Vittorio se ne stava in mezzo al salone, illuminato da una luce soffusa, e guardava la moglie con aria di superiorità. Si sentiva come se avesse appena fatto centro al SuperEnalotto. A cinquant’anni suonati, era convinto di essere in piena forma, e quei grandi cambiamenti in vista nella sua vita privata gli davano una sicurezza da vincitore.
«Evitiamo i drammi, Fiorenza», disse con tono vellutato e leggermente protettivo, abbottonandosi la giacca. «Siamo adulti. Ho conosciuto un’altra donna. Forse l’avevi intuito, non so… Comunque: ha trent’anni e tra noi c’è un sentimento vero. Non voglio fare il doppio gioco, quindi te lo dico chiaro: divorziamo e da oggi non viviamo più insieme.»
Fiorenza, quarantacinque anni, era seduta in una poltrona di pelle. Donna affascinante e sicura di sé, non si mise a torcersi le mani, non corse a cercare un ansiolitico e non cercò nemmeno di affrontarlo. Bevve un sorso di caffè dalla tazzina di porcellana, in silenzio, aspettando il resto. Quella calma innervosiva Vittorio, ma lui si riprese presto.
«L’appartamento, come sai, è mio. È precedente al matrimonio», scandì bene l’ultima parola, come per piantare un chiodo. «Non sono una bestia, non ti metto in mezzo alla strada di notte. Ti do due giorni per fare le valigie. Il weekend è tutto tuo. Io nel frattempo vado fuori città con Ginevra, così non ti disturbo. Lunedì mattina torniamo insieme. Ginevra non ha bisogno delle tue lacrime, delle tue scenate e delle energie negative in casa. Spero che per allora tu abbia liberato il territorio.»
«Entro lunedì?» chiese Fiorenza con voce neutra. «Perfetto. Due giorni mi bastano.»
Vittorio annuì soddisfatto. Gli piaceva che il divorzio stesse procedendo in modo così civile. Si era sempre considerato un uomo generoso.
La generosità di Vittorio, però, finiva sempre dove cominciavano i suoi soldi. Per tutti i quindici anni di matrimonio, non aveva perso occasione di ricordare a Fiorenza che era entrata “sul suo territorio”.
Peccato che quel territorio, quindici anni prima, fosse un triste scatolone di cemento con tre stanze, quasi senza mobili e senza nemmeno l’ombra del comfort. Vittorio allora dichiarava con orgoglio che l’importante erano i metri quadri, e che si poteva anche dormire su un materasso. Era patologicamente tirchio per la casa. Tutti i suoi soldi personali li metteva da parte per macchine costose che, guarda caso, intestava prudentemente alla madre, Ernesta.
Fiorenza, che guadagnava bene e aveva un gusto eccellente, non aveva alcuna intenzione di vivere in condizioni spartane. A lei serviva il comfort. Così, nei primi mesi di matrimonio, aveva arredato l’intero appartamento da cima a fondo con i suoi risparmi. Aveva ordinato lei i mobili di ogni stanza e la cucina in stile classico, di quelle che non passano mai di moda. Aveva scelto lei gli elettrodomestici da incasso di qualità, pagato la posa del parquet costoso, comprato i lampadari e fatto cucire su misura le tende pesanti, perfettamente abbinate all’arredamento.
Poi a Fiorenza era venuta la passione per l’antiquariato. Nel corso degli anni, aveva comprato poco alla volta oggetti raffinati. Vittorio si limitava a sorridere con sufficienza: «Sono i tuoi soldi, sono i tuoi acchiappapolvere. Gioca pure. A me questi cimeli da museo non servono proprio.»
Eppure, aveva chiamato sua madre per farle passare il weekend in casa, mentre Fiorenza faceva i bagagli.
«Mamma, divorziamo. Sarà tutto civile. Ma tu, per sicurezza, tieni d’occhio Fiorenza, che non si porti via qualcosa di troppo dalla mia casa.»
«Certo, Vittorio. Io sono sempre dalla tua parte», lo aveva sostenuto Ernesta.
Ma il destino, in queste occasioni, ama farsi due risate. Sabato mattina, proprio mentre la suocera si preparava ad andare dal figlio, le era salita la pressione a livelli da record. Era dovuta intervenire l’ambulanza e i medici le avevano prescritto un rigoroso riposo a letto. Il controllore era stato tolto di circolazione.
Nel frattempo, Vittorio stava mettendo i suoi vestiti in un borsone di cuoio, dispensando alla moglie le ultime raccomandazioni.
«Allora, Fiorenza», disse fermandosi in mezzo al corridoio e guardandosi intorno come un proprietario terriero, «prenditi i tuoi vestiti, i cosmetici, i tuoi vasi e i tuoi soprammobili. Ma niente vandalismi.»
