Mele d’Ottobre

Mele a ottobre

Giulia, devi capirmi. Lappartamento è uno solo e siamo in due. Sono il maggiore, per legge mi spetta di più. Lo sai anche tu.

Giulia Serena era ferma alla finestra, guardando il cortile dove i rami spogli dei corbezzoli si dondolavano nel vento. Non piangeva. Guardava solo quei rami, pensava che questautunno i corbezzoli erano cresciuti fitti e rossi, ma gli uccelli avevano già mangiato quasi tutto.

Io non capisco, Ernesto, rispose sottovoce, senza voltarsi.

Ma come non capisci? Lappartamento ha tre stanze, è in centro. Io sono residente qui. Ho una famiglia, bambini.

Anche io sono residente.

Ma solo temporaneamente. Mamma ti ha lasciato restare dopo la separazione, ma questo non fa di te la comproprietaria.

Finalmente Giulia si girò. Ernesto aveva cinquantasette anni, lei cinquantaquattro. Da piccoli avevano diviso una stanza, un tavolo, una mensola di libri. E la madre. Ora lui era lì, sulla soglia della stanza, nel suo cappotto costoso, il cellulare tra le dita, e guardava oltre la sua testa.

Il notaio ha detto che la casa va divisa a metà, per testamento. Non sei tu a decidere, Ernesto.

So cosa ha detto il notaio. Finalmente la guardò negli occhi, ma nel suo sguardo non cera rabbia né durezza, solo una stanchezza da uomo che ha già deciso tutto. Vorrei proporti il riscatto. Metà dellappartamento vale parecchio, ma non ho senso a prendere un mutuo. Posso darti i soldi, anche se non subito. Oppure…

Oppure?

Oppure prendi la casa in paese. Cè ancora quella di mamma a Poggioverde. È vecchia, certo, ma il terreno non manca. Seicento metri quadri, casa, magazzino. Per i documenti vale più o meno come la tua metà. Quasi.

Giulia restò in silenzio. Fuori il vento agitava i corbezzoli e lultimo grappolo cadde a terra.

Vuoi che io vada a vivere in campagna.

Voglio solo che ci separiamo da persone, senza tribunali.

Ci penserò, disse.

Ernesto uscì senza sbattere la porta. E questa cosa le diede quasi fastidio. Per sbattere una porta, uno deve avere a cuore.

Poggioverde stava a centoventi chilometri da Firenze. Da bambina Giulia Serena ci andava con la mamma, poi più di rado. Lultima volta era stata otto anni fa, quando la madre ancora riusciva a muoversi. La casa già odorava di umido, il tetto della veranda stava cedendo, ma la mamma diceva che lì si respirava bene. Che era unaria diversa.

Quando Giulia parlò con la sua amica Martina, questa le disse:

Sei matta? Non accettare. Porta tutto in causa. Trova un buon avvocato.

Martina, io non ho soldi per un avvocato. E neanche le forze.

E in campagna, le troverai?

Non so. Giulia esitò. Prima andrò a vedere. Devo vederla con i miei occhi.

Appena la vedrai capirai. Non cè niente lì.

Mamma diceva che laria era diversa.

Martina non rispose subito, poi sospirò:

Giulia, vuoi solo scappare da tutto questo. Lo capisco. Ma la campagna non è una soluzione. È una fuga.

Forse è proprio quello che mi serve.

Partì sabato mattina, con il regionale. Ottobre era freddo, gli alberi lungo la ferrovia quasi tutti senza foglie. Giulia guardava dal finestrino come campi, boschetti, orti con le recinzioni nere scorrevano via. Pensare faceva male, così decise di non pensare.

Poggioverde si rivelò un paesino con poche vie, un alimentari allangolo, una chiesa senza campanile. La casa era in fondo alla seconda strada, oltre i vecchi meli, e sembrava una di quelle case abbandonate da tempo. La vernice delle persiane scrostata, il cancello storto, muschio sui gradini. Ma i muri erano solidi, il camino intatto.

