Follie d’amoreE così, tra un battito e l’altro, si ritrovarono a ridere delle stesse assurdità che li avevano fatti innamorare.

Caro diario,

Due settimane prima della trasferta litigammo. Pesantemente. Tanto che Romeo, il gatto, si nascose chissà dove per non finire nel mirino.

Giulia mi chiese dei fiori.

– Daniele, comprami dei fiori. Così, senza motivo.

– E il motivo? – chiesi senza alzare gli occhi dal telefono.

– Io. Io sono il motivo.

Pensai: “Beh, perché no? È razionale.” Andai al supermercato. Tornai dopo venti minuti con un sacchetto grande. Giulia sorrise, guardò dentro. Trovò un cavolo bianco. Fresco, sodo.

– Questi sono i fiori? – chiese piano.

– È un cavolo. I fiori costano trenta euro e appassiscono. Il cavolo costa due euro. Con questo per tre giorni ci fai l’insalata.

– Daniele.

– Che c’è?

– Sei un idiota.

– Sono il tuo idiota.

Non mi parlò per tre giorni. Io non capivo perché si fosse offesa. Lei non me lo spiegò. Poi partii per la trasferta. A Milano. Le dissi:

– Lavoro, niente di personale.

Giulia più tardi mi confessò di aver pensato: “Niente di personale – questo siamo noi.”

Partii per due settimane. Lei restò con due bambini, il gatto, lavatrici infinite, scuola, asilo e la solita frittata a colazione. E con WhatsApp. Lì ci scrivemmo.

Primo giorno.
Io: “Arrivato. Camera squallida. Domani riunione.”
Lei: “Bravo. Il gatto ha mangiato e ha miagolato per un’ora chiedendo il resto.”
Io: “Chi è bravo? Io o il gatto?”
Lei: “Il gatto.”

Secondo giorno.
Io: “Foto della colazione. Foto dell’albergo. Foto del collega Paolo che russa nella stanza accanto.”
Lei: “Bello. Da noi perde il rubinetto. L’acqua scende. Ho chiamato l’idraulico. Non è venuto.”
Io: “Chiama l’amministratore.”
Lei: “L’ho chiamato. Ha detto che lo mandano entro tre giorni.”
Io: “Che stronzi.”
Lei: “Gli stronzi sono quelli che sono partiti per Milano.”

Terzo giorno.
Io: “Come stanno i bambini?”
Lei: “Il figlio ha preso un brutto voto, la figlia non vuole cenare. Sono stanca.”
Io: “Resisti.”
Lei: “Grazie, non resisto. Cado.”

Quarto giorno.
Io: “Oggi al centro commerciale ho visto un coniglio gigante di peluche. Volevo comprarlo per la bambina, ma avevo paura di portarlo in aereo.”
Lei: “Non hai mai avuto paura di portare cose in aereo. Hai paura di spendere soldi.”
Io: “Mi hai smascherato.”
Lei: “Ti ho smascherato al primo appuntamento, quando hai ordinato un tè senza zucchero dicendo che lo zucchero fa male.”
Io: “E tu ordinasti un pasticcino e lo mangiasti tutto senza offrirmene.”
Lei: “Perché avevi detto che fa male.”

Quinto giorno.
Io: “Oggi mi sono addormentato durante la riunione. Giuro. Ho chiuso gli occhi e mi sono spento per un secondo. Quando li ho aperti, tutti mi guardavano.”
Lei: “Ti licenziano?”
Io: “Spero. Sono stanco.”
Lei: “Anch’io sono stanca.”
Io: “Ci stanchiamo insieme, ma da due città diverse?”
Lei: “Ci stanchiamo insieme, ma a casa. Quando torni?”
Io: “Mi manchi.”
Lei: “Anche tu.”

Poi rimasi in silenzio per un minuto. Scrissi: “Sai, adesso ho capito che non mi manca la casa. Mi manchi tu. Mi mancano le tue gambe, il modo in cui la mattina bevi il caffè e fai una smorfia perché è bollente. Mi manca come sgridi il gatto e subito dopo gli fai una carezza. Mi manca come ridi quando nostro figlio racconta le sue barzellette.”

Lei non rispose. Lesse quel messaggio cinque volte. Poi pianse. Perché non avevo mai scritto cose del genere. In quindici anni di matrimonio, mai. Sono materialista, pragmatico, uno che dice “ti amo” solo al compleanno e pure dopo che glielo ricordano. E invece lì avevo scritto di gambe, di caffè, di gatto, di barzellette. Come se qualcuno avesse hackerato il mio telefono. O come se avessi avuto un’illuminazione.