Fiorenza, appoggiata allo stipite della porta, incrociò le braccia: «Cosa intendi esattamente per vandalismo?»
«Gli elettrodomestici da incasso non li tocchi. Sono stati montati su misura per questa cucina, quindi ormai fanno parte dell’appartamento. Forno, lavastoviglie: tutto resta al suo posto, ci sono abituato. E anche quel comò d’antiquariato in camera da letto lo lasci dove sta.»
«Il comò?» Fiorenza alzò appena un sopracciglio. «Lo chiamavi legna da ardere.»
«Piacera a Ginevra», tagliò corto Vittorio. «Lei è entusiasta dell’arredamento. Dice che ho un gusto incredibile. Quindi non rovinare l’ambiente.»
Ginevra, in effetti, era al settimo cielo. Trent’anni, lavorava alla reception di un noto centro estetico e credeva sinceramente di aver pescato il biglietto vincente. Vittorio le sembrava un uomo ricco, un esteta di classe. Nelle foto sui social, compariva sempre con aria spavalda: sprofondato in una poltrona di pelle, davanti a quadri costosi, oppure appoggiato al famoso comò d’antiquariato. Ginevra era convinta di andare a vivere in una reggia, accanto a un uomo facoltoso che le avrebbe garantito una vita agiata.
«Come vuoi tu, Vittorio», disse Fiorenza, e sulle sue labbra comparve un sorriso freddo e appena accennato. «Prenderò solo le mie cose.»
«Brava. Che bello che non fai storie. Ho sempre saputo che sei intelligente e che non ti metteresti contro di me. Le chiavi non serve lasciarle: lunedì faccio cambiare la serratura.» Afferrò la borsa e uscì, pregustando il trionfo del ritorno con la nuova fidanzata.
Quando Vittorio era ormai sistemato con Ginevra in una camera di un agriturismo con spa fuori città, ricevette un messaggio dalla madre.
«Vittorio, non riesco a chiamarti. Mi è salita la pressione, è venuta l’ambulanza. Non posso venire da te a controllare Fiorenza.»
Vittorio imprecò. Non poteva e non voleva cancellare il weekend con la nuova amata. «Tanto Fiorenza non si porterà via niente. Non è il tipo», pensò, rispondendo alla madre con un messaggio di circostanza: «Stai tranquilla, pensa a te.»
Intanto Fiorenza, subito dopo la partenza di Vittorio, compose il numero che aveva preparato la sera prima.
«Pronto? Sono Fiorenza, vi avevo chiamato. Sì, l’indirizzo è lo stesso. Vi aspetto tra un’ora. Mi serve il camion più grande che avete in dotazione. Sì, con gli attrezzi. Ci sarà molto da smontare.»
Subito dopo, la donna confermò il noleggio di un deposito per lo stoccaggio dei mobili. In quei due giorni che l’ex marito le aveva concesso per sloggiare, era impossibile trovare un buon appartamento vuoto in affitto a lungo termine. Così Fiorenza decise che per il momento sarebbe andata a stare da sua madre, finché non avesse trovato la soluzione giusta.
A mezzogiorno, nell’appartamento entrarono sei uomini robusti in tuta da lavoro, insieme a un elettricista professionista e a un esperto di montaggio e smontaggio mobili.
«Da dove cominciamo, signora?» chiese il caposquadra, osservando l’entità del lavoro.
«Cominciamo da tutto», rispose calma Fiorenza. «Si smontano i frontali della cucina. Si tirano fuori piano cottura, forno, cappa, microonde e lavastoviglie. Poi divani e camera da letto. Gli oggetti d’antiquariato vanno avvolti nel pluriball a tre strati: controllerò personalmente ogni angolo.»
Il lavoro prese il via. In casa ronzavano avvitatori e frusciava il nastro adesivo. Non era il trasloco isterico di una moglie offesa: era un’operazione logistica precisa, fredda e chirurgica. Fiorenza dirigeva tutto con la grazia di un generale.
Dalle finestre sparirono le pesanti tende di velluto, dalle pareti i quadri. L’elettricista scollegò e smontò i costosi lampadari e le applique, lasciando al loro posto solo lampadine nude. Il parquet scricchiolò sotto gli scarponi dei traslocatori che portavano fuori il divano di pelle, l’armadio, il comò intagliato e tutti gli elettrodomestici. L’appartamento perdeva lucentezza a vista d’occhio, tornando a essere quella gialla e squallida scatola di cemento di quindici anni prima.