Giulia aprì la serratura ed entrò. Lodore era di chiuso, ma non di marcio. Girò per le stanze: cucina con il vecchio camino, la sala, una stanzetta col divano. Nellingresso, il vecchio impermeabile della madre. Lo toccò, qualcosa le si rattrappì in gola, ma non pianse. Rimase così, aggrappata al tessuto.

Lorto era selvaggio, ma i meli erano vivi. Sui rami, qualche mela tardiva, piccola e gialla. Giulia ne sollevò una da terra, la pulì al maglione, la morse. Era dolce e un po aspra, profumava dautunno.

Tornò a Firenze e chiamò Ernesto:

Accetto. Fai pure i documenti.

Daccordo, rispose lui. E basta.

Il trasloco durò due settimane. Cerano poche cose: libri in scatoloni, lenzuola, stoviglie, vestiti. Martina aiutò a caricare, ripetendo che Giulia stava facendo una follia, ma ormai senza convinzione, solo per abitudine.

Ogni tanto verrai ancora a Firenze? chiese Martina, mentre il furgone si preparava a partire.

Tornerò, e tu dovresti venire a trovarmi.

In campagna? rise Martina, ma con tristezza. Zanzare e solitudine.

Ottobre. Le zanzare sono finite.

Lanno prossimo torneranno.

Giulia sistemò la casa partendo dalla cucina. Era giusto così, pensò. Prima il calore, poi il cibo. Il camino funzionava, ma la canna fumaria era da pulire. Il secondo giorno il vicino, il vecchio Alfredo Bellandi, si affacciò alla porta, come per caso.

Ho sentito che è tornata la figlia della signora Teresa.

Quella più giovane. Sono Giulia.

Alfredo Bellandi. Si tolse il cappello. Ero amico di sua madre, da buoni vicini.

Vuole entrare?

Entrò, esaminò il camino, guardò la canna e disse:

Va pulita. Ci penso io, non si preoccupi.

Imparerò anchio, magari.

Certo che può imparare. Ma lasci fare a me. Qui cè una tecnica.

Finché Alfredo lavorava sulla canna, Giulia puliva la sala. Parlavano ognuno da una stanza diversa, senza vedersi: quasi confortevole.

Vive qui da sempre? chiese Giulia.

Da sempre. Sono nato qui.

Mai sognato la città?

Da ragazzo sì. Poi è passato.

Perché?

Attese un po. Poi:

In città devi sempre fare qualcosa. Qui decidi tu cosa fare. Cè differenza.

Giulia rifletté, poi disse che aveva ragione.

I primi giorni trascorsero in uno strano torpore. Si svegliava presto, perché il giorno in campagna comincia con la luce e il canto degli uccelli. Tè alla finestra, osservando i meli. Poi al negozio, comprare lessenziale. Poi le faccende, piccoli lavoretti, leggere. A sera si addormentava subito.

La notte pensava a Ernesto. Non con rabbia, piuttosto con stupore. Cercava di capire in quale momento il fratello era diventato un estraneo. O forse lo era sempre stato e lei non ci faceva caso. Erano cresciuti insieme, ma divisi. Tre anni di differenza, e quei tre anni tra loro erano un basso recinto: si vedeva dallaltra parte, ma senza voglia di scavalcare.

Alla fine della prima settimana trovò una gatta. Sotto il portico, piccola, grigia, con grandi occhi gialli. Giulia portò una fetta di pane col burro, la gatta annusò e si fece da parte.

Fiera, disse Giulia ad alta voce.

Il giorno dopo portò del latte. La gatta ne bevve metà e rimase lì.

Alfredo, vedendola, disse:

Ah, questa è Gina. Selvatica la conoscono tutti. Gira di casa in casa. Non si lascia tenere.

Vedremo, sorrise Giulia.