Sesto giorno.
Lei: “Ieri eri ubriaco?”
Io: “No. Lucido come un cristallo.”
Lei: “E allora perché quelle parole?”
Io: “Perché mi manchi. È come l’alcol: il cervello si spegne, la lingua si scioglie.”
Lei: “Hai paragonato l’amore all’alcol?”
Io: “Ho paragonato l’amore all’onestà. A volte per essere onesti bisogna essere un po’ ubriachi. O molto soli.”
Lei: “Sei solo? Ci sono i colleghi.”
Io: “I colleghi non sono te. Non sanno che ho paura del buio e dormo con la lampada notturna. Tu lo sai. E non ne hai mai riso.”
Lei: “Ho riso. Una volta. Quando hai detto che hai paura del buio perché potrebbe esserci Romeo.”
Io: “Romeo è una belva. Fa i suoi bisogni nelle ciabatte. Fa paura.”
Lei: “Sei un idiota.”
Io: “Sono il tuo idiota.”

Settimo giorno.
Giulia si svegliò per un messaggio. L’avevo scritto alle quattro di mattina: “Non dormo. Penso a te. Immagino l’incontro in aeroporto. Tu con quel vestito blu che mi piace. Io con un mazzo di fiori. Ci abbracciamo e io dico: ‘Scusa se sono fatto così.’ E tu chiedi: ‘Come?’ E io dico: ‘Silenzioso.’ E tu dici: ‘Ci sono abituata.’ E io dico: ‘È una brutta cosa.’ E tu dici: ‘È la vita.’”

Lei non rispose. Si limitò a indossare il vestito blu. Anche se era solo la settima mattina e l’incontro era tra una settimana.

Ottavo giorno.
Io: “Oggi sono andato allo zoo. Da solo. Guardavo le scimmie. Assomigliano ai nostri colleghi: fanno smorfie, si lanciano il cibo, si atteggiano a capi.”
Lei: “Sei andato allo zoo da solo? A quarant’anni?”
Io: “E allora? Ho diritto all’infanzia. Tu me lo permetti.”
Lei: “Te lo permetto. Ma manda le foto.”

Mandai una foto. La scimmia faceva una smorfia. Anche io. Lei rise di gusto. I bambini accorsero: “Mamma, che hai?” Lei: “Vostro padre fa lo scemo.” Bambini: “Lui fa sempre lo scemo quando non ci siamo.” Lei: “Già. Peccato che non ce ne accorgiamo.”

Nono giorno.
Io: “Ho pensato. Ricordi come ci siamo conosciuti? Hai lasciato cadere il portafoglio in metropolitana, l’ho raccolto. Tu hai detto: ‘Lei è molto attento.’ Io ho detto: ‘Lei è molto bella.’ E poi siamo andati a bere un caffè.”
Lei: “Ricordo ancora che ordinasti un tè senza zucchero.”
Io: “E tu un pasticcino.”
Lei: “Lo ricordo ancora. Era buonissimo. Alla ciliegia.”
Io: “Io ricordo come mi guardavi. Come se non fossi un uomo qualunque in metro, ma una vita intera.”
Lei: “Eri una vita intera. Lo sei ancora. Solo che a volte lo dimentico.”
Io: “Anch’io lo dimentico. Ma adesso no.”

Decimo giorno.
Non scrissi nulla. Dall’alba al tramonto, silenzio. Giulia chiamò, non risposi. Scrisse, non risposi. Cominciò a farsi prendere dal panico. Immaginò il peggio: ero caduto, mi ero ammalato, mi aveva investito una macchina. Il gatto la seguiva per casa chiedendo cibo. I bambini pretendevano i cartoni. Lei pensava a me.

Alle undici di sera arrivò il mio messaggio: “Scusa. Si è scaricato il telefono. Ho dimenticato il caricabatterie in albergo. Ho passato tutto il giorno a cercarne uno. L’ho trovato da Paolo. Me l’ha dato, ma mi ha fatto promettere che non mi addormenterò più alle riunioni. Come stai?”
Lei: “Ero preoccupata. Pensavo che fossi morto.”
Io: “Sono vivo. Mi manchi. Torno presto.”
Lei: “Tra tre giorni.”
Io: “Tra tre giorni. Verrai a prendermi?”
Lei: “Col vestito blu.”
Io: “Io con i fiori.”
Lei: “D’accordo.”

Undicesimo giorno.
Io: “Ho comprato i regali. Al figlio un set di costruzioni, alla figlia il coniglio, a te una sciarpa.”
Lei: “Non sai scegliere le sciarpe. L’ultima volta ne hai portata una rosa, e io non porto il rosa.”
Io: “Non è rosa. È rosa polvere.”
Lei: “Il rosa polvere è rosa.”
Io: “È il colore del tramonto su Milano.”
Lei: “Sei un poeta?”
Io: “Sono un commercialista. Ma per te posso diventare un poeta.”
Lei: “Non serve. Ti amo commercialista. Hai una scrittura chiara e i conti tornano.”

