno piange, Barbara legge, Nadia guarda i piedi, Maria digita nervosa sul telefono, odora di pane fresco. Impossibile lavorare con queste donne! Sempre problemi, sempre emozioni! Eppure, senza di loro, niente primavera Che difficile vivere!
Il medico chiuse la porta, chiamò la moglie:
Sveva, sto arrivando. Eh? Piangi anche tu? Hai visto una fiction commovente? Non importa, arrivo e la guardiamo insieme!
E se ne andò. Era finito un altro giorno identico a mille altri. E sì, non era davvero arrabbiato. Solo stanco di preoccuparsi per tutti. Ma non poteva fare altro: si è umani, dopotutto.
*La vita, anche tra le difficoltà, si riempie di senso quando ci prendiamo cura degli altri e lasciamo che anche noi stessi a volte siamo abbracciati, senza paura di mostrare le nostre fragilità. Non cè primavera senza lacrime e senza il calore del cuore che condivide.*Fuori, il vento di marzo spingeva le nuvole, filamenti bianchi su cui ridevano le prime rondini e qualcosa, nellaria, sapeva di nuovo.
Le donne, silenziose, si gettarono uno sguardo complice. Bastava poco, dopotutto, per accorgersi che sono le piccole attenzioni, una risata divisa di nascosto, un panino offerto, il respiro di conforto chiuso tra le pareti di un ospedale, a rifiorire dentro anche nei giorni più annodati.
Ogni dolore, ogni attesa, pareva farsi più sopportabile quando si sentivano insieme fragili e vive, anche nella fatica. Qualcuna si permise finalmente una carezza allaltra, qualcuna lasciò sgorgare una parola gentile, una lacrima quieta, oppure una battuta sfrontata che faceva girare le teste e alzare gli occhi al cielo ridendo.
Gina, sistemando le coperte, guardò tutte quante con orgoglio segreto. Così si ricomincia pensò, dal coraggio di lasciarsi aiutare, dalla forza di chiedere un bicchiere dacqua, un pezzetto di miele, o dalla libertà – appena conquistata – di piangere per la prima volta.
E mentre Maria scambiava con Nadia i numeri di telefono, Barbara sfogliava lentamente il suo libro, linfermiera raccolse il silenzio allegro che riempiva laria, come una promessa dipinta di rosa.
La primavera entrava dalle finestre, stonata e nuova, e nessuna era più davvero sola. In fondo, il reparto infettivi, con tutte le sue porte chiuse e i suoi giorni uguali, era diventato per loro un luogo di passaggio, non di prigionia: il fiore della vita sbocciava anche lì, dove si aveva più paura di essere dimenticate.
Per qualche minuto, nessuno parlò. Eppure, a chi ascoltava bene, si sentiva tutta quella vita che cresceva piano, come i germogli tenaci tra le crepe del cemento.
Quando si riaprirono le porte e la prima delle ragazze fu finalmente dimessa, salirono i saluti e le raccomandazioni – Scrivici, chiamaci, torna per un caffè! e una breve risata commossa che lasciò nellaria profumo daffetto.
Fu così che in un qualunque mattino qualunque di primavera, ciascuna a suo modo seppe che ci si può guarire o solo continuare a vivere: ma sempre, sempre abbracciate luna allaltra, oltre ogni porta, ogni paura e ogni inverno.