Dopo una settimana, Gina dormiva già sul divano.

Cera tanto lavoro da fare in casa, ed era un bene. Quando le mani sono occupate, la testa pensa meno. Giulia riparò la cerniera del cancello, ridipinse le persiane, riordinò la dispensa. Alfredo portò la legna e la mise a posto.

Lei è di città, disse lui. La legna va messa bene, altrimenti si rovina.

Voglio imparare.

Imparerà. Lanno prossimo farà tutto da sola. La guardò in modo un po diverso. Fermerà qui linverno?

Non so ancora.

Il vicino annuì, senza aggiungere altro. Ma sistemò la legna per bene, come per farla durare.

Novembre portò il freddo. Il paese taceva, la gente usciva poco, solo il fumo usciva dai camini. Giulia accendeva il fuoco e ne trovava pace. Era un gesto semplice e vero: aprire lo sportello, mettere i legnetti, la scintilla. Aspettare che prenda. Poi la legna grossa. Chiudere e ascoltare il fuoco che soffia.

Chiamò Martina:

Sto imparando ad accendere il camino.

E come va?

Bene. Mi piace.

Giulia, Martina esitò. Tu come stai veramente?

Meglio di quanto credessi.

Meno male. Temevo facessi sciocchezze per la solitudine.

Ma dai.

Scherzavo. Vuoi che venga?

Vieni. Ma non adesso. In primavera. Vedrai i meli in fiore.

Parli dei meli come fossero magici.

Lo sono. Li ha piantati la mamma.

Allora ci sarò.

A fine novembre Giulia iniziò a cucinare dolci. Venne quasi per caso. In un cassetto trovò il vecchio ricettario della mamma: scrittura minuta, precisa, ogni ricetta con la firma. “Crostata di mele con lievito secco”. “Torta della zia Lella”. “Torta al miele semplice”. Giulia lesse e decise di provare a fare la crostata. Le mele cerano: raccolte da lei, riposavano in una cassetta.

La crostata non venne perfetta: un po bruciata sotto, la crosta troppo spessa. Ma il profumo era ottimo. Tagliò una fetta, chiamò Alfredo.

Arrivò, si sedette al tavolo, assaggiò:

Buona. Mele del tuo orto?

Già.

È renetta. La mamma diceva che è la migliore per le torte. Ne faceva spesso.

Non lo sapevo. Negli ultimi anni venivamo poco.

Le mancavate, disse Alfredo semplicemente, senza giudizio.

Lo so. Anche a me mancava.

Stettero in silenzio. Gina saltò sul davanzale a guardar fuori.

Lavoravi in città? chiese lui.

Ragioniera. Venti anni nella stessa azienda. Poi il licenziamento, due anni fa.

E ora?

Vivo di risparmi. Non molti.

Lui annuì. Non propose nulla, non compatì. Solo annuì e andava bene così.

Qui si vende qualcosa? Dolci per esempio? Cè mercato?

Il venerdì, a San Carlo, otto chilometri. La gente compra le cose fatte in casa.

Otto chilometri.

Ho la macchina. Si alzò, prese il cappello. In genere ci vado il venerdì per la spesa. Ti posso portare.

Ci penserò.

Pensaci. Cè tempo.

Passò un venerdì, passò il secondo. Al terzo, Giulia cucinò quattro crostate di mele, li avvolse nel canovaccio e andò col vicino alla fiera di San Carlo. Il mercato era piccolo, sotto una tettoia, bancarelle di marmellate, patate, cetrioli sottaceto, calzettoni di lana. Giulia prese posto, mise i dolci in mostra.

Il primo lo prese una signora anziana, con un piumino verde. Annusò, chiese:

Cosa dentro?

Mele del mio campo.

Cannella?

No.

Peccato. Ma lo prendo.

Alla fine vendette tutto. Giulia contò gli euro. Non tanti, ma erano soldi fatti da lei, con le sue mani.

In macchina Alfredo chiese:

Allora?