Dodicesimo giorno.
Io: “Domani parto. Vieni a prendermi?”
Lei: “Verrò.”
Io: “Sei emozionata?”
Lei: “No.”
Io: “Io sì. Come la prima volta.”
Lei: “La prima volta stavo soffocando con il pasticcino e tu mi battesti sulla schiena. Fu imbarazzante.”
Io: “Per me fu piacevole. Ti toccai.”

Tredicesimo giorno. L’incontro.
Giulia era in aeroporto. Col vestito blu. Con i bambini. Il gatto, ovviamente, non l’abbiamo portato: avrebbe fatto una scenata. Guardava il tabellone degli arrivi. Il mio volo era in ritardo di un’ora. Beveva un caffè, i bambini giocavano con i telefoni.

Più tardi mi raccontò: “Pensavo: perché hai scritto delle gambe? Perché del caffè? Perché delle scimmie? Non sei mai stato così. Magari ti sei davvero innamorato di nuovo? O è solo una trasferta, uno stacco dalla routine, dai figli, dalla frittata bruciata? Forse a casa tornerai silenzioso, chiederai del cavolo e ti metterai davanti al portatile.”

Uscii dalla zona arrivi. Con i fiori. Un bouquet enorme. Giulia non ne vedeva uno così da me da tanto tempo: solo al matrimonio, e pure lì l’aveva scelto mia suocera. Mi avvicinai, la abbracciai, la baciai. Dissi:

– Scusa se sono fatto così.

Lei: “Come?”
Io: “Silenzioso.”
Lei: “Ci sono abituata.”
Io: “È una brutta cosa.”
Lei: “È la vita.”
Io: “No. È un’abitudine. Cambierò.”
Lei: “Non serve. Ti amo come sei. Anche col cavolo.”
Io: “Il cavolo è stato un errore.”
Lei: “Il cavolo è il passato. I fiori sono il presente.”

Andammo a casa. In taxi le tenevo la mano. I bambini si addormentarono. Il gatto ci venne incontro sulla porta, annusò i fiori, starnutì e se ne andò in cucina.

Giulia mise i fiori nel vaso. Io misi il portatile nel cassetto della scrivania. Dissi:

– Oggi non lavoro. Oggi sono solo tuo.
Lei: “E domani?”
Io: “Domani sono tuo col portatile. Ma oggi no.”

Ordinammo una pizza, bevemmo vino, guardammo un film. Un film stupido, d’amore. Lei rideva, io la abbracciavo. Il gatto stava lì vicino e chiedeva salame.

– Daniele, – disse.
– Cambierai davvero?
– Non lo so. Ma ci proverò.
– E se non riesci?
– Allora mi scriverai “sei uno stronzo”. E io ti scriverò “mi mancano le tue gambe”.

Lei rise.

– Sei un idiota.
– Sono il tuo idiota.

Finimmo il vino, finimmo la pizza. Mettemmo a letto i bambini. Il gatto si addormentò in poltrona. Giulia mi guardò.

– Sai, anche io sentivo la mancanza. Non di te: di noi. Di come eravamo all’inizio. Allegri, sciocchi, senza mutuo e senza cavolo.
– Il cavolo è il simbolo della mia stupidità. Non comprerò più cavoli.
– Comprali. Ma insieme ai fiori.
– D’accordo.

Ci abbracciammo e ci addormentammo sul divano. Perché il letto era già occupato dal gatto.

La mattina dopo andai a lavoro col portatile. La baciai e le dissi “ti amo”. La sera non dimenticai i fiori. Entrai in un fioraio e chiesi:

– Qualcosa di economico, ma che faccia sorridere mia moglie.

La fiorista mi propose delle margherite. Le presi. Giulia le mise nel vaso. Il gatto le annusò, starnutì e se ne andò.

E così ogni giorno.

Ecco tutta la storia. Ordinaria. Semplice. Per certi versi assurda, persino stupida. E allora? L’amore spesso sembra stupido. Ma questo non vuol dire che non esista.

La lezione l’ho imparata: non si può mettere l’amore in bilancio. Il cavolo era logico, i fiori erano veri. E a volte le parole più sciocche sono le uniche che riescono a dire la verità.

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Follie d’amoreE così, tra un battito e l’altro, si ritrovarono a ridere delle stesse assurdità che li avevano fatti innamorare.
Non mi aspettavo un colpo di scena così sorprendente!