La sera di sabato, l’enorme furgone parcheggiato davanti al portone era pieno fino all’orlo. Il caposquadra, asciugandosi il sudore dalla fronte, salì per l’ultima volta. Fiorenza era in piedi in mezzo alla cucina vuota e spogliata.
«Signora, c’è un problema», disse l’uomo senza fiato. «Nel furgone non ci sta più nemmeno una scatola di fiammiferi. È pieno fino al soffitto, abbiamo chiuso a malapena le portiere. Sono rimasti il tavolo da pranzo e uno sgabello. Vuole che chiami un secondo mezzo per quelli?»
Fiorenza guardò il solido tavolo di legno e lo sgabello solitario accanto.
«No, non serve», rispose con un mezzo sorriso. «Lasciateli lì. Sarà il mio regalo di addio agli sposi. Anche loro avranno bisogno di un posto dove costruire il loro radioso futuro.»
Diede un’ultima occhiata alle pareti nude con i fili elettrici che spuntavano dalle prese, poi uscì e chiuse la porta.
Il lunedì mattina era soleggiato. Vittorio parcheggiò sotto il palazzo, aprì galantemente la portiera a Ginevra e la aiutò a scaricare le valigie. Lei si preparava a varcare la soglia dell’appartamento lussuoso nella sua nuova veste di padrona di casa.
«Eccoci a casa, tesoro», annunciò solenne Vittorio, girando la chiave nella serratura.
Spalancò la porta e la fece passare avanti.
Ginevra fece due passi nell’ingresso. Tac-tac. Il ticchettio dei tacchi rimbalzò con un’eco secca e fastidiosa in tutto l’appartamento vuoto.
Ginevra si immobilizzò. Vittorio, che la seguiva, le finì contro e alzò lo sguardo. Le parole gli morirono in gola.
Davanti a loro si estendeva un appartamento completamente vuoto. In salotto non c’erano divani, né televisione, né quadri, né tende. Al posto del lampadario di cristallo, una lampadina nuda dondolava malinconica sotto il soffitto. Dalla camera da letto sbadigliava il vuoto: niente letto, niente comò d’antiquariato che tanto era piaciuto a Ginevra.
Vittorio, sotto choc, si precipitò in cucina. Lì dove venerdì c’era la cucina costosa con gli elettrodomestici da incasso, ora spuntavano i tubi dell’acqua e le prese elettriche annerite.
In mezzo a quel silenzio rimbombante c’erano un tavolo e uno sgabello. Sul tavolo brillavano le chiavi di Fiorenza.
«Vittorio…» la voce di Ginevra si incrinò in un filo sottile. Si voltò lentamente verso di lui, il viso distorto in una smorfia di incredulità e rabbia montante. «Che cos’è? Dov’è tutta la roba? Dov’è l’arredamento? Dov’è la cucina?!»
«Fiorenza…» fu tutto quello che riuscì a biascicare l’uomo stordito, guardando dal pavimento alle pareti vuote.
«Tu mi avevi detto che l’appartamento era arredato! Mi avevi detto che saremmo stati nel comfort! Dormiamo su quello sgabello a turni? Allora ordina subito dei mobili nuovi!»
Vittorio deglutì a fatica. Sapeva benissimo di non avere i soldi per comprare mobili nuovi, almeno non di quel livello. Tutti i risparmi erano nella macchina intestata alla madre, e mancavano ancora due settimane allo stipendio. Per riarredare un trilocale, anche solo con armadi e letti economici, avrebbe dovuto fare un prestito enorme. E per quella notte, a meno di non stendersi sul pavimento di quel trilocale, l’unica alternativa era trasferirsi nel monolocale in affitto di Ginevra.
Appoggiato al muro, Vittorio ripensò alle ultime parole di Fiorenza prima dell’addio: «Prenderò solo le mie cose…». E la ex moglie aveva mantenuto la parola: non aveva toccato le sue pareti. Aveva portato via soltanto quello che era suo.
Sa, io ho sempre riso di quei dolori di cartone da melodramma spicciolo. Ah, lui porta un’altra! Allora io faccio la valigia, sollevo il mento, asciugo una lacrima e me ne vado verso il tramonto, lasciandogli tutto il ben di Dio sudato. E perché mai, una donna adulta e realizzata, dovrebbe fare da sponsor alla felicità degli altri? La dignità non è andarsene con una sola valigia, regalando all’ex il proprio comfort. La dignità è prendersi ciò che è tuo, comprato con i tuoi soldi, e lasciare al presuntuoso esattamente quello che si merita. Vittorio si vantava tanto dei suoi “metri quadri pre-matrimoniali”? Prego: Fiorenza gli ha restituito la sua scatola di cemento in versione originale. Godetevela, ragazzi.