Tutto venduto.

Te lho detto. Se impari i biscotti speziati, i ricciarelli, vanno forte a Natale.

Mamma non li faceva.

Era la mamma. Tu prova. La guardò di lato. Sei brava, non aver paura.

Dicembre lo trascorse in cucina, provando ricette, annotando successi e fallimenti. Fece ricciarelli: una versione con zenzero e miele, una con scorza di limone. Alfredo preferì i primi. Gina annusò, lasciando perdere, come sempre.

Una sera Giulia cominciò a scattare foto: crostata sul tavolo di legno, la gatta sul davanzale, il tramonto sui meli, il forno aperto. Riguardò le immagini: erano belle, vere.

Martina le scrisse, vedendo le foto:

È troppo bello. In campagna non si vive così.

Si vive, rispose Giulia. Solo che tu non lo sai.

Pubblica. Su MondoMio almeno. Lì guardano tutti queste cose.

Giulia si iscrisse, chiamò la sua pagina Meli a ottobre. Pubblicò qualche foto. Dopo una settimana aveva cinquanta follower. Dopo due, duecento.

Ne fu sorpresa. Non capiva cosa piacesse: cucina, dolci, la gatta. I commenti dicevano: Come dalla nonna, Vorrei venire lì, Dacci la ricetta.

Cominciò a girare brevi video: come preparava limpasto, come accendeva il camino, come stendeva la frolla. La voce era calma, senza affettazione. I follower crescevano.

Martina telefonò:

Sei diventata famosa, lo sai?

Ma dove? Sono in duecento!

Duecento non sono zero. Ti scrivono?

Sì, chiedono le ricette. Una signora da Milano ha fatto la mia crostata!

Hai visto! Temevo saresti crollata. E invece ti sei rifiorita.

Martina, esageri.

No, hai cambiato voce.

Giulia non rispose subito. Poi:

Sto bene qui. Non pensavo potesse piacermi così.

Sono felice per te.

A gennaio arrivò la nevicata. Tre giorni quasi ininterrotta. La strada bloccata, niente negozio. Giulia restava in casa, accendeva il fuoco, dava da mangiare a Gina. Scorte ce nera. Alfredo portò patate e marmellata in barattolo, bussando al vetro senza entrare per non sporcare.

Tutto ok? chiese da fuori.

Tutto bene! urlò lei.

Lui annuì e si allontanò tra la neve. Giulia lo guardò andar via, domandandosi se sapeva qualcosa della sua vita. Passato, famiglia, le sue storie? Alfredo non raccontava, lei non chiedeva. Ed era giusto così.

Durante la tormenta trovò dei soldi.

Era sullalta mensola sopra il camino, cercando una vecchia pentola. Trovò una scatola di latta di tè, pesante. Giulia scese, la aprì. Dentro mazzette di euro con un elastico e un foglietto.

Sul foglio, la scrittura della madre: “Per Giulia. Per una vita serena”.

Restò a lungo seduta con la scatola. Non li contò. Stava lì, fissando il foglio. Gina saltò sul tavolo, le strofinò il muso sulla mano.

Lo sapevi? chiese Giulia alla gatta.

Lei si strofinò ancora.

I soldi cerano. Non ricchezza, ma abbastanza per passare linverno, prendere un piano cottura decente, sistemare la veranda e magari cambiare la stufa. La mamma aveva risparmiato piano, anno dopo anno. Per Giulia.

Chiamò Ernesto. Solo per dirlo.

Ernesto, ho trovato dei risparmi di mamma in casa. In una scatola di latta, con un biglietto.

Silenzio.

Molti?

Abbastanza.

Quello… insomma, è eredità anche quella. Per legge va divisa.

Sul biglietto cè scritto “Per Giulia”. È la grafia di mamma.

Giulia, la legge è legge.

Ho sentito, Ernesto.

Riattaccò. Stette un po ferma, poi misurò il tè, aggiunse acqua bollente. Gina la osservava dal davanzale. Bevve. Non richiamò.

Febbraio fu limpido e pacato. La neve posata, alberi coperti di brina. Giulia usciva allalba a fotografare i meli. Dinverno sono diversi, austeri, bellissimi. Le foto venivano bene.

Su MondoMio cerano ormai più di tremila follower. Le scrisse una Rita, piccola imprenditrice di pasticceria in unaltra città, e le chiese: ti va di fornirmi i ricciarelli? Giulia ci pensò e accettò. Primo ordine: cento pezzi, per l8 marzo.

Alfredo aiutò a trovare scatole di cartone per limballo, le portò da San Carlo.

È un bel cambiamento, disse guardando Giulia allineare i biscotti.

Vedremo se sarà serio.

Io da giovane sognavo qualcosa di mio, si sedette sullo sgabello, non ce lho fatta.

Come mai?

Alzò le spalle.

Era un altro tempo. E io troppo timido.

Non sembra affatto timido.

Non più. Guardò le scatole. E tu? Fai e basta, non aspetti.

Giulia avrebbe voluto rispondere che anche lei aveva aspettato troppo. Che la vita si sistemasse, che il marito cambiasse, che il capo se ne accorgesse, che il fratello agisse onestamente. Ma non lo disse. Continuò solo a impacchettare i biscotti.

Con la primavera si sentì meno tesa. Non saprebbe dire come, ma qualcosa in lei, rigido dallautunno, si sciolse. Una mattina si svegliò senza quel peso sul petto. Gina era accanto a lei che faceva le fusa. Germogli sui meli fuori.

Martina arrivò ad aprile, come promesso. Vide casa, meli, Gina, Alfredo che aiutava a raddrizzare la veranda, e rimase zitta, poi disse:

Pensavo ti stessi nascondendo. Invece vivi.

Una cosa non esclude laltra.

No davvero, Giulia. Guardava il cortile. Qui si sta bene. Non me laspettavo.

Anche io, a ottobre, dicevo così.

Forse. Martina rise. Mi insegni ad accendere il fuoco?

Vieni.

Persero mezza giornata. Martina goffa con la legna, rideva di se stessa. Giulia la guardava, non la vedeva così serena da anni. In città sempre di fretta, tesa. Ora, solo seduta davanti al fuoco.

Senti, disse Martina la sera, quel Bellandi, è vedovo?

Non ho mai chiesto.

Giulia.

Martina.

Ti guarda con attenzione…

È solo gentile.

Se lo dici tu…

A maggio Giulia lavorava nellorto. Decise di piantare zucchine, aneto, ribes. Alfredo portò qualche piantina di pomodori.

Semenza mia. Tiene bene. La appoggiò per terra.

Quanto devo?

Nulla. Aiuto di vicino.

Alfredo, mi aiuta troppo spesso.

Le dispiace?

Un po. Non voglio doveri.

Non è così. Anche a me fa bene. I suoi dolci, le chiacchiere… vivo solo da tanto. Le parole mi servono quanto le piantine servono a lei.

Giulia lo guardò: era davvero una brava persona. Senza parole di troppo, senza condizioni.

Grazie, allora.

Di niente, e riprese a sistemare.

Lestate fu calda. I meli esplosero in fiori: una meraviglia da non stancarsi mai di guardare. Bianchi sugli antichi rami, un profumo da far girare la testa. Girò un video, lo mise su MondoMio. Semplice: “I meli sono in fiore. La cosa più bella vista questanno”. Tantissime visualizzazioni. Gente che piangeva, che voleva la stessa cosa, che si era scordata lodore del fiore di melo.

Rita le scrisse che gli ordini aumentavano, voleva un contratto fisso. Giulia acconsentì.

A giugno chiamò Ernesto. Sul display vide il nome, esitò poi rispose.

Ciao, disse lui.

Ciao.

Come va?

Bene. Lorto, i fiori.

Ho saputo che ti sei sistemata. Pausa. Martina raccontava.

Martina racconta troppo.

Giulia, ecco… Tossì. Le cose non vanno bene. Ho perso tutto nellinvestimento. Socio poco onesto. I soldi sono spariti.

Giulia taceva.

Non ti chiedo nulla, aggiunse rapido. Volevo dire solo questo.

Perché?

Non so. Dovevo. Voce bassa. E la casa della mamma?

Bella. Lho aggiustata.

Anche il tetto?

Prima forno, veranda, cancello.

Da sola?

Alfredo mi ha aiutata.

Ok. Pausa lunga. Sei arrabbiata?

Per cosa?

Per… tutto quello che è successo.

Giulia guardò fuori. Gina sul davanzale, lo sguardo sullorto.

Non sono arrabbiata, Ernesto. Vivo.

Rimase in silenzio, poi disse sottovoce:

Sei sempre stata più saggia di me. Solo più silenziosa.

Non più saggia. Solo diversa.

Parlarono ancora poco, di nulla, poi si salutarono. Giulia rimase alla finestra, poi uscì nellorto, annaffiò i pomodori. Non pensò. Non serviva.

Agosto fu abbondante. Le mele erano più grandi dellanno prima. Ogni mattina Giulia le raccoglieva e le metteva nelle cassette. Una parte per i dolci, una per la marmellata. Anche la ricetta della marmellata laveva trovata nel quaderno di mamma: corposa, scura, con cannella e chiodi di garofano. Alfredo assaggiò: aveva lo stesso sapore di quella di Teresa.

Sei sicuro te la ricordi? chiese Giulia.

Certo. Ci faceva provare. Sorrise diversamente, più caldo, quasi nostalgico. Tua madre era speciale.

Lo so.

Le assomigli. Non in viso. Nelle mani.

Nelle mani?

Anche lei, ogni cosa la faceva con attenzione. Come fosse importante. Anche tu.

Giulia non rispose. Mescolava la marmellata, ascoltando il ribollire. Era felice di quel paragone.

Su MondoMio arrivarono i primi sponsor. Un negozio di utensili da cucina le propose una collaborazione. Giulia accettò per un video, poi per un altro. Pochi soldi, ma una piccola soddisfazione. Lo raccontò ad Alfredo.

Quindi ti pagano per cucinare? chiese stupito.

E per spiegare. Strano, vero?

Niente affatto. Prima si compravano libri. Ora si guardano video.

E tu, guarderesti?

Alfredo rifletté:

I tuoi, li guarderei.

Perché?

Perché tu sei vera. La gente sente la differenza tra vero e bello. Prima cercano il bello, poi quando si stancano vogliono il vero.

E tu, sei mai stufo del bello?

Alfredo sorrise alla porta:

Ho sempre vissuto nel vero. Mai stancato.

A settembre Ernesto arrivò, senza preavviso. Spuntò una domenica con una borsa e laspetto di chi ha a lungo rimandato.

Giulia aprì. In un anno lui appariva più fragile, non fisicamente, ma nellanimo.

Posso entrare?

Vieni.

Mise a bollire il tè. Ernesto si sedette, guardò la cucina, notò Gina, che lo osservava sospettosa.

Gatta, disse.

Gina.

Dicevi sempre che i gatti ti stavano antipatici.

È stata lei a scegliere me.

Il tè era pronto. Giulia lo servì con marmellata e ricciarelli. Ernesto ne assaggiò uno, masticò piano.

Buono, disse.

Ricetta di mamma.

Restarono zitti. Poi:

Ho perso tutto, Giulia. Casa data in pegno, il debito non lho saldato. Ora io e Laura viviamo ospiti da sua sorella.

I bambini?

Con noi. Stretti, ma ci arrangiamo.

Giulia ascoltava senza rabbia né pietà. Solo una stanca consapevolezza. La vita mette ognuno al suo posto.

Vuoi chiedermi qualcosa? domandò lei diretta.

No, la fissò. Solo… volevo dirti che avevo torto. Sullappartamento. Credevo di essere ragionevole. Non lo ero.

Pensavi solo alla tua famiglia.

Pensavo ai soldi. È diverso.

Gina saltò giù dal davanzale, si avvicinò a Ernesto. Annusò la mano, la allontanò ma restò lì.

Bella casa, disse guardando. Meglio di quando era di mamma.

Ho lavorato.

Lo vedo. Guardava le tende, gli scaffali, il forno. Vivi davvero qui? Per sempre?

Sì. E ci sto bene.

Ernesto restò in silenzio. Poi piano:

Non devi perdonarmi, lo capisco.

Non tengo rancore, Ernesto. Ho smesso di portare pesi. Si fa meno fatica a lasciare andare.

È questo, il perdono?

Forse sì.

Rimase fino a sera. Passeggiarono tra i meli; Giulia indicava i diversi tipi. Ernesto seguiva, domandava a volte. Era strano e normale, come quando due che sono stati estranei si scoprono meno distanti.

Alfredo passò di fronte, li salutò da oltre la siepe. Giulia ricambiò.

Quello è il famoso vicino?

Proprio lui.

Un tipo a posto?

Onesto.

Ernesto guardò lui, poi Giulia:

Non sei sola qui.

No.

Partì quando era buio. Davanti allauto esitò, poi:

Posso tornare ancora? Solo a trovarti?

Puoi.

Annì. La macchina sparì tra la curva.

Giulia restò sulla soglia, poi rientrò. Gina la attendeva. La raccolse in braccio, la gatta fece le fusa subito.

Il giorno dopo Alfredo arrivò con una cesta piena di mele del suo orto, altra varietà, grandi e rosse.

Prova queste. Sono festival. Più morbide delle renette.

Bellissime. Ne prese una. Vieni a San Carlo venerdì?

Certo.

Tu vai sempre.

Siamo sempre insieme, ormai. La guardò senza retorica. È diventata unabitudine.

Giulia addentò la mela: morbida, dolce, leggermente acidula. Ottobre tornava, le foglie cominciavano a ingiallire. Era passato un anno. Un anno vissuto tutto.

Alfredo, tu qui sei felice? A Poggioverde?

Attese. Guardò i meli.

Non me lo sono mai chiesto in questi termini. Ma credo di sì.

Anche io. E mi sorprende ancora.

Cosa?

Che si possa ricominciare a cinquantaquattro anni.

Si voltò verso di lei:

E perché no?

Sembra tardi.

Sembra a chi?

Giulia non rispose. Gina uscì sul portico, si stirò, poi si rannicchiò di nuovo.

Prima mi sembrava tardi. Ora, meno.

È bene che sia così. Sollevò una cassetta di mele per saggiarne il peso. Venerdì alle otto?

Alle otto, ripeté lei.

Giulia rimase a guardarlo andare verso il cancello. Lalba dottobre era limpida, appena fredda. I meli dorati, qualche mela dondolava ancora, lultima, la più tardiva. Un cane abbaiava lontano, il suono si spargeva nellaria calma.

Il telefono vibrò. Martina: “Sei lì? Tutto bene?”

Giulia guardò lo schermo, poi i meli. Scrisse:

“Tutto bene. È iniziato ottobre.”

Martina rispose subito: “E che vuol dire?”

Giulia pensò. Gina le strusciò la zampa sulla gamba.

“Che presto faccio la crostata di mele. Vieni?”

Martina non rispose subito. Poi:

“Ci penso.”

“Pensaci,” scrisse Giulia.

Rimise via il cellulare. Scese i gradini, andò ai meli. Raccolse una mela, la pulì sulla manica. Mortse. Dolce, appena aspra. Proprio come un anno fa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

7 + thirteen =